di Michele e Rosa Granchi
(1896-1957)

Nonno Angiolino abitava nella casa che il suo babbo aveva costruito, insieme a Ferdinando Agostini, in Caldana.

Da ragazzino aiutava il padre nei trasporti: avevano il barroccio e i cavalli, che tenevano nella stalla dietro casa, vicino alla Fossa Calda. Partiva dalle cave di Venturina carico di materiale che andava a scaricare alla Magona d’Italia a Piombino. Durante il tragitto, visto che si formava sempre una lunga fila di carri ed il cavallo conosceva a memoria la strada, lui dormiva e per questo motivo che gli affibbiarono il soprannome di “Sonnino”.

Durante il periodo fascista lui indossava la camicia verde invece di quella nera: quando la sera si spostava per andare da nonna Livia, la sua fidanzata che abitava alla Pulledraia, portava sempre il fucile in spalla per sicurezza. Ha avuto otto figli di cui due gemelli.

Quando erano tutti a tavola pretendeva che stessero composti e in silenzio. Se qualcuno non ubbidiva a questa regola, si toglieva il cappello e, senza dire una parola, glielo tirava. Questo bastava a ristabilire l’ordine.

È stato un padre e un marito affettuoso. Ogni mattina, prima di uscire di casa preparava la colazione. Sistemava nelle tazze il pane, ci versava il caffè fatto con il pentolino e sopra metteva lo zucchero, poi serviva tutto a letto a moglie e figli.

Nel periodo che ha lavorato alla miniera di stagno, il giorno di Santa Barbara, portava tutta la famiglia alla festa che si svolgeva in onore della patrona dei minatori. Mamma ricorda ancora di quanto si divertissero con la corsa nei sacchi e l’albero della cuccagna pieno di doni.

Zio Giuliano dice sempre: «miseria ce n’era tanta, ma la tavola e i pasti erano da cinque stelle». Nonno infatti pretendeva che la tavola fosse apparecchiata di tutto punto. I piatti dovevano essere due perché lui non ce la faceva proprio a mangiare il secondo dove aveva mangiato la minestra. Nonna era una cuoca eccezionale e mio cugino Denny, che era uno chef bravissimo, forse aveva somigliato proprio a lei.

Nonno era un professionista dell’orto. Per un certo periodo curò anche quello dell’asilo Boldrini. Coltivava un pezzo di terra dove ora c’è lo stadio Santa Lucia: una grande vigna, ciliegi, peschi e tanta verdura, il tutto annaffiato con acqua termale, visto che su quel terreno c’erano delle polle di acqua calda.

Durante una vendemmia nonno si spaventò a morte. Aveva permesso alla figlia Michela, a quel tempo la più piccola, di aiutare le sorelle a cogliere i grappoli e depositarli nelle ceste. A fine lavorazione, nonno, con il solito fischio, radunò tutti i figli, ma all’appello mancava proprio la piccola Michelina. La cercarono per parecchio, con tanta apprensione. Finalmente poi qualcuno la vide sdraiata per terra. Vinta dalla fatica, si era addormentata beatamente in mezzo ad un filare della vigna.

Quando cominciò a lavorare per la società che si occupava della bonifica nella nostra zona, nonno si ammalò di dolori reumatici che purtroppo, col tempo, gli procurarono dei problemi al cuore che lo portarono via troppo presto. I gemelli ed io avevamo solo nove anni.

Liviana Ceccanti

Fonte: F. Peccianti, I nonni dei Venturinesi, 2016

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