Alfredo Barsotti era originario di Livorno ma aveva trascorso tutta la sua vita a Venturina. Molti lo ricorderanno per aver svolto il lavoro di cameriere. Era di una simpatia travolgente.

La sua corporatura era minuta e accompagnata da un’agilità nei movimenti che lo faceva somigliare al mimo Marcel Marceau. Infatti ciò che più mi ha colpito della storia di Alfredo è stata la sua capacità di farsi capire anche in lingue diverse, proprio attraverso la sua mimica facciale e il suo irresistibile gesticolare.

Durante la seconda guerra mondiale era stato deportato in un campo di concentramento in Germania. Lì aveva imparato alcune parole in tedesco che in seguito gli sarebbero tornate utili per interloquire con i clienti.

Riconosceva il suono di certi termini ed era in grado di risalire al senso delle frasi per capire ciò che i clienti stranieri volevano mangiare al momento dell’ordinazione. Tutti ne ricordano la grande espressività degli occhi e del volto, tanto incisiva quanto inequivocabile.

Quando gli veniva lasciata una mancia, aveva l’abitudine di far roteare in aria una moneta per poi lasciarla ricadere all’interno del taschino della sua camicia sotto gli occhi divertiti di adulti e bambini. Era sempre impeccabile in tenuta da lavoro: pantaloni neri e scarpe nere, camicia bianca, papillon nero e l’immancabile tovagliolo in spalla.

Alfredo, ai tempi della sua prigionia, aveva sofferto la fame, ritrovandosi costretto a cibarsi di qualsiasi cosa, anche la più impensabile. Ripeteva sempre la frase “A Napoli in carrozza o alla macchia a far carbone”, ogni volta che voleva porre l’attenzione sul divario esistente tra due estremi, come se non fosse contemplabile alcuna via di mezzo. Un po’ come dire “o bene bene, o male male”.

A Livorno una volta, quando c’era la miseria e ci si accontentava di tutto, sui Fossi – come ricordava lo stesso Alfredo – si potevano comprare i “capi rotti”: arance ammaccate o sciupate alle quali veniva tagliata la parte marcia e venduta quella buona. Alfredo, come tutti quelli che hanno vissuto la guerra, ha sempre saputo muoversi con agilità tra le mille difficoltà della vita.

Sul lavoro sembrava un polpo da quante cose era capace di fare contemporaneamente, con grande precisione nei movimenti. Mi piace ricordarlo mentre lavorava, sempre pronto a scattare per accontentare i clienti, passando da un tavolo all’altro, in mezzo a mille giravolte, tenendo i piatti in mano; o nel momento precedente al taglio dei limoni, quando li maneggiava facendoli rimbalzare tra la mano e l’avambraccio.

Il tutto condito da una memoria di ferro, rammentando ogni pietanza scelta dai singoli clienti; sempre sorridente, affabile ed efficiente, come chi ama il proprio lavoro e lo cura, prestando mille attenzioni, per avere sempre tutto l’occorrente in ordine. Alfredo era anche un ottimo cuoco e una delle sue specialità era il polpo lesso cotto col tappo di sughero.

Diceva che il sughero serviva ad ammorbidire le fibre del polpo per renderlo più tenero da mangiare. Adesso non si usa più cuocerlo così, ma quel tappo che galleggia sull’orlo della pentola è un ricordo che intenerisce il passato e che non affonda mai nel mare della memoria. Un pensiero affettuoso ad Alfredo e un ringraziamento a suo figlio Andrea e a Paolo Saggini per le preziose testimonianze fornite.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 13 (luglio-agosto 2016)

Alberto Benedetti

Alberto Benedetti

Alberto Benedetti è nato a Campiglia Marittima nel 1975. Ha conseguito una laurea in giurisprudenza. Lavora a Venturina nel ristorante di famiglia. La sua passione per la musica lo ha portato a sviluppare interesse verso altri codici della comunicazione come la scrittura e la fotografia.

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