Un vino con una grande storia

Vigne, strade e Big History a Vignale

La Big History (letteralmente Grande Storia) è una disciplina recente che si occupa di scoprire relazioni − spesso anche piuttosto labili o incerte − tra avvenimenti che si sono verificati in un tempo lunghissimo; o meglio, in “tutto” il tempo del mondo, dal big bang delle origini fino ai nostri giorni. è un modo nuovo di leggere − e soprattutto raccontare − la storia, che usa gli strumenti comunicativi propri del nostro mondo (il multimediale, la rete, ecc.) e che fa larghissimo uso del concetto di analogia, cercando di individuare, per esempio, elementi o percorsi che si ripetono o si intrecciano più volte nel corso della storia di un luogo.

Vignale, con il suo paesaggio umano che noi riusciamo a leggere fino a più o meno 2.500 anni fa, si presta anche a fare un piccolo esperimento di Big History, a partire dalla suggestione generata dalla presenza di tre elementi ricorrenti nelle sue vicende: l’argilla, una strada e un vigneto.

Come in qualsiasi altro luogo, la storia di Vignale nel lungo periodo (i famosi 2.500 anni) è determinata essenzialmente dalla interazione tra un paesaggio naturale con le sue caratteristiche specifiche e gli uomini che in quel paesaggio vissero e lavorarono, nel passato, e vivono e lavorano nel presente.

Il paesaggio naturale, lo scenario della nostra Grande Storia, è fatto di colline boscose e di mare.

Colline e mare, che quasi si toccano a Poggio alle Forche, determinano un elemento di continuità nel tempo: da qui e solo da qui poteva passare una strada costiera che corresse lungo il Tirreno e quindi da qui passarono la via Aurelia / Aemilia romana, poi − dopo il lungo intervallo dell’impaludamento − la nuova via Regia di Leopoldo II, divenuta poi l’Aurelia moderna. E poi ancora la linea ferroviaria e infine la nuova superstrada.

Colline boscose e mare hanno qualcosa a che fare anche con un altro elemento di evidente continuità a Vignale: la vigna. Il terreno non sembra ottimale, perchè è molto umido, ma evidentemente colline e mare creano un microclima adatto: le fornaci romane che stiamo scavando producevano anfore per il trasporto di vino e quindi ci doveva essere un vino da trasportare; nel Medioevo il luogo si chiama Vignale − ovvero “luogo coltivato a vigne” − e oggi vi si continua a produrre un ottimo vino.

Non c’è bisogno di altre prove per dire che la cosa funziona. Dunque strade e vino. Ma questa non è Big History, questa è storia di lungo periodo, elementi costanti nella vita di un paesaggio.

La Big History entra invece in campo se proviamo a vedere quali furono gli effetti che questi due ebbero in rapporto alla nostra conoscenza del passato per via archeologica. Se guardiamo la storia dell’archeologia a Vignale scopriamo infatti che questi due temi ritornano in molti modi.

La strada fu il motore per la nascita stessa del sito antico, perché fu con la costruzione della strada che un pezzo di Maremma venne connesso con il resto del territorio romano e divenne quindi un luogo molto appetibile per l’insediamento umano. E fu l’esistenza della strada a determinare la lunga vita del sito, prima come stazione di posta, poi come residenza di prestigio che continuava a offrire ospitalità, infine, forse, come luogo dove si insediò una chiesa, che sfruttava proprio la funzione consolidata nei secoli di punto di sosta e di incontro delle persone.

Ma la strada fu, molto probabilmente, anche la causa della crisi e dell’abbandono del sito: una delle ipotesi su cui stiamo lavorando è che la grande residenza con il mosaico del Signore del Tempo sia stata pesantemente danneggiata, agli inizi del V secolo d.C., dal passaggio dei Visigoti.

E fu anche la presenza della strada − potenziale veicolo di pericoli − a consigliare agli abitanti della zona, nell’alto medioevo, di ritirarsi sulla collina, in centri fortificati meglio difendibili e comunque più lontani dalla palude che ormai aveva preso il posto della amena laguna.

Ben più di mille anni dopo, all’epoca del granduca di Toscana Leopoldo II, la strada ricominciò a fare il suo gioco: la scelta del nuovo tracciato rettilineo attraverso la pianura determinò la scoperta del sito archeologico e l’avvio degli scavi e la donazione di ciò che restava della vecchia strada romana al proprietario dei campi (il cavaliere pisano Lelio Franceschi) fu la “moneta” con cui Leopoldo II ricompensò lo stesso Franceschi per la costruzione di una “casa” per proteggere il grande mosaico appena scoperto.

Quando del mosaico si era ormai persa la memoria e nel campo di Vignale era rimasto solo un capannone agricolo, che aveva preso il posto della vecchia “casa” fatta costruire dal Franceschi, fu nuovamente la strada a giocare un ruolo importantissimo.

Nel 1960 si decise di allargare la vecchia via Aurelia, che era rimasta sostanzialmente la stessa dell’epoca di Leopoldo II e che non reggeva più il traffico commerciale: per farlo fu necessario abbattere il capannone agricolo, sotto il cui pavimento − ma nessuno ormai lo sapeva − era celato il mosaico. Involontariamente quindi, la stessa strada che aveva portato alla scoperta del mosaico nel 1830, più di un secolo dopo lo salvò: perché il capannone abbattuto costituì un ostacolo insormontabile per le arature successive che altrimenti lo avrebbero irrimediabilmente distrutto.

La stessa straordinaria concatenazione di eventi apparentemente casuali legano al nostro mosaico anche la vite e il vino che se ne ricava.

Un vigneto importante esisteva probabilmente in questi terreni al momento della costruzione del mosaico: se i Romani producevano vino nel II secolo a.C. (le anfore) e lo producevano ancora nel X secolo d.C. (il toponimo Vignale) lo avranno prodotto anche al momento della costruzione del mosaico, nel IV secolo d.C.

Poi, però, il vigneto sparisce dalla storia di Vignale: nei molti documenti che descrivono la Tenuta tra ‘700 e ‘800 non si fa mai cenno a una produzione importante di vino.

A ri-portare il vigneto a Vignale è proprio il nostro mosaico: per proteggere i resti archeologici che circondavano la “casa” del mosaico, Leopoldo II impose al cavalier Franceschi di impiantare una vigna “arborata”, cioè con filari sostenuti da alberi da frutta, che non danneggiavano troppo i resti antichi presenti nel terreno.

Così quel campo e quel vigneto cominciarono a chiamarsi “del Mosaico” e con questo nome il campo e il vino sono arrivati fino quasi ai giorni nostri.

Il vigneto, per la verità, rischiò anche di distruggere definitivamente il mosaico, perché una aratura profonda effettuata nel 1968 intaccò pesantemente le strutture antiche, ma, proprio in corrispondenza del mosaico, fu fermata dalla presenza dei resti del capannone distrutto per allargare la strada.

Ed è stato sempre il vigneto a portare alla riscoperta del sito antico a partire dal 2003. Tutto ri-cominciò con un’altra aratura profondissima per l’impianto di un nuovo vigneto nel “campo del Mosaico”. Ma, in questo caso, come tutti sappiamo, le cose andarono bene: gli aratri si fermarono e cominciarono gli scavi archeologici che, undici anni dopo, hanno portato alla scoperta del mosaico.

E da quella scoperta comincia un’altra storia: ora è il mosaico ad “aiutare” il vigneto. Il logo del progetto archeologico e la storia meravigliosa di Vignale sono finiti sull’etichetta del vino che, ora sappiamo perché, si chiama “Villa del Mosaico”, e stanno contribuendo in maniera significativa al suo rilancio commerciale.

E, come si usa tra buoni amici, il vino “ricambia” il sostegno, giacché una quota del prezzo pagato da chi compra quel vino va a sostegno degli scavi, in un circuito virtuoso di nuova economia. La Big History di strade, vino e mosaici a Vignale continua.

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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