di Ferdinando e Cesarina Lelli
(1907-1992)

Nonno voleva molto bene alla sua famiglia, tra figli e nipoti ne aveva dieci. Abitavamo sopra al mitico “circolino” di Caldana e spesso, la sera, stavamo a veglia mentre lui ci raccontava le cose che gli erano capitate in gioventù.

Una volta, da casa sua, sentì un uomo che chiedeva aiuto piangendo. Si affacciò alla finestra e vide che un barroccio, con cavallo attaccato e un carico di calce viva, era finito dentro alla Fossa Calda. A quel tempo l’acqua arrivava a filo della strada. La calce fumante aveva preso fuoco, mio nonno corse subito con una pala, scaricò velocemente il carico per evitare che bruciasse anche il cavallo. Finito il salvataggio si rivolse all’uomo e lo rimproverò ben bene perché, invece di starsene lì a piagnucolare, avrebbe dovuto fare qualcosa anche lui.

Quando noi nipoti giocavamo e ci facevamo male, lui non lo sopportava e se la prendeva con l’oggetto che ci aveva creato danno. Mio fratello Ferdinando cadde salendo le scale, picchiò la testa in un vaso di fiori e gli dettero alcuni punti: nonno prese il vaso e lo disintegrò.

Era un gran lavoratore, aveva una forza erculea. Faceva il muratore e, quando costruirono il primo palazzo in Caldana, conosciuto come “il palazzo di Asio” (Fedi), visto che era lui che lo aveva commissionato, due muratori stavano discutendo su come fare a mettere una soglia sulla finestra, dicendo: «tu la prendi in cima, io la prendo in fondo… ci vorrebbe qualcuno che la tenesse al centro» e, così dicendo, indugiavano. Nonno, in un attimo, prese la soglia e la mise dove doveva andare e, rivolgendosi ai suoi colleghi, disse: «avete visto come si fa?!»

Loro rimasero a bocca aperta. Quando tornava da lavoro, prima di salire in casa, passava da una delle sue figlie, la maggiore, e chiedeva come ci eravamo comportati noi ragazzi. Avevamo dodici, dieci, otto e sei anni e si giocava nel cosiddetto “orto”, un pezzo di terra dietro alle nostre case. C’era di tutto: galline nel pollaio, il maiale nel castro, il cane nella cuccia, frutta, ortaggi di ogni genere e anche il deposito del materiale edile. Le cose prese maggiormente di mira da noi bambini erano il mucchio della ghiaia e quello della rena. La zia poi faceva puntualmente il resoconto dei danni e lui veniva a brontolarci, ma poco dopo era tutto passato.

Rossana Agostini

 

Una volta nonno mi portò a caccia, ero ancora piccolo. Avrò avuto cinque o sei anni ma, essendo il primo nipote, spesso andavo con lui. Camminando verso casa, lui col fucile in spalla ed io ad altezza del grilletto, senza pensarci due volte lo tirai. Partì un colpo, fortunatamente in aria, e non successe niente. Nonno però, con lo sguardo impaurito e sbigottito, mi disse: «non ti ci porto più!»

Verso l’età di quindici anni, mi volevo improvvisare muratore e nonno, che era del mestiere, approfittò per insegnarmi: «metti in fila i mattoni, poi la calce, poi i mattoni…» e così iniziai a fare una piccola parete. Quando nonno venne a controllare il lavoro, vide che il muro era storto. Non disse nulla e cominciò a prenderlo a calci per buttarlo giù ma, insieme al muro, buttò giù pure me che c’ero seduto sopra!

Mauro Agostini

Fonte: F. Peccianti, I nonni dei Venturinesi, 2016

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