Arature fortunate e aratori consapevoli

La riscoperta del sito di Vignale nell’estate del 2003

La storia attuale del sito archeologico di Vignale comincia giusto 140 anni dopo che Felice Francolini aveva segnalato, nel 1863, la presenza di una “Villa Romana” nel grande campo a monte della via Aurelia ottocentesca (oggi strada provinciale 39/152, a seconda che siate, rispettivamente, nel tratto della provincia di Livorno o in quello della provincia di Grosseto).

Siamo dunque alla fine di luglio del 2003, nel bel mezzo di quella che sarà da tutti ricordata come una delle estati più calde a memoria d’uomo, quando accade che l’azienda proprietaria del grande campo decide – del tutto legittimamente, in assenza di qualsiasi vincolo archeologico pregresso – di impiantare un nuovo vigneto. E lo fa, ovviamente, con le tecnologie proprie della nostra epoca: ovvero degli aratri enormi, tirati da mezzi cingolati molto potenti e in grado di produrre gli scassi profondi che sono la norma, oggi, per l’impianto di un nuovo vigneto.

L’operazione parte dall’angolo accanto alla sede di Unicoop Tirreno, con lunghi solchi paralleli che vanno verso Est e tutto scorre tranquillo per i primi cinque solchi: qui e là gli aratri riportano alla luce qualche frammento di ceramica, ma nulla che lasci presagire ciò che sta per avvenire. All’improvviso, a metà del quinto solco, uno degli aratri si impunta e poi riporta alla luce un pezzo di muro sepolto: una fondazione in cementizio di malta e piccoli ciottoli di fiume che, per qualche verso, assomiglia a una tecnica moderna.

è un momento evidentemente topico dell’intera vicenda, perché macchine di quella potenza sono in grado di demolire qualsiasi muro sepolto, completando una volta per tutte la distruzione delle testimonianze archeologiche avviata con l’aratura del 1968.

Ma gli anni sono cambiati e, per fortuna, sono cambiate anche le persone e i modi di pensare: il lavoro si ferma e su quel pezzo di muro nasce una discussione. Anche perché, nel frattempo, sul campo sono arrivati in tanti, in primo luogo alcuni esponenti dell’Associazione Archeologica Piombinese che, ormai da molti anni, vigila scrupolosamente su quel pezzo di paesaggio, seguendo da vicino tutte le arature per recuperare i materiali che saltano puntualmente fuori ogni volta che quel campo viene lavorato anche solo in superficie.

Della questione viene ovviamente interessata la Soprintendenza archeologica e, alla fine, si decide di comune accordo di fermare l’aratura, in attesa di un sopralluogo che definisca lo stato della questione.

è a questo punto della vicenda che entra in gioco l’Università di Siena, cui viene affidato il compito di svolgere una indagine preliminare, per raccogliere elementi di valutazione oggettiva su ciò che può effettivamente essere rimasto nel sottosuolo, in vista di una decisione sulla possibilità o meno di procedere con le arature profonde necessarie all’impianto del nuovo vigneto.

Ed è a questo punto che sta anche cambiando, senza beninteso che nessuno di noi lo sappia, un pezzo consistente della vita professionale (e in buona misura anche personale) mia e dei componenti del mio gruppo. Tutto dipende dal fatto che, appena qualche anno prima, mi ero ritrovato a far parte di un gruppo di lavoro che aveva ripreso in mano il dossier archeologico di Vignale, producendo un articolo scientifico con un titolo che, con il senno di poi, si può considerare quasi profetico: “Il Vignale ritrovato”.

L’articolo, scritto diversi mesi prima da alcuni studiosi di varia appartenenza istituzionale, esce nella primavera del 2003, quindi solo poche settimane prima della famosa aratura di luglio, e termina parlando di “legittime aspettative per un avvio di una ricerca archeologica intensiva sul sito”. Le arature estive tagliarono drammaticamente i tempi e misero in condizione la ricerca di partire prima del previsto e fu così che ci trovammo paracadutati, senza di fatto rendercene conto, in una avventura intellettuale e umana, personale e poi collettiva di una intera comunità, che continua tuttora.

Noi archeologi senesi arrivammo a Vignale in due fasi successive, tra agosto e settembre del 2003, e già dai primissimi sopralluoghi fu evidente che le nuove arature avevano aperto una pagina nuova nella storia archeologica del sito.

Il motivo è presto detto: gli aratri del 2003 erano più potenti di quelli del 1968 ed erano quindi scesi più in profondità. Pur rimanendo sempre all’esterno della parte edificata del sito, avevano quindi raggiunto dei livelli che non erano ancora stati intaccati: in particolare, avevano riportato in superficie i resti di alcune sepolture con ossa umane ancora in connessione anatomica.

Fu quindi facile tirare le prime conclusioni: se i resti umani erano ancora in connessione anatomica, voleva dire che quelle sepolture erano rimaste intatte fino al momento della nuova aratura e che quindi era ragionevole pensare che anche muri e pavimenti si potevano essere in qualche misura conservati.

Su questa base, decidemmo di partire con una analisi veloce e poco invasiva, basata sulla rilevazione delle variazioni puntuali del micromagnetismo terrestre. Si tratta di una tecnica relativamente nuova che misura, a distanze fisse (normalmente su quadrati di 1 m x 1 m), l’intensità e l’orientamento del magnetismo terreste, registrandone le piccolissime variazioni.

Queste variazioni sono determinate, nella maggior parte dei casi, dalla presenza di muri nascosti nel sottosuolo; così, trasferendo le informazioni ottenute su un computer, si ottiene una immagine approssimativa, ma spesso ben leggibile, di quel che c’è sotto terra, senza il bisogno di ricorrere allo scavo.

Il lavoro fu condotto a regola d’arte da un piccolo staff di archeologhe molto esperte in questa tecnica, ma, sorprendentemente, portò a risultati tutt’altro che buoni: solo con gli scavi successivi ci rendemmo infatti conto che le arature pesanti e leggere succedutesi negli anni avevano mescolato al terreno circostante i mattoni strappati dai muri, producendo un disturbo magnetico (l’argilla cotta dei mattoni ha una forte carica magnetica) che ci impediva di vedere che cosa c’era al di sotto.

Fu una grandissima delusione, perché speravamo proprio di veder riemergere nell’immagine computerizzata la pianta delle terme viste nel 1831. Allora sarebbe stato davvero un gioco da ragazzi decidere dove fare qualche sondaggio di controllo per verificare che cosa si era realmente conservato.

Le cose andarono diversamente e quella immagine nebulosa e incomprensibile ci costrinse ad una azione di conoscenza più invasiva, una serie di trincee esplorative che avremmo scavato nella primavera successiva e che avrebbero portato a quello che è oggi lo scavo di Vignale.

Colmo della sfortuna – o forse della fortuna, visto come sono andate dopo le cose – fu che, come punto di riferimento per il nostro lavoro di “radiografia magnetica” del campo, prendemmo l’angolo di un muro moderno, rasato al suolo da molti anni e posto proprio a un metro dalla strada.

Non sapevamo, e non avremmo saputo per dieci lunghi anni, che accanto a quel muro, a pochi centimetri di profondità, era nascosto un meraviglioso pavimento a mosaico.

Sono queste le cose che rendono il mestiere dell’archeologo così straordinariamente affascinante.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 9 (novembre-dicembre 2015)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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