Le “lumiere” di Campiglia

La ricerca e la lavorazione dell’allume nel territorio campigliese

Con il termine di “allume” in passato si indicavano alcuni tipi di sali che, per le loro proprietà astringenti e antisettiche, venivano utilizzati come “farmaci” dagli antichi. A partire soprattutto dal Medioevo però l’allume fu impiegato sempre di più per usi industriali: nella concia dei pellami, nella preparazione della pergamena, per colorare la ceramica e il vetro e soprattutto come “mordente” nella tintura dei tessuti, ovvero come sostanza che facilita il fissaggio permanente dei coloranti alle fibre. Per quest’ultimo uso, l’allume più efficace, e di conseguenza anche più apprezzato, era l’allume potassico, ottenuto da un minerale di origine vulcanica – l’alunite – attraverso tutta una serie di processi.

Per prima cosa si provvedeva al “distacco”, eseguito da minatori muniti di picconi di ferro con manico di legno. Nel Medioevo e nel Rinascimento, le tecniche di estrazione rimasero molto rudimentali, fino a quando si cominciò ad utilizzare la polvere da sparo. Si facevano dei fori nella roccia per inserirvi l’esplosivo. I fori erano poi coperti con tappi di legno all’interno dei quali venivano fatte delle tracce per permettere l’accensione, gettando sopra alla polvere dei tizzoni ardenti.

Dopo l’esplosione, le parti di roccia che non erano cadute venivano rimosse a mano. I pezzi troppo grossi erano ridotti a dimensioni più facilmente maneggiabili a colpi di grandi mazze. Poi i cavatori sceglievano le pietre buone da destinare alla lavorazione.

A questo punto si passava alla fase più difficile e importante di tutto il processo, la “calcinazione”, ovvero la cottura dei pezzi di alunite per diverse ore, ad una temperatura costante di 600-700°, all’interno di forni non molto diversi da quelli che erano utilizzati per fare la calce.

La cottura delle pietre era un’operazione delicata che doveva essere eseguita da maestranze molto esperte.

Alla fine, dopo aver lasciato raffreddare il forno, veniva fatta un’ulteriore selezione tra le pietre cotte bene e quelle che invece avevano bisogno di una seconda cottura.

Poi si passava alla terza fase, la “macerazione”. Le pietre venivano bagnate abbondantemente fino a quando non si spaccavano, sgretolandosi in un ammasso pastoso simile alla calcina. La macerazione richiedeva molto tempo e l’operazione poteva durare anche due mesi. Quando l’impasto raggiungeva la giusta consistenza, veniva raccolto e portato in altre fornaci per la lavorazione successiva.

La soluzione alluminosa risultante dalla macerazione doveva ora essere depurata mediante “lisciviazione”, per aumentare la concentrazione dell’allume favorendone così la cristallizzazione. La lisciviazione avveniva in apposite caldaie, formate da un grande calderone metallico, all’interno del quale la soluzione era lavorata per circa 24 ore. Il contenuto della caldaia veniva continuamente rimescolato con lunghe pale in legno per togliere dal fondo le impurità e i pezzi più grandi che vi si depositavano.

Una volta ottenuta la giusta concentrazione, la soluzione veniva versata – mediante un rubinetto che si trovava sul fondo della caldaia – in un grande tino dove era raccolta. Il contenuto del tino era poi colato in un sistema di casse di legno comunicanti che permetteva alla soluzione di depositarsi in tutti i contenitori. La definitiva cristallizzazione dell’allume avveniva in un periodo che andava dalle due alle quattro settimane. I cristalli di allume erano poi staccati dalle pareti delle casse con degli scalpelli.

A questo punto il prodotto era finito e pronto per essere commercializzato.

Nel rinascimento, le principali potenze dell’epoca erano alla costante ricerca del prezioso minerale per impiegarlo negli usi di cui abbiamo parlato. I Genovesi avevano riaperto le miniere medievali di Ischia e Pozzuoli, i Veneziani facevano ricerche nel Tirolo, anche se la maggior parte dell’allume impiegato nell’industria laniera italiana proveniva dall’Oriente, importato dai mercanti genovesi e fiorentini. Nel 1453 però, con la caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi, la situazione cambiò radicalmente. Non essendo più possibile commercializzare l’allume levantino, si cominciò a cercarlo con sempre maggiore insistenza in Occidente e anche in Italia.

In Toscana esistevano miniere nella zona di Volterra e nel Principato di Piombino, a Montioni.

Nel 1461 si scoprirono dei grossi giacimenti all’interno dello Stato Pontificio, nella zona della Tolfa. Naturalmente papa Pio II non tardò ad accaparrarsi l’esclusiva sui diritti di sfruttamento del minerale, giustificando questa decisione col dire che il ricavato dell’allume sarebbe servito per combattere i nemici della Cristianità. Il monopolio dell’allume da parte della Santa Sede si rivelò subito un grosso affare per il papato. La compagnia commerciale fiorentina dei Medici però non stette a guardare e riuscì a farsi concedere l’appalto della vendita del minerale, realizzando ottimi guadagni.

Lo Stato fiorentino aveva costante bisogno di allume per andare incontro ai bisogni degli “industriali” dei tessuti – lana, seta e cotone – che necessitavano costantemente di grandi quantita di prodotto per tingere le loro stoffe.

In realtà l’allume non era l’unica sostanza utilizzata per fissare il colore sui tessuti. Anche le ceneri di legna erano usate come mordente, soprattutto con i coloranti blu e azzurri, che andavano per la maggiore all’epoca. L’importanza del ruolo dell’allume però aumentò decisamente tra il Trecento e il Quattrocento, quando cominciarono ad essere prodotti panni di lana sempre più lussuosi, colorati con tonalità di rosso più prestigiose, che avevano proprio nell’allume il loro fissante più efficace.

Si tornò a guardare alle allumiere di Volterra, ma le vene si esaurirono quasi subito. L’Arte della lana tentò così di rimettere in funzione le allumiere di Campiglia Marittima. Tuttavia, la guerra che Firenze si trovò a combattere contro l’imperatore nel 1530, rese impossibile lo sforzo economico che sarebbe stato necessario per riattivare le miniere campigliesi che, oltretutto non promettevano grandi guadagni.

Nel 1532 fu acquistata una grande quantità di allume della Tolfa, ma i tempi di consegna non furono rispettati e così l’Arte della lana non poté far fronte alle richieste del mercato.

Cinque anni dopo, nel 1537, il governo fiorentino passò nelle mani di un uomo forte, il duca Cosimo I de’ Medici il quale, tra i tanti problemi che si trovò ad affrontare, cercò di risolvere anche quello dell’approvigionamento dell’allume. Cosimo fece eseguire ricerche accurate in tutto il territorio del suo Stato per trovare finalmente vene di minerale da poter sfruttare autonomamente.

Intense ricerche furono svolte nuovamente anche a Campiglia, senza però ottenere risultati apprezzabili.

La Tolfa rimaneva l’unica fonte di approvvigionamento di allume, ma ogni volta per i Fiorentini si presentavano problemi e difficoltà che compromettevano la fornitura. Cosimo allora decise di rivolgersi ai suoi vicini di casa, gli Appiani, Signori dello Stato di Piombino, per convincerli a concedergli in appalto le allumiere di Valli e Montioni. Finalmente, dopo svariati contrasti con la Santa Sede, il duca riuscì a farsi affittare le due tenute nel 1540. Il papa però, temendo di perdere il monopolio dell’allume, fece pressioni sull’imperatore

Carlo V riuscendo a boicottare i piani di Cosimo, che non ottenne mai i permessi per iniziare a scavare.

Nel 1484 Lorenzo de’ Medici, “il Magnifico”, signore di Firenze e grande affarista, aveva creato una società per sfruttare i depositi di allume recentemente scoperti nel territorio di Campiglia. Facevano parte della “compagnia” commerciale anche altri pezzi grossi dell’epoca, come Piero Vettori, Piero Capponi e Guido Mannelli. Le miniere di allume di Campiglia non erano neanche lontanamente paragonabili a quelle di Tolfa, avendo le nostre un’estensione molto più ridotta. La maggior parte dell’allume campigliese era destinato all’industria fiorentina della lana, e una parte veniva addirittura esportata all’estero, come dimostra un documento del 1490 nel quale Piero Capponi si lamenta di problemi avuti da una nave diretta in Inghilterra.

La posizione delle allumiere campigliesi era infatti logisticamente favorevole, essendo vicine alla costa e ai punti di imbarco; il prodotto veniva spedito per mare a livorno e poi trasportato via terra a Firenze.

Il naturalista fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783) afferma che, nel 1495, un certo Tommaso, figlio di ser Bonifazio Mannari, aveva aperto un allumiera in una sua proprietà posta all’interno dei confini del Capitanato di Campiglia, in località Poggio Guicciardino. L’arte della Lana di Firenze lo costrinse a chiudere e rilevò l’attività, incorporando l’allumiera per darla in gestione. Nel 1504, i provveditori dell’Arte della Lana affittarono ad Averardo di Antonio da Filicaia l’allumiera di Campiglia, situata in località Pietra Grossa. Il toponimo è sopravvissuto fino ai giorni nostri nella zona delle Lumiere dove esiste un podere che si chiama Sassogrosso.

I patti con il gestore prevedevano una lavorazione di tremila cantara di allume all’anno, con la clausola che, nel caso in cui ad un certo punto non si fosse più riusciti a trovare pietra buona, il contratto sarebbe stato sciolto, cosa che avvenne il 21 giugno 1505. L’Arte della Lana fu costretta a riprendere in mano la gestione diretta dell’allumiera di Campiglia perché non si trovava più chi volesse gestirla. Il 5 aprile 1510 fu deciso di sospendere qualsiasi attività mineraria perché le spese superavano i guadagni.

Oltretutto, sul finire del Quattrocento, l’estrazione e la lavorazione di allume nel nostro territorio aveva subito una brusca battuta d’arresto a causa della guerra che i Fiorentini dovettero sostenere per domare la ribellione di Pisa, che causò lutti e devastazione anche nel comune di Campiglia.

La prima allumiera in Toscana ad essere riattivata dopo il ritorno al potere dei Medici fu proprio quella di Campiglia Marittima. Già dal 1529 al 1532 furono fatte diverse ricerche e saggi per conto dell’Arte della lana, senza però ottenere risultati positivi. A distanza di un decennio si provò nuovamente a riprendere i lavori di estrazione ma, per assistere ad una vera e propria riapertura del complesso industriale campigliese, si dovette aspettare il 1550, anno in cui a Firenze si verificò una grande richiesta di allume.

Un esercito di operai giunse a Campiglia; gli edifici e le strutture esistenti furono ristrutturate, con un investimento di circa 4.245 lire.

Il “direttore” delle allumiere era il campigliese Fabrizio Viucci (o Vivucci), uomo di fiducia di Cosimo I che, dopo questa esperienza, continuò a seguire altri affari per conto del duca di Toscana. Il provveditore delle miniere era invece Giovanni Francesco Montemerli, esponente di una importante famiglia residente a Massa Marittima e Campiglia.

Nel 1556, nel complesso industriale delle allumiere di Campiglia, furono riaperte anche cave già utilizzate nell’antichità. Evidentemente già in passato si erano cercati minerali alluminosi in quel luogo. Oltre a recuperare gli avanzi delle cave antiche, se ne aprivano anche di nuove per trovare filoni più abbondanti.

La manodopera però scarseggiava, c’erano pochi uomini, anche se diversi furono fatti arrivare dalle allumiere della Tolfa.

I lavori inizialmente procedevano a buon ritmo: le pietre venivano cotte nelle fornaci e poi dovevano essere immerse nell’acqua che però si trovava piuttosto distante dal luogo di scavo e questo rappresentava un ostacolo che intralciava la produzione.

Quando cominciarono a scarseggiare anche i soldi per le paghe, gli operai minacciarono di andarsene a casa. La situazione sembrò tuttavia essere tornata alla normalità e, nell’estate del 1557, si contava di inviare a Firenze qualche sacco di allume. Il vero problema però rimaneva quello igienico-sanitario. Gli operai nei mesi caldi si ammalavano di febbri malariche ed erano costretti a stare a riposo, rallentando così la produzione.

Trovare uomini disposti a rischiare la vita pur di guadagnare qualche soldo non era facile neanche cinque secoli fa. Per cercare di risolvere questo problema, il Montemerli suggeriva al duca di concedere dei privilegi agli “allumierotti” – così si chiamavano gli operai delle allumiere – per attirare uomini in Maremma da ogni parte d’Italia e soprattutto dalle regioni del Nord, nonostante la cattiva fama che la nostra zona aveva a causa della malaria.

Dalle allumiere di Campiglia continuarono a giungere a Firenze notizie altalenanti sullo stato della situazione, fino a quando Cosimo fu costretto a rassegnarsi definitivamente di fronte alla realtà: la miniera campigliese – così come era già successo in passato – fu abbandonata ancora una volta perché non rendeva abbastanza.

Effettivamente, le poche informazioni che si possono trovare nei registri di amministrazione delle allumiere di Campiglia ci descrivono una situazione di crisi.

I lavori erano finanziati dai provveditori dell’Arte della Lana, con somme che però non erano sufficienti a far fronte alle spese.

Le uscite più consistenti erano quelle per l’acquisto del grano e del vino destinato agli operai, che potevano comperare i generi di prima necessità sul posto e ad un buon prezzo, senza andare a cercarli altrove. Il vino in particolare era indispensabile e molto apprezzato dagli operai che ne consumavano a fiumi. Trascurabili le spese per il bestiame, solo sporadicamente si registra l’acquisto di animali da lavoro, come l’asino, comprato a Certaldo, destinato al trasporto degli attrezzi alla cava. Nel complesso non dovevano esserci molte bestie da lavoro alle allumiere di Campiglia, visto che le uscite per i foraggi erano molto scarse. L’assenza di un numero consistente di muli, cavalli e bufali – come invece accadrà a Massa – è un segnale evidente che nelle nostre cave di allume l’estrazione procedeva a rilento e con risultati deludenti. La povertà di queste allumiere portò alla loro definitiva chiusura, avvenuta nella seconda metà del Cinquecento.

Non molto distante dall’area dove ebbe luogo l’estrazione e la lavorazione dell’allume, nel Novecento si è sviluppato un piccolo centro abitato, lungo la via Aurelia, che ha attirato su di sé il nome delle “Lumiere”.

Sono ancora visibili, anche se quasi del tutto nascosti dalla vegetazione, alcuni dei pozzi quattrocenteschi e cinquecenteschi. Molti dei terreni interessati in passato dall’attività estrattiva sono da almeno un secolo ricoperti dalla boscaglia, non essendo stato evidentemente possibile recuperarli all’agricoltura dopo l’abbandono delle cave. Durante la ricognizione sul posto, non siamo riusciti a determinare la natura di vasti depositi di materiale presente sul terreno. Ci auguriamo che qualche geologo, incuriosito da questo articolo, si prenda la briga di analizzarlo, per capire se si tratta dei resti della produzione dell’allume o, più probabilmente, di attività mineraria di altro tipo praticata nell’Ottocento o nel Novecento.

Uno dei resti ancora esistenti del complesso delle antiche cave di allume è la cosiddetta “Casaccia” – oggi trasformata in elegante residence per i turisti – che nelle mappe del Catasto Toscano del 1821 è indicata come «casalone delle allumiere» e che, quasi certamente, corrisponde al grande edificio dove «si confetta l’Alume» citato da Leandro Alberti nella sua opera, Descrittione di tutta Italia, pubblicata nel 1550. Dopo l’abbandono e il diroccamento che gli fece meritare il nome “Casaccia”, fu ristrutturato e ampliato dalla famiglia Lorenzelli, che lo trasformò in casa colonica.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 13 (luglio-agosto 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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