La lite sul confine della Sdriscia scoppiata tra Campigliesi e Piombinesi nel 1597

In un’epoca in cui non esistevano ancora gli strumenti tecnici e i metodi scientifici per realizzare carte topografiche precise e dettagliate, il sistema più efficace per delimitare i confini tra una comunità e l’altra era quello, utilizzato fin dall’antichità, di apporre direttamente sul terreno dei segni di riconoscimento in pietra che fossero ben visibili a tutti.

Questi cippi, conosciuti col nome di “termini”, venivano controllati periodicamente, dai membri delle comunità interessate, per verificare che non fossero stati danneggiati, rimossi o spostati.

Negli statuti di Campiglia esisteva un apposito capitolo dedicato alla revisione dei confini. Gli uomini prescelti erano «tenuti ed obbligati per tutto il mese di aprile andare a vedere tutti i termini e confini che la corte e giurisdizione di Campiglia ha con tutti i suoi vicini». Nello svolgere questa attività era fondamentale che i membri più anziani della comunità istruissero i più giovani circa l’esatta collocazione dei confini. Per questo gli statuti raccomandavano che alle ricognizioni partecipassero anche i «giovani da quindici anni in su» e che gli adulti dovessero «seco menare simili giovani acciocché essi abbino notizia di detti termini e che, nascendo differenze con i vicini, si trovino più persone che sappino render ragione de’ detti termini e confini».

Non era raro infatti che scoppiassero liti con le comunità vicine per questioni di confini. Quando le divergenze coinvolgevano i Piombinesi, le cose si facevano più serie, dato che, con loro, esisteva un vero e proprio confine “internazionale”, quello tra il Granducato di Toscana e il Principato di Piombino.

Nei primi anni dopo la sua nascita, il Comune di Campiglia dovette affrontare una serie di lotte anche violente, con le comunità vicine, per accordarsi sui confini. Ad un certo punto, finalmente, fu raggiunto un equilibrio e la situazione divenne più stabile.

All’inizio, il territorio campigliese era più piccolo, non comprendendo ancora la parte di Biserno a nord e Casalappi a sud.

Al 1295 risale il primo documento noto relativo ai confini della Comunità di Campiglia, in quel caso con il territorio di Suvereto.

La descrizione del perimetro della Comunità risale al 1463 e venne fatta in seguito ad una lite con i Piombinesi. In quell’anno fu deciso che il territorio del castello di Casalappi restasse sotto il dominio campigliese.

A metà del Cinquecento, troviamo un lodo del capitano Niccolò Guicciardini che descrive il confine piombinese: «dalla parte di Vignale sia posto un termine sopra un certo viale o maceria esistente sopra il termine Torto verso Campiglia, per lo spazio di braccia 305… altro detto alla Querciola, e fra questi due siano messi almeno quattro termini in linea retta. I primi due dal termine detto della Crociata, e via che volgarmente si chiama le Sedici: il terzo fra detta strada, e il termine della Querciola sempre in linea retta, fino al luogo detto di S. Jacopo… esistente nel campo di S. Quirico di Populonia verso Suvereto, nel mezzo della strada di Vignale. Dalla parte di Piombino e Populonia, si vada al termine della Crociata, al termine Torto sopradetto, e da esso si vada a un certo stradone distante da un certo murello di S. Mammè per braccia 143, e da detto stradone al termine primo che segue dopo le Murella di S. Mammè verso la Mandria o Bracciolo…»

A quasi cinquant’anni di distanza da questo documento però, nel 1597, si riaccese una nuova disputa fra Campigliesi e Piombinesi.Gran parte dei riferimenti topografici descritti nell’atto non erano più identificabili e così ognuna delle due parti aveva elaborato una propria versione dei fatti.

Dopo un intenso scambio epistolare tra la principessa Isabella di Mendoza, madre del principe di Piombino Jacopo VII, e il granduca Ferdinando I, per appianare le discordie ed evitare ulteriori future discussioni, era stato deciso di far restaurare i termini guasti che dividevano il territorio toscano da quello piombinese, effettuando nell’occasione una comune ed attenta revisione del confine.

I sovrani incaricarono due loro deputati: per la parte campigliese fu nominato il dottor Ottavio Compagni, cancelliere della città di Volterra, mentre per la parte di Piombino il signor Fabio Landi, gentiluomo piacentino e colonnello delle milizie piombinesi.

I due si recarono sul posto per effettuare il sopralluogo insieme ai rappresentanti delle comunità di Piombino e Campiglia. Una cosa fu subito chiara: le parti non si trovavano d’accordo neanche sui nomi dei termini di confine. Lo stesso cippo era indicato in un modo dalla parte piombinese e in un altro da quella campigliese e questo ovviamente creava una gran confusione. Per esempio il termine chiamato dai Campigliesi “Rechinale”, per i Piombinesi era il termine di “Campo Alloro” o della “Querciola”, trovandosi vicino ad una quercia di proprietà del cavalier Pompilio Campigli. Non lontano c’erano poi il termine del “Cafaggetto”, alias della “via di Vignale”, e quello che i Piombinesi chiamavano “dell’Acquaviva”, che per i Campigliesi invece era detto della “Banditella”, mentre quello che i Campigliesi giuravano essere “dell’Acquaviva” per i Piombinesi era sicuramente il termine di “Franciana”; insomma: un caos totale!

La disputa più aspra però verteva in particolare su uno dei termini di confine tra i due stati, quello conosciuto col nome di “San Mommè”, nel luogo dove fino a qualche secolo prima era esistita un’antica chiesa dedicata a San Mamete di Cesarea.

Si trattava di un termine importante perché posto al vertice di uno degli angoli del territorio campigliese incuneato all’interno di quello piombinese. Di conseguenza, se quel termine non fosse stato riconosciuto, Campiglia avrebbe perduto una parte delle sue terre, che sarebbero quindi passate a far parte del Principato.

I Campigliesi lo sapevano bene e non avevano alcuna intenzione di rinunciare a quella striscia di terra che faceva tanto gola ai Piombinesi, così tanto da indurli, come vedremo, a sbarbare e far sparire il termine di San Mommè o San Mammè, come dicevano loro.

Nel 1452, il signore di Piombino, Emanuele Appiani, aveva confermato ai suoi sudditi le antiche consuetudini, impegnandosi anche a far rispettare quella che prevedeva «che la giurisdizione, e ristretto di S. Mammè s’aspetti, ed appartenga con ogni pieno diritto al detto comune di Piombino, di maniera che di detta giurisdizione il detto comune possa disporre in tutto e per tutto come vero padrone e difensore di cosa propria, e sia tenuto a risquotere il terratico della detta giurisdizione di S. Mammè, senza contradizione del Magnifico Signore, de’ suoi eredi e successori o di altra persona…» Per questo motivo i Piombinesi consideravano tutta quella zona una loro proprietà.

Non essendo riuscite in nessun modo le parti a risolvere questa faccenda, la visita dei due deputati inviati dalla principessa e dal granduca si rivelò un fallimento e così il restauro dei termini rimase in sospeso.

Il granduca allora, per sistemare la questione, incaricò un uomo di sua grande fiducia, il nobile cortonese Taddeo Orselli, il quale si recò a Campiglia per interrogare le persone informate dei fatti.

Il 31 dicembre, fu interrogato il quarantenne Francesco Pelloni originario di Comano, nel capitanato di Fivizzano, abitante a Campiglia. L’uomo da venticinque anni feceva di mestiere il guardiano di bestiami – suoi e anche di altri – ed era quindi un testimone ideale, dato che conosceva bene le campagne e i pascoli campigliesi.

Pelloni dichiarò di non sapere di preciso quanti fossero i termini posti lungo il confine piombinese, anche se disse che ce n’erano diversi. Ricordava i nomi di qualcuno di questi termini, i più noti, come quello “del Molino” verso il “Bracciuolo”, sul lago di Rimigliano, quelli di “San Mommè” e del termine “Torto” fino ai confini di Casalappi.

Disse che i termini erano piuttosto bassi e di forma stondata e che alcuni erano smurati e guasti. Secondo lui, quello di San Mommè si trovava nelle terre che lavoravano i Piombinesi, almeno da quando lui abitava a Campiglia. Da quelle parti però c’erano anche altre terre che invece venivano coltivate dai Campigliesi.

Pelloni sapeva che, dal “Fossatello” in su, la buonanima del granduca Cosimo I aveva fatto realizzare le lavoriere che però, non essendo più curate da parecchi anni, erano tornate ad essere terreni incolti.

Incalzato dall’Orselli per sapere se avesse mai visto lavorare quelle terre dai Piombinesi, Pelloni rispose di no. La parte di sotto al Fossatello, verso il termine di San Mommè, non era sementata. Qualche volta vi aveva incontrato dei bifolchi e alcune guardie piombinesi – delle quali non ricordava il nome – che lo avevano anche multato per aver sconfinato con le sue bestie, che però non gli erano mai state sequestrate.

Pelloni aveva visto in più di un’occasione i Campigliesi andare a visitare il termine di San Mommè mentre lui si trovava con le vacche; una volta nel mese di maggio mentre stava «a giaccio» (cioè a passare la notte all’aperto) al “Pozzale”.

Il giorno dopo fu sentito un altro testimone, Polo Burlacchini, cinquantasettenne originario di Santo Pietro Belvedere nella podesteria di Peccioli, anch’egli pratico della “zona incriminata”, avendo vissuto per circa vent’anni a Piombino, dove si era trasferito ancora ragazzo per fare il guardiano di bestie. In quest’arco di tempo aveva avuto quattro padroni, prima di spostarsi a Campiglia. Vi era arrivato quindici anni prima, dopo aver lavorato per un certo periodo al Malandrone, dalle parti di Rosignano, al servizio di Matteo Campigli, zio del più celebre cavalier Valerio.

Il Burlacchini, subito dopo l’arrivo a Campiglia, aveva tenuto il bestiame dei Campigli nel podere che la famiglia aveva a Ulceratico e ora lavorava come loro garzone.

Il termine di San Mommè distava dal podere di Ulceratico poco meno di tre miglia e quindi Polo dichiarò di conoscere bene la zona dove si trovava il termine, per averci pascolato molte volte le bestie e arato la terra con i buoi e con i bufali di un certo Batistone di Pasquale da Piombino, per il quale aveva lavorato come garzone. Lo aveva fatto dal termine in giù, nel territorio piombinese e non nella parte di sopra dove si trovava la lavoriera del granduca.

A conferma di quanto affermato, Polo dichiarò di aver sempre sentito dire dai vecchi di Piombino che il termine di San Mommè divideva il territorio di Campiglia da quello piombinese. Una volta, ad altri garzoni di Batistone – il capobifolco si chiamava Dreino, poi c’erano anche Zeno e Pierone – scapparono alcune bufale brade dalla parte di sopra del termine e furono sequestrate dalle guardie del granduca.

Il Burlacchini ribadì che le lavoriere si trovavano dal Fossatello in giù e che, anche se ora erano sode, le avevano sempre lavorate i Campigliesi.

Lo stesso giorno fu interrogato anche il sessantenne Pasquino Ballarecci da Barberino di Mugello, abitante da una trentina d’anni a Campiglia e più precisamente dall’ultimo anno in cui furono seminate le lavoriere del granduca poste di là dal Cornia. Pasquino aveva lavorato come pastore delle cavalle, nel pascolo vicino al termine di San Mommè, nella parte superiore, quella verso Campiglia, e per questo era stato chiamato a testimoniare.

Il Ballarecci affermò che le terre sopra al termine erano sicuramente del granduca, mentre la striscia di terra che stava tra il Fossatello e il termine di San Mommè non si sapeva più a chi appartenesse, anche se l’avevano sempre lavorata i Piombinesi, un anno sì e un anno no, e attualmente era sementata dai Ricasoli di Firenze.

Il 5 gennaio toccò a Matteo De Nossi dal Val di Serchio, sessantenne abitante da quarant’anni a Campiglia, durante i quali aveva esercitato «l’arte del contadino».

Si trattava di uno degli uomini campigliesi che avevano lavorato nei pressi del termine di San Mommè, nelle terre delle lavoriere granducali, dove aveva seminato almeno per quattro o cinque anni. Le “lavoriere vecchie” – che furono poi dismesse – confinavano con la Sdriscia, San Mommè, Vignale e la Corniaccia.

Il De Nossi disse che le terre e le lavoriere comprese tra i tre termini di San Mommè, Corniaccia e Franciana appartenevano al granduca ma confermò che il pezzetto dal Fossatello in giù, verso il termine di San Mommè, non si sapeva di chi fosse. Parlava a ragion veduta perché era stato guardia per più di vent’anni e queste cose gli erano state insegnate dalle guardie più vecchie di lui, avendo riscosso personalmente il “terratico” – ovvero un ottavo del raccolto che chi seminava nelle lavoriere era tenuto a consegnare al granduca – da Gimignano Rabatti e dai suoi eredi, da Domenico di Rocco, dai fratelli Vincentino e Morotto di Spadone, da Lorenzo Campigli e da altri campigliesi.

Il De Nossi confermò che le terre che si trovavano dalla lavoriera in giù, fra il Fossatello e il termine di San Mommè, erano state fatte lavorare dal Ricasoli, anche se dichiarò di non sapere da chi il nobiluomo fiorentino le avesse avute in concessione, se dalla Principessa o dalla Comunità di Piombino.

Che quella striscia fosse terra di nessuno, contesa dalle due comunità e soggetta a sconfinamenti, lo dimostrava anche il fatto che,

circa tre anni prima, a un pastore campigliese che pascolava sopra al Fossatello, nella lavoriera, furono sequestrate alcune pecore dalla guardia del Ricasoli e dal suo fattore e portate ad una capanna situata sotto al termine, restituite poi il giorno stesso dietro pagamento di due scudi. Il pastore andò a lamentarsi del torto subito a Campiglia, con il fattore del granduca che scrisse una letteraccia a Lelio Cambi di Piombino, socio del Ricasoli.

Dopo una pausa di circa un mese,

il 2 febbraio, Matteo De Nossi fu chiamato nuovamente a testimoniare. Gli fu chiesto se alle lavoriere, al termine di San Mommè, vi fossero una strada o uno stradone e lui rispose di non aver mai visto strade, ma che c’era un fossetto che separava le lavoriere dalle terre fatte sementare dal Ricasoli. Le lavoriere erano affossate e ben suddivise in campi, anche tra un campo e l’altro c’erano le fosse.

Già ventuno anni prima, Gimignano Rabatti da San Gimignano, che allora abitava a Campiglia, aveva avuto questi terreni dal fattore del granduca per lavorarli e, proprio in questo periodo, furono scavate molte fosse alle lavoriere, vicino al termine della Corniaccia, in un campo che era chiamato il “Campo del Termine”. Un anno, il Rabatti raccolse una gran quantità di grano che il De Nossi si ritrovò a veder “battere” e misurare, prima di riscuotere il terratico in qualità di guardia del granduca.

L’inquisitore Orselli insisté a chiedere se il testimone avesse mai sentito dire, magari da qualche guardia più anziana, che esistesse o fosse esistita una strada o stradone nei pressi del termine, ma il De Nossi rispose ancora una volta di no, precisando di aver sentito più volte parlare di uno “stradone di San Mommè” di sotto al termine, verso lo stagno di Piombino, poco più giù della capanna conosciuta col nome di “Capanna del Poggio di San Mommè”.

Anche a Raffaello Fazzini e a Girolamo di Guidone, detto “il Corso”, entrambi di Campiglia, fu chiesto se esistesse uno stradone nei pressi del termine di San Mommè e pure loro risposero di no, confermando quanto detto dal De Nossi e cioè che in quel punto c’era solo un fosso che divideva le lavoriere dalle terre di sotto, che ora erano incolte, dove si trovava il termine di San Mommè, e che l’unico stradone esistente era sotto al termine, verso lo stagno di Piombino, vicino alla “Capanna di San Mommè”.

Nel 1560, Cosimo I aveva istituito una nuova magistratura, quella dei “Nove conservatori del dominio e della giurisdizione fiorentina”, con il compito di controllare e tutelare le comunità locali e i confini dello Stato toscano. Questa lite tra Campigliesi e Piombinesi era il tipico caso di competenza dei “Nove”, che infatti se ne occuparono disponendo il ripristino dei vecchi confini.

I “Signori Nove” inviarono un loro “donzello” che fece il giro del confine e – sotto gli occhi del campigliese Rocco Santucci e di altri suoi compaesani, alla presenza anche del colonello Landi, deputato della principessa di Piombino – fece un segno per terra col pugnale nei punti dove dovevano essere collocati i termini.

La faccenda sembrava risolta e così, domenica primo febbraio 1598, Lionetto Manetti, insieme ad altri campigliesi, andò a vedere i luoghi destinati all’apposizione dei nuovi termini vicini a quello di San Mommè e vi fece portare calcina e sassi come ordinato dall’Orselli.

Al termine “Rosso” avrebbe dovuto incontrarsi con i Piombinesi per verificare che quel termine fosse stato ricollocato sopra il basamento originale. Lui e i suoi compagni aspettarono fino a metà pomeriggio poi, non vedendo arrivare nessuno, decisero di tornare a casa.

Il mattino seguente, il Manetti tornò sul posto insieme ai muratori mastro Giulio e mastro Girolamo e, con grande sorpresa, videro che il termine era stato rotto e scavato con le vanghe fino alle fondamenta e poi ricoperto di terra. Questo non impedì loro di individuare il luogo esatto dove si trovava il basamento del termine, perché il segno sul terreno era ancora ben evidente.

Mastro Giulio Gianetti restaurò il termine “Rosso”, facendo ben attenzione a riposizionarlo sulle sue vecchie fondamenta, che erano profonde circa 60 centimetri.

Mentre stava lavorando, passò uno sconosciuto di Piombino, a cavallo, barba castana, sui trentacinque anni, che si fermò dicendogli che le fondamenta del termine si trovavano nella fossa e non nel punto dove era stato restaurato. Poi se ne andò, ma dopo due ore ritornò, imprecando contro di loro, prima di andarsene nuovamente.

Nella fossa però non c’era alcun segno che potesse far pensare alla presenza di un vecchio termine, ma solo qualche sasso che doveva essere appartenuto ad un ponticello servito in passato per attraversarla. Un giorno non bastò a finire il lavoro e così mastro Girolamo tornò sul posto l’indomani per completare l’opera.

Interrogato, mastro Girolamo confermò la versione del suo collega, riportando l’episodio del piombinese a cavallo che insisteva a dire che le fondamenta si trovavano nella fossa, nonostante i due muratori gli avessero fatto toccare con mano le vere fondamenta che loro avevano ritrovato sull’argine.

La correttezza della squadra di muratori incaricati del restauro dei termini fu confermata anche da mastro Matteo, che aveva preso parte al lavoro per otto giornate e mezzo insieme a mastro Domenico, i quali assicuravano di aver rispettato le vecchie fondamenta, dichiarando: «non siemo usciti punto né drento né fuora dei sua letti».

Il lavoro era stato ritardato e rimandato a febbraio a causa delle abbondanti piogge che avevano reso impraticabile il terreno. Non appena il tempo lo permise, oltre ad essere restaurati, i termini furono anche alzati, per renderli ancora più visibili. Quello del “Rechinale”, che prima era alto da terra un metro, fu portato a due, anche quello del “Mulino Nuovo” fu alzato di un metro, mentre quelli dello “Spargitoio”, della “Corniaccia” e delle “Selici” furono portati a due metri e mezzo di altezza. Il termine del Bracciolo, che era squadrato – le cui fondamenta si trovavano al pari dell’acqua del lago di Rimigliano – fu rifatto stondato.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 14 (settembre-ottobre 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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