La fornace di Fulvius Antiochus

Roma o Vignale? Il mistero delle tegole bollate

La pioggia, è noto, è una grande nemica dell’archeologia da campo, com’è nemica di tutte le attività lavorative, piacevoli o meno, che si svolgono all’aria aperta.

Qualche volta però è una grande amica degli archeologi, perché offre una possibilità in più: il terreno umido restituisce tutti i suoi colori e spesso è sorprendente vedere come quella che sembrava solo una distesa di terra polverosa e grigiastra sia in realtà fatta di tante cose diverse. A Vignale questo vale in modo particolare, perché la terra, una volta bagnata, è di molti colori diversi. Perché? Semplice. Perché sotto la superficie del terreno sono davvero nascoste tante cose diverse, fatte in epoche diverse e con materiali diversi: muri gialli di argilla cruda, tetti rossi di tegole, pavimenti a mosaico bianchi, tratti di muro in opera reticolata grigi e così via. Gli aratri poi hanno fatto il loro gioco, riportando in superficie un po’ di questo mondo policromo che si trova sotto la terra coltivata. E quando piove Vignale si trasforma: un’esplosione di colori e tracce preziose che emergono e che bisogna saper cogliere al volo, prima che torni il sole o che la pioggia divenga torrenziale, sommergendo tutto di acqua e fango.

Ci è capitato molte volte: la prima, forse, il 2 ottobre del 2005. Pioveva a dirotto, quella mattina e non è che fossimo molto di buon umore. Pioggia e freddo a parte, lo scavo non stava andando benissimo: le famose terme viste nel 1830 non ne volevano sapere di venir fuori e le trincee che stavamo scavando a valle della strada, dove avrebbe dovuto esserci una villa lussuosa, erano state una delusione cocente. Niente villa, niente magazzini, niente di niente, solo il fondo di una laguna costiera: un dato archeologico importante, certo, ma un po’ poco per chi pensava di trovare muri e mosaici.

Insomma, decidiamo di piantare lì tutto e di approfittare della pioggia per andare a fare la spesa perché anche gli archeologi mangiano! Saliamo sul furgone, imbocchiamo la provinciale ex-Aurelia e andiamo verso Poggio alle Forche: pioggia più furgone fanno insieme un cambiamento del punto di vista; piccolo, ma significativo. Guardando distrattamente verso il campo a valle della strada, ma più a sud di quanto le nostre carte archeologiche ci dicevano, vediamo una ridente macchia rossa.

Che ci fa una macchia rossa in un campo di terra marrone? In generale ci fa tegole, cioè un tetto, ma se anche la terra è proprio rossa rossa, allora è molto probabile che ci sia una fornace. Perché il grande calore di una fornace cuoce non solo le anfore o le tegole che produce, ma anche un bel pezzo di terreno intorno, facendo diventare di un bel rosso fuoco tutta l’argilla che quella terra contiene.

Finita la pioggia, dopo un paio di giorni siamo tornati in quel campo e la prima impressione è stata confermata, alla grande. Decine, centinaia di frammenti di tegole e di anfore sparsi su un raggio di una cinquantina di metri: la fornace era sicuramente lì sotto e aspettava solo di essere scavata.

Ci è voluto un po’ di tempo per organizzare la cosa (i permessi, i fondi ecc.), ma nel 2007 abbiamo cominciato a scavarla, la fornace di Vignale e i risultati sono stati, come quasi sempre in quel campo benedetto, ben al di là delle nostre aspettative.

La fornace c’era, era grande e relativamente ben conservata, ma soprattutto… erano due; o forse anche tre. Nel senso che c’era stata una prima fornace rettangolare (quella che nella foto si vede sulla destra), che poi era stata parzialmente smantellata per costruirne un’altra, quella che si vede invece sulla sinistra.

In seguito, ma non sapremmo davvero dire quando, sulle rovine delle due fornaci che avevano terminato la loro funzione ed erano state smantellate, se ne costruì probabilmente un’altra, questa volta più piccola e di forma circolare.

La cosa più interessante è che questa ultima fornace è praticamente invisibile osservando i resti a livello del suolo, ma diventa ben riconoscibile se si scatta una foto zenitale con l’aiuto di un aquilone. A conferma che l’archeologia è spesso questione di punti di vista.

La datazione delle fornaci appena scoperte ci fu fornita dai tanti scarti di lavorazione che erano frammisti al terreno agricolo in quel punto: tante anfore di due tipi diversi, databili tra I secolo a.C. e I secolo d.C. e, soprattutto, tantissime tegole.

Le tegole, a Vignale, avevano a quel punto già una loro storia, che era per la verità cominciata ancor prima del nostro scavo. Tra i materiali che venivano raccolti in superficie dopo ogni aratura c’erano alcune tegole con impresso un bollo rettangolare, con la scritta M.FVLVI.ANT.

L’uso di bollare le tegole era molto diffuso nel mondo romano, anche se non sappiamo benissimo perché lo si facesse: una delle ipotesi più convincenti è che si trattasse di una sorta di marchio di qualità. Solo una piccola parte delle tegole veniva bollata, probabilmente una ogni cento o duecento pezzi, ma comprando una partita di tegole di cui alcune erano marcate M.FVLVI.ANT l’acquirente sapeva che veniva da un’officina nota, i cui prodotti erano apprezzati e diffusi in diverse zone dell’Italia romana. Insomma, si trattava di roba di qualità, che valeva il prezzo che veniva richiesto.

Una tegola con questo bollo era stata trovata già nell’Ottocento a Roma e si pensava che il produttore lavorasse per l’appunto nell’Urbe o nei dintorni. Prima del nostro scavo, si credeva quindi che le due o tre tegole con quel bollo che erano state trovate tra i solchi arati a Vignale arrivassero direttamente da Roma.

E quello era un ulteriore tassello per pensare che a Vignale ci potesse essere un’antica stazione di posta per il cambio dei cavalli lungo la via Aurelia. Le stazioni di posta erano gestite dallo stato romano ed era quindi credibile che lo stato stesso avesse i suoi fornitori abituali per i materiali da costruzione, nel nostro caso le tegole.

La scoperta delle fornaci di Vignale ha cambiato radicalmente le carte in tavola, perché avevamo insieme un gran numero di tegole bollate (nel corso degli anni ne abbiamo trovate ormai più di una ventina) e un’officina dove si producevano per l’appunto tegole. Ma nulla provava che le tegole con il bollo non fossero state comunque acquistate altrove.

Per essere sicuri ci mancava solo una prova evidente: una tegola mal cotta o deformata, quindi scartata prima della commercializzazione, su cui ci fosse il bollo.

Come dicevo, solo poche tegole erano bollate e il nostro marchio è sfuggito a lungo alla caccia. Non lo abbiamo trovato nel 2007 e neppure nel 2008, gli anni in cui abbiamo scavato le fornaci. Lo abbiamo invece trovato all’inizio della campagna del 2009, il 14 settembre per la precisione. Era su una tegola deformata che avevamo utilizzato per tener fermo il telone di protezione durante la pausa invernale: la pioggia, sempre lei, aveva lentamente lavato via le tenacissime incrostazioni e il bollo era venuto fuori in tutta la sua bellezza.

L’incontro con M. Fulvius Antiochus a Vignale era finalmente avvenuto. Chi era costui e che cosa pensiamo che ci facesse dalle nostre parti ve lo raccontiamo nella prossima puntata.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 10 (gennaio-febbraio 2016)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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