Un fornaciaio siriano a Vignale

Marco Fulvio Antioco l’ex schiavo imprenditore

Era arrivato a Vignale in un giorno di primavera Antioco, dopo un lungo viaggio per mare.

Poi, con una chiatta, aveva attraversato la laguna di Falesia e raggiunto il luogo che il suo padrone, Marco Fulvio, gli aveva indicato: era qui che avrebbe lavorato e vissuto d’ora in poi, ora che era finalmente un uomo libero…

Potrebbe cominciare così la storia di Marco Fulvio Antioco a Vignale e forse, a pensarci bene, non sarebbe tanto lontano dal vero.

Il suo è uno dei pochissimi nomi che possiamo dare agli abitanti di Vignale del I secolo d.C.

Sono le tegole con il suo marchio ad attestare che una consistente parte della sua attività imprenditoriale si svolse proprio sulle rive della laguna che, in età antica, lambiva la villa di Vignale.

M FVLVI ANT, ovvero «di Marco Fulvio Antioco»: questo c’era scritto sulle tegole bollate che venivano prodotte nelle fornaci individuate nei campi a valle della via Aurelia, sotto Poggio alle Forche. Non tutte le tegole riportavano questo marchio: probabilmente il bollo – così si chiama il marchio in gergo archeologico – veniva impresso ogni cento o duecento pezzi, a certificare la qualità della produzione di un lotto di materiale.

Un bollo con un semplice nome, che può tuttavia raccontare una parte della storia di un uomo venuto da lontano.

Quando fa marchiare le tegole a Vignale, Antioco è un uomo libero, un liberto per la precisione, ovvero uno schiavo liberato. Lo sappiamo proprio da quel nome, Antioco, che doveva suonare piuttosto esotico all’orecchio di un romano e che richiamava alla mente la città di Antiochia, capitale della Siria romana.

Il bollo con i tre nomi, tipici della formula onomastica romana, indica che Antioco era stato liberato dal suo padrone: come era di prassi, egli aveva infatti assunto il prenome e il gentilizio di Marco Fulvio, aggiungendo come terzo elemento il suo nome da schiavo, Antioco. Questo ultimo era per gli antichi il cognome, ovvero il nome che caratterizzava l’individuo, indicando in questo caso la sua origine.

Non sappiamo se Antioco fosse il nome che avevano scelto per lui i suoi genitori al momento della nascita, che si può collocare nei primissimi anni del I secolo d.C. o, più probabilmente, quello che gli venne dato una volta giunto in Italia come schiavo. Per gli antichi gli schiavi erano un semplice “strumento vocale”, necessari al pari di un arnese, ma dotati di parola. Al mercato in cui venivano venduti se ne mettevano in evidenza le diverse qualità, come la robustezza fisica, mentre il nome non aveva alcuna importanza, se non quella di distinguerli e niente era più facile che identificarli con il loro luogo di provenienza: un siriano di Antiochia, nel caso di Antioco.

Al mercato degli schiavi di Roma lo comprò probabilmente un tale Marco Fulvio che era un “officinator”, ovvero un gestore di fornaci che appartenevano a diversi ricchi esponenti dell’aristocrazia romana. Il nostro Antioco venne quindi portato a Mugnano in Teverina, non molto lontano da Roma, dove si trovò a lavorare per Marco Fulvio nelle fornaci di una importante famiglia romana, i Domizi.

Lo scavo di questi impianti produttivi ha infatti restituito alcune tegole con il bollo ANTIOCVS FULVI MARCI SER cioè “prodotto da Antioco, schiavo di Marco Fulvio”.

Il fatto che il suo nome si trovi su un marchio di produzione, potrebbe indicare che Antioco non era proprio l’ultimo degli schiavi che lavoravano per Marco Fulvio. In una fornace la vita poteva essere quasi disumana: fango, fumo, calore ai limiti della sopportazione, lavoro a ciclo continuo. Antioco però, magari per le sue qualità, fu forse addetto a controllare una parte della produzione di laterizi; Marco Fulvio lo prese insomma come suo uomo di fiducia, insieme ad altri schiavi di cui conosciamo i nomi dai diversi bolli impressi sui laterizi.

Dovette essere molto soddisfatto del suo lavoro e chissà, forse con il passare degli anni, vide in lui quello che lui stesso era stato una volta: un giovane che si era fatto strada con il sudore della propria fronte e che si era conquistato la libertà con il duro lavoro. Anche Marco Fulvio veniva infatti dai bassifondi. Non sappiamo con certezza quale fosse il suo nome completo, perché lo conosciamo solo come padrone di schiavi e quindi indicato sui bolli laterizi solo con il prenome (Marco) e il gentilizio (Fulvio). Per una complicata serie di intrecci, gli studiosi di produzioni laterizie hanno però ricostruito anche il terzo elemento della sua formula onomastica che poteva essere Phasis, un nome di origine greca che denunciava quindi un’origine straniera.

Possiamo solo ipotizzare quali furono le ragioni, ma Marco Fulvio decise davvero di dare la libertà a quello schiavo arrivato da lontano e così Antioco divenne Marco Fulvio Antioco, un uomo finalmente libero: libero di rimanere legato e riconoscente al suo patrono e continuare a lavorare per lui da pari a pari, diremmo oggi, o libero di prendere la propria strada e avviare una sua attività, costruendo la fortuna per sé e per i figli che, grazie a Marco Fulvio, sarebbero nati liberi.

Il nome attestato sui bolli trovati a Vignale non ci dice quale strada abbia scelto Antioco; ci dice però con chiarezza che qui bollava i suoi laterizi da uomo libero. Ma di chi erano quelle fornaci? Di Marco Fulvio, che gli aveva affidato la responsabilità di altri schiavi in uno dei suoi impianti produttivi nell’Etruria tirrenica? Di un altro proprietario, magari un aristocratico, a cui Marco Fulvio lo aveva caldamente raccomandato? Oppure le fornaci erano sue, perché Antioco si era fatto valere e come molti altri liberti era diventato molto ricco, tanto da gestire una produzione tutta sua? Un imprenditore arrivato da lontano e che conservava nel proprio nome l’orgoglio di una nascita di là dal Mediterraneo, ma che si era ben integrato nella società romana di cui ormai faceva parte, tanto da diventare anche un piccolo elemento di un grande ingranaggio economico. Questa però è una parte della storia che in una tegola non ci sta proprio e che racconteremo nella prossima puntata.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 11 (marzo-aprile 2016)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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