I nostri ragazzi nell’inferno della Grande guerra

A distanza di un secolo la prima guerra mondiale è un ricordo ormai sbiadito, o addirittura del tutto cancellato, per molte delle nostre famiglie. Sono in pochi oggi a ricordare ancora le miserie di quei giorni, sentite raccontare tanti anni fa dai diretti interessati. Eppure quell’evento, così traumatico e terribile, ebbe un impatto enorme anche sulla società campigliese, certamente dal punto di vista emotivo, ma anche da quello economico.

Se si pensa che la stragrande maggioranza degli uomini campigliesi all’epoca lavorava in agricoltura, è facile comprendere come l’improvvisa mancanza di manodopera maschile alterò un equilibrio produttivo che funzionava ormai da secoli e che si era rafforzato ulteriormente con la messa a coltura di nuovi e fertilissimi terreni, in seguito alle bonifiche ottocentesche, alle quali aveva fatto seguito un’immigrazione massiccia dalle zone più interne della Toscana verso la nuova frontiera maremmana.

Campiglia e la sua campagna erano diventate un luogo densamente popolato, pieno di giovani desiderosi di metter su famiglia, far produrre il podere e cercare di migliorare la propria condizione economica e sociale. C’erano poi gli operai, impiegati nell’industria locale, anche loro convinti che il lavoro avrebbe permesso quel riscatto sociale che a lungo era stato negato.

Una borghesia vera era quasi del tutto assente e i lavoratori di altro genere percentualmente trascurabili. In un simile contesto sociale le idee politiche che riscuotevano il maggior successo erano ovviamente proprio quelle che si proponevano di affermare i diritti dei lavoratori in contrapposizione all’oppressione esercitata dal potere costituito e dai padroni.

Quasi tutti i campigliesi erano anarchici o socialisti e ai loro occhi la guerra non era altro che il più grande strumento di oppressione possibile. La retorica risorgimentale cercava di convincerli che l’impresa cominciata oltre cinquant’anni prima, che aveva portato all’unità nazionale, non era ancora conclusa e che ora bisognava conquistare gli ultimi lembi di terra rimasti nelle mani straniere, ma alla quasi totalità dei giovani campigliesi questi discorsi non interessavano minimamente. Il loro mondo finiva spesso poco più in là del podere dove vivevano o delle mura paesane e il livello di alfabetizzazione e culturale generale era ancora piuttosto basso.

Quando, dopo quasi un anno dal suo inizio, si diffuse la notizia che anche l’Italia avrebbe preso parte a quel conflitto che, contrariamente alle ottimistiche previsioni degli interventisti, si preannunciava lungo ed estenuante, tra i giovani campigliesi scoppiò il panico. Nel giro di pochi giorni, all’ospedale di Campiglia si registrarono decine e decine di casi di amputazioni traumatiche alla mano destra. Si presentavano con le dita staccate dicendo di essere stati vittime di un incidente sul lavoro, mentre invece si erano automutilati nella speranza di esssere giudicati inabili alle armi evitando così di essere spediti al fronte. Ovviamente non tutti i campigliesi reagirono in modo così drastico e la maggior parte degli arruolati accettò con rassegnazione quell’infelice destino, nella speranza di poter far presto ritorno a casa.

Uno dei ragazzi campigliesi in partenza per la guerra si chiamava Angelo Spini, detto Angiolino, e quando l’Italia entrò nel conflitto aveva ventitré anni. Viveva con la madre vedova e le sorelle nel podere della Cignarella di Cafaggio e da lì non si era mai mosso. In quel momento non avrebbe mai potuto immaginare il destino che lo attendeva dietro l’angolo. Nei mesi successivi sarebbe stato il protagonista involontario di un viaggio lungo oltre 1.300 chilometri che, tra mille peripezie, lo avrebbe condotto dalla sua amata terra fino al campo di concentramento austriaco di Braunau am Inn, la città natale di Adolf Hitler che, all’epoca, era ancora un giovane caporale in servizio nell’esercito tedesco.

Dai diciottenni agli ultraquarantenni, tutti gli uomini campigliesi giudicati abili alla leva furono mobilitati per essere impiegati a vario titolo nelle operazioni di guerra. Alla fine furono richiamati anche i ragazzi del 1899 e negli ultimi mesi anche quelli del 1900. Angelo dunque è solo uno degli oltre 1.300 giovani campigliesi mobilitati dal maggio del 1915 al novembre del 1918, ma il suo merito è quello di averci lasciato un resoconto dettagliato dell’esperienza vissuta, un diario – intelligentemente conservato dai figli insieme alle numerose cartoline inviate e ricevute – che abbiamo ritrovato e che vi proponiamo.

Il giorno 21 agosto 1915, mentre mi trovavo a Bazzano a fare il campo, la sfortuna si accanì contro di me. Fummo sorteggiati in 250 e il giorno stesso si partì per Bologna. Lì passammo cinque giorni durante i quali ci vestirono con le uniformi grigio-verdi.

La sera del 25 agosto, mentre mi trovavo in libera uscita con i miei amici, giunse l’ordine di rientrare in caserma. Ci dettero le munizioni e i viveri di riserva e, alle 10 di sera, si dovette partire per raggiungere il deposito a Sacile. Ci arrivammo il 26 agosto a mezzogiorno.

Da Sacile, il 1 settembre, alle 11 di mattina, partimmo per il fronte. Provai una grande sconsolatezza, ma bisognò farsi coraggio. Avevo con me due miei amici, Alessandro Bertini e Carlo Marrucci. Passammo da Udine, dove si stette fermi per due ore. Arrivammo a Cormons alle tre di notte. Ci rimettemmo in viaggio per andare a raggiungere il 34° reggimento. Percorremmo circa 15 chilometri. Il viaggio fu molto triste, poi ci fecero accampare, erano le 8 di sera. La mattina seguente venne un sergente che ci assegnò alla compagnia.

Insieme ad altri fui iscritto alla quindicesima compagnia e subito ci mettemmo in viaggio per raggiungere un luogo poco distante chiamato Dobra. Trascorsero diversi giorni durante i quali ci accaddero molte sventure, ci furono diversi casi di colera e altre malattie.

Passai quei momenti con tante preoccupazioni per la testa e con la paura del rombo del cannone. Per di più fui anche abbandonato dai miei due amici che si ammalarono: al Bertini venne la febbre, mentre il Marrucci si fece male ad un dito.

Cercai di fare nuove amicizie e per fortuna conobbi alcuni lucchesi. Il patimento fu tanto: oltre a non avere più i miei amici mi sentivo anche abbandonato dalla famiglia, dalla quale ormai da tempo non ricevevo più notizie. Ma nonostante tutto cercavo di farmi coraggio, consolandomi con il fatto che la salute reggeva.

La sera del 17 settembre arrivò l’ordine di partire per la trincea. Alle 8 della mattina seguente il nostro tenente fece fare l’adunata e subito dopo partimmo. Passammo da San Martino e da Quisca, il viaggio fu tristissimo e la mattina del 18 settembre, alle 2, arrivammo alle trincee di San Floriano.

Appena arrivati mi misero subito di vedetta. Durante quella giornata l’artiglieria nemica, con un cannone calibro 75, sparò diversi colpi che cadderò vicino alla nostra trincea. Uno di questi esplose proprio accanto a me e una scheggia colpì il mio tascapane, spezzandolo in due, ma per fortuna non fece altro danno. La paura che provai fu tanta, mi raccomandavo a Gesù e a Maria, che mi vollero salvare.

La sera del 20 settembre, i fucili nemici cominciarono a scaricare una grande quantità di fuoco verso di noi. Il nostro comandante disse: “giovanotti, state pronti, il nemico sta per avanzare!” Facemmo fuoco per diversi minuti, ma tutto fu inutile, gli Austriaci non avanzavano.

Passati tre o quattro giorni, il tempo cambiò. Pioveva di continuo e la nostra vita divenne ancora più triste. Eravamo sempre bagnati e nella trincea restavamo continuamente immersi fin sopra le ginocchia nel fango e nell’acqua. Non potevamo sdraiarci, eravamo costretti a dormire in piedi. Trascorremmo quei giorni con molta pena. A parte la morte di un sottotenente ferito alla testa, non accadde altro.

Il 2 ottobre ci mandarono in riposo. A mezzanotte partimmo, eravamo talmente fiacchi per la vita impossibile che avevamo fatto nei giorni precedenti che, ogni venti passi di cammino, cadevamo a terra stremati. Ma bisognava rialzarsi e andare avanti, anche se non sapevamo dove trovare le forze.

La mattina, verso le nove, arrivammo in un posto chiamato Pozzenica (Podsenica). Pioveva a dirotto, ci dettero da mangiare soltanto una pagnotta e poi ci toccò farci la tenda. Lì trascorremmo quattro giorni discretamente. La sera del 6 ottobre, dovemmo tornare in trincea, non lontano da Pozzenica, in un paese chiamato Pozzabotino (Podsabotin), che si trovava anch’esso di fronte al monte Sabotino, dove eravamo di vedetta in una carraia. Si stava discretamente e non ci accadde niente.

Ma poi arrivò un giorno indimenticabile. Il 18 ottobre, alle 10, cominciò il cannoneggiamento. Era davvero uno spettacolo spaventoso veder saltare in aria le trincee del nemico, ma io cercavo di farmi coraggio sperando che la fortuna mi assistesse. Quella stessa sera ci mandarono a riposo, alle 6 partimmo e retrocedemmo molto indietro, appostati su un monte sotto a San Martino. Appena arrivati ci fecero fare le tende e la mattina seguente il nostro tenente ci disse: “coraggio giovanotti, se gli altri reggimenti ce la faranno ad andare avanti, noi resteremo salvi”.

Ma il 21 ottobre ci rendemmo conto che la situazione non era favorevole. Ci fecero disfare le tende, affaldellare lo zaino e ogni plotone si dispose su un monte diverso. Il tenente ci disse di stare pronti perché, da un momento all’altro saremmo potuti partire. Infatti, quella sera stessa, alle 8, con grande fretta, tutto il battaglione partì. Io ero molto preoccupato, ma cercavo continuamente di farmi coraggio e di non pensare, perché tanto non sarebbe servito a niente.

Quando arrivammo vicino al fronte, si cominciò a vedere i feriti che venivano trasportati ai posti di medicazione. Più andavamo avanti e più mi sentivo frastornato e agitato. Cominciammo a salire su per un monte, quando fummo in cima, riparati dal fronte, nascosti tra una piccola macchia, ci fecero riposare, sarà stata l’una di notte.

Lì trascorremmo il giorno 22 e anche il 23, poi alle tre di notte il generale diede ordine di partire per andare in rinforzo al 28° reggimento, che aveva occupato la trincea del nemico. Mi sentivo sempre più confuso. Ci fecero marciare in fila per uno e, arrivati ai piedi del monte Sabotino, si iniziò a salire con le squadre affiancate.

Quando cominciai a sentir fischiare le pallottole di fucile, diedi addio alla famiglia, ai parenti, agli amici e a tutte le mie speranze. I colpi di cannone ci esplodevano vicini ma noi, a sbalzi, andavamo sempre avanti. Quando arrivammo al reticolato del nemico, fummo investiti da un violentissimo fuoco di fucili. Da un momento all’altro aspettavo il colpo che mi avrebbe ucciso. Ci facemmo coraggio e riuscimmo ad entrare nella trincea, erano le nove di sera del 23 ottobre.

Durante la notte la fucileria non cessò mai, colpi di bombe, di cannone, un inferno spaventoso: chi cadeva morto, chi restava ferito, chi si raccomandava a mamma, chi a Gesù e Maria. Mi trovavo in mezzo a quell’immenso disastro e non sapevo più che fare, con il nome di Gesù sempre sulle labbra.

La mattina seguente il fuoco nemico aumentava sempre di più. Cominciarono a mancarci le munizioni, mentre tutto intorno i cadaveri si vedevano a monti. Gli Austriaci iniziarono a circondarci, facemmo resistenza fino all’ultimo momento ed io pregavo il Signore che mi volesse salvare. Poi gli Austriaci fecero irruzione nella trincea e mi presero prigioniero. Diedi addio a mia madre, alle mie sorelle, ai parenti e agli amici, certo di non poterli mai più rivedere. Questo accadde la mattina del 24 ottobre, alle ore 6, sul monte Sabotino.

Appena fui preso prigioniero, gli Austriaci mi fecero passare per un camminamento e vidi che, anche tra di loro, c’erano molti cadaveri. Cominciammo a discendere il monte lungo una piccola strada molto ripida. Circa a metà, c’era una baracca dove medicavano i feriti. Mi chiesero il pacchetto di medicazione e io fui pronto a darglielo. Poi proseguimmo il viaggio e, una volta arrivato in fondo al monte, vidi che c’era l’Isonzo e la ferrovia.

Lì trovai il mio tenente, un sottotenente, il mio amico Ratti e diversi altri soldati del mio reggimento. Partimmo tutti insieme per andare a Gorizia, dove arrivammo di domenica, alle ore nove del 24 ottobre. Ci portarono in un piccolo cortile, dopo pochi minuti arrivarono altri prigionieri, allora fummo condotti dentro Gorizia dove si trovava un comando.

Ci chiesero il nome e il cognome, il reggimento di appartenenza e il luogo dove abitavamo. Poi distribuirono il rancio: patate e carne, ma io restai senza, perché non avevo con me la gavetta. Alle due circa ci mettemmo nuovamente in viaggio. Durante il tragitto sentivo la fame ma speravo, una volta giunti a destinazione, di trovare un buon rancio.

Arrivammo la sera alle otto, ci diedero il caffè, poi ci mandarono a dormire dentro al fienile di un contadino. Alla mattina, ci fecero alzare, ci diedero il caffè, poi ci portarono in un piccolo campo, circondati dalle sentinelle. Alle undici ci diedero una pagnotta in due, provai a mangiarla ma non mi piaceva. Dopo distribuirono una certa polenta amara e cattiva che non riuscii a mangiare.

Tornammo nel nostro campo, sentivo una gran fame. Pensai che avevo 25 lire e che c’era una cantina, allora mi feci accompagnare da una sentinella, cambiai 10 lire e mi presero una lira di aggio. Comperai 50 centesimi di biscotti, bevvi un bicchiere di vermut e presi un po’ di formaggio, in tutto spesi 2 corone. La sera, alle sei, ci fecero partire. Andammo a prendere un treno non molto distante.

La mattina del 26 ottobre, alle otto, giungemmo alla stazione di Lubiana. Lì ci diedero uno speciale caffè, poi ci fecero rimettere in viaggio a piedi. Avremo camminato all’incirca per 20 chilometri. Durante il viaggio sentivo la fame, credevo di far presto ad arrivare nel posto dove dovevamo andare, ma invece non si trovava mai la fine di quella lunga via e la fame aumentava sempre di più. Lungo la strada c’erano dei campi di rape e noi eravamo costretti a cogliere degli zucchi, di nascosto dalle sentinelle, per poterci sostentare. La sera alle cinque giungemmo ad una fabbrica di birra, ci improvvisarono una camerata con della paglia, poi fecero il rancio e furono distribuiti brodo e carne. La fame era tanta ma il rancio fu poco.

Ci trascorremmo cinque giorni e la fame fu atroce. Ci davano da mangiare un quarto di pagnotta al giorno, la mattina caffè, a mezzo giorno mezza gavetta di patate o fagioli e la sera di nuovo caffè. Credevo di svenire, non riuscivo a stare in piedi, vedevo tutto girare intorno a me. Mi aspettavo di perdere il fiato da un momento all’altro ma, per fortuna, la sera del 31 ottobre ci fecero partire. Ci diedero mezza pagnotta, dicendoci che ci doveva servire per due giorni. Alle cinque prendemmo nuovamente il treno.

Il giorno di tutti i Santi, a mezzogiorno, arrivammo alla stazione di Selzthal. Ci portarono sotto ad alcune baracche dove c’erano dei tavoli. Ci fu distribuito un rancio speciale: minestra in brodo con l’orzo, poi partimmo subito diretti al campo di prigionia. La sera arrivammo ad una stazione, ci diedero il tè ed era buono, poi ripartimmo.

La mattina del 2 novembre, alle quattro, si giunse al campo di Mauthausen. Ci fecero fare il bagno e la disinfezione dei panni, che furono pronti la sera alle quattro, poi ci diedero mezza pagnottina con un po’ di rancio e ci assegnarono la baracca. Lì trascorremmo pochi giorni, ci chiesero che mestiere facevamo per farci lavorare. Ci diedero le scarpe nuove, un mantello e della biancheria. Eravamo tutti molto contenti perché ci dicevano che saremmo stati meglio, che avremmo guadagnato qualche soldo e mangiato di più.

La mattina del primo dicembre ci distribuirono un discreto rancio di patate e carne, poi andammo a prendere un treno poco distante. A mezzogiorno partimmo, eravamo in 400 precisi.

Insieme ad altri prigionieri fui trasferito nel campo di prigionia di Braunau am Inn. Arrivammo sul posto la sera del primo dicembre, alle otto. Avevamo molta fame ma ci misero in baracca senza cena. Io credevo di stare meglio, come dicevano, ma invece bisognava lavorare anche quando pioveva, nevicava e faceva molto freddo. Il mangiare era forse ancora meno di prima, mezza pagnotta. Per rancio il più delle volte c’erano solo rape.

Qui il tempo trascorse con grande angoscia, essendo maltrattato dai tedeschi e abbandonato dalla famiglia. Arrivò il giorno di Natale, sabato. Provai un grande dolore ripensando a quello dell’anno precedente, quando ero in famiglia con tutti gli amici, mentre ora, qui, ero abbandonato da tutti con un pranzo di tre aringhe da dividere in quattro persone. Passammo le feste con grande dolore.

Più passava il tempo e più mi affliggevo. L’unica cosa che mi confortava un po’ era la compagnia dei miei dodici amici toscani. Ci chiedevamo sempre quanto tempo ancora avremmo dovuto aspettare prima di ricevere notizie dalle nostre care famiglie.

Poi, alcuni cominciarono a ricevere chi una lettera, chi un pacco, mentre io non ricevevo mai nulla. Passai altri quattro lunghi mesi da prigioniero senza ricevere niente e io mi affliggevo sempre di più. Finalmente anche per me arrivò il giorno, tanto atteso, di ricevere una graditissima lettera. Era il 16 marzo, entrammo in baracca a mangiare e il mio capo plotone me la consegnò. Mi sentii subito molto più sollevato, soprattutto quando lessi che stavano tutti bene. Da quel giorno stetti più contento, perché spesso ricevevo notizie dalla mia famiglia.

Il 20 aprile poi arrivò anche il primo pacco. Quando mi sentii chiamare ero contentissimo e convinto che con quello che mi avevano mandato avrei trascorso una Pasqua migliore. Quasi tutti i miei amici avevano ricevuto un pacco con dentro cose buone, ma invece io rimasi molto deluso quando arrivai ad aprirlo e vidi che dentro c’era soltanto biancheria. Mi arrabbiai molto, l’avrei buttato via dalla delusione, anche perché la fame aumentava sempre di più.

Il giorno della Santa Pasqua, 23 aprile, lo trascorsi di buon animo insieme ai miei amici. La mattina andammo a messa e dopo, a pranzo, ci riunimmo tutti insieme. Gli amici condivisero con me tutto quello che avevano: salame e formaggio. Anch’io avevo due pagnotte che ero riuscito a mettere da parte, un pezzetto per volta, nei giorni precedenti. Trascorremmo tutti una giornata in allegria, senza essere molestati dai tedeschi, e in più ricevetti anche quattro cartoline e una lettera.

Il lunedì di Pasqua piovve tutto il giorno e ci tennero in baracca. Da diverse domeniche si andava alla messa, in una baracca, e il nostro sacerdote aveva promesso di farci confessare per Pasqua, quando lo permettevano i nostri superiori, e infatti, venerdì 28 aprile, ci portarono in una chiesa nella città di Braunau. Ci confessammo il giorno seguente, la mattina poi ritornammo a fare la comunione e dopo ci portarono a vedere la città.

Il 5 maggio marcai visita, mi venne la febbre a 39.3° e il giorno stesso mi trasferirono all’ospedale. All’indomani la febbre era scesa a 38.2° ma il terzo giorno, domenica, era di nuovo salita a 40.2°. Quella volta credetti di andare all’altro mondo, ma da quel giorno non ebbi altro.

Passai un mese all’ospedale. Ci si stava bene: migliore il mangiare e senza essere molestato dai tedeschi. Poi, il giorno 9 giugno, fui dimesso e uscii.

Dalla sua partenza fino alla fine della guerra e della prigionia, Angiolino cerca di rimanere il più possibile in contatto con la sua famiglia e con gli amici lontani. All’inizio dell’estate del 1915, a meno di un mese dall’entrata in guerra dell’Italia, Angiolino si trova in caserma a Bologna per essere addestrato. Il tempo scorre lento e monotono, tra una marcia e un’esercitazione, e ancora non c’è la percezione della tragedia in atto.

Il ragazzo, tiene aggiornata la famiglia, scrivendo regolarmente alla madre, per informarla delle poche cose degne di nota e rassicurarla sulle sue condizioni: “oggi si è riscosso la cinquina al prezzo di 50 centesimi al giorno. Bologna è in stato di guerra ma, credete, è una bella città e non c’è pericolo di niente perché siamo di molto lontani… Non mi hanno ancora vestito ma lunedì ci vestiranno, perché ci vestono pochi per giorno… ci hanno messo il vaiolo ma non mi ha fatto niente, non mi ha dato neppure la febbre”.

A Bologna Angiolino riceve notizie anche dai suoi amici. Amerigo Galgani impreca contro il destino che, in quella maledetta estate, sembra non dare tregua ai poveri contadini. Oltre alla guerra ci si mette anche il maltempo: “mi dici che la tua partenza è stata brutta a causa della stagione che ha rovinato tutte le nostre sostanze, ci vuole pazienza, ormai è toccato a noi subire questa disgrazia… mi ha scritto anche Dante, tuo cugino, mi dice che tutti i giorni piove e l’acqua rovina tutta la roba, si vede che quest’anno va tutto male”.

Adriano Pecchia, in servizio sull’isola di Capraia, si lamenta della solitudine e della monotonia di quel posto: “la vita nostra non sarebbe brutta ma, capirai, siamo in un posto deserto, non c’è vita, si tratta di una piccola isola disabitata e quindi la vita è segregata, ma pensando naturalmente alla vita che farete voialtri, noi ci consideriamo fortunati”.

D’un tratto poi le cose cambiano e, alla monotonia della vita in caserma, subentra la paura del fronte: “mi hanno sorteggiato un’altra volta e mi tocca partire e dove non si sa. Di 250 che eravamo a questo sorteggio ne hanno presi 150… è toccato anche a me, a Carlo della Regina e al Bertini della Casa Rossa, che sono miei amici, come fratelli”.

Il giorno della partenza arriva e Angiolino si preoccupa subito di informare la famiglia dei suoi spostamenti fin nei minimi dettagli: “ieri si partì da Sacile, si passò da Udine a mezzogiorno, ci siamo stati fermi due ore poi siamo partiti e siamo discesi al Cormons, poi si è fatto 15 chilometri a piedi e qui ci siamo accampati in un posto che ci si sta bene e siamo al sicuro, però mi hanno aggregato a un altro reggimento che è a riposo”.

Angiolino è preoccupato per la sua sorte, ma anche per quella dei suoi familiari che non possono più contare sul suo aiuto per mandare avanti il podere. Quando gli viene comunicato che anche suo cognato, l’ultimo uomo rimasto in casa, è stato arruolato e deve partire, lo sconforto lo assale: “mi dite di Angiolino, mi dispiace tanto, non so come farete. Fatevi coraggio e guardate di tirare avanti alla meglio e speriamo che finisca presto. Mi raccomando di non strapazzarvi e di badare ai bimbi, ai lavori non badate se vengono trascurati. Io sono sempre qui accampato e non so se la partenza sarà per andare in trincea oppure per venire in Italia… mi dite che siete prossimi alla trebbiatura, quando mi scrivete fatemi sapere come è andata”.

Dopo aver appreso della partenza del cognato, gli scrive immediatamente per fargli coraggio: “sento che ti trovi a Belluno in deposito, forse sei in aspettativa per partire anche tu per il fronte… ci vuole pazienza, vedi, anch’io non mi ero ritrovato mai a niente eppure mi faccio coraggio. è dal giorno 17 che sono in trincea, ma il fucile non l’ho ancora scaricato, perché siamo in un posto ancora troppo avanzato, se non si fanno avanti a destra e a sinistra non possiamo avanzare”.

Poi all’improvviso arriva la svolta, il giorno della cattura, l’inizio del calvario ma probabilmente anche quello della salvezza per Angiolino. Se fino ad allora il pericolo numero uno erano i colpi sparati dal nemico, ora che il fronte si allontanava, la morte poteva arrivare “solo” per fame o per malattia. Molti prigionieri perdevano quotidianamente la loro battaglia per la sopravvivenza, sconfitti dallo sfinimento o da qualche malattia polmonare, nei gelidi campi austro-ungarici, ma Angiolino era forte. Nonostante la sua bassa statura, o forse proprio per questo, aveva un fisico coriaceo che gli permetteva di rimettersi alla svelta dagli stenti e dalle privazioni della prigionia.

Di certo non fu una passeggiata, ma quando, dopo qualche tempo, Angiolino comincia finalmente a ricevere i primi pacchi alimentari da casa, le cose migliorano decisamente.

Mamma Cleonice, aiutata dalla figlia Gemma, confeziona con grandissima cura e premura ogni pacco, riempiendolo fino al limite massimo consentito. Il viaggio dal podere della Cignarella fino al campo di prigionia di Braunau, am Inn che si trova al confine tra l’Austria e la Germania, dura diversi giorni e quindi non si possono spedire cibi freschi facilmente deteriorabili. Dal Cafaggio in tre anni partono chili e chili di alimenti: pane, scatole di sardine, dolci, formaggi, carne salata, noci, uva e fichi secchi, salami, riso, fagioli, farina, cioccolata, pasta, gianduiotti, schiacce di ogni tipo, biscotti, corolli, tazze di fegatelli, salsicce, melatini (biscotti con lo strutto) e, a Natale, panforte e cavallucci. Naturalmente ogni tanto Cleonice include anche qualche indumento: una camicia, un paio di pantaloni, un panciotto, delle mutande e un fazzoletto, ma solo quando strettamente necessario, perché il figlio desidera che tutto lo spazio a disposizione nel pacco sia usato per la roba da mangiare. I pacchi diventano quasi un’ossessione per Angiolino, che annota in modo maniacale sul suo diario l’esatto contenuto di ognuno, insieme al numero e alla data di spedizione.

Nonostante la famiglia non disponga di grandi mezzi, gli Spini riescono sempre a mettere insieme qualcosa da inviare al loro congiunto, anche grazie alla solidarietà di amici e vicini: “mi dite che nei pacchi volete mandarmi sempre qualche cosa perché la padrona vi prolunga sempre roba, io ne sono grato a tutti di quello che fate per me, ma se vi resta incomodo mandate solo pane, di quello che fate per voi, fatelo ben cuocere che non arrivi ammuffito”.

Cleonice, come la maggior parte delle famiglie dei prigionieri, ha sottoscritto un abbonamento con la Croce Rossa che permette di spedire i pacchi a costi contenuti: “caro figlio ho a dirti che continuamente si paga alla croce rossa e si continua a spedire pacchi ogni 15 giorni di cosa ci permettono, se si potesse spedire di più non ci parrebbe vero”.

Nonostante le rassicurazioni, Angiolino, ogni volta, non riesce a trattenersi dal ricordare alla mamma di spedirgli da mangiare, pur rendendosi conto degli enormi sacrifici fatti dalla sua famiglia: “se vi resta comodo mandarmi farina, fagioli oppure pasta per me è lo stesso, cosa vi accomoda a voi, vi ripeto di non lasciarvi soffrire, prima dovete trascurare me, so bene cosa avete fatto per me”.

Soddisfare i bisogni primari per un prigioniero era la cosa più importante ma, spesso, il mantenimento della salute fisica dipendeva anche dall’umore e dalle condizioni dello spirito. Mesi o, addirittura, anni di lontananza da casa, potevano produrre effetti devastanti sulla psiche dei prigionieri di guerra. Per mantenere vivo il ricordo dei propri cari, lo strumento più utilizzato all’epoca era la fotografia. Angiolino annota sul suo diario, come un evento eccezionale, il giorno in cui gli viene permesso di uscire dal campo per recarsi da un fotografo di Braunau am Inn e farsi fare un ritratto da spedire a casa. Quando lo riceve mamma Cleonice ne è entusiasta: “mio figlio carissimo, ho ricevuto la tua cara fotografia da solo ed in gruppo, non posso descriverti la gioia che ho provato nel vederti. Ti ho baciato tanto tanto e ti ho stretto al mio cuore, mi sembrava di vederti in persona. Sono rimasta contenta nel trovarti così bene, non me lo sarei mai creduto”. La risposta di Angiolino non si fa attendere: “sento che avete ricevuto la mia fotografia, così potete vedermi a vostro piacere come faccio io con la vostra. Mia cara bisogna accontentarsi di vedersi in carta, ma facciamoci coraggio che non siamo i soli, è una croce che è toccata a tutti”.

Una delle più grandi frustrazioni di Angiolino è quella di non poter aiutare in nessun modo la sua famiglia a mandare avanti il podere, unica loro fonte di reddito e sopravvivenza. Chiede continuamente notizie della campagna, vuole tenersi aggiornato sulla situazione pur sapendo di essere completamente impotente: “quando mi scrivete fatemi sapere come promette la campagna”. Si informa ma al tempo stesso teme che qualcosa sia andato storto: “mi dite che avete terminato di mietere e che i raccolti promettono bene, a questo sempre ci penso, ma non ho il coraggio di domandarvelo”. Tocca allo zio Leonetto metterlo al corrente che la vendemmia del 1916 non è andata bene: “il raccolto del vino è andato a vuoto, costa 100 lire al quintale, tua madre ne ha avuti 25 barili, speriamo ne venga di più l’anno prossimo”.

L’unico sollievo per Angiolino è sapere che il cognato passa lunghi periodi a casa e che è in attesa di essere esonerato definitivamente dal servizio militare. è proprio il marito della sorella a informarlo della situazione: “sono a dirti che, dopo tanto, sono ritornato al fronte e a farti coraggio Angiolino e speriamo presto di poter tornare tutti in braccio ai nostri cari… quest’anno è stato un buon raccolto, speriamo di tornare al nostro lavoro contenti e tranquilli come eravamo prima”.

Anche Cleonice cerca di tirare su il morale del figlio rendendolo partecipe dell’andamento degli affari: “il grano l’abbiamo carrato e, credi, quest’anno è annata, è bello granito, quanto prima si dovrebbe trebbiare. L’uva lo stesso, ce n’è una buona annata, fatti coraggio e speriamo di avere la salute e poi tutto si rimedia”.

Quando però il discorso si fa più impegnativo, Angiolino è comprensibilmente a disagio. Cleonice gli chiede di aiutarla a prendere una decisione importante per il futuro della famiglia. Il lavoro nel podere è diventato troppo faticoso e la donna, vedova e senza più uomini in casa, vorrebbe lasciare e trovare una sistemazione diversa. Le viene spontaneo rivolgersi al figlio per conoscere il suo parere, ma Angiolino declina ogni responsabilità: “da me volete un consiglio su come fare del podere, io non so come consigliarvi, domandatelo a Leonetto o a Lazzero, loro vi potranno dare un buon consiglio”.

In realtà la donna sa già cosa pensa il figlio di questa faccenda. Angiolino è molto cauto ed esprime le sue perplessità alla famiglia: “se dovete strapazzarvi vi consiglio di lasciare, ma meglio sarebbe fare quello che potete senza strapazzarvi e tirare avanti dove siete, come vi ho sempre detto”. Ma Cleonice insiste: “sono a dirti, cioè a farti consapevole, che io ho parlato con il fattore e credi Angiolino che siamo un po’ stanchi di stare in questo podere. La padrona ci accomoderebbe in Monte Solaio dove stava il Guerrini e ci darebbe quanto dava a lui… ci consiglierai perbene te e ci risponderai subito… rispondi subito!”

Di fronte all’insistenza della mamma, Angiolino si sente ancora più frustrato e impotente. Temendo che la situazione a casa sia più grave di quanto Cleonice non gli dica, seppur a malincuore, dà il suo benestare: “la vostra cartolina che vi premeva tanto mi giungesse l’ho ricevuta e vi risposi subito… mi dicevate che avete parlato con il fattore e lascereste volentieri il podere, io vi ripeto non so darvi consigli, da 28 mesi sono assente e non posso sapere come vanno le cose. Per mio conto lasciate pure, la decisione la rimetto in voi e Gemma, vi prego di non lasciarvi soffrire. A costo di finire ogni cosa, al mio ritorno si potrà vivere lo stesso”.

Angiolino nelle sue cartoline chiede spesso notizie dei suoi amici al fronte, preoccupandosi quando non riceve conferma del loro stato di salute: “sono in pensiero per Benedetto, ma speriamo che gli sia successo come a me”. Purtroppo però l’amico Gorini, padre di due figli, aveva avuto una sorte ben peggiore della sua: “sono rimasto dispiacente della triste notizia di Benedetto che mi avete fatto sapere. Sempre coraggio… mi pareva impossibile che fosse andata bene a tutti fino a questo momento”.

La triste e monotona vita del campo è interrotta improvisamente dalla visita inaspettata di due amici: “l’altra settimana venne qui Andrea Taddei con Felice Guerrieri di Casalappi, si passò due giorni assieme, per me fu una grande consolazione… mi disse di avervi veduto quando venne in licenza. Il 13 partirono e stavano perfettamente bene, inviarono cari saluti alle loro famiglie”.

Tuttavia le occasioni di svago erano davvero poche e Angiolino, dopo mesi di prigionia, ormai viveva immerso in uno stato di malinconia cronica, alleviato temporaneamente dall’arrivo della posta. Tra una cartolina e l’altra la depressione non tardava a riaffiorare, soprattutto quando le attese erano più lunghe del solito: “è molto tempo che non ricevo vostre notizie, quanto mi trascorre più a lungo il tempo quando ricevo di rado vostre nuove! Ma sempre coraggio, tutto avrà fine. Io vi ho sempre nella mente, come pure i bimbi. Non avrei mai pensato di dovervi lasciare per così tanto tempo”. Poi, pentendosi dello sfogo, si scusa, temendo di aver offeso i suoi familiari: “mi perdonerete se mi lagnavo di non ricevere vostre notizie, perché ne fui per diverso tempo privo, ma non pensavo che fosse colpa vostra”.

Il dolore per Angiolino si fa sempre più pungente, giorno dopo giorno: “cara mamma, sono già tre anni finiti che vi ho lasciato, quanto sarà stato doloroso questo tempo anche per voi, ma sempre coraggio e speriamo”. Cleonice cerca di consolarlo come può, anche se la sua condizione psicologica è ben peggiore di quella del figlio: “sono tre anni finiti che non ci siamo visti, a noi ci pare cento anni… ma godiamo con la buona speranza che presto finisca questa guerra, per poterci riunire e godere la vita come godevamo nel tempo passato”. Le preghiere di mamma Cleonice furono esaudite e, poco tempo dopo, la guerra finì per davvero. Angiolino poté finalmente tornare a casa e riabbracciare la sua amatissima famiglia.

Angiolino Spini è soltanto uno dei tanti campigliesi partiti per la grande guerra. La sua vicenda è emblematica e dal racconto che lui stesso ci ha lasciato traspaiono i sentimenti e le emozioni che molti altri suoi compagni provarono nel vivere quell’esperienza così sconvolgente. Al tempo stesso però, ognuno dei nostri ragazzi ebbe una storia diversa, unica, che meriterebbe di essere ricordata.

Purtroppo non tutti hanno lasciato un diario e per molti di loro oggi è impossibile ricostruire con esattezza le grandi e piccole vicende che li videro protagonisti. In molti casi le cartoline e le lettere inviate dal fronte, uniche testimonianze scritte, sono andate perse in questi cento anni. I figli dei soldati, ormai in gran parte anziani, non sempre ricordano le storie ascoltate a veglia da bambini. La memoria rimasta è quindi solo un piccolo parziale frammento di un puzzle ben più complesso e variopinto, al quale in futuro speriamo di poter aggiungere nuovi tasselli.

Un altro giovanissimo campigliese che, come Angiolino Spini, conobbe le privazioni e gli stenti della prigionia è il diciottenne Quinto Camerini, classe 1899, arruolato negli alpini. Nel suo breve diario racconta, con grande emozione, i momenti della sua cattura, avvenuta nelle trincee del Monte Fior, il 4 dicembre 1917: “si cominciarono a vedere dei fumi azzurri, erano i gas che gettava il nemico, mentre io pacificamente stavo a prendere il caffè… il vento trasportava il gas in mezzo a una pioggia fitta di palle e di granate, ma nonostante ormai il sangue era acceso e più non pensavo alla morte e pieno di coraggio me ne stavo addoppato in trincea per resistere ai gas. Dopo un’ora circa calmò il gas, ma ancora la pioggia del fuoco si faceva più fitta e verso mezzogiorno cominciò a venire un po’ di calma e, alzando gli occhi, si vide il nemico alle nostre spalle, eravamo prigionieri. Ma non ancora persuasi, tornammo in galleria per far cessare il fuoco di tutte le armi e per poi alzare la bandiera bianca… dopo pochi istanti si cominciò a vedere gli austriaci a breve distanza che ci chiamavano e allora, alzando fazzoletti e asciugamani bianchi, ci si diede nelle loro mani, mentre già diversi amici miei viaggiavano per la terra straniera”.

Anche Argentino Ticciati, un altro alpino campigliese del ‘99, fu costretto a vivere segregato in un campo di prigionia nemico. Apparteneva ad una numerosa famiglia di mezzadri che aveva colonizzato da pochi anni un nuovo podere in Campalto. Oltre a lui erano partiti per la guerra anche due dei suoi fratelli: Marsilio e Orindo. Argentino, soprannominato dai fratelli “padella” per la sua innata passione culinaria, durante il periodo di addestramento si offrì di lavorare in cucina, aiutando nella preparazione del rancio dei commilitoni. Avendo l’opportunità di mangiare liberamente tutto quello che voleva, aveva saldato la fame arretrata con gli interessi, mettendo su diversi chili. Quando però fu fatto prigioniero e il suo regime calorico fu ridotto ai minimi termini, si dovette arrangiare a rubare le bucce di patata che gli austriaci buttavano dalla finestra della cucina. Scoperto, fu punito severamente: lo appesero legato ad un palo e lo lasciarono in quelle condizioni per un giorno intero, fino a quando un ufficiale, impietosito da quella triste scena, non lo fece scendere. Quando, dopo la fine della guerra, Argentino fu rimpatriato, pesava 36 chili: uno scheletro con la divisa. Una zingara lo fermò e gli predisse il futuro, leggendogli la mano: “avrai cinque figli” e così fu.

Argentino aveva sposato la sorella di Mazzino Malotti, uno dei ragazzi campigliesi che non fecero ritorno dal fronte. Mazzino morì sul Carso a vent’anni nel maggio del ‘17, suo fratello Mosè invece riuscì a tornare a casa sano e salvo, così come anche i due fratelli di Argentino Ticciati.

Terzilio Ghignoli, fante della classe 1894, dopo aver svolto regolarmente il servizio militare di leva nel 1914, fu trattenuto con lo scoppio della guerra e inviato al fronte già il 23 maggio 1915. Nel 1916 fu promosso caporale. Servì come infermiere nel 247° reggimento fanteria durante i combattimenti della decima battaglia dell’Isonzo, nella quale morirono oltre tredicimila soldati italiani. Terzilio raccontava che i cadaveri dei suoi compagni non si contavano più e che i corpi giacevano ammucchiati sul campo di battaglia. Nonostante l’incessante pioggia di proiettili, non smise di correre avanti e indietro con la barella fino a quando non fu colpito da una pallottola. Per il suo comportamento altruistico ricevette una medaglia al valore.

Un altro decorato per sprezzo del pericolo e altruismo fu Primo Brogi, per aver salvato una colonna di muli nel corso di una marcia. Poco dopo il suo arrivo al battaglione di fanteria, gli venne affidata la custodia di dieci muli usati per il trasporto del rancio alla truppa. Durante uno di questi viaggi, in una stradina che si apriva fra due colonne di neve molto più alte di lui, il primo mulo fu dilaniato dalle schegge di una granata che colpirono anche lui. Nonostante le ferite riportate riuscì a tenere fermi gli altri nove muli giungendo alle trincee accolto dagli “Evviva” dei fanti che attendevano il rancio quotidiano. Primo ebbe un premio di convalescenza e fece ritorno a casa. Ritrovò la moglie e la figlia Ilva di tre anni. Erano gli ultimi mesi del 1915. Tornò al fronte, lasciò incinta la moglie e, nell’ottobre del 1916, nacque la sua seconda figlia. Il nome della piccola fu scelto da Primo stesso che, in una lettera scritta dal fronte alla consorte Clelia, ordinò: “Deve chiamarsi Ilia, ricordatelo!”

Le ferite riportate dai reduci campigliesi non furono soltanto fisiche ma anche e soprattutto psicologiche. Il giovane contadino Alessandro Bertini, classe 1882, fu costretto a prendere in un attimo la più terribile delle decisioni. Durante un assalto all’arma bianca si ritrovò coinvolto in un corpo a corpo con un soldato nemico che, rimasto disarmato ai suoi piedi, lo implorava di non ucciderlo perché aveva cinque figli a casa che lo aspettavano. Dopo un attimo di esitazione, temendo di essere a sua volta ucciso se si fosse tirato indietro, strinse i denti e trafisse il suo avversario con la baionetta. Il rimorso lo accompagnò per tutta la vita, rendendolo un uomo docile e riflessivo. Giuseppe raccontava spesso questo triste episodio, cercando di giustificarsi dicendo che anche lui aveva i figli a casa che lo aspettavano e che non aveva avuto scelta. Chissà quante volte però, in cuor suo, aveva rivisto quella scena al rallentatore, immaginando un finale diverso.

Del resto, riportare a casa la pelle era la preoccupazione principale di ogni soldato. L’istinto di sopravvivenza spingeva quei poveri ragazzi a sfruttare al massimo le proprie doti, anche le più nascoste, per cercare di fuggire il pericolo, e i campigliesi, in quanto ad astuzia, non erano secondi a nessuno. Serafino Gorini aveva capito che uno dei modi per rimanere lontano dalle privazioni e dalle insidie del fronte era quello di diventare attendente di qualche ufficiale. Nella sua compagnia ce n’era uno che era un vero e proprio orso. Intrattabile e scorbutico, cambiava un attendente dopo l’altro perché nessuno era in grado di sopportarlo, tanto era impossibile il suo carattere. Ma Serafino aveva capito che anche quell’ufficiale, come tutti gli uomini, aveva il suo punto debole. Grazie ai suoi modi gentili e alla simpatia toscana, riuscì ad ingraziarsi la moglie del superiore che, abituata ad un marito tanto rude, apprezzò molto le “attenzioni” del soldatino campigliese. La signora fu talmente soddisfatta che Serafino riuscì a mantenere a lungo il suo posto di attendente, evitando così la trincea e godendo dei piaceri e delle laute mance che la signora gli elargiva di nascosto con grande generosità.

Purtroppo non tutti i soldati campigliesi partiti per la grande guerra fecero ritorno a casa. Uno su dieci morì lontano, senza potersi ricongiungere con i propri cari nemmeno in occasione dell’estremo saluto.

Le notizie che giungevano alle famiglie dai vari comandi militari erano spesso frammentarie e talvolta contraddittorie. La mancanza di certezze e di notizie attendibili rendeva ancora più atroci le sofferenze dei congiunti.

Giulia Tonelli, la ventitreenne moglie del soldato Luigi Fancelli, madre di un bambino di quasi tre anni (Alberto), dopo aver ricevuto la comunicazione che il marito si trovava malato in un ospedale da campo, il 27 ottobre 1915 scrive una cartolina per avere rasssicurazioni da lui: “Carissimo consorte, siamo desiderose, tanto io che mamma, di sapere che forma di malattia tu hai trovandoti in codesto ospedaletto. Rispondi e non farci stare in pensiero perché, con le cose che sentiamo nei giornali, non si sta troppo bene. Noi di salute si sta bene, come pure il bimbo. Mandami a dire se hai bisogno di roba di lana, faremo di tutto per mandartela subito. Anche due righe se vuoi che stia contenta. Non mi prolungo di più, ne ho tante per il capo perché non so cosa pensare”. Purtroppo, nello stesso giorno in cui Giulia scriveva questa cartolina, Luigi moriva nel suo improvvisato letto di ospedale.

Il primo campigliese a morire era stato il venticinquenne Eder Gorini, granatiere caduto il 9 giugno 1915 per conquistare la rocca di Monfalcone. La guerra era iniziata da appena due settimane e i cannoni italiani non avevano ancora imparato a coordinare la loro azione con quella della fanteria. Il risultato fu che dei trecento granatieri morti per sottrarre Monfalcone agli Austriaci, ben cento furono uccisi dal fuoco italiano e tra questi doppiamente sfortunati, forse, perì anche il nostro Eder.

Poi toccò al ventinovenne Leonardo Berrighi, morto per le ferite riportate in uno dei combattimenti del 125° Fanteria sul fronte di Planina-Verhovlje, dove si trovava schierato dall’inizio di giugno. La conquista di Plava a quota 383, in un solo giorno, il 16 giugno, costò la vita a 18 ufficiali e 894 soldati. Altri morirono nei giorni seguenti per le conseguenze delle ferite riportate e questo fu il destino anche del nostro Leonardo.

Quindici giorni dopo, altri due campigliesi persero la vita in un tragico combattimento. Leandro Carpita e Fortunato Ciani si conoscevano da sempre, avevano la stessa età, ventun anni e uno stesso crudele destino. Erano stati arruolati entrambi nei bersaglieri, nel primo battaglione ciclisti. Il 2 luglio, Leandro e Fortunato erano stati spostati con il loro battaglione a Fogliano, con il compito di liberare Redipuglia dai gruppi di tiratori nemici ancora appostati e pronti a colpire. Il 5 luglio, furono mandati all’assalto e morirono entrambi trafitti dalle baionette nemiche.

Quando a Campiglia si diffuse la notizia di quella duplice tragedia, fu un duro colpo per tutti. Leandro è passato alla storia come il primo caduto campigliese anche se in realtà, come abbiamo visto, altri cittadini residenti nell’attuale comune di Campiglia Marittima erano morti prima di lui. Questa fama è probabilmente giustificata dal fatto che Carpita fu il primo caduto tra gli abitanti del paese di Campiglia, mentre Ciani, Berrighi e Gorini abitavano nelle campagne.

Alla fine della guerra moriranno oltre 120 soldati campigliesi, uccisi in battaglia o consumatisi, giorno dopo giorno, nei freddi campi di prigionia austro-ungarici e tedeschi. Per molti la fine arriverà quando ormai la guerra stava avviandosi al termine, a causa di malattie contratte al fronte, prima fra tutte la terribile influenza polmonare passata alla storia col nome di “Spagnola”. Sarà proprio questo implacabile virus a stroncare la più giovane tra le nostre vittime, Agostino Becherini, classe 1900, uno degli ultimi a partire per la guerra, morto poco tempo dopo aver compiuto i diciotto anni.

Molte famiglie campigliesi sperimentarono direttamente il lutto e la sofferenza procurati dalla guerra. Alcuni genitori però furono particolarmente sfortunati: Oreste Giannini, Giovanni Gorini, Riccardo Landi, Tommaso Larini, Leopoldo Lunghi, Terzilio Pecchioni e Francesco Petrai ebbero ben due figli morti in guerra. Ma la famiglia più colpita in assoluto fu quella di Lorenzo Pelamatti che vide morire uno dopo l’altro addirittura tre figli: Amedeo, Leopoldo e Matteo.

Nel 1922, il sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi lanciò la proposta di creare in tutti i centri abitati d’Italia un Parco o un Viale della Rimembranza, in memoria dei caduti della prima guerra mondiale. Il Ministero diffuse una circolare con la quale si chiedeva: “che le scolaresche d’Italia si facciano iniziatrici di una idea nobilissima e pietosa: quella di creare in ogni città, in ogni paese, in ogni borgata, la Strada o il Parco della Rimembranza. Per ogni caduto nella grande guerra, dovrà essere piantato un albero”. La circolare dettava minuziosamente le regole per la realizzazione: “tre regoli di legno dei tre colori della bandiera nazionale… descrivano un tronco di piramide triangolare e siano tenuti fissi da sei traversine sottili di ferro… uno dei regoli e precisamente quello colorato in bianco, alquanto più lungo degli altri due, dovrà portare a 10 cm dall’estremità superiore una targhetta in ferro smaltato, con la dicitura: IN MEMORIA DEL (grado, nome, cognome) CADUTO NELLA GRANDE GUERRA IL (data) A (nome della battaglia)”. Le numerose circolari ministeriali spinsero ogni scuola italiana a inaugurare il proprio Parco, uno “spazio sacro” da utilizzare in occasione delle numerose liturgie fasciste del ventennio. Già nel 1923 furono inaugurati in Italia 1048 Viali o Parchi della Rimembranza. Gli insegnanti erano tenuti a collaborare con i Comuni, tramite dei Comitati esecutivi, per formare l’elenco dei caduti, attingendo le notizie dal Comune o dal Distretto Militare. Stabilito il numero degli alberi da piantare, il consiglio comunale sceglieva un luogo adatto. Le piantine venivano donate dal Ministero dell’Agricoltura. Il rito doveva essere compiuto dalle scolaresche per manifestare ai caduti la riconoscenza a nome di tutta la cittadinanza. Fu istituita addirittura una guardia d’onore, formata da scolari, a cui venne affidata la cura dei parchi che, nel 1926, furono dichiarati monumenti pubblici.

Anche a Venturina si aderì all’iniziativa piantando alberi in memoria dei caduti. Nel 1928, a Campiglia fu eretto un monumento ai caduti al quale si aggiunse nel 1940 una lapide a Venturina, contenente i nomi dei caduti venturinesi, che fu collocata in un primo momento sulla facciata dell’edificio che si trovava in piazza della Posta, per poi essere spostata prima in piazza del Popolo e poi presso il palazzo Federighi. Attualmente questa lapide si trova in largo Sbarretti, per tramandare alle nuove generazioni il ricordo di quei giovani sfortunati.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 6 (maggio-giugno 2015)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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