Alla ricerca di Santo Stefano

La misteriosa chiesa medievale scomparsa

Esistono indizi e prove storiche che ci dicono che, poco sopra al paese di Venturina Terme, molti secoli fa, probabilmente prima ancora che Campiglia fosse “fondata”, fu costruita una chiesa dedicata a santo Stefano, il più antico martire che la storia del cristianesimo ricordi.

Nonostante questi indizi però, l’antica chiesa scomparsa è stata del tutto ignorata dagli storici e dagli archeologi, che non si sono mai cimentati nell’ardua impresa di tentare l’identificazione del luogo dove essa si trovava.

Probabilmente perché si tratta solo di una delle tante chiese medievali di cui si sono perse le tracce.

A noi però la cosa interessa, perché la chiesa di S. Stefano rappresenta un importante tassello mancante della storia del nostro paese.

Abbiamo quindi provato a risolvere il mistero, analizzando nel dettaglio i pochi elementi a disposizione, per formulare delle ipotesi plausibili che vi presentiamo in questo articolo.

Ma, prima di tutto, vediamo quali sono gli indizi che provano l’esistenza di un’antica chiesa dedicata a S. Stefano nell’area venturinese.

Primo indizio: la processione

Isidoro Falchi, nei suoi Trattenimenti, parlando di san Fiorenzo, riporta una memoria secondo la quale anticamente le ossa del santo patrono campigliese, il 13 giugno di ogni anno, si portavano in processione dalla chiesa di S. Lorenzo a quella di «S. Stefanio fuori della terra» di Campiglia.

Il medico campigliese non dette importanza alla cosa, perché pensò che si trattasse di una chiesa situata fuori dal territorio comunale, mentre invece quel «fuori della terra» significava solamente che la chiesa di S. Stefano si trovava fuori dalle mura di Campiglia. Non è logico infatti pensare che i Campigliesi portassero in processione la loro reliquia più preziosa, chissà dove, oltre i confini della comunità.

S. Stefano dunque non era una chiesa qualsiasi, ma doveva avere una notevole importanza se i campigliesi l’avevano scelta come meta di una funzione religiosa così solenne.

Non sappiamo da dove il Falchi abbia tratto la notizia di questa processione. Probabilmente ne trovò traccia in qualche documento medievale, durante le sue ricerche nell’archivio storico comunale di Campiglia.

La processione del 13 giugno, con le reliquie di san Fiorenzo, doveva essere un’usanza molto antica che, più avanti, fu spostata al 15 maggio, giorno in cui si festeggiava il santo patrono, riadattando l’itinerario all’interno delle mura del paese, dalla chiesa parrocchiale di S. Lorenzo a quella di S. Biagio in Castello.

Secondo indizio: la reliquia

Il culto delle reliquie ebbe la sua epoca d’oro durante il medioevo. Praticamente in ogni chiesa si conservavano questi oggetti sacri, nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di resti del corpo di un santo ai quali il popolo attribuiva effetti miracolosi.

Le reliquie erano veneratissime dai fedeli e, proprio per questo, a loro era riservato un posto di primo piano all’interno degli edifici sacri.

Venivano conservate ed esposte dentro a dei reliquiari, il cui pregio artistico era proporzionato all’importanza del santo al quale appartenevano le reliquie contenute.

Più un santo era conosciuto e venerato a livello locale, maggiore era la devozione per le sue reliquie.

A Campiglia ovviamente il più famoso era il patrono, san Fiorenzo. Subito dopo però venivano tutti gli altri santi ai quali erano intitolate le chiese e le cappelle del territorio campigliese.

I fedeli, andando in chiesa, si aspettavano di trovarvi il santo titolare. Nessuno si chiedeva se la reliquia fosse autentica o fasulla, l’importante era poter toccare con mano il santo, per avere un contatto diretto con lui, in modo che le preghiere potessero avere una maggiore efficacia.

Per questo nel medioevo si sviluppò un fiorente mercato che garantì ad ogni chiesa la sua reliquia.

Il clero campigliese non rimase indietro e, con un’attenta “campagna acquisti”, si garantì tutti i santi più gettonati tra la gente del posto che, come abbiamo detto, erano quelli che potevano vantare una chiesa a loro dedicata.

Dalle pignole relazioni dei vescovi del Cinquecento e del Seicento, che periodicamente si recavano in visita nelle parrocchie della nostra diocesi, apprendiamo i nomi dei santi ai quali appartengono le reliquie campigliesi. Sono tutti nomi noti per chi conosce le chiese storiche di Campiglia: san Biagio, sant’Eustachio, san Giovanni, san Lorenzo, santa Lucia e, per l’appunto, santo Stefano.

Terzo indizio: il toponimo

Quando una chiesa sparisce senza lasciare tracce sul terreno è inevitabile che se ne perda la memoria.

Spesso accade però che il nome del santo al quale l’edificio era dedicato, sopravviva alla chiesa stessa, continuando ad indicarne il luogo.

Questo perché, in passato, la zona dove sorgeva una pieve o anche una cappella era indicato col nome del santo titolare della chiesa. Per farci un’idea di quanto questa usanza fosse diffusa, basti pensare ai tanti paesi italiani e agli innumerevoli luoghi minori, come poggi, valli, poderi e quant’altro, che portano il nome di un santo.

Nel territorio campigliese è esistito in passato ed esiste ancora oggi il toponimo S. Stefano e, più avanti, vedremo dove si trova.

Quarto indizio: la ricorrenza

Prima dell’anno Mille, i fondi agricoli erano organizzati in grandi proprietà signorili, dette curtis, divise in una parte dominica, gestita direttamente dal proprietario, e in una massaricia, che veniva concessa ai contadini in cambio di giornate di lavoro (corvée) e di un tributo, di solito in natura.

Per definire esattamente i termini dell’accordo, il “signore” e il “massaro”, stipulavano un vero e proprio contratto notarile che stabiliva anche in quale giorno dell’anno doveva avvenire il pagamento. La scelta della data non era casuale e, spesso, coincideva con ricorrenze religiose di particolare importanza per chi sottoscriveva l’atto.

Nel caso in cui a concedere i terreni fosse un ente ecclesiastico, era abitudine piuttosto diffusa che la data prescelta per il pagamento del canone coincidesse con quella della festa del santo titolare.

Le concessioni dei terreni avevano lunga durata, in genere 29 anni, e alla scadenza potevano essere rinnovate, di solito mantenendo le stesse condizioni.

Poteva succedere quindi che i termini di un contratto d’affitto si trasmettessero immutati da una generazione all’altra, anche per secoli.

Nel Duecento, la pieve di Campiglia possedeva diversi terreni, ereditati in parte da chiese del territorio circostante che non esistevano più.

Il fatto che alcuni degli affittuari di questi appezzamenti, come risulta dai documenti del XIII secolo, fossero tenuti a versare un tributo simbolico in natura al pievano di Campiglia − qualche verdura, due polli e due panetti di pane − proprio nel giorno della ricorrenza di santo Stefano, significa che quei contratti, molto probabilmente, furono stipulati al tempo in cui dalle nostre parti esisteva ancora una chiesa dedicata al primo martire cristiano.

La prova: il quaderno del pievano

Più che davanti a un indizio, questa volta ci troviamo di fronte a una prova schiacciante.

La chiesa di S. Stefano è citata in un documento che gli storici conoscono molto bene e più precisamente nel cosiddetto Libro della Pieve, un quaderno conservato nell’archivio parrocchiale di Campiglia, nel quale il sacerdote fiorentino Francesco de’ Medici, parroco di Campiglia nel 1524, raccolse alcune antiche memorie della chiesa campigliese, relative ai beni posseduti dalla parrocchia.

Tra le carte copiate dal pievano de’ Medici, c’è un inventario trecentesco intitolato Memoria della Pieve di San Giovanni di Campiglia, delle terre sterili e fruttifere, vigne e possessioni poste nei confini di Campiglia redatto nel 1318 dall’allora parroco − don Ranieri Buglia de’ Gualandi − il quale, a sua volta, aveva trascritto carte ancora precedenti, risalenti al Duecento.

In questo inventario duecentesco, in tre occasioni, si fa riferimento alla chiesa di S. Stefano.

La prima volta, descrivendo un pezzo di terra che si trovava in un luogo chiamato Sommalpoggio, confinante su un lato con la terra di Gottifredo, conte di Campiglia, e su un altro lato con la terra della chiesa di S. Stefano «de podio», cioè “del poggio” o “al poggio”.

La seconda volta si parla di un terreno a Monte Pattoni, che confinava su un lato con la «via che va alla chiesa di S. Stefano».

La terza volta, si fa riferimento ad un appezzamento nella valle di Monte Pattoni, confinante con il «fossato della chiesa di S. Stefano». In un altro inventario del 1451, c’è un’informazione in più riguardo allo stesso fosso, perché si aggiunge che esso «viene da Santo Stefano».

S. Stefano sì, ma… dove?

Gli indizi a disposizione sono sufficienti a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’esistenza di una chiesa medievale dedicata a santo Stefano da qualche parte nel territorio campigliese.

Ma dove di preciso?

Come abbiamo detto prima, il nome di luogo S. Stefano è sopravvissuto fino ad oggi. è rimasto “aggrappato” miracolosamente ad un podere situato lungo la strada campigliese (via di Venturina), a circa 400 metri dalla rotonda che si trova all’incrocio con via Dante Alighieri, in una zona che, anche nell’Ottocento, era chiamata col nome dell’antica chiesa.

Le indicazioni presenti nei documenti medievali del Duecento, come abbiamo visto, ci inducono però a cercare la chiesa di S. Stefano ad una quota più alta rispetto al piano della campagna, su un poggio.

Come riferimenti abbiamo un fosso che proviene da S. Stefano e una strada che porta a quella chiesa, il tutto nei pressi di Monte Pattoni.

Su quale sia il fosso citato nei documenti non ci sono dubbi, dato che il corso d’acqua esiste ancora oggi ed è ben visibile nella valle di Monte Pattoni. Per la strada invece il discorso è più complicato; mancando la posizione esatta della chiesa, le varie possibilità sono tante.

Ipotesi 1: Casa Santo Stefano

Lungo la vecchia strada per Campiglia, che oggi si chiama via del Mercurio, c’è una casa che nelle mappe dell’Istituto Geografico Militare è indicata come Casa Santo Stefano, che si trova a poco meno di 800 metri in linea d’aria dal Podere Santo Stefano.

Circa 80 metri più avanti, in posizione rialzata rispetto alla casa, su un poggetto da dove si gode una vista straordinaria, a 145 metri di altezza sul livello del mare, c’è un’uliveta nel centro della quale si trova un’area priva di piante.

Questo spiazzo è in parte delimitato da quelli che sembrano i resti di un muro circolare, lunghi circa 14 metri, composto da pietre di forma irregolare tenute insieme da malta, cosa che lo distingue dai muretti a secco che tutto intorno delimitano i confini o fungono da terrazzamento al terreno scosceso.

I documenti catastali ci dicono che nell’Ottocento quello spiazzo era un’aia, di 87 metri quadri, di proprietà del campigliese Giovanni Domenico Pallini (1810-1851). Ma prima?

Il muretto, che ancora oggi ne delimita l’area, fu costruito per creare un bordo da utilizzare durante le operazioni agricole. La scelta del luogo però potrebbe non essere stata casuale. Il fatto che questo slargo si trovi in un sito che ancora oggi porta il nome di S. Stefano, su un poggetto dal quale si domina tutto intorno, ai piedi del quale scorre un fosso che è proprio quello citato nei documenti medievali, e lungo il tracciato di un’antica strada, ci porta a non escludere la possibilità che la chiesa di S. Stefano potesse trovarsi non lontana, se non addirittura proprio in quel punto.

Ipotesi 2: la strada nel nulla

Non lontano da Villa Mussio, lungo un’uliveta, c’è un tratto di strada, rialzato rispetto al piano della campagna, delimitato da pietre.

Potrebbe trattarsi dei resti di una strada medievale che sembra scendere giù fino al fosso di S. Stefano, dove è presente un ponticello di pietra in muratura, anch’esso dall’aspetto antico.

Altre tracce di una possibile viabilità medievale si trovano 500 metri più a monte, sempre in prossimità del fosso, dove sono visibili alcuni tratti di una strada delimitata da cordoli in pietra, che si arrampica sulla collina, sul lato di Monte Pattoni, disegnando stretti tornanti.

Dove conducesse questo percorso è un mistero. Una delle possibili ipotesi è che portasse alla chiesa di S. Stefano che avrebbe potuto trovarsi anche su quel versante.

Ipotesi 3: il muro su Monte Pattoni

Più probabilmente però, quel tracciato conduceva sulla cima di Monte Pattoni, dove esistono resti murari di notevoli dimensioni che potrebbero testimoniare l’esistenza di un abitato medievale, cosa che giustificherebbe la presenza di una strada proveniente dal fondo della valle.

In un documento del 1004, lo stesso in cui si parla per la prima volta del castello di Campiglia, è nominato anche un castello di Acquaviva «que colle Godimari vocatur» (cioè che è chiamato il colle di Godimaro).

I medievisti ritengono che il poggio di Godimaro di cui si parla, sul quale nel Quattrocento sarebbero ancora stati visibili i resti di un castello con mura e abitazioni, sia la collinetta dove si trova Palazzo Magona.

La cosa è certamente possibile, anche se gli archeologi non hanno avuto modo di verificarlo, perché sembra che ogni traccia di antiche strutture sul poggio di Magona sia andata distrutta per sempre con il terrazzamento della costa avvenuto durante la ristrutturazione del palazzo e la bonifica ottocentensca.

Quello che invece gli archeologi e gli storici ignorano è che sulla cima di Monte Pattoni esistono delle strutture ancora ben visibili − soprattutto la base di un grosso muro, di notevole larghezza e lunghezza − che sembrerebbero far parte di un insediamento dal perimetro rettangolare, esteso su un’area di almeno 1.500 metri quadri.

è improbabile, anche se non impossibile, che questi resti siano direttamente ricollegabili alla chiesa di S. Stefano, ma ci sembra più verosimile che appartengano ad un castelletto precedente all’anno Mille.

Del resto Monte Pattoni porta un nome germanico, quello di colui che un tempo lo possedeva.

Patto, Pattolo e Pattone sono nomi propri di persona di origine probabilmente longobarda. A Lucca esiste un piccolo corso d’acqua chiamato Fosso di Pattone e, qui da noi, è presente anche il nome di luogo Capattoli, derivato da “ca’ Pattoli”, nel senso di “casa di Pattolo”.

Questo, insieme ad altri toponimi di origine longobarda presenti nella zona, lasciano intendere che tutta l’area fosse densamente frequentata già prima del Mille e che la valle di Monte Pattoni fosse un luogo particolarmente popolato, come dimostra la presenza di una chiesa e forse di un castello.

Ipotesi 4: Il Bucignone

Nel Libro della Pieve si dice che, nel 1451, in un posto chiamato Bucugnone esisteva una «chiesa disfacta». In realtà il parroco aveva sbagliato a trascrivere il nome della località, che invece si chiamava Buccignone o Bucignone.

Questo stesso terreno lo ritroviamo citato anche in un registro degli estimi del Settecento della comunità di Campiglia, dove si parla di «un pezzo di terra lavorativa con chiesa rovinata» al Bucignone.

Il campo, che in origine aveva un’estensione di 30 saccate (circa 15 ettari) appartenne alla parrocchia, che lo dette in affitto fino a quando non fu diviso in vari appezzamenti e venduto.

La parte di terreno dove si trovavano i ruderi della chiesa fu acquistata dal campigliese Domenico Chiodi (1716-1752) e ceduta poi dai suoi eredi a Francesco Antonio Dini (1807-1841). Fu lui, molto probabilmente, a sfruttare le murature superstiti dell’antica chiesa, per appoggiarvi una casetta che fu utilizzata a lungo come tinaia e che oggi, ampliata, è diventata un’abitazione impreziosita dalle tre antiche absidi.

La casa si trova in via del Bottaccio, a 20 metri dal fosso di S. Stefano e a 200 dalla sommità del Poggio di Magona, luogo dove gli storici, come abbiamo detto, ritengono si trovasse il castello di Acquaviva, rammentato in un documento intorno al Mille.

La chiesa in via del Bottaccio è stata identificata come l’abbazia di S. Pietro d’Acquaviva, con un ragionamento senz’altro logico.

Non è però del tutto sicuro che sia davvero così, perché i conti non tornano fino in fondo.

Nell’inventario del 1451 si parla di una «abbatia propria», ovvero la vera abbazia − situata sul poggio, insieme a «muraglie», «case disfacte» e «un castello disfacto» − in contrapposizione ad un’altra chiesa, quella al piano, la quale «si chiama» l’abbatia; il che potrebbe voler dire che la si chiamava così, forse per analogia con la vicina autentica abbazia, ignorandone il vero nome del quale si era ormai perduta la memoria.

Questo spiegherebbe perché, nello stesso documento, quando si parla dei resti presenti sul campo di Bucignone, non li si ricollega all’abbazia ma ci si limita a dire semplicemente che si tratta di una «chiesa disfacta».

Per questi motivi, esiste quindi la possibilità che i resti delle absidi di via del Bottaccio appartengano alla chiesa di S. Stefano e che il toponimo si sia successivamente spostato verso l’alto, seguendo a ritroso il corso del fosso.

Conclusione

Con questo articolo speriamo di aver stimolato l’interesse degli storici e magari di qualche archeologo. Gli spunti per approfondire la ricerca non mancano. Sarebbe particolarmente interessante effettuare dei saggi sulla sommita di Monte Pattoni per capire a quale struttura appartenesse l’imponente muro di cui abbiamo parlato.

Intanto, se vi capita di passeggiare da quelle parti e notate qualcosa che somigli ai resti di un’antica chiesa, fatecelo sapere.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 18 (maggio-giugno 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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