La lunetta robbiana

Nell’Oratorio di Santa Barbara a Caporciano

La lunetta in terracotta invetriata della Manifattura Ginori di Doccia (datata 1853), posta su frontone dell’oratorio della vecchia miniera di rame di Caporciano presso Montecatini Val di Cecina, vuol essere, per desiderio del suo committente, una rappresentazione del capolavoro di Raffaello – la Madonna Sistina – con la Vergine e il Bambino tra Santa Barbara e, appunto, San Sisto.

La lastra centinata composta in più pezzi, dalle dimensioni di circa 80 x 175 centimetri, è realizzata in ceramica ad alto e basso rilievo, con figure bianche su fondo azzurro, ed è decorata da un fregio robbiano a ghirlanda con frutti policromi.

Al centro, circondata da coppie di putti alati, appare la Vergine incedente sulle nubi con in braccio il Figlio che tiene stretto in mano un uccellino; sul lato sinistro, un santo inginocchiato di profilo, San Sisto, avvolto in un largo piviale e caratterizzato da una tiara pontificia; sulla destra, la figura di Santa Barbara con in mano la palma del martirio e, sullo sfondo, l’attributo iconografico della torre.

Il fondo della lunetta è decorato da una fitta cortina di nuvole delicatamente sfumate di turchino. Ai lati estremi, nella parte inferiore, compaiono rilevati due stemmi bianchi. A sinistra lo scudo gentilizio dei Ginori con l’iscrizione «Manifattura Ginori 1853», a destra la denominazione «Caporciano» accompagnata dal caratteristico contrassegno della miniera. Due martelli incrociati all’interno del cosiddetto “specchio di Venere”, ossia quel segno che nell’antichità per i greci simboleggiava la dea dell’amore mentre per i fenici la dea Astarte, e che nel medioevo fu poi adottato dagli alchimisti per identificare il rame: elemento metallico la cui denominazione [Cu] i latini, derivarono appunto da Cipro [Cuprum], isola ricchissima di quel minerale e particolarmente dedita al culto di Astarte.

Copie della medesima lunetta, commissionate da Francis Joseph Sloane, maggiore azionista della Società mineraria, si possono ammirare presso la Villa di Careggi, da lui acquistata nel 1848, e nella chiesa di Via delle Masse a Firenze. Un’altra ancora, situata attualmente nell’atrio della miniera, era posta sopra l’altare della cappella scavata in profondità nella roccia del giacimento cuprifero di Caporciano, dove – tradizione vuole – i minatori sostavano in preghiera prima di raggiungere il fronte di scavo.

È interessante notare, in tutta la serie di lunette ed anche in altre immagini collocate in edifici sacri e nelle varie proprietà del facoltoso committente, la presenza della scritta «Caporciano», legata alla sua preminente attività e fonte del suo grandioso successo imprenditoriale.

Come è da evidenziare che, in associazione ai martelli incrociati sul simbolo del rame, in molte ceramiche troviamo la scritta «Sans Changer», ossia il motto impresso sullo stemma gentilizio di Sloane, ammesso alla nobiltà volterrana già dal 1847.

La citazione raffaellesca nel lavoro realizzato dalle Manifatture Ginori fu quasi certamente voluta dal suo committente come la più famosa rappresentazione di Santa Barbara, tradizionale protettrice dei minatori, da offrire alla devozione della gente del villaggio minerario, ma si collegava anche al suo gusto storicistico che lo portava a prediligere edifici, arredi e manifestazioni artistiche rievocanti il periodo rinascimentale.

Nella nostra lunetta, la tradizione robbiana, evocata sia dai colori che dalle forme, si richiama ad una delle più celebrate immagini sacre del Cinquecento, opera del gran maestro della grazia e della naturalezza. Un inedito accostamento che dette impulso alla produzione neo-robbiana della Manifattura Ginori, fino ad allora rimasta ancorata alla sola realizzazione di soggetti ispirati agli esempi di Luca e Andrea Della Robbia.

La serie di lunette commissionate da Sloane, noto patrocinatore di artisti ma altrettanto famoso per i suoi suggerimenti formali e iconografici, assume quindi una notevole importanza per aver rivitalizzato la produzione di Doccia con l’introduzione di soggetti diversi dagli usuali prototipi quattrocenteschi.

All’Esposizione dei prodotti naturali e industriali della Toscana tenuta a Firenze nel 1854, la Manifattura Ginori, che si avvalse anche della collaborazione del noto antiquario Giovanni Freppa, promotore delle più eclatanti falsificazioni del tempo, con il recupero delle tecniche e dei modelli della tradizione rinascimentale poté presentare alcuni sorprendenti saggi di maioliche istoriate.

Del resto, da oltre un decennio a Doccia già si producevano imitazioni robbiane così ben riuscite da ingannare anche l’occhio più esperto: imitazioni che avranno presto buon esito sul mercato anglosassone, soprattutto in virtù di un diffuso estetismo preraffaellita incline alla casta e malinconica dolcezza delle Madonne e dei putti di Luca e Andrea Della Robbia.

A Firenze, tra i primi a commissionare recuperi robbiani fu appunto Francis Joseph Sloane, il quale nella lunetta realizzata a Doccia nel 1853 per la cappella sotterranea della sua miniera – che, è bene tener presente, non è una pedissequa riproduzione robbiana – sembra aver ritrovato il valore che il Vasari (1511-1574) attribuiva agli invetriati dei Della Robbia: opere «che si sono mantenute in quei luoghi deserti dove niuna pittura né anche pochissimi anni si sarebbe conservata».

Particolarmente devoto e attento alle questioni di carattere religioso, Sloane era solito contrassegnare i suoi possedimenti, oltreché con le lunette precedentemente descritte, anche con l’immagine della Madonna (e pure con quella di Santa Barbara) replicata a sola.

La Vergine, modellata secondo la visione raffaellesca, la ritroviamo infatti effigiata su formelle in ceramica apposte su numerosi edifici del Fiorentino, a La Briglia in Val di Bisenzio dove si fondeva il rame di Caporciano, oppure in Valdambra presso la fattoria Isola di Laterina acquistata dopo la caduta di Leopoldo II. Pur non portando il segno dell’incoronazione, la Madre di Dio raffigurata nelle ceramiche collocate da Sloane era ovunque conosciuta e invocata come Madonna di Caporciano, patrona della omonima località mineraria.

Tutte maioliche policrome dalle dimensioni di circa 40×25 centimetri, in cui la Vergine si presenta in piedi, frontalmente, sopra uno strato di nuvole molto rilevate, sorreggendo il Figlio sul braccio destro, in mezzo a due coppie di angioletti alati situati agli angoli superiori. Una replica dell’immagine raffaellesca che tende ad un’apparente semplicità, dove ogni particolare, dal modo in cui è modellato il viso, al volume del corpo avvolto nel manto che ricade in libere pieghe, alla tenerezza e alla saldezza con cui sorregge il Bambino, concorre con la sua peculiarità ma con naturalezza non ricercata, alla perfezione dell’equilibrio e all’armonia della composizione.

Una di queste formelle raffigurante l’immagine – oggi “mutilata” – della Madonna di Caporciano, da poco traslata, anch’essa come la lunetta, nell’atrio della miniera, dalla fine degli anni Trenta dell’Ottocento era posta sull’altare della cappella sotterranea.

Ed a proposito di immagini sacre, Jacob Gräberg de Hemsö, trovatosi per la prima volta alla cava nel 1844 ospite dell’amico Sloane, nei suoi “Cenni storici, iponomici, e statistici sulla Miniera di rame, detta la Cava di Caporciano, presso Monte Catini nella Val di Cecina” (Firenze, 1847, p. 261) riferisce che «nel moderno ingresso Porte, cioè quello che serve di passaggio per gl’individui nella miniera, vi è un Crocifisso sopra la porta; a destra l’immagine in basso rilievo di Santa Barbara, ed a sinistra quella della Madonna di Caporciano […]» e sotto il Crocifisso l’iscrizione latina «Tu es Deus meus / in manibus tuis sortes meae / A.D. MDCCCXXXIX».

Tutto è rimasto al suo posto almeno fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Ne abbiamo conferma, oltreché dai ricordi e da alcune immagini fotografiche, anche dal resoconto della visita di Gigliola Magrini pubblicato sulle pagine della rivista “Richard-Ginori” del 1964:

«[…] Nell’atrio, sopra una panca, una lapide ricorda che «il dì 25 novembre 1845, il Granduca e la Granduchessa di Toscana, onorarono di loro visita questa miniera. A due passi si apre una porta sormontata da un capitello elaborato, da cui una scritta ammonisce: “Tu sei il mio Signore, la mia sorte è nelle tue mani”, e una data: 1839; da qui, ogni mattina, i minatori scendevano in miniera, verso un lavoro duro, anonimo, segnato da un pericolo costante e grave, compiuto con serena dignità e profonda fede. Sopra la porta, da tre formelle in ceramica policroma che facevano corona a un severo Crocefisso, la Vergine con il Bambino e una giovane Santa (Santa Barbara), benedicevano il lento passo dei minatori. Oltre la soglia, per anditi ed arcate ci si avvia alle gallerie […]».

Poi, come per altre suppellettili o arredi di un certo valore e addirittura per alcuni corpi di fabbrica, sia del Crocifisso che delle tre formelle si è persa ogni traccia.

A seguito dell’irresponsabilità, della malriposta fiducia e dell’incuria generale, che soprattutto dalla metà degli anni Sessanta del Novecento caratterizzarono la gestione degli immobili del vecchio sito minerario dismesso ormai dal 1907, di tutte le opere commissionate da Sloane alla Manifattura Ginori, oltre alle due lunette robbiane ed alla formella suddetta, a Montecatini non rimane altro che un’interessante ceramica raffigurante Santa Barbara replicata a sola, presente dal 1862 in un locale dell’ex Scuola Professionale Femminile della Miniera.

Ciononostante – credetemi – la sola vista della nostra lunetta (di concerto, se possibile, alla visita dell’oratorio di Santa Barbara che al suo interno conserva importanti opere d’arte) è già di per sé un valido motivo per mettere in programma una gita al Parco Museale di Caporciano in quel di Montecatini.

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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