Casalappi vero o falso?

Ritrovato un incredibile disegno del Castello nel medioevo

Era lì, incorniciato e attaccato alla parete dello studio di Alberto Merciai nel Castello di Magona. Con la coda dell’occhio lo notai in lontananza, sembrava un disegno antico. Quando mi avvicinai, vidi che antico lo era senz’altro, almeno di un paio di secoli o tre.

Raffigurava un paesaggio composito: un borgo circondato da mura sullo sfondo, al centro una casa affiancata da una torre e, a destra, altri due edifici.

A prima vista non mi ricordava niente di conosciuto. Poteva essere forse una rappresentazione maldestra e approssimativa di Campiglia, ma il resto non aveva senso.

Distolsi lo sguardo dal disegno e, subito sotto, vidi che c’era scritto qualcosa in latino, con una calligrafia apparentemente quattrocentesca: «Castrum et tenimentum Casalappi in Marittimis quomodo erat ante annum MCCCCVIII hodie bellorum infortuniis dirutum ubi erat dictio et dominium dominorum Unitorum de Pisis Dioecesis Massae factum et lineatum per Bonannum Pisanum de anno supradicto». Tradotto in italiano, il discorso suonava più o meno così: Castello e possedimento di Casalappi in Maremma, così come era prima dell’anno 1408, oggi distrutto a causa degli infortuni delle guerre, nel luogo dove era la giurisdizione e il dominio dei signori Uniti di Pisa, nella Diocesi di Massa, fatto e disegnato da Bonanno Pisano nel suddetto anno.

Bonanno Pisano? Rilessi incredulo altre due o tre volte quel nome. C’era scritto proprio così. Possibile che si alludesse al misterioso artista medievale autore delle decorazioni della celebre porta del Duomo di Pisa?

La cosa era palesemente inverosimile. Il Bonanno Pisano che tutti conosciamo era vissuto nella seconda metà del XII secolo, oltre duecento anni prima rispetto alla data riportata sul disegno.

Eppure quello era chiaramente un documento storico e, per quanto il disegno sapesse di falso, il suo autore lo aveva confezionato senz’altro per un motivo ben preciso.

Sotto alla frase scritta in calligrafia rinascimentale, ce n’era un’altra, molto danneggiata, che invece appariva chiaramente settecentesca. Si trattava della trascrizione del testo latino, con un’aggiunta finale che diceva: «Que…o diseg…o l’ebbi io Anton Loren… …rini pisan… ………… …a M.a l… fe… … …da casa sua … … stato …aurato …esto d… … … …75…»

Anche se una parte del discorso era andata ormai perduta irreparabilmente, si capiva che si stava parlando di un tizio pisano di nome Anton Lorenzo, con un cognome che finiva in “rini”, il quale, riferendosi al disegno, diceva che questo era stato “restaurato” in una certa data che, seppur parzialmente illeggibile, mi parve di interpretare come 1759 o forse 1753.

Di che restauro si stesse parlando rimaneva sostanzialmente un mistero anche se, probabilmente, l’autore della frase si riferiva al recupero della sottile pergamena sulla quale era stato realizzato il disegno, strappata al centro, che era stata incollata su un supporto rigido di tela per garantirne la conservazione.

Cominciai a cercare notizie su questo fantomatico Anton Lorenzo ma, non conoscendo il cognome, l’indagine sembrava destinata in partenza al fallimento.

Quando stavo per perdere le speranze, un colpo di fortuna: nel motore di ricerca di Google − nel quale avevo ormai inserito decine e decine di possibili parole chiave, senza aver ottenuto alcun risultato − comparve il nome di Anton Lorenzo Magrini. Poteva essere proprio lui.

In una delle pagine interne del sito dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le informazioni bibliografiche comparve questa breve nota: «Magrini pisano, uomo di grandissima abilità nella cognizione degli scritti antichi, ma di capo stravolto». Come inizio non era male. Stavo forse cercando, senza saperlo, informazioni storiche su un pazzo?

Proseguii la ricerca, inserendo questa volta nel motore di ricerca il nome e cognome per intero e venne fuori un’altra pagina: un vecchio libro del 1749, il decimo volume di una collana intitolata Novelle letterarie pubblicate in Firenze.

A pagina 391, l’autore affermava di aver ricevuto la comunicazione dell’esistenza di un’iscrizione latina di epoca romana − ritrovata sul retro di un’antica lastra di marmo riutilizzata nel medioevo come pietra tombale di un abate della chiesa di San Zeno a Pisa − che era stata «fedelmente copiata dal Signor Anton Lorenzo Magrini archivista di Monsignore Arcivescovo di Pisa».

A pagina 482, il Magrini veniva nuovamente rammentato per aver segnalato un’altra iscrizione. Nell’occasione, l’autore precisava che, nella citazione precedente, il Magrini era stato definito archivista dell’Arcivescovado pisano «per isbaglio».

L’uomo del quale eravamo sulle tracce era dunque un ecclesiastico, altrimenti non sarebbe stato confuso per l’archivista dell’archivio arcivescovile, ruolo che all’epoca non poteva essere svolto da un laico. Il Magrini doveva poi essere anche un erudito e uno studioso di storia e antichità locali. Un identikit del tutto compatibile con quello del nostro uomo, colui che risultava implicato nel restauro del disegno di Casalappi. Andai avanti con le ricerche.

Il terzo e ultimo indizio che riuscii a trovare su Anton Lorenzo Magrini fu illuminante. Dalla rete venne fuori un altro testo, questa volta moderno, intitolato Identità civica e strategie conservative del patriziato toscano, nel quale l’autrice, Elisabetta Insabato, parlava della storia degli archivi gentilizi toscani. Finalmente capii chi era Anton Lorenzo Magrini: un abate che aveva ricoperto il ruolo di antiquario presso l’archivio segreto dell’arcivescovado pisano intorno alla metà del Settecento.

Ma la notizia più interessante, per comprendere la genesi del disegno di Casalappi, era un’altra: a partire dal 1751, il Magrini era stato incaricato di raccogliere o copiare memorie e documenti pubblici e privati che fossero in grado di provare la nobiltà di un’antica famiglia fiorentina trasferitasi a Pisa nel Cinquecento.

L’incarico gli era stato conferito dal conte Alessandro di Pier Maria Vaglienti Campiglia. Il Magrini mise insieme una nutrita documentazione per supportare le ambizioni del suo committente, il quale aveva fatto domanda di essere ascritto al patriziato pisano.

Il fascicolo che ne risultò fu convincente e, nel 1754, il Vaglienti Campiglia poté entrare a far parte del patriziato pisano e fiorentino, essendo riuscito a dimostrare la presenza di membri della sua famiglia nelle magistrature pisane e nell’Ordine di Santo Stefano e il possesso del titolo di conti.

Il frutto del lavoro del Magrini è rappresentato da 14 unità archivistiche, composte da originali e copie di quelli che l’abate stesso definisce «documenti fatti registrare e ordinare dal conte Alessandro con qualche di lui fatica e spesa per mezzo di me A. L. Magrini pisano», che attualmente si trovano conservate presso l’Archivio di Stato di Pisa, tra le carte della famiglia Alliata.

Le fonti utilizzate per la raccolta di queste memorie furono, in particolare, i libri della Mensa arcivescovile di Pisa, l’archivio del Capitolo dei canonici del Duomo, quello dello Spedale nuovo e l’archivio segreto dell’Arcivescovado. Accanto ai documenti scritti, il Magrini mise insieme anche una raccolta di disegni che potevano risultare utili allo scopo di nobilitare la famiglia Vaglienti Campiglia.

O ra il legame tra il misterioso disegno e il Magrini era chiaro: il conte Alessandro Vaglienti aveva ereditato Casalappi dalla famiglia Uniti di Pisa, quando questa si era estinta. L’ultimo degli Uniti infatti, il conte Unito, alla sua morte aveva lasciato questa e altre proprietà ai discendenti della zia Cassandra Uniti − sorella di suo padre − la cui figlia Francesca aveva sposato un Vaglienti. Da questa unione era nato Piermaria, padre del conte Alessandro.

Ma chi è l’autore del disegno? L’evidenza dimostra che si tratta di una creazione dello stesso abate, un falso confezionato ad arte per sbalordire gli ingenui contemporanei.

Riuscire a far credere che il conte Vaglienti disponesse di una veduta del suo possedimento, risalente all’epoca di Bonanno Pisano, sarebbe stato un argomento straordinario per dimostrare l’antichità e la nobiltà di quella stirpe.

Il Magrini non era nuovo a invenzioni di questo genere. Lo sappiamo perché la ricercatrice Fulvia Donati ne ha scoperta un’altra, forse ancora più inverosimile della veduta di Casalappi: un disegno del Porto Pisano com’era nell’antichità.

Sotto questa mappa, si riconosce la calligrafia del Magrini, che scrive: «vero disegno dell’antico porto pisano che era presso la chiesa di S. Piero a Grado, ove anticamente era il Grado del Mare che in oggi per l’alluvione è ripieno e vi è la macchia, cavato da certi antichi disegni e manoscritti del canonico Giuseppe Martini da me Antonio Lorenzo Magrini Pisano».

Un’altra bufala, un’altra trovata sensazionalistica dell’abate. Per chi fosse interessato ad approfondire le incongruenze di questo disegno, rimandiamo alla lettura del saggio di Fulvia Donati, intitolato La tradizione erudita sul Porto Pisano a San Piero a Grado e schemi per l’iconografia portuale.

Per quanto riguarda invece le contraddizioni presenti nella veduta di Casalappi, proviamo ad elencarne alcune.

Cominciamo dal presunto autore del disegno, Bonanno Pisano. Come abbiamo già detto, l’artista visse nella seconda metà del XII secolo e quindi molto prima del 1408. Questa data tra l’altro − il 1408 appunto − non sembra essere ricollegabile ad eventi bellici particolari svoltisi nella zona, che invece casomai ebbero luogo nel 1406, durante la cruenta guerra fra Pisani e Fiorentini.

In ogni caso, anche ammettendo che il disegno − il cui stile è chiaramente moderno − sia stato tratto da uno più antico, è impossibile pensare che la fonte iconografica risalisse addirittura al XII secolo.

Quello che si vede raffigurato poi non sembra corrispondere in alcun modo né alla forma o alla disposizione degli edifici più antichi giunti fino a noi, né ad eventuali tracce archeologiche sul terreno e neanche a ciò che i documenti medievali ci hanno tramandato sulla storia di Casalappi.

Il castello di Casalappi, proprietà dei conti Gherardeschi, nominato per la prima volta nei documenti nel 1055, doveva essere costituito da una torre circondata da un breve perimetro di mura o addirittura semplici palizzate in legno e poco altro. Era quindi molto diverso da come viene rappresentato nel nostro disegno, nel quale si vedono imponenti mura e grandi porte di accesso, con numerosi edifici al suo interno. Sappiamo poi che, tra il 1120 e il 1130, il castello era già in fase di abbandono, essendo stato sostituito dal non lontano castello di San Lorenzo, che si trovava in una posizione più facilmente difendibile in caso di attacco nemico.

Non possiamo peraltro escludere che il centro fortificato che si vede nel disegno sia proprio una rappresentazione, alquanto fantasiosa, del castello di San Lorenzo. Se così fosse, la casa isolata posta al centro con accanto l’edificio turriforme potrebbe essere quella attaccata alla torre il cui profilo è ancora oggi visibile all’interno del complesso turistico del Castello di Casalappi.

Non sono invece identificabili gli altri due edifici del disegno, che sembrano essere stati inventati di sana pianta da qualcuno che non aveva mai messo piede a Casalappi, ma che probabilmente realizzò il disegno seguendo le indicazioni fornite da un suggeritore o, più probabilmente, dettate dallo stesso “capo stravolto” dell’abate pisano Anton Lorenzo Magrini.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 21

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

Indice delle categorie

Pagina Facebook