di Angiolo e Elivia Paladini
coniugata Peccianti
(1928-2002)

Tutte le volte, non vedevo l’ora di scappare da quella nube di spolverino e, finalmente, la domenica i miei genitori mi portavano da nonna Alda. Ci passavo quasi tutti i fine settimana e gran parte dell’estate a Venturina. Se non c’era da andare a scuola mi facevo subito lasciare dai nonni a dormire.

Nonna faceva tutto in casa, già si alzava la mattina presto per stare dietro a nonno Giovanni, dargli i vestiti puliti, preparargli la colazione, salutarlo prima che andasse a lavoro o a caccia, anche se erano le cinque o le sei del mattino. Poi, invece di tornare a letto, iniziava a cucinare, mica si metteva a pulire subito e fare casino, perché io ero ancora a letto.

Mentre dormivo, gli odori di ragù, verdure, brodo e altre specialità mi avvolgevano. La casa tutta profumava, perché nonna Alda era un vero chef, non solo nel senso che preparava piatti squisiti, ma anche perché riusciva ad accontentare tutti a tavola.

Raramente si vedevano meno di due o tre primi e altrettanti secondi piatti: una vera follia. Per non parlare dei contorni. Con tutta la verdura che nonno portava a casa, in tavola era il trionfo dei colori. I piatti forti però riguardavano la cacciagione: uccellini, fagiani, cinghiale.

Un giorno vidi nonna che rincorreva un coniglio vivo in giardino. Io mi ero appena svegliato, avrò avuto dieci anni. La guardavo divertito mentre in pantofole lo chiamava: “vieni qui!” Il coniglio, a un certo punto si fece prendere per le orecchie. Seguì la fine orrenda del coniglio, per la quale rimasi molto turbato. Oggi sono un mezzo vegetariano, però quel coniglio in umido con le olive era davvero buono. Ho ereditato la passione per la cucina da nonna, soprattutto per i primi piatti di verdure e di pesce.

Nonna Alda era bella, si era innamorata di nonno Giovanni in quel del Bottaccio e avevano deciso di passare la vita in Tufaia, come molti altri a quei tempi. Non ha mai rimpianto di non aver girato il mondo, a lei bastava vedere la famiglia riunita ogni domenica, ogni festa. Peccato che se ne sia andata troppo presto, senza aver conosciuto i bisnipotini.

Matteo Chesi

 

Si dice che i nonni siano molto importanti per l’educazione e la crescita dei propri nipoti. Rappresentano la saggezza, il passato e dunque la storia che noi nipoti non possiamo far altro che immaginare e mantenere in vita conservando il loro ricordo.

Adesso che sto scrivendo queste poche righe per ricordare nonna Alda, mi trovo lontana da casa, lontana dai luoghi dove sono cresciuta con quei valori che anche la mia nonna ha saputo trasmettermi. Ed è proprio sul valore della schiettezza che voglio soffermarmi per descrivere il suo carattere, il suo essere donna di importanza primaria nella famiglia, sempre “a fianco” di suo marito Giovanni e guida fondamentale per le sue figlie Francesca e Giovanna. Come donna “al focolare” era eccelsa nel preparare piatti davvero prelibati: una cucina semplice, povera ma che al palato dei conviviali sprigionava sapori unici che, aimé, oggi, né io né mamma Giovanna, siamo capaci di ritrovare.

Il piatto per eccellenza: lo stoccafisso in umido con le patate. Lei, con il suo grembiule e la “pezzola”, indispensabile per proteggere i capelli ai fornelli, ogni domenica era capace di allietare l’intera tavolata. E tutto sempre fatto con tanta volontà e amore.

Dopo pranzo, mamma e zia la aiutavano a fare le faccende, mentre io e nonno ci esibivamo per loro con sketch giocherelloni per farle ridere! Sono proprio quelle risate spontanee e genuine che mantengono unico il ricordo di nonna Alda nei miei pensieri.

Purtroppo ci ha lasciati quando io ero ancora un’adolescente e così come lei non ha potuto vedermi crescere e maturare, io d’altra parte non ho vissuto appieno la sua malattia, che lentamente l’ha spenta. Quel dolore però rimane vivo nel ricordo di mia madre e questo mi rende consapevole giorno dopo giorno.

Chiara Chesi

Fonte: F. Peccianti, Le nonne dei Venturinesi, 2017

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