Storia dell’istruzione elementare nel Comune di Campiglia

Nel marzo del 1860, la Toscana cessava di essere uno stato indipendente ed entrava a far parte del Regno d’Italia.       I Savoia sapevano molto bene che l’unità nazionale era raggiunta solo sulla carta e che, fatta l’Italia, il compito più difficile era quello di fare gli italiani. Per creare uno stato moderno e competitivo era indispensabile accrescere il livello culturale della popolazione che, fino ad allora, era sempre stato molto basso.

L’analfabetismo, soprattutto nelle campagne, era la condizione naturale del popolo e, dal medioevo all’Ottocento, i progressi nell’istruzione pubblica erano stati davvero modesti. Gli ultimi granduchi “illuminati” provarono a fare qualcosa in più, ma i risultati furono deludenti.

Per secoli l’educazione era rimasta in mano agli ecclesiastici, con l’Unità d’Italia però le cose erano cambiate. L’annessione di gran parte dei territori pontifici aveva creato una rottura tra casa Savoia e la Chiesa. Lo stato non era più disposto a lasciare in mano ai preti l’educazione dei propri cittadini. Se, fino ad allora, ci si era preoccupati di insegnare, prima di tutto, l’obbedienza a Dio, una nuova generazione di maestri stava nascendo per formare giovani sudditi disposti ad obbedire al nuovo sovrano.

Campiglia, nel 1861, era un paese in piena espansione economica e demografica. Dopo secoli di stagnazione, dovuta alle sfavorevoli condizioni ambientali, la mezzadria si stava finalmente diffondendo anche in Maremma. Un vero e proprio esercito di coloni era in arrivo da ogni parte della Toscana, per cercare fortuna in una terra di frontiera, la Val di Cornia, di cui il nostro comune era il capoluogo indiscusso.

Gli amministratori comunali campigliesi, consapevoli del duro compito che li attendeva, accogliendo le disposizioni che giungevano da Torino, dovettero rimboccarsi le maniche e mettere in piedi, alla svelta, un’istituzione scolastica che rispettasse le normative del nuovo stato. La legge in vigore all’epoca si occupava soprattutto di regolamentare l’insegnamento superiore e universitario, quello cioè che interessava i figli dei borghesi e delle classi più ricche e che, di fatto, escludeva la stragrande maggioranza della popolazione italiana. Se infatti, da un lato, si avvertiva la necessità di elevare il livello di istruzione popolare per far progredire il paese, dall’altro chi governava era anche consapevole del fatto che acculturare le masse contadine e operaie avrebbe potuto favorire la nascita di una “coscienza di classe”, presupposto di future rivendicazioni e lotte sociali. La soluzione stava dunque nel trovare un punto di equilibrio, che consisteva nell’istruire il popolo quel tanto che bastava a farlo uscire dall’analfabetismo puro. In poche parole, i figli dei contadini e degli operai dovevano limitarsi a imparare a leggere e scrivere, lasciando a quelli di buona famiglia il compito di compiere gli studi superiori, per prepararsi a diventare la classe dirigente del futuro.

Negli anni immediatamente precedenti all’Unità d’Italia, la situazione della scuola pubblica a Campiglia rimase più o meno la stessa del secolo precedente. I maestri pagati dalla Comunità erano diventati due e, nel 1858, alla tradizionale figura del prete-maestro era stato affiancato anche un laico, con l’incarico di secondo maestro. Si trattava di Michele Amici, un giovane di umili origini ma di brillante intelletto, destinato a lasciare un segno indelebile nella storia dell’insegnamento scolastico del nostro Comune.

Michele nacque a Campiglia il 7 dicembre 1829, da Ferdinando e Teresa Tremarelli. La famiglia paterna era originaria di Ancarano, una frazione del comune di Norcia che, all’epoca, faceva parte dello Stato Pontificio. Il padre, dopo aver lavorato come bracciante per guadagnarsi la giornata, decise di mettere a frutto le proprie conoscenze e, da buon “norcino”, si dedicò all’arte della macelleria, così come suo zio, Paolo Amici, che aveva un negozio di salumi a Campiglia. Nel tempo libero, Ferdinando coltivava la sua grande passione, la musica, strimpellando nella banda di Campiglia.

A Michele, unico figlio sopravvissuto del primo matrimonio, Ferdinando voleva dare la possibilità di continuare gli studi, forse su suggerimento del loro vicino di casa, il maestro privato Alessandro Casini, dal quale, molto probabilmente, il piccolo Michelangelo – questo era il vero nome dell’Amici – apprese i rudimenti dello scrivere e del far di conto. Dato che il bimbo prometteva bene, con l’aiuto del parroco, gli fu permesso di frequentare il corso di studi nel seminario diocesano di Massa Marittima, per perfezionare la sua preparazione culturale. A questo punto Michele era pronto per il ruolo di vicemaestro nella ancora rudimentale scuola elementare della Campiglia granducale e così, come detto, nel 1858, vi prese servizio.

Nel gennaio del 1860, in piena transizione tra il governo granducale e quello del neonato Regno d’Italia, Michele Amici venne riconfermato temporaneamente nel suo impiego di maestro. I preparativi per l’allestimento della nuova scuola fervevano e si cominciavano a cercare dei locali idonei per ospitare le aule. Il nuovo istituto scolastico, il Ginnasio, simile agli odierni istituti comprensivi, doveva garantire un corso di studi elementari e uno di studi superiori.

Intanto l’anno scolastico 1859/60 era terminato e, in estate, all’Amici fu comunicato che il posto di insegnante era ufficialmente vacante e che, se voleva, poteva presentare domanda di assunzione per la nuova scuola, partecipando al concorso pubblico. A dicembre fu eletto un comitato incaricato di sorvegliare l’attività scolastica, ne facevano parte Giovan Battista Maruzzi, che assunse la carica di presidente, don Giovanni Battista Morelli, don Carlo Fontana, il dott. Pietro Paolo Portelli, il dott. Carlo Tempesti e il dott. Francesco Fedi.

La legge prevedeva che in ogni comunità dello stato fosse presente una scuola elementare anche per le femmine e quindi si dovette istituire il posto di maestra, con uno stipendio di 600 lire all’anno. Si elesse poi il custode, incaricato di: «dare il cenno dell’ora delle lezioni con la campana… aprire lo stabilimento un poco avanti le ore scolastiche e chiuderlo terminate le lezioni… spazzare immancabilmente tre volte la settimana le scuole e tener puliti e forniti d’inchiostro i calamai…trovarsi nello stabilimento durante le lezioni per ricevere e adempiere quelle commissioni che per qualunque siasi causa potessero occorrere».

Nel 1861, la mancanza di un locale di proprietà del Comune, da destinare ad uso scolastico, cominciava a diventare un problema da risolvere al più presto. Per trovare una soluzione che permettesse di eliminare i tanti affitti che l’amministrazione era obbligata a pagare, si istituì una commissione incaricata di ricercare un luogo adatto per edificarvi un nuovo fabbricato e far valutare gli immobili comunali, per capire quanto se ne sarebbe potuto ricavare nel caso in cui si fosse deciso di venderli.

In questo clima di grande rinnovamento, Michele Amici rimaneva il vero punto fermo dell’istruzione elementare campigliese, l’unica persona sulla quale il Comune poteva sempre contare in ogni situazione.

Nell’estate del 1861, si decise di inviarlo alle “Conferenze”, svoltesi a Livorno dal 16 al 31 agosto, in rappresentanza del Comune, per ricevere le disposizioni del Ministero riguardo all’allestimento e alla gestione delle riformate scuole elementari. A novembre, il maestro Amici presentò un rendiconto dettagliato per mettere al corrente l’amministrazione comunale di tutte le cose necessarie. Dal confronto con i funzionari ministeriali e con gli altri delegati comunali, si capì subito che il Ginnasio e la scuola elementare di Campiglia non erano all’altezza del compito che avrebbero dovuto svolgere e quindi si proposero alcuni provvedimenti urgenti.

Nel gennaio del 1862, si cominciò ad affrontare seriamente il problema della riforma della scuola comunale, sia per il ginnasio che per le elementari. La disponibilità e lo zelo dell’Amici furono però malripagati: fu infatti licenziato, anche se solo momentaneamente e per motivi puramente burocratici. Il posto di maestro venne dichiarato vacante.

Attivare le riforme proposte dalla règia delegazione, per la parte che riguardava la scuola elementare, significava distinguere l’insegnamento in due gradi e affidarlo a due diversi maestri. Nell’anno scolastico in corso non si riuscì a mettere in pratica per intero il piano proposto, ma furono comunque stabiliti gli stipendi dei due maestri: 700 e 800 lire.

La nuova scuola elementare, di fatto, escludeva la figura del sacerdote-maestro. Questo cambiamento era stato digerito con grande difficoltà dalla Chiesa che, per secoli, aveva avuto il monopolio incontrastato dell’insegnamento pubblico. Per non essere completamente tagliati fuori dall’istruzione dei campigliesi, don Carlo Fontana e don Giovanni Battista Morelli si offrirono di tenere una scuola serale – a loro avviso «di grande utilità religiosa e civile» – per andare incontro alle esigenze dei molti giovani che «nel giorno sono obbligati ad attendere alle faccende rurali per procacciarsi di che vivere, per cui non possono intervenire all’istruzione che si dà nelle scuole comunali». I preti si resero disponibili a tenere tre lezioni alla settimana, di lettura, calligrafia e aritmetica, purché la comunità mettesse loro a disposizione un locale idoneo, i lumi e quant’altro fosse necessario al buon funzionamento della scuola. L’offerta fu accettata volentieri.

Un mese dopo, nel febbraio del 1862, il Comune istituiva ufficialmente la scuola elementare femminile. Facendo due conti, ci si accorse subito che il numero delle alunne sarebbe stato tale da rendere insufficiente una sola maestra e quindi fu previsto l’utilizzo anche di un’aiutante. La maestra delle bambine avrebbe dovuto far compiere esercizi di sillabazione, di lettura e di memoria, insegnando scrittura, grammatica italiana, storia d’Italia, geografia, scienze naturali, aritmetica applicata al nuovo sistema dei pesi e delle misure, senza tralasciare ovviamente l’insegnamento dei lavori e dei mestieri da donna e quello della religione e della storia sacra.

A maggio si deliberò per un aumento di stipendio ai due maestri elementari della scuola maschile, che per il momento però esistevano solo sulla carta, non essendo ancora stati nominati. Michele Amici, intanto, era ancora maestro provvisorio e rimaneva l’unico a portare avanti “sul campo” l’insegnamento elementare.

L’attesa per l’apertura della nuova scuola cresceva ogni giorno di più e il consiglio comunale ribadiva la «assoluta necessità che dette scuole siano attivate sollecitamente, al fine di provvedere questa popolazione dei mezzi opportuni per istruirsi».

In luglio fu indetto il concorso per l’assegnazione dei due posti vacanti di maestro, ma il bando andò deserto. Evidentemente Campiglia e la Maremma non erano luoghi molto ambiti dagli insegnanti del Regno, che preferivano andare ad esercitare la loro professione in località più sane ed in contesti meno difficili.

L’unica richiesta ad arrivare fu quella di Michele Amici, ma i responsabili comunali, anziché riconoscere finalmente i meriti e apprezzare la determinazione e la motivazione del maestro campigliese, respinsero la sua domanda, dichiarando ancora vacanti i due posti di maestro. Si ripubblicò l’avviso, prorogandolo di due mesi, mentre all’Amici fu concesso un bonus di 84 lire per frequentare un corso di aggiornamento alla scuola magistrale di Pisa.

Per i mesi di settembre e ottobre, il maestro provvisorio restò lui. L’inadeguatezza dei consiglieri comunali e dei membri della giunta emerse chiaramente quando si venne a sapere che la scuola magistrale di Pisa – dove si voleva spedire il maestro campigliese – in estate era chiusa.

Si decise allora di farlo partecipare nuovamente alle “Conferenze”, come l’anno precedente, mantenendogli il rimborso spese. Ormai però la situazione era chiara: nel caos generato dalla riforma scolastica, Michele Amici era l’unica persona in grado di garantire al Comune quel minimo di competenza tecnica che agli amministratori mancava, dimostrandosi al tempo stesso affidabile e disponibile in ogni occasione.

Eppure, nonostante tutto, si continuava a guardarlo con sospetto, snobbandolo e sminuendone la professionalità. L’Amici, da persona intelligente quale era, sapeva che nessuno è profeta in patria e aveva capito benissimo che i gretti e provinciali amministratori campigliesi non lo avrebbero preso veramente sul serio fino a quando non si fosse procurato quel foglio di carta che i “moderni” nuovi maestri dell’Italia Unita sbandieravano ad ogni vento. Pur avendo solo 32 anni, Michele Amici era infatti considerato un maestro alla vecchia maniera, un insegnante di campagna, un “pretaiolo” formatosi in seminario, molto diverso dai giovani e laicissimi maestri alla moda che gli amministratori campigliesi avrebbero assunto al volo.

L’Amici però non si dette per vinto e, dopo essere ritornato dalle Conferenze, a ottobre ci riprovò, presentando nuovamente domanda per uno dei due posti di maestro ancora vacanti. Il Comune questa volta non poté fare a meno di assumerlo ma, invece di assegnargli il posto più prestigioso di primo maestro, lo prese come secondo maestro.

Nel motivare questa decisione, il Comune ribadì ancora una volta il concetto che le autorità scolastiche volevano ad ogni costo «destinare al posto di primo maestro una persona che sia più in giorno di metodi che si praticano modernamente nelle scuole». Michele Amici, comunque, si assicurava uno stipendio di 840 lire.

Nel dicembre del ‘62 venne finalmente approvato il progetto di costruzione del fabbricato scolastico. Il luogo prescelto fu l’orto di Domenico Corsi, che si trovava dietro ai terreni della Confraternita della Misericordia. L’edificio avrebbe ospitato tutte le classi del ginnasio, con le elementari maschili e femminili e, in più, anche l’ufficio del gonfaloniere. Ma i soldi non c’erano e così fu chiesto un prestito di 40.000 lire al Monte dei Paschi di Siena.

Qualcosa però andò storto e il progetto rimase bloccato per diversi mesi. Se ne riparlò alla fine di ottobre del 1864, quando fu indetta la gara di appalto dei lavori, che avrebbero dovuto essere terminati in meno di due anni.

Intanto, al posto di primo maestro era stato assunto Giuseppe Ricci. La disponibilità dei preti campigliesi a gestire la scuola serale era durata poco e così l’amministrazione comunale aveva fatto pressione sui suoi due maestri, il Ricci e l’Amici, perché se ne occupassero loro, in cambio di una mancetta ridicola e quasi offensiva.

Anche se di malavoglia, per non attirarsi le antipatie dei consiglieri e rischiare il posto, i due accettarono. Sul finire del 1865 però, la sopportazione giunse al limite ed entrambi non poterono trattenersi dal presentare le loro rimostranze al Comune. Il Ricci, stanco di lavorare gratis, chiese di essere dispensato, adducendo problemi economici familiari, dichiarandosi però pronto a riprendere servizio qualora si fosse assegnata «anticipatamente una quota e conveniente retribuzione», aggiungendo, in tono polemico, che lo avevano spinto a questa decisione, non solo la «trista posizione economica di famiglia», quanto la «umiliante gratificazione» che era stato costretto a ricevere dal Comune nei due anni nei quali aveva tenuto lezioni serali.

L’Amici, come suo solito, fu più diplomatico e positivo, chiedendo però anche lui, seppur garbatamente, un aumento di stipendio: «fin dal primo di febbraio 1862, fui pregato di fare nell’inverno la scuola serale e nella estate la domenicale e, per aderire alle richieste governative e a quelle municipali, accettai di buon grado tal carica, alla quale per parte del nostro municipio si fece sperare una adeguata retribuzione. La detta scuola con piacere videsi fiorire, poiché nel primo anno accolse circa quaranta alunni e sessanta negli anni consecutivi, e a motivo de’ molti analfabeti si doverono fare due grandi classi e dare a vicenda tre lezioni per settimana, non rimanendo in tal guisa vacante al maestro neppure il giovedì. Per tuttociò, siccome gli uomini non sono di ferro, il sottoscritto dové licenziare alcune lezioni private, le quali in complesso non gli rendeano annualmente meno di lire 250 ed ora la gratificazione, sì governativa che municipale, che fugli regalata fin qui in compenso di sua fatica è molto al di sotto della cifra numerica che egli può raggiungere colle sue private lezioni. D’altra parte nelle attuali circostanze è noto a tutti il rincaro dei viveri, il rialzamento delle imposte sopra gli stipendi, è noto pure che un maestro pubblico per riscuotere stima e affetto deve vivere con giusto decoro. Per le quali cose, fidente nel senno di codesto rispettabilissimo Consiglio municipale, l’esponente si fa ardito d’avanzare la presente istanza, affinché meditati gli esposti motivi, voglia venire nella determinazione di fissare, anche per la scuola serale, un’annua retribuzione o prendere altre misure che creda atte a raggiungere lo scopo che sopra».

Le speranze dei due maestri rimasero disattese e, nell’aprile del 1866, fu approvato un regolamento ufficiale per le scuole del Comune di Campiglia, il cui scopo principale era quello di far risparmiare le casse comunali. Furono aboliti gli articoli riguardanti le scuole serali per le femmine e quello con il quale si permetteva agli insegnanti di chiedere un aumento di stipendio annuo al Comune in base allo «zelante e non interrotto servizio prestato».

L’abolizione delle scuole serali per le bambine fu motivato dicendo che non si poteva pretendere che i genitori accompagnassero le fanciulle, essendo a quell’ora stanchi delle fatiche del giorno, e nemmeno si poteva pensare che, a buio, le bambine vi si recassero da sole. Fu aggiunto invece un articolo che prevedeva la possibilità da parte del soprintendente scolastico, oltre a suggerire lodi e ricompense per gli insegnanti meritevoli, di ammonire e proporre la sospensione di chi fosse mancato dal lavoro una o più volte.

Per la scuola elementare femminile era stata assunta in un primo tempo la maestra Minerva Sabatelli, alla quale faceva da vice la sorella. Al suo posto poi subentrò Maria Granci, mentre per seconda maestra fu incaricata la giovane campigliese Emilia Forasassi, benché momentaneamente sprovvista della patente di insegnante elementare.

In una società altamente maschilista, l’insegnamento impartito alle bambine era considerato un argomento molto delicato. Le maestre incaricate di svolgere questo compito dovevano quindi dimostrare alla comunità – ma soprattutto ad un’élite perbenista ed ipocrita, pronta a giudicarle in qualsiasi momento – di possedere quella grande integrità morale che gli avrebbe permesso di trasmettere alle alunne i valori fondamentali della società dell’epoca.

Proprio perché in grado di influenzare, nel bene o nel male, il comportamento di una generazione di future donne, le maestre erano viste con sospetto ed il loro operato sottoposto a continuo controllo da parte delle autorità scolastiche. La maestra, come tutte le donne istruite, specialmente se nubile e autonoma, faceva paura ed era per questo la vittima predestinata di pregiudizi e cattiverie.

È quello che successe alla maestra Maria Granci. Il 21 ottobre 1867, il consiglio comunale si riunì per decidere sul suo licenziamento. La Granci, per evitare di essere umiliata di fronte ai rappresentanti della comunità, si dette malata. Il soprintendente, con tono solenne e severo, propose «in prima ammonirsi, susseguentemente licenziarsi la maestra signora Granci» dato che «i consigli e gli indirizzi dati alla maestra superiore, per tutto ciò che ha relazione alla disciplina, al progresso morale e materiale dell’insegnamento, tornano spregiati». Per avvalorare il ragionamento venne data lettura della recente circolare ministeriale, dove si affermava, con grande enfasi retorica, che: «l’ufficio principale del maestro non è tanto l’istruire quanto l’educare, ossia non tanto il diminuire il numero degli illetterati quanto l’accrescere quello dei cittadini onesti in sé e per gli altri, laboriosi a pro della famiglia, utili alla patria comune». La citazione, in un crescendo di moralismo, terminava sentenziando che «il mezzo principale per ottenere questo nobile intento è l’esempio, poiché niuna scuola gioverà pel riposato ed utile vivere civile dove il maestro o la maestra non sia lo specchio nel quale possa mirare l’allievo o l’allieva studiando in ogni modo d’imitarne le virtù».
Per tutti questi motivi la maestra Granci fu dichiarata decaduta dal suo impiego.

Non sappiamo cosa avesse combinato di così grave la povera maestra, ma il dubbio che si sia trattato di un attacco dovuto ad antipatie personali e pregiudizi resta; anche perché, quattro mesi dopo, i genitori delle sue alunne presentarono una petizione, con 68 firme, per chiedere la riassunzione della Granci: «i sottoscritti genitori delle alunne del corso superiore di queste scuole elementari femminili, avendo saputo che quest’onorevole giunta licenziò la maestra di detto corso, signora Maria Granci, non possono tralasciare di esternare la loro dispiacenza, essendosi le loro bambine ad essa affezionate siccome figlie e per la sua amorevolezza nel correggerle e dirigerle e per la sua facilità ed affabilità nell’istruirle».

La petizione non ebbe alcun esito e, al posto della “scandalosa” Granci, nel marzo del ‘68 fu assunta come supplente la più rassicurante maestra Paolina Fedi, destinata ad una brillante e lunga carriera nella scuola campigliese.

Nel frattempo Michele Amici, dopo anni di gavetta, era riuscito finalmente a guadagnarsi la stima incondizionata dei suoi compaesani. Nell’agosto del ‘67, aveva partecipato al concorso per ottenere il posto di maestro superiore e insegnare così agli alunni più grandi delle ultime classi. La domanda, corredata di tutti i titoli in suo possesso e scritta con una calligrafia ineccepibile, si concludeva con un accorato appello: «se l’avere adempito per nove anni consecutivi l’ufficio di maestro in queste pubbliche scuole municipali… se l’aver ferma salute, congiunta a fermissima volontà di consacrare tutte le sue forze ad istruire la crescente gioventù e a dirozzare il popolo, e il bisogno di trarre dalle sue fatiche un onesto campamento per sé e per la sua amata famiglia, sono argomenti pur degni di qualche considerazione e benigno riguardo, il ricorrente osa sperare che gli uomini egregi onde si compone cotesto consiglio comunale vorranno benignamente accogliere la sua domanda e promuoverlo al posto desiderato». Questa volta la decisione fu unanime e l’Amici ottenne, meritatamente, quel riconoscimento che per troppo tempo gli era stato negato.

Nel rapporto presentato dal soprintendente per l’anno scolastico 1866/67, si faceva il punto della situazione: «le scuole, tranne le domenicali che hanno dato un resultato scoraggiante, sono state frequentate da numeroso concorso di alunni. Le serali di ambo i gradi sono state frequentate da circa 100 alunni, nei quali si osservò una diligenza ed attenzione non comune, riportando nell’insegnamento vantaggi non dubbi».

Ma il dato più importante che emergeva dal resoconto era che i maestri delle classi superiori avevano fallito e che i loro alunni, sia maschi che femmine, «non hanno fatto bella prova di sé, sia per diligenza sia per la frequenza alla scuola e negli esperimenti mensili hanno dato segno non dubitato di pochissimo profitto».

Nelle classi inferiori invece, e in particolare in quella maschile, dove insegnava Michele Amici, «i vantaggi verificatisi sono stati assai superiori, sebbene il maestro si trovasse ad avere quotidianamente un numero superiore alle forze di un solo insegnante». All’Amici vennero quindi tributati finalmente «i meritati elogi», riconoscendone «la attitudine e la capacità non comune».

Nel dicembre del 1867, il posto di maestro delle classi inferiori, vacante dopo la promozione di Michele Amici, venne assegnato ad un altro maestro destinato a segnare un’epoca nella scuola elementare campigliese, dove lavorerà per 25 anni. Stiamo parlando del ventinovenne lombardo Carlo Ricci, originario di Crema e domiciliato a Treviglio, dotato di abilità calligrafiche così straordinarie da far sembrare la sua domanda di assunzione un vero e proprio capolavoro.

Il Ricci si rivelò subito un insegnante all’altezza della situazione. La coppia Amici-Ricci funzionava e l’insegnamento elementare maschile a Campiglia cominciava finalmente a dare i primi veri risultati positivi.

Le iscrizioni aumentavano continuamente e c’era bisogno di un aiuto-maestro, che venne selezionato nella primavera del ‘69 tra quattro giovani aspiranti, sottoposti ad esame dai due maestri campigliesi. Materie della prova scritta furono: composizione, grammatica, calligrafia e aritmetica; per l’orale invece: lettura, grammatica e aritmetica. Il tema per la composizione fu: “descrizione della bella ed ammirabile processione del Venerdì Santo in Campiglia Marittima”. Uno dei candidati lo svolse così: «la bella ed ammirabile processione che è solita farsi ogni anno, alle ore 8 da sera, rappresenta rinnovare la trasportazione di nostro Sig. Gesù Cristo al sepolcro. Grande illuminazione; già sono illuminate le vie di dove deve passare…»

Alla fine, ad aggiudicarsi il posto di aiutante della scuola inferiore fu il quindicenne campigliese Antonio Ricci che, nonostante l’omonimia, non era parente del maestro Carlo Ricci. Il ragazzo era invece figlio dell’ex maestro Giuseppe Ricci, uno degli insegnanti accusati dall’amministrazione comunale di scarso rendimento e costretto a dare le dimissioni nel maggio del ‘67, ufficialmente per motivi familiari.

Se la scuola maschile non dava più problemi, la stessa cosa non poteva dirsi per quella femminile. Nell’autunno del 1869 si dovette ammettere che «l’istruzione non si diffonde quanto è necessario e desiderabile né in ragione dei sacrifizi che sopporta il Comune».

Le cause di questa situazione negativa erano molteplici e si faceva di tutto per cercare di individuare quelle principali. Alla fine della discussione, le colpe ricaddero, come sempre, sugli insegnanti: «inteso che la maestra di primo grado inferiore conduce malamente la sua scuola, che lascia poche speranze di cambiare condotta, che non si è mai provvista di diploma nonostante i ripetuti richiami» fu deciso di dare un’ultima possibilità ad Emilia Forasassi, la quale però, non riuscendo neanche questa volta a conseguire il diploma, a dicembre venne definitivamente retrocessa ad aiuto-maestra, ruolo che avrebbe mantenuto ancora per molti anni.

Le ristrettezze economiche con le quali il Comune doveva fare i conti indussero ad una politica di austerità. Il prestito bancario contratto per costruire l’edificio scolastico rappresentava un grosso impegno finanziario. Se poi vi si aggiunge il fatto che il sistema scolastico era già, di per sé, una delle voci più gravose nel bilancio, pur riconoscendone la grande importanza, si imponeva una certa oculatezza.

A farne le spese erano, in genere, i soggetti meno tutelati, ovvero i maestri e i custodi, mentre gli stipendi dei funzionari, specialmente se rapportati al loro reale impegno lavorativo, erano piuttosto consistenti. Nel dicembre del ‘67, la bidella della scuola femminile, Angiola Lombardi, chiese un aumento di salario perché «a causa del servizio al quale è obbligata non può attendere ad altra industria, giacché per dieci mesi consecutivi, da mattina a sera, deve stare nel locale comunale delle scuole a disposizione delle signore maestre», facendo presente che «col solo stipendio di centesimi 42 al giorno non può viverci». La sua domanda venne respinta.

I maestri erano costretti ad acquistare di tasca loro il materiale necessario per lo svolgimento delle lezioni, sperando poi di essere rimborsati per intero dal Comune. Oltretutto le richieste degli insegnanti non erano sempre accolte dall’amministrazione comunale, neanche quando riguardavano l’acquisto di materiali di assoluta necessità.

Nel ‘69 una maestra chiese due lavagne, ma il Comune deliberò di acquistarne una sola «per non procurare inutili spese». Venuto a sapere di questa concessione fatta alla scuola femminile, Michele Amici colse la palla al balzo per chiedere subito una «pietra nera» anche per i suoi alunni, aggiungendo però che sarebbe stato ugualmente utile far modificare alcune panche «giacché molti allievi, a causa della troppa elevatezza dei piani o troppa bassezza dei sedili delle dette panche, non possono scrivere se non stando in piedi».

Negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, gli alunni della scuola elementare di Campiglia erano in gran parte i figli dei residenti del paese. Quelli dei contadini, che abitavano nelle campagne, erano ancora latitanti, nonostante la scuola fosse di fatto obbligatoria. Le difficoltà di spostamento, la necessità di impiegare i bambini nei lavori agricoli e domestici e la convinzione che lo studio fosse qualcosa di cui si poteva fare a meno, rappresentavano le cause principali della mancata frequenza scolastica.

In paese invece, il fermento patriottico-culturale, sviluppatosi durante il Risorgimento, aveva contribuito in qualche modo a stimolare le menti anche delle classi medio-basse, creando quel substrato di curiosità e quel desiderio di miglioramento sociale per i propri figli che costituì il vero motore trainante della scuola nell’Italia Unita.

Ma com’era la scuola elementare dell’Ottocento? In che cosa era simile o differente a quella di oggi?

Cominciamo dalle mura. Già all’epoca si sapeva bene che le aule scolastiche avrebbero dovuto essere spaziose, luminose, imbiancate, ben riscaldate d’inverno e arieggiate nei mesi più caldi. Trovare dei locali in affitto con queste caratteristiche era però molto difficile per i piccoli comuni, per non dire quasi impossibile.

L’unico modo per poter disporre di aule con tutti i requisiti era quello di costruire da zero il nuovo edificio scolastico. A Campiglia, come abbiamo visto, questo fu possibile quasi subito, nelle frazioni invece si dovette aspettare ancora per molti anni. Nell’attesa, i bambini che risiedevano fuori dal paese furono costretti a fare scuola in locali di fortuna e in condizioni igieniche precarie.

In stanze piccole e buie potevano essere stipati decine e decine di alunni, di età diverse: dai 6 anni fino ai 12 anni e più. Queste enormi classi uniche, con bambini e adolescenti insieme, oltre a rendere più difficoltoso l’insegnamento, creavano continue occasioni per violenze e prevaricazioni da parte dei più grandi nei confronti dei più piccoli.

Nonostante il maestro o la maestra fossero considerati vere e proprie autorità – al pari del sindaco, del parroco, del medico e del maresciallo dei Carabinieri – mantenere l’ordine e la disciplina all’interno della classe non era sempre facile, a causa dell’eccessiva esuberanza di alcuni soggetti.

Lo scolaro doveva presentarsi in classe in orario e questo, per alcuni, voleva dire alzarsi molto presto alla mattina, considerato che il tragitto da percorrere a piedi per recarsi a scuola poteva durare anche un’ora o più.

Gli abiti e le scarpe dovevano essere in ordine e puliti, così come il viso, le mani, le unghie, le orecchie e i capelli, che i maestri raccomandavano di tagliare più corti possibile, per evitare il moltiplicarsi dei pidocchi, all’epoca talmente diffusi da rappresentare più la regola che l’eccezione. Poteva però accadere che qualcuno degli alunni più poveri, nelle scuole rurali e nei mesi caldi, si presentasse scalzo; in quel caso l’insegnante chiudeva un occhio e lo ammetteva ugualmente alla lezione.

In paese le classi erano rigorosamente divise tra maschi e femmine, mentre le scuole rurali di solito erano miste. Le classi maschili e quelle miste potevano avere indifferentemente un maestro o una maestra, mentre le classi femminili erano sempre ed esclusivamente assegnate ad insegnanti donne.

Dal 1861, il percorso scolastico delle elementari si articolò in due cicli di studi, quello inferiore obbligatorio, formato dalla prima e dalla seconda classe, e quello superiore facoltativo, con la terza e la quarta classe. Nel 1877, le classi diventarono cinque, aggiungendone una al ciclo inferiore. Nel 1904 ci fu un’altra importante modifica: per i ripetenti che non riuscivano a concludere il ciclo di studi nei tempi normali, l’obbligo scolastico permaneva fino al compimento dei dodici anni. In più venne istituita una sesta classe per chi, pur non proseguendo gli studi dopo le elementari, desiderava perfezionare il livello di istruzione. Nel 1923, il governo fascista rese obbligatoria anche la quinta classe, innalzando il limite di età a 14 anni.

L’orario poteva variare da luogo a luogo ma, normalmente, le lezioni si tenevano durante la mattinata e duravano fino all’ora di pranzo, con un intervallo centrale che serviva da “ricreazione”. Di domenica e per le feste non si andava a scuola e, per molti anni, fu considerato giorno festivo anche il giovedì.

Nelle aule, il punto di riferimento era la cattedra, che in genere si trovava sopra una pedana rialzata detta “predella”. La posizione sopraelevata permetteva all’insegnante di controllare meglio tutti gli alunni e contribuiva ad incutere un certo timore. Sopra alla cattedra c’era il temutissimo e, da alcuni, molto odiato registro di classe, dove venivano annotate le assenze e i voti dei compiti e delle interrogazioni. Poi c’erano il calamaio con il portapenna ed il tampone per asciugare l’inchiostro. Altri due elementi fondamentali erano il campanello, usato per richiamare gli alunni all’ordine, e la bacchetta che l’insegnante utilizzava per indicare sulla lavagna o sui cartelloni didattici appesi alle pareti e che, qualche volta, veniva anche picchiata sulle mani o sul sedere dei più indisciplinati o somari. Le maestre raffinate e romantiche tenevano sulla cattedra anche un vasetto pieno d’acqua, per contenere i fiori di campo che i ragazzi raccoglievano per regalarli alle loro insegnanti e che servivano, oltre ad abbellire l’aula, anche a renderla profumata.

I banchi dei bambini erano in genere a due posti, con il piano superiore leggermente inclinato, per favorire la scrittura, e un buco per contenere il calamaio, molto più rudimentale di quello dell’insegnante.

I pennini – ovvero i bastoncini in legno con la punta intercambiabile di metallo che, inzuppati nell’inchiostro, erano utilizzati per scrivere – venivano appoggiati in un apposita scanalatura, in genere situata nella parte alta del banco, o nell’astuccio di legno. Sotto al banco c’era un altro ripiano per appoggiare la cartella, i libri, i quaderni e l’importantissima “merenda” che in realtà, vista l’ora mattutina, era più una seconda colazione, anche se per alcuni quello rimaneva l’unico pasto fino alla sera a cena.

Se la scrittura con la matita non comportava particolari problemi, scrivere con il pennino invece, almeno fino a quando non si era fatto molta pratica, era una vera impresa. Bisognava stare attenti che non si spuntasse e dosare l’inchiostro era la difficoltà principale. Appena inzuppato si correva il rischio di farlo cadere o di metterne troppo sul foglio, macchiandolo, mentre quando si arrivava alla fine della frase ne rimaneva poco e il tratto si faceva sbiadito.

Per asciugare l’inchiostro i bambini non avevano un tampone, come la maestra, ma utilizzavano una carta assorbente, la “cartasuga”, altrettanto efficace, ma che però non impediva loro di impiastricciarsi le mani, macchiando tutto quello che toccavano.

I calamai sui banchi, tenuti sempre pieni dai bidelli, erano spesso causa di piccoli disastri, più o meno volontari. Ai maschietti poteva capitare di soffiarci dentro, per far volare qualche gocciolina di inchiostro in faccia al compagno più antipatico. Le femminucce dalle lunghe trecce invece erano sempre a rischio di intingerle per sbaglio nel calamaio della compagna seduta dietro, trasformando la ciocca di capelli in un pennello, pronto a dipingere il vestito di chi le stava accanto ad ogni movimento del capo.

Nell’armadietto, l’insegnante teneva il materiale didattico a disposizione della classe, che variava in base al livello di ricchezza della scuola. Nelle scuole più grandi e meglio fornite, si potevano trovare alfabetieri mobili, pallottolieri e tanti altri strumenti per facilitare ai ragazzi la comprensione di quello che veniva loro spiegato. Nelle scuole più povere ci si doveva accontentare di qualche carta geografica o tematica appesa al muro, insieme al crocifisso e al ritratto del re e, nel periodo fascista, del duce.

L’altro spauracchio degli alunni era la lavagna, dove si veniva chiamati per essere interrogati, scrivere frasi o risolvere problemi matematici di fronte a tutta la classe. La lavagna poteva essere a muro oppure girevole, tenuta in piedi da un supporto, con un lato a righe e uno a quadretti. In questo caso si correva il rischio di finirci dietro in castigo, come punizione per qualche marachella commessa.

Temutissima era la visita del direttore o dell’ispettore scolastico che, in ogni momento, poteva presentarsi in classe per controllare la tenuta dei quaderni e interrogare i ragazzi. I più bravi comunque non avevano nulla da temere e, anzi, tutto da guadagnare, magari anche una bella medaglia col nastrino tricolore da portare a casa e mostrare con orgoglio ai genitori. Per gli impreparati invece una nota di demerito con sgridata, prima del funzionario, poi del maestro e, infine, anche dei genitori, accompagnata talvolta da insulti e da qualche “pattone”.

Come abbiamo visto, a Campiglia i soldi scarseggiavano, mentre le voci di bilancio relative all’istruzione pubblica comunale erano in costante e vertiginoso aumento. Le due frazioni di San Vincenzo e Venturina, in continua espansione, necessitavano urgentemente di un proprio servizio scolastico. A San Vincenzo, inizialmente molto più popolata di Venturina, una piccola scuola venne allestita fin da subito, essendo impensabile, a causa dell’eccessiva distanza, obbligare gli alunni sanvincenzini a recarsi ogni giorno a Campiglia per frequentare la scuola.

Negli anni Sessanta dell’Ottocento, gli abitanti di San Vincenzo erano già sul piede di guerra per altre questioni e il Comune di Campiglia, per non dare ulteriori pretesti al partito dei “secessionisti” – che non perdeva occasione per minacciare l’indipendenza della marina dal municipio campigliese – nel ‘66 aprì la scuola elementare maschile, con uno stanziamento di 400 lire all’anno per la paga del maestro. Fu nominato insegnante titolare Leopoldo Beldrotti, confermato anche negli anni seguenti, nonostante le ripetute e inutili richieste d’aumento di stipendio.

Nel 1870, i sanvincenzini chiesero anche una scuola femminile, ma il Comune, questa volta, non acconsentì, rispondendo che aveva già fatto abbastanza a istituire quella maschile e che per l’amministrazione non esistevano obblighi in tal senso, avendo il centro abitato di San Vincenzo una popolazione inferiore ai 200 abitanti.

La rabbia dei sanvincenzini fu placata proponendo un compromesso, che prevedeva la trasformazione della scuola maschile in scuola mista. La proposta fu accettata e la scuola mista venne subito istituita, nominando come insegnante titolare la signorina Marietta Carniti di Crema. L’ex maestro Beldrotti, non contento di aver perso il posto, intraprese una causa contro il Comune, per reclamare quanto ancora dovutogli. La vertenza terminò con un accordo amichevole tra le parti e il Beldrotti, alla fine, si accontentò di intascare 200 lire invece delle 375 chieste inizialmente.

Nel 1885, alla Carniti subentrò la maestra Assunta Giovannetti. L’anno seguente, suo fratello Agostino, falegname, eseguì i lavori di restauro ai mobili della scuola.

Gli spazi non bastavano più e il Comune pensò di fare un investimento per acquistare un edificio da destinare ad uso scolastico, come abitazione per le insegnanti, per il medico condotto e per l’ufficiale di stato civile. La scelta ricadde su un fabbricato di proprietà di Domenico Lambardi.

La trattativa però non procedeva bene e così il comune, alla fine del 1887, si orientò sulla costruzione di un nuovo edificio. Nel gennaio del 1888, l’assessore Spagnoli si recò a San Vincenzo per effettuare un sopralluogo del terreno sul quale doveva essere costruito il casamento scolastico.

La popolazione cresceva a vista d’occhio e, nel giugno del ‘90, dato che nella scuola mista gli alunni erano diventati oltre settanta – su una popolazione di 900 abitanti – fu necessario sdoppiare la classe mista in due classi, una maschile e l’altra femminile.

Il progetto di costruzione della nuova scuola non procedeva e così, il primo settembre, il sindaco, disperato, fu costretto a recarsi dal viceparroco di San Vincenzo, per capire se esisteva la possibilità di destinare una porzione dell’edificio parrocchiale ad uso di scuola e per conoscere le eventuali richieste economiche del sacerdote. La cosa però risultò subito impraticabile, dato che la canonica non sembrava poter essere suddivisa convenientemente e senza una rilevante spesa.

Gli amministratori campigliesi si resero quindi conto che l’unica strada realmente percorribile era quella di acquistare l’edificio Lambardi, costruito nel 1774 e in precedenza adibito a cantiere e dogana. L’affare venne concluso il 16 ottobre 1890, al prezzo di diecimila lire ma, nonostante le pressanti richieste dell’ingegner Lambardi, che voleva stringere a tutti i costi, il Comune prese ancora del tempo e non firmò subito il compromesso, non avendo ancora ricevuto dal provveditorato agli studi la necessaria autorizzazione.

Nel 1892, il Ministero approvò l’acquisto, ma il progetto di ristrutturazione preparato dall’ingegner Attilio Bandiera venne rimandato indietro con alcune osservazioni. Fu prescritto di costruire una scala, raddoppiare il numero delle latrine dando ad esse abbondante ventilazione per mezzo di ampie aperture da praticarsi nelle pareti esterne, coprire con una tettoia il passaggio dalla scuola ai bagni e migliorare la luminosità delle aule.

A questo punto il Comune era deciso a far presto ma, proprio quando la faccenda sembrava essere risolta, il Lambardi perse la pazienza e fece causa al Comune di Campiglia, per reclamare duemila lire di interessi.

Nel ‘94 i lavori finalmente partirono e fu indetta la gara d’appalto. Il muratore Mariano Caporioni e il falegname Giuseppe Andreoni si aggiudicarono l’opera e, nel 1895, portarono a termine gli interventi previsti dal progetto. Alla fine dell’anno, i maestri Ferdinando Bianchi ed Emma Corti Brunini poterono finalmente trasferirsi nei due appartamenti in affitto, a loro destinati, nella nuova scuola di San Vincenzo.

Intanto, nella scuola di Campiglia, gli anni ‘70 e ‘80 erano trascorsi abbastanza tranquillamente. Michele Amici, Carlo Ricci, Paolina Fedi e Marianna Carniti avevano istruito centinatia di bambini e bambine, senza incontrare particolari problemi, a parte il cronico e sempre crescente sovraffollamento delle classi – che rendeva di fatto impossibile lo svolgimento integrale dei programmi governativi – accentuatosi particolarmente dal finire degli anni Ottanta.

Nonostante le aule straripanti, la scuola del capoluogo aveva raggiunto quell’equilibrio che le era mancato in passato e l’attività scolastica cominciava a diventare anche piacevole. Ogni anno, grazie soprattutto all’impegno e alla volontà dell’Amici, la cerimonia della distribuzione dei premi agli alunni più meritevoli si trasformava in uno spettacolo, messo in scena al teatro di Campiglia con i testi del maestro.

L’Amici aveva infatti la passione per la scrittura. Superati i quarant’anni, l’ambiente provinciale di Campiglia cominciava a stargli stretto. La ripetitività del suo lavoro e le rare soddisfazioni che gli procurava lo spinsero a cimentarsi in un’impresa più gratificante. Decise così di provare a pubblicare dei libri che potessero essere letti non solo dai suoi alunni ma anche da quelli del resto d’Italia. Non gli fu difficile trovare un editore e, alla fine, la scelta ricadde su Paravia, con il quale aveva già avuto rapporti di lavoro, essendo la casa editrice che forniva i libri di testo anche alla scuola campigliese.

Nel 1873 pubblicò i “Dialoghi per le scuole elementari superiori”. Il libro si articolava in dodici capitoli, ognuno dedicato ad un argomento scientifico o pedagogico. Il testo era scritto sotto forma di dialogo e i protagonisti erano gli scolari campigliesi. Anziché esprimersi nella loro lingua natale, il dialetto della Val di Cornia, i personaggi sono fatti parlare dall’autore con l’italiano letterario dell’epoca. L’artificiosità di quest’operazione di ripulitura linguistica, che oggi potrebbe sembrare un’inutile e talvolta ridicola forzatura, era assolutamente normale nel periodo in cui è ambientato il libro, dato che uno degli obbiettivi dell’insegnamento scolastico era proprio quello di estirpare l’uso dei dialetti locali a vantaggio di una lingua nazionale in grado di favorire il difficile processo di unificazione culturale del paese.

L’Amici, nei “Dialoghi”, usando nomi di fantasia, prendeva spunto dalla sua grande esperienza per mettere in scena i pregi e i difetti dei suoi alunni. Alcuni dei dialoghi pubblicati furono sicuramente utilizzati durante la distribuzione dei premi a Campiglia. Il 15 ottobre 1871, al teatro dei Concordi, andò in scena: “L’istruzione è vera ricchezza”, un testo scritto dall’Amici per contrastare il luogo comune secondo il quale lo studio non sarebbe stato salutare, in quanto rendeva il corpo debole, oltre ad essere anche inutile, dato che i poveri non potevano aspirare a far carriera. L’anno seguente fu rappresentato “L’astratto”, una benevola presa in giro nei confronti di Asdrubale Toccafondi, un immaginario bambino piombinese con la testa fra le nuvole. In “Un pregiudizio del volgo” invece si prendeva di mira la superstizione, molto diffusa all’epoca, secondo la quale le cose cominciate di venerdì andavano sempre a finire male.

Tre anni dopo l’uscita dei “Dialoghi”, nel 1876, Michele Amici pubblicò un secondo libro di conversazioni, per poi uscire, nel 1879, con un altro lavoro, questa volta di tipo geografico, dal titolo “Geografia per l’Italia e viaggi per le strade ferrate”, una guida turistica «con brevi cenni storici sui luoghi di maggiore importanza ad uso delle scuole italiane e del popolo».

Le medaglie per i “benemeriti della popolare istruzione”, introdotte nel 1866, furono uno degli strumenti utilizzati in Italia, all’indomani dell’unificazione, per combattere l’analfabetismo. La benemerenza era conferita dal Ministero annualmente – sotto forma di medaglia d’argento, bronzo o menzione onorevole – agli insegnanti elementari più meritevoli di ciascuna provincia del Regno. Nella scelta dei maestri da premiare, si teneva conto soprattutto del numero degli alunni e del grado di istruzione raggiunto, oltre all’anzianità di servizio e altri meriti speciali. Importanti titoli di merito erano l’insegnamento nelle scuole serali e festive per gli adulti – soprattutto se riguardante anche nozioni di agricoltura – e la frequenza e il profitto degli alunni.

Michele Amici possedeva tutti questi requisiti e infatti fu uno dei maestri insigniti dell’importante riconoscimento. Il 15 giugno 1872, gli fu conferita la medaglia di bronzo e, nove anni dopo, il 25 ottobre 1881, una seconda medaglia, sempre di bronzo. Quest’ultima medaglia però avrebbe dovuto essere d’argento, non potendosi concedere per due volte onoreficenze dello stesso grado. A chi lo esortava ad avviare le pratiche per la rettifica, Michele Amici rispondeva sorridendo che per lui era più che sufficiente la lode dell’autorità scolastica e che poco gli importava se la medaglia era di bronzo o d’argento.

Fuori dall’orario lavorativo, il maestro Amici si dedicava all’altra sua grande passione, la Confraternita di Misericordia di Campiglia. Ne riordinò la contabilità, suggerì modifiche allo statuto adeguandolo ai tempi, acquistò medicinali e soprattutto chinino, dispose per un armadio farmaceutico dove i poveri potessero prendere quel che loro occorreva, riorganizzò il servizio funebre, acquistò una nuova carrozza-lettiga, dotò la confraternita di nuove barelle e, ovviamente, fece scuola ai volontari. La guidò ufficialmente fino al marzo 1891, ma la malattia ormai gli impediva ogni attività.

La prova che l’anziano maestro fu caro a moltissimi ed ebbe come nemici «sol quelli cui fece ombra ed ostacolo ed invidia» si ebbe in occasione del suo lungo calvario, durante il quale molti campigliesi e tanti ragazzi lo assistettero con grande amore.

Quando, il 12 agosto, giunse la sua ora, il popolo gli tributò l’omaggio di un funerale tanto partecipato da rimanere a lungo nella memoria cittadina. Sul feretro furono pronunciati molti discorsi, tra i quali spiccarono quelli del maestro Carlo Ricci e dei due giovani Luigi Mussio e Annibale Fusi, freschi di studi classici ed entrambi suoi ex alunni.

Macedonio Benucci, assessore alla pubblica istruzione e soprintendente delle scuole municipali, volle ricordare Michele Amici anche in consiglio comunale, proponendo che il Comune provvedesse alle spese per l’educazione del figlio del defunto maestro e alla pubblicazione di un libro di lettura per le classi superiori, che il povero Amici aveva lasciato inedito.

Il manoscritto era stato premiato alla Gara Pedagogica tenutasi a Caserta nel settembre del 1890. Il maestro Antonio Ricci, che evidentemente aveva avuto occasione di leggerlo, ce lo descrive così: «è un lavoro pregevole sotto tutti i rapporti; è il risultato di uno studio paziente e faticoso e di una lunga esperienza della scuola. In esso l’autore ha dimostrato un’erudizione profonda della nuova pedagogia; è scritto secondo le norme della didattica moderna, nulla vi è tralasciato e l’insegnamento occasionale ha il suo più ampio sviluppo. Ha per titolo “Buon volere” e vi sono ampiamente svolte le materie d’insegnamento della quarta e quinta classe secondo i recenti programmi. È scritto con quella lingua castigata che tanto faceva onore all’Amici, il quale in tutti i suoi lavori, tanto educativi che drammatici, non peccò mai contro la purezza della toscana favella ed ebbe per ciò le lodi meritate da illustri letterati tuttora viventi. Lo stile è facile, piano, adatto alla intelligenza dei ragazzi e conserva sempre una certa eleganza che forma il pregio principale del libro. Io, che ho un po’ di pratica della scuola elementare e so quanti libracci sono stati stampati e si stampano in lingua barbarica, e che per ingorda speculazione vanno in giro per le scuole, dico francamente – e con ciò rendo omaggio alla memoria dell’autore che mi fu maestro e collega amatissimo – che un libro fatto bene come quello dell’Amici non è stato ancora pubblicato e sarà di grande utilità a tutte le scuole del Regno».

Di quest’ultimo lavoro dell’Amici, che avrebbe dovuto essere pubblicato postumo, non esiste più traccia e questo fa pensare che il libro non vide mai la luce, nonostante la proposta di Benucci fosse stata, almeno in un primo tempo, accolta favorevolmente dal consiglio comunale. Probabilmente, una volta cessata l’onda emotiva dovuta alla scomparsa del benemerito maestro, gli amministratori campigliesi pensarono bene di impiegare in altro modo i soldi che avrebbero dovuto spendere per la pubblicazione.

L’inizio degli anni ‘90 fu un periodo cruciale nella storia dell’istruzione elementare del nostro comune. Nel 1891, come abbiamo visto, se ne era andato il protagonista assoluto del primo trentennio di vita della scuola campigliese nell’Italia unita. Nello stesso anno veniva istituita ufficialmente la scuola rurale di Venturina, mentre nell’altra frazione, San Vincenzo, il Comune stava perfezionando l’acquisto dell’edificio che avrebbe ospitato la scuola elementare di quel paese. Con la morte del maestro Carlo Ricci, avvenuta il 24 aprile 1892, per Campiglia si chiudeva ufficialmente l’era dei maestri pionieri, ai quali subentrava una nuova generazione di insegnanti.

Da una statistica effettuata nell’anno scolastico 1901/02 si apprende che, all’epoca, nel comune esistevano ancora delle frazioni che non avevano un loro servizio scolastico. Si trattava di Cafaggio, Casalappi e Casalpiano, che complessivamente contavano 400 abitanti. In queste campagne i ragazzi erano costretti a disertare la scuola, non potendo frequentare quelle esistenti perché troppo lontane.

Complessivamente, su tutto il territorio comunale, i bambini e le bambine, dai sei ai nove anni, sottoposti all’obbligo scolastico, erano 625, ma soltanto 451 frequentavano la scuola. Gli altri 174 non si erano mai iscritti a causa della povertà assoluta, di malattie o per l’eccessiva lontananza.

Le scuole erano tre: quella maschile di Campiglia, quella unica rurale di San Vincenzo e quella mista di Venturina. In tutto esistevano undici classi: nove di grado inferiore – di cui quattro maschili, quattro femminili e una mista – e due di grado superiore, una maschile e una femminile. Anche gli insegnanti di ruolo erano undici: tre uomini e otto donne.

Nella scuola di Campiglia gli alunni erano 416, la maggior parte di loro frequentava il corso inferiore – 351 bambini e bambine dalla prima alla terza classe – mentre nelle quarte e nelle quinte c’erano soltanto 65 alunni.

A San Vincenzo, dove esisteva esclusivamente il corso inferiore maschile, gli scolari erano 43, mentre nella scuola mista di Venturina c’erano 55 bambini, equamente distribuiti tra maschi e femmine, 44 dei quali in prima classe, 6 in seconda e 5 in terza.

Dall’Unità d’Italia a oggi, i programmi scolastici e le materie di insegnamento hanno subito continui ammodernamenti e variazioni. Per avere un’idea di che cosa studiassero i nostri ragazzi nel periodo del quale stiamo parlando, abbiamo preso come modello il programma ministeriale entrato in vigore con la riforma del 1904, che introdusse la sesta classe. La prima materia era “Educazione morale”, ovvero una serie di norme pratiche di comportamento che accompagnava gli alunni fino alla quarta elementare, affrontando temi man mano sempre più complessi col crescere dell’età. In quinta si parlava per la prima volta dei doveri e dei diritti dell’uomo e del cittadino, con nozioni generali sulle istituzioni politiche e amministrative del Regno. Nella sesta classe, infine, si insegnava il funzionamento della giustizia, delle principali sanzioni penali e delle obbligazioni civili e commerciali – solo però nelle classi maschili – con cenni per entrambi i sessi invece sulla legislazione del lavoro e sulle istituzioni di mutualità e previdenza.

Per la materia “Lezioni di cose”, si iniziava in prima con la descrizione di cose concrete, ben presenti ai sensi dei bambini, per stimolarne le capacità di attenzione, per poi continuare in seconda con l’osservazione di fatti naturali, animali e piante del luogo, fornendo anche le nozioni elementari sul funzionamento del corpo umano e sui suoi bisogni. In terza, questa materia cambiava nome, diventando “Nozioni varie” e spaziando in vari ambiti: dalle norme semplici di igiene personale, domestica e pubblica, alle proprietà fisiche dei corpi, dalle nozioni più approfondite sulla fauna e sulla flora locale e sui minerali più comuni, alla storia e alla geografia regionale. In quarta si approfondivano gli argomenti della terza, affrontando anche le principali vicende della storia romana e ampliando il raggio delle cognizioni geografiche. In quinta e sesta, la materia “Nozioni varie” lasciava il posto ad altre discipline più specifiche. “Scienze naturali e fisiche” insegnava la geografia fisica e meteorologica, la botanica, la zoologia – con espresso riferimento all’agricoltura, all’industria e al commercio dei vari luoghi – e il funzionamento di macchine semplici, mentre, in sesta, si davano nozioni elementari di termodinamica, elettricità e chimica, il tutto spiegato con semplici esperimenti. Anche la Storia e la Geografia diventavano materie autonome, trattando dalla caduta dell’impero romano in poi e della geografia europea e del Mediterraneo. In sesta poi, si passava alla storia civile d’Italia del XIX secolo, alla geografia mondiale, con speciale riguardo alle colonie europee ed italiane, e addirittura cenni di geografia astronomica.

In quinta facevano la loro comparsa altre due materie: “Computisteria pratica”, solo per le classi maschili, ovvero la tenuta dei libri a partita semplice di una piccola azienda domestica o privata, ed “Economia domestica”, per le classi femminili, che insegnava le norme pratiche per il buon governo della casa. In sesta tornava una materia dedicata all’argomento “Igiene”: ai maschi si insegnavano le regole di base per evitare di contrarre le principali malattie infettive, mentre alle femmine si spiegava come assistere gli infermi e coadiuvare il medico.

“Lingua italiana” era una delle materie principali. In prima si eseguivano esercizi di pronuncia finalizzati soprattutto alla correzione della fonetica dialettale, ed esercizi di lettura e scrittura, sia attraverso copiatura, sia sotto dettatura, con frasi semplici, stimolando i bambini ad esprimere i loro pensieri e a raccontare cose e fatti realmente accaduti. In seconda si facevano i primi brevi componimenti e facili esercizi di memoria. In terza si cominciava a concentrare l’attenzione sull’ortografia e sulla punteggiatura, con correzione ragionata dei principali errori e specialmente delle forme dialettali. Si faceva anche l’analisi grammaticale e si coniugavano i verbi ausiliari e quelli regolari, contemporaneamente aumentava anche il livello dei componimenti e degli esercizi di memoria, su poesie e prose. Arrivati in quarta non c’erano più scuse, la lettura doveva essere spedita e bisognava dimostrare di conoscere le regole di ortografia e grammatica, servendosi, per i propri componimenti e per i riassunti, del vocabolario e riuscendo a declinare correttamente anche i verbi irregolari, imparando a memoria poesie sempre più lunghe, da trasformare, quando richiesto, in prosa. In quinta il livello dell’insegnamento della lingua italiana aumentava sensibilmente: lettura con riassunto e spiegazione delle cose lette e richiami alle nozioni di grammatica, dettatura di prose scelte e poesie dei migliori autori moderni, conversazioni e componimenti, specialmente in forma epistolare, e scritture di comune uso nelle famiglie e nelle aziende, con l’uso di dizionari di lingua e di erudizione. In sesta poi si approfondiva il programma di quinta, introducendo concetti ancora più raffinati, come ad esempio quello di genere letterario. Materia complementare dell’insegnamento di Lingua italiana era la “Calligrafia”, che prevedeva, in prima e seconda, esercizi di scrittura dritta o di corsivo ordinario e, in terza e quarta, anche disegno a mano libera di oggetti dai contorni semplici. In quinta e sesta ai maschi veniva poi insegnato a disegnare, con l’aiuto di strumenti, figure geometriche composte, di carattere ornamentale o applicate al lavoro, mentre alle femmine motivi utili al taglio e al ricamo.

“Aritmetica” era l’altra grande protagonista. In prima si imparava a contare fino a 100 e si facevano i primi esercizi con le quattro operazioni. In seconda e in terza si faceva la stessa cosa, contando i numeri prima fino al 1.000 e suoi multipli e poi oltre al 10.000, cimentandosi con problemi pratici di facile soluzione, lavorando anche sulle frazioni e sulle unità di misura di uso più comune e, alla fine, disegnando a mano libera le figure geometriche piane. In quarta, gli esercizi con le operazioni, le frazioni e i decimali si facevano più complessi, venivano introdotti i numeri romani e si imparava a calcolare il perimetro e l’area delle figure geometriche piane, cominciando a disegnare a mano libera i primi solidi. In quinta, gli esercizi di calcolo e i problemi erano ormai finalizzati alla vita reale, con applicazioni dirette al sistema metrico, alle misure agrarie e di uso in commercio, con l’introduzione di nozioni come l’interesse, lo sconto, l’aggio e la tara. Per quanto riguarda la geometria si passava alla misurazione delle superfici e dei volumi dei solidi. Giunti alla sesta classe, il programma si raffinava ulteriormente: soluzione a memoria di problemi, regola del tre, computi commerciali, ragguaglio del sistema monetario italiano coi sistemi dei più importanti stati esteri ed applicazioni commerciali.

Altre materie, che oggi siamo portati a considerare minori, ma che invece all’epoca erano considerate molto importanti, erano “Educazione fisica”, che prevedeva oltre agli esercizi di ginnastica anche escursioni all’aria aperta e “Lavori donneschi”, materia riservata esclusivamente alle bambine che iniziavano, in seconda, con i primi rudimentali esercizi di lavoro a maglia – con ferri molto grossi o con bastoncini di legno – e di cucito: punto a filza su tela grossa e con cotone colorato, con facili applicazioni. In terza, per i lavori a maglia, le bambine dovevano realizzare delle piccole calze, mentre con l’uncinetto si cimentavano in facili merletti. Per il cucito si passava ad orli, sopraggitti, impunture e ribattiture, esercitandosi con oggetti di uso comune. In quarta, si dovevano fare delle calze per adulto a maglia e continuare a far pratica all’uncinetto con i merletti, mentre per il cucito si imparava un’altra utile attività: mettere le toppe ai vestiti e rammendarli. Si passava poi ad operazioni più complesse, come il taglio su carta o su tela di una camicia da bambino. Veniva insegnato anche il punto a croce su filondente, finalizzato alla realizzazione di lettere dell’alfabeto per imparare a personalizzare con le cifre la biancheria. Le poche alunne che arrivavano alla quinta e alla sesta affinavano ulteriormente le loro abilità nella maglia e nell’uncinetto, cimentandosi in lavori di cucito sempre più complessi, come la confezione di camicie da adulto, mutande, sottane e quant’altro.

La storia scolastica del nostro paese ebbe inizio il 28 agosto 1891, quando la quarantottenne Casilde Ravogli fu nominata maestra della scuola rurale della Venturina, ovvero una stanzetta in affitto situata in uno stabile di proprietà di Domenico Barsotti.

Con grande fatica, dopo un inizio molto incerto, la scuola dell’allora minuscola frazione cominciò a ingranare, raccogliendo, oltre ai quattro gatti del centro abitato, anche i ben più numerosi bambini che abitavano nelle campagne vicine. La salute di Casilde però vacillava e, durante l’estate del ‘93, la mestra fu costretta a trasferirsi per qualche tempo in una località dall’aria migliore, per cercare di risolvere i problemi, presumibilmente polmonari, che la affliggevano. Per potersi mantenere durante questo periodo di cura, chiese un anticipo sullo stipendio all’amministrazione comunale. Le ristrettezze economiche le imposero di tornare subito a scuola, a settembre, per poter guadagnare i pochi soldi che le servivano per campare. La vita a Venturina non era semplice e, oltre a fare la maestra, Casilde era costretta anche a svolgere mansioni più umili, come la pulizia dell’aula, per la quale le veniva riconosciuta una mancia di 35 lire all’anno.

Nella primavera del ‘94, Domenico Barsotti chiese di aumentare l’affitto del locale concesso in locazione al Comune per la classe venturinese. Centosessanta lire all’anno gli sembravano poche e così pensò di chiederne duecento, facendo imbestialire il sindaco e tutta l’amministrazione comunale, che ritenevano la pretesa esagerata e inaccettabile.

Non se ne parlò nemmeno e così si dovette cominciare a pensare ad una nuova collocazione per la scolaresca. All’inizio si pensò di spostare la scuola nella fattoria della Pulledraia, ma poi il progetto sfumò e così si provò a trattare nuovamente col Barsotti che, però, non cedette di una lira.

Intanto i problemi di salute della Ravogli progredivano inesorabilmente, insieme alla sua miseria. Nell’estate del ‘95 la maestra fu di nuovo costretta a chiedere un soccorso pecuniario per urgenze e ristrettezze economiche dipendenti dalla malattia, la giunta però, anche se «dispiacente», non le concesse nemmeno un centesimo.

La ricerca di una nuova sistemazione per la scuola andava avanti, ma il tempo stringeva e, a metà agosto, il Comune non sapeva ancora che pesci prendere. Il sindaco e il delegato scolastico Macedonio Benucci erano comunque decisi a non sborsare più di 160 lire all’anno. Finalmente, il 30 settembre, si aprirono le trattative con Maria Livi, la vedova del fabbro Onorato Testai, che abitava in una casa colonica posta lungo l’attuale via Cerrini, uno dei pochissimi edifici allora esistenti in paese.

Trascorse però un altro mese, durante il quale l’ingegnere comunale eseguì la perizia e preparò il progetto di adattamento di una parte del fabbricato. L’amministrazione comunale autorizzò la vedova Testai a provvedere nel migliore dei modi all’esecuzione dei lavori previsti, pregandola di far presto, per non ritardare ulteriormente la riapertura della scuola venturinese.

Poco dopo, l’anno scolastico 1895/96 poté finalmente cominciare anche a Venturina. L’affitto questa volta era di sole 100 lire e il bilancio del Comune non poté che beneficiarne. Chi invece non ne beneficiò affatto furono gli alunni, costretti a fare scuola in un ambiente piccolo, scarsamente illuminato, umido e freddo.

In un contesto del genere, la salute di Casilde non poteva che peggiorare e, nel giro di pochi anni, accadde l’irreparabile. Il 13 maggio 1901, la maestra morì a soli 58 anni.

La Ravogli fu sostituita dalla venticinquenne Novara Giovannetti, che ricevette l’incarico di supplente. Novara apparteneva ad una delle famiglie di pionieri venturinesi, che nella prima metà dell’Ottocento avevano colonizzato la nuova Aurelia. I Giovannetti avevano la fama di essere abili e spregiudicati affaristi e il loro nome era noto ai più perché, in passato, avevano gestito la locanda venturinese. Novara non era la prima maestra in famiglia, anche sua zia Assunta infatti aveva fatto scuola per diversi anni a San Vincenzo.

La giovane Giovannetti tuttavia rimase ad insegnare a Venturina solo per due anni. Nel 1903 infatti il suo posto fu preso da un’altrettanto giovane collega, destinata a lasciare un segno indelebile nella storia dell’insegnamento elementare a Venturina: Renilde Guasconi, colei che darà un impulso decisivo allo sviluppo e all’ammodernamento della scuola venturinese.

Renilde era nata il 5 ottobre 1878 a Campiglia, da Narciso Guasconi e Anna Sordi. Il padre era un guardiafossi e le possibilità economiche della famiglia abbastanza limitate.

Un giorno d’estate, durante le vacanze scolastiche, mamma Anna stava facendo il bucato in casa con il “ranno”, un’operazione delicata e pericolosa. Per allontanare le sue due figlie – Renilde, di 9 anni non ancora compiuti, ed Elena, di sei anni – e non farle scottare con l’acqua bollente, la premurosa e apprensiva mamma disse loro di andare a comprare del tabacco per babbo Narciso, all’appalto del Bartolotti, nella piazzetta di Campiglia. Era il 17 agosto del 1887. Dal palazzo del Medicone, dove i Guasconi abitavano, dopo pochi minuti le due bambine erano già nel negozio. Mentre aspettavano di essere servite, Renilde se ne stava appoggiata al bancone girata di fianco. All’improvviso, una cassa di dinamite nel retrobottega prese fuoco ed esplose, ferendo a morte Rosa, la quindicenne figlia del Bartolotti. La vampata di fuoco ustionò le due piccole Guasconi e Renilde riportò ampie bruciature su tutto il lato del corpo esposto al calore.

I genitori fecero di tutto per curare le bambine, anche grazie all’aiuto economico dello zio, l’arciprete e parroco di Piombino, Michele Guasconi. Terminate le scuole elementari, il canonico zio le fece studiare entrambe a Piombino e poi a Pisa, per far prendere loro il diploma di maestre. Renilde si diplomò nel 1900 ed andò subito ad insegnare nella scuola elementare di Suvereto, dove rimase per tre anni, prima di lasciare il posto alla sorella Elena, che invece vi rimase a lungo.

I primi tempi del periodo suveretano furono duri. Renilde partiva la mattina presto per raggiungere a piedi il piccolo borgo: dai Cancellini scendeva giù, attraversava il Rio Merdancio, anche quando pioveva, con l’ombrello e un impermiabilaccio. Come unico ristoro si portava dietro una bottiglia con un po’ di latte e caffè caldo. D’inverno, quando faceva freddo, appena entrata in classe, accendeva la stufa con i legnetti che i suoi alunni facevano a gara a raccogliere durante il tragitto da casa a scuola.

Renilde ovviamente aspirava ad un posto in una delle classi del suo paese natale e così scrisse una lettera agli amministratori campigliesi per comunicare la sua disponibilità a ricoprire incarichi di insegnante in quel comune. Quando nel 1903 la maestra Novara Giovannetti fu trasferita, il posto di maestra nella scuola di Venturina fu affidato proprio alla giovane Guasconi, che non vedeva l’ora di cominciare.

L’entusiasmo però durò poco, perché l’impatto con la classe venturinese fu piuttosto traumatico. Gli alunni erano troppi per lo spazio a disposizione e l’aula era poco più confortevole di una stalla.

Il 24 novembre 1906, Renilde Guasconi – che intanto aveva sposato il campigliese Arnaldo Guidi – inviò un rapporto per denunciare «le condizioni di inadattabilità del locale destinatole ad aula di insegnamento sotto l’aspetto dell’affluenza degli alunni, e in quello anche della igiene e della didattica». La giunta, stranamente, le dette subito ragione, ammettendo che le lamentele erano giustificatissime e che si doveva trovare al più presto una nuova aula che fosse più adatta e confortevole. Fu incaricato l’assessore Sarri di interessarsi presso il signor Smeraldo Targetti perché, se possibile, fornisse una stanza nel suo fabbricato alla Venturina o in quello che vi stava costruendo.

Un anno dopo però la situazione non era cambiata e Renilde fece domanda per ottenere che, a causa dell’eccesso di alunni iscritti a Venturina – tenuto conto anche della ristrettezza dell’ambiente scolastico – il Comune autorizzasse lo sdoppiamento della classe più numerosa, con insegnamento alternato di tre ore nelle due sezioni.

In cambio di questo lavoro extra, alla Guasconi sarebbe spettato per legge un aumento dei due quinti dello stipendio. La maestra però, con il piglio che la caratterizzava, andò a parlare con il sindaco per chiarire la sua posizione. Il succo del discorso fu questo: a Venturina, nelle condizioni attuali, non è possibile svolgere il programma ministeriale, se acconsentite allo sdoppiamento della classe e dell’orario e mi concedete l’aumento di stipendio bene, altrimenti lo faccio lo stesso gratis, perché così non si può andare avanti.

Il Comune non poté fare altro che accettare l’ultimatum della Guasconi, ringraziandola e tranquillizzandola che, nel caso in cui ci fosse stato un aumento di lavoro, sarebbe stata equamente retribuita al termine dell’anno scolastico.

A metà dicembre, avendo la maestra Guidi – ormai tutti in paese la chiamavano così – da poco partorito, si rese necessario nominare una supplente. Fu prescelta la signorina Vittoria Benucci che, non risiedendo a Venturina, fu rimborsata anche «delle spese e dei disagi» dovuti agli spostamenti.

Intanto il problema del reperimento di una sede scolastica idonea per il paese di Venturina sembrava essere definitivamente risolto. Nel 1907, tutto faceva pensare che, di lì a poco, sarebbe stato costruito un ampio edificio scolastico, che avrebbe risolto per sempre tutti i problemi.

Il progetto era in fase di studio e il sogno di Renilde e dei suoi alunni sembrava prossimo alla realizzazione. Nella relazione del tecnico incaricato si legge: «fino da quando fu istituita alla Venturina la scuola mista, fu sentito il bisogno di avere un locale decente per l’insegnamento e un quartiere per l’insegnante. Vana fu la speranza delle amministrazioni che si sono succedute di ottenere dai proprietari degli stabili esistenti e dei nuovi che si andavano costruendo l’ambìto locale. Attualmente, col moltiplicarsi della popolazione e col proposito di impiantare anche una condotta medica, con residenza in quella frazione, l’onorevole giunta comunale sentì il bisogno di costruire per proprio conto uno stabile che corrispondesse alle esigenze presenti e future, sia rispetto alla scuola che per l’abitazione della maestra e del medico, dandomi ordine di redigere il progetto.

Considerato che la popolazione continuamente crescendo e che in proseguo di tempo non sarà sufficiente un solo insegnante, ebbi di mira, nella compilazione, di costruire un fabbricato che in seguito rispondesse a tutte le esigenze della frazione. Fu argomento di studio per parte dell’amministrazione comunale la località ove doveva sorgere, ma ovunque trovò ostacoli per la cessione del terreno necessario. Fallita ogni trattativa coi privati, fu stabilito di costruirlo nella zona di terreno da destinarsi alle pubbliche fiere e da acquistarsi dai signori fratelli Merciai che, a differenza di altri proprietari, si dimostrarono volenterosi nella cessione, non abusandosi della condizione favorevole nella quale si trovavano di fronte al Comune.

Sorgerà il fabbricato su questa zona di terreno detta Pantalla, prospettando la via che conduce alla stazione e precisamente a m. 230 dalla via Emilia e dalla Venturina…»

Purtroppo però, come sappiamo, le cose andarono diversamente e, per vedere la costruzione del primo edificio scolastico a Venturina, si dovrà attendere ancora oltre trent’anni.

Alla fine dell’inverno del 1909, Renilde si trovò alle prese con un problema ben più grave di quelli lavorativi. Il marito si trovava ricoverato all’ospedale per una grave malattia e lei era costretta ad assisterlo, soggiornando a Campiglia per un lungo periodo. Anziché chiedere una licenza, che le sarebbe spettata di diritto, decise di fare la spola tra Campiglia e Venturina, per non interrompere l’insegnamento e lasciare i suoi amati alunni.

Nella primavera del 1912, fu la stessa Renilde ad ammalarsi e, non potendo trovare una supplente “patentata”, fu chiamata a sostituirla la quarantenne Zaira Testai – figlia di Maria Livi e proprietaria dei locali dove era ospitata la scuola venturinese – la quale, fin da giovane, aveva sempre dato una mano alle maestre che esercitavano in casa sua.

Con il fallimento del progetto di costruzione dell’edificio scolastico a Venturina, rimaneva il grave problema di trovare un locale adatto in affitto, anche perché i proprietari preferivano fare affari con i privati che, in genere, erano disposti a pagare affitti più alti senza far danni alle murature, come invece si temeva potessero fare gli indisciplinati e scalmanati alunni.

In agosto, il sindaco riferiva che, aderendo alla volontà più volte manifestata dal consiglio e dalla giunta, si era interessato alla ricerca di una nuova aula per la scuola della Venturina, avendo ricevuto «una proposta da parte di Niccolò Angiolini che locherebbe al comune una stanza a pian terreno nel suo fabbricato di recente costruzione sulla via della Val di Cornia II, all’imbocco della Venturina, per il canone annuo di lire 240… l’aula non misura una superficie gran che superiore a quella dell’attuale scuola ma offre su di essa il vantaggio di una cubicità doppia ed ha ricchezza di luce che le viene per tre grandi finestroni, due ad ovest ed uno a mezzogiorno, là dove il locale ora in affitto è illuminato appena da un piccolo finestrino a sud-est. Inoltre le condizioni igieniche sono incomparabilmente migliori nel locale che si andrebbe ad assumere in affitto che in quello ora in locazione».

Nel 1913, a causa dell’impennata demografica verificatasi a Venturina, che aveva portato la scuola di quella frazione a contare 101 alunni, sorpassando San Vincenzo, si rese indispensabile lo sdoppiamento della prima classe e l’accoppiamento della seconda e della terza classe. Visto che la legge permetteva l’impiego di personale non diplomato, per risparmiare sullo stipendio, i bambini dalla prima alla terza classe furono affidati alla signorina Testai, mentre quelli della quarta rimasero con la maestra Guidi. Per ospitare le nuove classi, fu preso in affitto da Enrico Pistolesi un appartamento in paese, di tre stanze, a 192 lire all’anno. Nelle due stanze più grandi, divise da un arco, fu allestita l’aula, mentre la terza fu utilizzata come vestibolo.

Anche se ora le maestre erano due, il lavoro nella scuola di Venturina rimaneva massacrante. Nella primavera del 1922 le insegnanti fecero domanda al Comune affinché fosse loro concesso un allungamento delle vacanze pasquali. La richiesta venne però respinta con la motivazione che l’amministrazione, invece, desiderava «intensificare quanto più possibile gli studi».

Nel settembre del 1926, a Venturina fu istituita anche la quinta classe e si cominciò a cercare un locale che potesse ospitarla. Nel frattempo ci si arrangiava negli spazi disponibili, praticando un orario alternato con le altre classi.

Sul finire degli anni Venti e negli anni Trenta le classi venturinesi continuarono ad essere ospitate in locali non adatti, situati nei pochi fondi disponibili. Il numero degli scolari aumentava ogni anno e, a fianco della veterana maestra Guidi, si alternarono altre insegnanti: Giulia Caglieri Bini, Rosina Sanità, Elda Becherelli, Giuliana Billè, le maestre Francesconi e Donatelli, oltre al maestro Cirnigliaro.

Il 21 agosto 1932, il podestà approvò un nuovo progetto, redatto l’anno precedente dall’ing. Luigi Baschieri, per la costruzione di un edificio scolastico a Venturina. Il preventivo prevedeva una spesa complessiva di quasi 500.000 lire, che andavano ad aggiungersi alle 884.000 lire per la costruzione di altri quattro edifici scolastici al Cafaggio, in Chiusagrande, a Casalappi e al Casone di Mezzo. Il progetto era molto ambizioso e il Comune non disponeva della somma necessaria, per questo venne chiesto un aiuto economico al Ministero.

Nell’agosto del 1933, fu trovata finalmente una sistemazione per la neonata quinta classe venturinese, prendendo in affitto da Antinesca Angiolini, vedova Casini, una stanza situata nel fabbricato Angiolini, per 600 lire di affitto all’anno. Per ragioni igieniche, nello stesso periodo fu traslocata anche un’altra classe, che fu spostata in una stanza di proprietà di Amerigo Franceschi.

Intanto, il 4 aprile 1934, il provveditore agli studi aveva approvato il progetto di costruzione della nuova scuola. Le spese necessarie sarebbero state coperte in parte direttamente dallo Stato, con un sussidio, e per la restante parte con un mutuo da contrarsi con la Cassa Depositi e Prestiti del Regno.

Il 15 marzo 1937 ebbe luogo la gara d’appalto tra le ditte edili che aspiravano ad aggiudicarsi il lavoro di costruzione della nuova scuola, che sarebbe sorta lungo la via Aurelia, su un terreno di proprietà di Sisto Pierattelli, costretto a svendere al comune a 6 lire al metro quadro.

Ad aggiudicarsi l’appalto dei lavori di costruzione degli edifici scolastici di Venturina, Cafaggio e Casalappi, fu la ditta Giuseppe Biagi di Massa Marittima. Come direttore dei lavori fu scelto l’ing. Omero Pampana. Si nominò anche un sorvegliante, il muratore Ezio Novelli, affinché vigilasse sui materiali presenti nel cantiere, controllando che i lavori fossero eseguiti in conformità agli accordi contrattuali.

La vigna del Pierattelli fu sfatta in men che non si dica e le fondamenta preparate velocemente. I lavori procedevano spediti, tanto che, nell’agosto del 1938, furono già ordinati i banchi per i tre nuovi edifici scolastici: 300 pezzi, a 110 lire l’uno, in tre misure diverse, forniti dalla ditta Alfredo Gamberai di Firenze, in legno di pioppo, e dai tre falegnami campigliesi Giuseppe Michelotti, Elio Gestri e Nado Pessi, in legno di abete ben stagionato. Furono acquistati anche gli altri mobili, le bandiere e tutto il necessario, ormai l’apertura della scuola venturinese, finalmente, era vicina e la maestra Guidi, dopo tanti anni di sacrifici e di lezioni svolte in aule improvvisate, non vedeva l’ora di poter chiudere la sua lunga carriera in una vera scuola.

Fu deciso anche di assumere una bidella, novità assoluta per gli alunni venturinesi che non ne avevano mai avuta una, «ritenuto che nell’imminenza dell’apertura all’insegnamento del nuovo edificio scolastico di Venturina, convenga provvedere in merito alla custodia e pulizia di quei locali, non essendo più possibile e nemmeno concepibile che quest’ultima venga effettuata – come pel passato – dall’addetto alla nettezza pubblica; ritenuto che tutto consigli a conferire tale servizio piuttosto ad una donna che ad un uomo».

Ora serviva un nome e, il 18 marzo 1939, il podestà ratificò la scelta degli illustri personaggi ai quali intitolare le scuole di Venturina, Cafaggio e Casalpiano: «per meriti scientifici, politici e patriottici e per gli eminenti servizi resi alla nazione e al Regime» furono scelti, rispettivamente, i nomi di Guglielmo Marconi, Arnaldo Mussolini e Reginaldo Giuliani.

Il 30 settembre 1939, l’ing. Pampana certificò lo stato finale dei lavori nella nuova scuola di Venturina. Intanto però le aule erano già state aperte ed occupate dalle classi venturinesi. L’inaugurazione ufficiale della scuola elementare “Guglielmo Marconi”, fu celebrata nell’aprile del 1940, alla presenza delle autorità civili e religiose.

Dopo la morte del maestro Michele Amici, avvenuta nel 1891, il suo posto era stato preso da un altro insegnante destinato ad una brillante carriera, il sardo Cesare Benedetti, che per un certo periodo ricoprirà anche il ruolo di direttore didattico, prima di trasferirsi a Cecina nel 1916. Benedetti, che riuscì ad accattivarsi «alta stima e reputazione presso questa popolazione sia come insegnante esemplare sia come cittadino», utilizzò la sua influenza per agevolare l’assunzione a maestro anche di suo fratello minore, Giovanni Battista, e più tardi del figlio Casimirro, in qualità di supplente.

Il maestro Carlo Ricci invece, infermo già dall’anno precedente alla sua morte, fu sostituito prima dal supplente Domenico Franceschi e poi da Lorenzo Bizzarri, il quale però fu coinvolto in uno “scandalo” del quale ignoriamo le circostanze. Sappiamo solo che il Comune, ad un certo punto, lo mise con le spalle al muro: «stante la condotta riprovevole nella quale persevera nonostante i ripetuti richiami, il maestro di terza classe elementare sig. Lorenzo Bizzarri, che ha perduto il prestigio e l’autorità sugli alunni e la fiducia dei genitori, non può rimanere ulteriormente in carica. La Giunta Municipale, volendolo sottrarre al disdoro di essere licenziato dal Consiglio Comunale, lo invita a dare le dimissioni prima che essa sia costretta a promuovere il provvedimento d’ufficio».

Altri insegnanti che, oltre a quelli già rammentati, operarono per più anni all’interno della scuola campigliese, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, furono le già ricordate sorelle Marianna e Marietta Carniti ritornate nella loro Crema nel 1906; Novara Giovannetti dopo un breve periodo trascorso a Venturina; le due figlie d’arte Antigone Ricci Mori, figlia di Carlo, ed Ester Ricci, figlia di Giuseppe; Santa Ambrogi Poli, affetta da una grave forma di artrite; Dosolina Caporioni, Polinesia Castiglioli Venturi e Luigia Tassinari Giuliani.

Nel 1903 la situazione di sovraffollamento delle aule campigliesi raggiunge un punto critico. Gli alunni iscritti per l’anno scolastico in corso erano così tanti da rendere assolutamente necessaria almeno un’aula in più per la quarta e la quinta femminile e la ricostituzione, come nell’anno precedente, di una classe mista per sfollare le prime. Si decise quindi di sacrificare le due stanze del museo e dell’ambulatorio, trasformandole in aule.

Nell’anno scolastico 1907/08 venne messa in pratica la normativa di legge del 1904, istituendo le due classi seste, maschile e femminile, che furono affidate ai maestri delle quarte e delle quinte, Cesare Benedetti e Antigone Ricci, togliendo loro le quarte, assegnate ai maestri delle terze, Giovanni Battista Benedetti e Ester Ricci. Per rendere possibile l’insegnamento, non avendo abbastanza maestri e aule, bisognò arrangiarsi. L’orario fu ridotto a tre ore e suddiviso in due turni, uno per le terze e le quarte e l’altro per le quinte e le seste, che si davano il cambio ogni giorno.

Nel 1908, «per l’aumento ognor crescente di frequentanti le scuole e per le più rigorose norme testè emanate per l’osservanza dell’obbligo dell’istruzione» il Comune dette incarico all’ing. Del Mancino di studiare un progetto di ampliamento dell’edificio scolastico campigliese, per aggiungere nuove classi e ospitare anche l’asilo.

Intanto si comincia a pensare all’apertura di una scuola mista rurale anche in località Casalpiano e, nel 1909, si aprono le trattative con il sig. Giuseppe Benvenuti per prendere in affitto un suo fabbricato da adibire ad uso scolastico. La scuola di Casalpiano fu aperta il 12 marzo 1912, ma già due mesi dopo si rese necessario suddividere l’orario delle lezioni in due turni, perché la maestra Santa Ambrogi non riusciva a gestire contemporaneamente gli 82 alunni. Si decise di impartire al mattino l’insegnamento ai 66 alunni analfabeti della classe prima, mentre nelle tre ore pomeridiane si sarebbe fatto lezione ai dieci alunni avviati della prima classe e a quelli della seconda e della terza. Nel marzo del 1913, la maestra Ambrogi si ammalò e dopo circa due settimane morì. La scuola di Casalpiano rimase chiusa fino alla fine dell’anno scolastico perché la nuova maestra non arrivò. All’inizio del nuovo anno, in attesa dell’arrivo di una insegnante diplomata, fu incaricata la signorina Maria Cappelli.

Nel 1913 la scuola del capoluogo rinnovò il mobilio, ormai logoro, e il materiale didattico divenuto antiquato. Gli scarti furono “regalati” alle altre scuole del Comune. Gli amministratori investirono volentieri le 5.500 lire necessarie a portare a termine questa operazione di restyling, convinti che «coi nuovi acquisti le scuole del capoluogo potranno assurgere a scuole modello, perché banchi scolastici, cattedre, armadi, suppellettili in genere, materiali, tutto dovrà corrispondere alle moderne esigenze della didattica, e si avvantaggeranno non poco le scuole delle frazioni, alle quali saranno passate le attuali migliori dotazioni delle aule del paese». Per quanto riguarda la scelta dei fornitori, l’esperienza insegnava che «per le cattedre, gli armadini e i banchi scolastici è molto più conveniente intendersi coi falegnami del luogo, che nel passato fecero forniture del genere convenienti anche nei riguardi della spesa, mentre tutte le volte che il Comune si diresse a ditte forestiere ebbe generi scadenti in qualità e spese non lievi di ferrovia e di riparazioni».

Anche a San Vincenzo il sovraffollamento costringeva a riorganizzare gli spazi scolastici. Per ricavare una nuova aula, nel 1913, furono occupate le due stanze al pian terreno dell’edificio scolastico, prima di allora adibite ad ufficio del vicesindaco e dello stato civile.

Nel marzo del 1914, su domanda del direttore delle scuole, «si ritiene doveroso fornire, tanto il piano superiore quanto quello inferiore del fabbricato scolastico, di lavabi per i maestri e per gli alunni, per la necessità che ogni aula ed ogni maestro siano forniti di apposite catinelle». Ogni spesa viene fatta con il contagocce. Vengono acquistati 15 registri di classe, a 50 centesimi l’uno, perché «sebbene non siano prescritti speciali moduli a stampa, tuttavia non può negarsi che giovi al compito del maestro l’uso dei diari a stampa, pur mandandosi a raccomandare alla direzione didattica la massima moderazione in tutto ciò che riguardi spese di non assoluta necessità».

A giugno dello stesso anno gli abitanti della frazione del Cafaggio presentano una petizione per chiedere l’istituzione di una scuola in quella frazione e il Comune riconosce legittima la richiesta «perché il Cafaggio è centro di campagna ricco di abitanti e di popolazione intensiva». Tuttavia si rimanda la decisione alla nuova amministrazione che stava per essere eletta alle imminenti elezioni.

Nel frattempo a San Vincenzo la situazione sembrava sfuggire di mano. Giunse voce che la maestra Emma Corti Brunini, durante il periodo estivo, affittasse ai bagnanti i locali scolastici e che avesse adibito ad uso privato il giardinetto della scuola, piazzandovi un lavatoio che sarebbe servito alla famiglia dell’insegnante, ai suoi parenti e forse anche ad estranei.

Nel 1919 si prese in affitto una stanza da Antonio Venturi per aprire la scuola al Cafaggio. L’anno seguente continuarono le richieste di nuove aule e banchi da parte degli insegnanti. A San Vincenzo si dovette ricorrere all’affitto di un appartamento, situato lungo la via Emilia, per metterci la terza classe mista. Il proprietario Cino Cini si impegnò a far costruire le latrine che al momento non c’erano.

Nel 1922, visto l’elenco degli insegnanti che chiedevano il trasferimento alle scuole del Comune di Campiglia, furono scelte le campigliesi Margherita Marsili e Raffaella Venturi Martini «ambedue ottime educatrici, per la prima delle quali militano in favore, oltre che le virtù proprie, la venerazione paesana pel defunto di lei padre, già esimio e compianto medico del comune, e per la seconda l’aspirazione e la convenienza di riunirsi al marito che insegna, con riconosciutagli competenza, nelle scuole di questo capoluogo».

Nel gennaio del 1923, la vedova Anna Benvenuti inviò al Comune la disdetta per l’affitto del suo immobile dove era ospitata la scuola di Casalpiano per destinarlo ad uso agricolo. L’anno successivo, l’amministrazione comunale ricevette un’altra sgradita comunicazione: Cino Cini chiedeva un aumento di 60 lire al mese per l’affitto del locale scolastico a San Vincenzo. Il Comune non poté far altro che rassegnarsi a pagare, considerato che «l’aumento è purtroppo in armonia ai canoni che si praticano in San Vincenzo».

Nel 1924, fu entusiasticamente ed ottimisticamente istituito un corso integrativo facoltativo, con una settima ed un’ottava classe, mirate all’avviamento professionale. Il corso però restò attivo soltanto nell’anno scolastico 1924/25, fu infatti soppresso visti gli scarsi risultati di iscrizioni, frequenza ed esito degli esami. Alla delusa amministrazione comunale, che aveva creduto in questo progetto di formazione professionale giovanile, non rimase che prendere atto del fatto che «i genitori dei fanciulli, forse anche per necessità di famiglia, all’insegnamento della scuola preferiscono quello pratico dei campi e delle officine pei bambini, e dei piccoli laboratori di cucito e taglio per le bambine».

Nella scuola di Campiglia ormai non c’era più un metro quadro libero, ogni minimo spazio era occupato dai banchi. Anche le stanze meno adatte erano state trasformate in aule e questo aveva causato le rimostranze di alcuni insegnanti costretti a fare lezione in biblioteca e in altri locali poco salubri. Il Comune, non potendo rinunciare a questi spazi, fu costretto a ristrutturarli per renderli più vivibili. Si approfittò dei lavori da fare, per ripulire e riparare anche alcune aule occupate temporaneamente dall’esercito, durante l’estate del 1925, per alloggiarvi i soldati impegnati in manovre di esercitazione.
Nello stesso anno, il Cini sfrattò la classe sanvincenzina e così, per risolvere i due gravi problemi esistenti a San Vincenzo – ovvero la mancanza di spazio e gli “abusi edilizi” della maestra – l’amministrazione pensò bene di prendere due piccioni con una fava, trasformando in aula l’appartamento destinato alle insegnanti.

Per far fronte alle continue spese ormai il Comune doveva eliminare ogni spreco, e per farlo era disposto a prendere anche decisioni antipatiche, come quella di «tagliare la luce elettrica alle aule scolastiche nelle quali non è reclamata dalle necessità del servizio nelle ore d’insegnamento, perché nessuna disposizione legislativa obbliga i comuni alla somministrazione agli insegnanti dell’illuminazione per la revisione dei compiti e per la preparazione delle lezioni».

Nel frattempo, con l’inizio ufficiale della dittatura fascista, anche la scuola si adattava al nuovo clima che si respirava in Italia. Il 21 gennaio 1926, il Comune acquistò, dalla ditta Virgilio Bongianni di Firenze, 25 copie del ritratto di «S.E. il Duce Benito Mussolini», delle dimensioni di 45 per 60 centimentri, al costo di 2 lire e mezzo l’una, «da mettersi di poi in cornice a cura dell’ufficio tecnico».

In giugno si cominciò a cercare un locale per ospitare la scuola da istituire a breve a Palmentello, ma la ricerca fu più lunga del previsto e solo nel settembre del 1927 si riuscì a prendere in affitto due stanze da Riodante Vignali. La scuola fu aperta l’anno seguente, nell’ottobre del 1928.

L’installazione di un apparecchio radiofonico all’interno della scuola elementare di Campiglia, approvata e finanziata in parte dalle autorità comunali nel novembre del 1934, rientrava nel programma fascista di propaganda. Mussolini voleva che ogni scuola fosse dotata di una radio, per far sentire la sua voce a tutti gli alunni del Regno. Le trasmissioni dell’Ente Radio Rurale erano iniziate nel 1933, con un discorso del Duce che era tutto un programma: «voi, fanciulli d’Italia, sentirete la soddisfazione di servire l’Italia, di obbedire all’alto e sublime comando del Re e del Duce». Il Comune aveva concesso un contributo di 1.200 lire per l’acquisto dell’apparecchio radio, ma il Patronato scolastico e il Comitato locale pro-scuola, vollero esagerare, acquistandone uno molto più grande e potente rispetto a quello proposto, spendendo ben 6.000 lire, che all’epoca erano davvero una bella cifra. Radio Rurale ebbe talmente tanto successo che, nel 1938, anche la maestra Giuliana Billet, chiese al Comune di dotare la scuola di Palmentello di un impianto elettrico per poter far ascoltare la radio anche ai suoi alunni.

Sul finire degli anni Trenta, mentre a Venturina si inauguravano le “Marconi”, a San Vincenzo la gente reclamava una nuova scuola proporzionata alle dimensioni raggiunte dal paese. Anche l’amministrazione comunale era consapevole che «alla costruzione del nuovo edificio scolastico dovrà prima o poi provvedersi in quanto, nonostante i lavori di riadattamento eseguiti, l’attuale edificio scolastico è insufficiente alla popolazione scolastica della frazione». Si decise quindi di acquistare intanto il terreno da Alfonso Bussotti, per poi costruirvi il prima possibile, nella speranza che «l’acquisto del terreno servirà a tacitare le continue richieste e sollecitazioni della popolazione, che vedrà in ciò l’effettiva intenzione dell’amministrazione comunale di risolvere l’importante problema». Le cose però non andarono come pianificato e nel 1949 i campigliesi smisero di preoccuparsi di questa e di altre faccende: San Vincenzo era diventato un comune autonomo.

Alberto Mannelli, classe 1933, nel suo libro “Se mi guardo indietro…” ci ha lasciato un prezioso ricordo dei maestri campigliesi e della scuola dei primi anni ‘40: «Che dire degli insegnanti? Zia Linda (Acerbi Mannelli) era severissima, ed abbondava in punizioni. All’epoca non era come oggi: gli scapaccioni si sprecavano, così com’era frequente che qualcuno fosse messo fuori dell’uscio, o anche dietro la lavagna e a volte in ginocchio addirittura sui chicchi di granturco o sui ceci. Bisogna dire che tenere la disciplina non era facile dato il numero consistente degli alunni (in una classe, non ricordo più quale, eravamo ben 54), e la scarsa attenzione che molti di loro dedicavano alle lezioni. Visto col senno di poi, c’era da capirli, tenuto conto delle condizioni di povertà di molti che spesso venivano a scuola scalzi ed affamati, tanto che ad un certo momento fu introdotta la refezione scolastica.

Poco rammento del Cipollini, mentre l’Ottobri era piuttosto manesco. Una volta batté la testa di un allievo sul banco, che si ruppe. Un’altra volta lanciò contro un altro il suo mazzo di chiavi (all’epoca non c’erano le chiavi “Yale”, quindi i mazzi erano piuttosto consistenti e pesanti); fortunatamente il ragazzo si abbassò, e le chiavi con gran fracasso ruppero il vetro della finestra e precipitarono in strada.

In quarta cominciammo col maestro Michele Beconi, figlio della maestra capogruppo Anna Molinari Beconi, una piemontese gentile, ma dentro dura come il ferro. Michele Beconi durò, mi pare, un paio di mesi (ed in questo tempo ci insegnò varie canzoni dell’epoca oltre a “Va pensiero”), quindi subentrò il maestro Ideale Fabiani che era anche il podestà del paese. Fabiani era un insegnante molto bravo, almeno dal mio punto di vista. Sapeva come far studiare i ragazzi. Era rigido quanto bastava, ma non un centimetro di più, non infliggeva punizioni troppo severe e quindi controproducenti. Quando qualcuno lo faceva inquietare, lui lo chiamava vicino alla cattedra, gli diceva: “Guarda il Duce” (il cui ritratto si trovava sopra alla porta della classe), faceva aprire la porta ad un altro alunno e con un calcio nemmeno troppo forte mandava il disturbatore fuori dall’uscio, dove restava finché il Fabiani inviava uno di noi a chiamarlo… Partecipai ai “Ludi juveniles della cultura”; arrivando al primo posto nel comune di Campiglia. Ho ancora il diploma della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) di fascio di Campiglia, firmato dal federale Aiello. Il tema era intitolato, ironia delle cose, “perché vinceremo”. D’altronde, l’educazione, l’istruzione, la cultura del tempo erano tutte improntate al trionfalismo, al culto della personalità del Duce, all’ossequio senza remore ai suoi ordini. Sulla pagella c’era stampato “Vincere” e fra i compiti più importanti degli alunni, c’era quello della ginnastica… Andavamo a fare le esercitazioni in una specie di palestra… sotto il Piazzone, d’inverno ghiaccia come un frigorifero. Si alternavano negli insegnamenti due signorine, una si chiamava Matteelli e l’altra Matteoli, per le quali io non provavo nessun affetto. Infatti, piuttosto piccolo di statura, ero sempre in prima fila e mi beccavo potenti calci negli stinchi da parte delle insegnanti quando non facevo gli esercizi in modo appropriato.

Nei giorni di festa nazionale facevamo anche esercitazioni sul campo sportivo, qualche volta alla presenza delle autorità locali in camicia nera e con lo spennacchio sul cappello… Spesso, poi, marciavamo in perfetto ordine, per le vie del paese coi tamburi in testa alla colonna…»

La seconda guerra mondiale segnò uno spartiacque tra due differenti epoche storiche, per la scuola come per la società tutta. Le distruzioni e la disorganizzazione burocratica si ripercossero anche sulle istituzioni scolastiche: fabbricati danneggiati o ridotti a dormitori per ospitare i soldati o gli sfollati, insegnanti dispersi o irreperibili. I primi tempi furono duri ma poi si ripartì. La povertà e la severità di un tempo furono progressivamente superate e dimenticate. Una nuova ondata di alunni si riversò nelle scuole campigliesi.

Gli equilibri demografici però erano cambiati e il capoluogo cominciò a spopolarsi, mentre Venturina, al contrario, cresceva a vista d’occhio, diventando il centro principale.

A Campiglia il vecchio casamento scolastico ottocentesco fu abbandonato e le classi trasferite fuori dalle mura, dove si trovano ancora oggi, nella scuola elementare intitolata al grande concittadino Michele Amici.

A Venturina, dagli anni Sessanta, le “Marconi”, da sole, non bastavano più e così fecero la loro ricomparsa le classi esterne, le cosiddette “succursali”, sparse per il paese e nelle campagne. Sul finire degli anni Settanta, per risolvere il problema del sovraffollamento scolastico a Venturina, si costruì un nuovo edificio, concepito con criteri più moderni e dotato di una grande palestra che, in breve, divenne il punto di riferimento principale per lo svolgimento dell’attività scolastica e sportiva del paese.

La nuova scuola, inaugurata nel 1979 e intitolata ad Argentina Altobelli, è ancora viva e vegeta, così come lo è anche la sorella maggiore “Marconi”, che ha da poco compiuto i suoi primi 75 anni.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 9 (novembre-dicembre 2015)

 

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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