Il “dominus” della villa è l’uomo sepolto nel mausoleo?

Duemila anni fa, la Val di Cornia era un luogo ameno, con una campagna ben coltivata, colline rigogliose, acque abbondanti e ben controllate. Il paesaggio era attraversato da numerose strade, ben tenute e spesso lastricate. La più importante di tutte era senza dubbio l’Aurelia o Aemilia Scauri, così chiamata dal nome – oggi diremmo cognome – del console Gaio Aurelio Cotta che, intorno alla metà del terzo secolo avanti Cristo, l’aveva fatta costruire per collegare, lungo la costa, Roma all’Etruria, e del censore Marco Emilio Scauro che, dopo circa un secolo e mezzo, l’aveva prolungata fino ai territori del Nord.

Il tracciato delle vie, nella Val di Cornia romana, ricalcava in gran parte quello etrusco. Lungo di esse, o nelle immediate vicinanze, si trovavano anche i principali centri abitati. In tutta la vallata c’era una sola città, Populonia – il municipium – con le case, i templi e gli uffici pubblici.

Nelle campagne, i liberi cittadini vivevano in case rurali, più o meno grandi a seconda delle possibilità economiche. In linea di massima, chi non viveva in città gestiva la propria “azienda agricola” con l’aiuto della familia che, al tempo, comprendeva anche gli schiavi. Poi c’erano i grandi latifondisti, i potenti, appartenenti a qualche “gens” (stirpe) importante o arricchitisi grazie alle loro doti imprenditoriali.

Questi pochi fortunati possedevano bellissime ville, edifici signorili costruiti in campagna, che servivano sia per le necessità della produzione agricola, sia come residenza secondaria del dominus che, quando poteva, scappava dallo stress della città per ritirarsi qualche giorno in campagna e godere dei piaceri della vita bucolica.

Le ville di campagna, oltre ad essere in molti casi un investimento redditizio, rappresentavano un vero e proprio status simbol per le elite cittadine, che facevano a gara a chi aveva la casa più grande e più riccamente arredata.

La bellezza del paesaggio e dei panorami di cui si poteva godere aumentava notevolmente il valore del complesso immobiliare e questo, insieme alla straordinaria fertilità dei terreni, fu uno dei motivi del moltiplicarsi delle più o meno lussuose ville di campagna nella Val di Cornia romana.

Venti secoli fa, Venturina Terme era ancora molto lontana dal nascere, eppure un piccolissimo embrione di quello che sarebbe diventato il nostro paese era già stato concepito. Gli elementi di base, naturali e umani, che ne segneranno la comparsa, erano infatti già presenti. Abbiamo parlato della strada principale che, ora come allora, attraversa questo spicchio di pianura: l’Aurelia, aorta vitale, che correva poco distante da quella attuale.

Per ragioni analoghe a quelle che porteranno alla nascità nel XIX secolo del primo nucleo abitato di Venturina – e cioè la presenza di un importante crocevia – in epoca romana, ma più probabilmente etrusca, si sviluppò un insediamento nel punto dove convergevano tre strade fondamentali: la consolare Aurelia, la strada per Populonia e quella che, attraverso un tracciato interno, portava a Volterra, passando per un grande complesso termale, recentemente riportato alla luce nei pressi di Sasso Pisano.

Ma perché le tre strade si congiungevano proprio in quel punto? La risposta è semplice: lì si trovavano altre sorgenti termali, conosciute e sfruttate fin da epoche remotissime. Nell’era romana, quella zona prese il nome di Caldana che, in latino, significava appunto “sorgenti di acqua calda”.

Non sappiamo con certezza che tipo di insediamento fosse presente in Caldana, ma le indagini fino ad ora svolte fanno pensare a due tipi di abitati, il primo a monte della strada, caratterizzato dalla presenza di una villa signorile, il secondo invece a valle dell’Aurelia, formato da edifici più modesti che, forse, formavano un villaggio.

Questa impressione non è frutto di fantasia, ma è il risultato dell’analisi dei resti di ceramiche e laterizi rinvenuti nella zona e delle fonti storiche e di quelle orali che testimoniano la presenza di resti, ancora evidenti pochi secoli fa. Un’altra conferma è data dall’esistenza di tombe lungo il tracciato della via Aurelia, la più eclatante delle quali è il mausoleo di Caldana.

Le costruzioni moderne, moltiplicatesi nel secolo scorso, hanno prima scoperto e poi cancellato gran parte delle tracce archeologiche. Per fortuna però – nonostante la volontà da parte dei proprietari e dei costruttori di tenere nascosti i ritrovamenti – qualcosa è trapelato ugualmente, confermando quello che già da tempo si sospettava: Caldana romana è esistita davvero.

Il parallelepipedo di tufo e calcina – che oggi si trova in un giardinetto tra via dei Molini e via Cafiero – ha sempre stimolato la fantasia dei venturinesi. “Cosa sarà?” Si chiedevano i vecchi caldanesi. I più estrosi hanno addirittura creduto di vederci un volto fatto di pietre; così i buchi e le aperture presenti sulla facciata si sono trasformati in occhi, naso e bocca. Qualcuno invece giurava che si trattasse di un mulino, magari a vento, sempre per trovare un senso a quelle misteriose cavità, che sembravano fatte apposta per infilarci l’asse delle pale. Altri invece, sostenevano che fosse sì un mulino, ma ad acqua, come quelli realmente esistenti sulla vicina Fossa Calda.

In diversi avevano detto la loro, quasi sempre a sproposito, ma nessuno fino ad oggi si era preso la briga di indagare seriamente su quell’edificio, seguendo un criterio scientifico in grado di fornire una spiegazione logica alla sua conformazione e alle sue caratteristiche. Poi è arrivato Piero Cavicchi e, finalmente, abbiamo capito che la torretta di Caldana altro non è se non quel che resta di un mausoleo romano.

Piero non è stato il primo a formulare questa ipotesi, ma ha avuto il merito di provare, una volta per tutte, che i documenti storici avevano ragione. Esistono infatti testi del Duecento nei quali il mulino che si trova a due passi dal manufatto romano è chiamato mulino della torre o “mussulei”, a riprova del fatto che, quello “strano” nome – forse proprio perché così particolare e incomprensibile – si era tramandato quasi inalterato per centinaia di anni. Per tutto il medioevo e anche nei secoli successivi, il vicino mulino sulla Fossa Calda era chiamato “mulino della Torricella”, proprio per la sua prossimità al monumento romano.

Ma che cos’era un masuoleo? La parola trae la sua orgine dalla tomba di Mausolo, un re dell’antichità, reso celebre dalla grandiosità della sua tomba, tanto che, dopo di lui, il termine divenne sinonimo di monumento funebre.

Già, perché quello che noi vediamo in Caldana non è altro che lo scheletro di un edificio sepolcrale costruito duemila anni fa. Oggi rimane soltanto un agglomerato di sassi, che gli operai romani prelevarono probabilmente dalla vicina “tufaia”, una cava di travertino – questo è il vero nome di quello che noi chiamiamo tufo – talmente abbondante da essere utilizzata fino al Novecento, lasciando una traccia indelebile nella toponomastica locale nel nome di uno dei quartieri più popolosi del paese.

L’aspetto attuale, così ruvido e per certi versi spettrale, non rende affatto giustizia all’estetica originaria di quell’edificio che, al momento della sua costruzione, doveva apparire bello e imponente. Immaginatevelo interamente ricoperto da lastre di marmo bianco delle nostre colline, con motivi ornamentali, fregi o bassorilievi, un cornicione e una copertura di tegole rosse o, magari, al posto del tetto, un tempietto a edicola. Sulla facciata poi, in bella vista, un’epigrafe con il nome del defunto e una dedica fatta scrivere in sua memoria dai familiari e dagli amici.

Se oggi potessimo disporre di quella antica lapide non ci sarebbero più dubbi intorno al nome del proprietario del mausoleo, mentre invece, purtroppo, la tavola di pietra incisa è andata perduta insieme al rivestimento dell’edificio.

Chi era allora il nostro uomo (o donna) del mistero? Senz’altro doveva trattarsi di un personaggio di spicco della società populoniese dell’epoca, uno che poteva permettersi di spendere una discreta somma di denaro per farsi costruire una tomba prestigiosa. Molto probabilmente la sua casa non era lontana dal luogo dove aveva scelto di farsi seppellire. Stiamo parlando quindi di un proprietario terriero con una villa da quelle parti.

La sua tomba si trovava a lato della via Aurelia, insieme a molte altre sepolture, in prossimità del ponte sulla Fossa Calda che, anche duemila anni fa, in quella zona incrociava la strada principale.

Nel mondo romano, le sepolture non potevano trovarsi all’interno dei centri abitati, perché le leggi lo proibivano. I cimiteri, così come li conosciamo noi oggi, non esistevano ancora; si diffusero solo dopo, in epoca cristiana. Può sembrare strano ma, al tempo degli dei pagani e dell’Impero Romano, i luoghi deputati all’inumazione dei defunti erano spesso semplicemente i bordi delle strade.

Su entrambi i lati delle vie, subito fuori dall’abitato, chi si trovava a percorrerle si imbatteva in lunghe file di tombe di ogni genere, ricche o povere, grandi e piccole, mescolate le une alle altre. Per seppellire era necessario ottenere un’autorizzazione rilasciata dal municipium, il comune di allora che concedeva, dietro pagamento di una tassa, una particella di terreno demaniale alla famiglia del morto.

Spesso succedeva che i viaggiatori, in preda ad emergenze fisiologiche, si fermassero un attimo per fare i loro bisognini e una tomba bella alta poteva rappresentare il luogo ideale dove acquattarsi in pace senza essere visti. Per questo, i più “sensibili”, prima di trapassare, si premuravano di far scrivere sulla loro dimora eterna frasi e maledizioni per scoraggiare questa pratica, poco rispettosa ma assai diffusa; come quel tizio spiritoso di Pompei, che di “cognome” faceva Ortica, il quale, per evitare di essere concimato dai passanti, si fece seppellire sotto ad una lapide che, giocando con le parole, diceva così: “Urticae monumenta vides discede cacator non est hic tutum culum aperire tibi” ovvero “quella che vedi è la tomba di Ortica, allontanati cacatore, qui per te non è sicuro aprire il culo!”

Un’altra attività poco rispettosa dei defunti era quella esercitata dalle signorine che concedevano i loro favori ai passanti in cambio di pochi spiccioli. Se le prostitute che esercitavano il loro mestiere in città, sotto i porticati (in latino “fornices”) erano dette per questo fornicatrici, quelle che lo facevano dietro ai “busta”, ovvero i monumenti funebri, erano chiamate “bustuarie” e considerate di infimo rango.

Costruendo un monumento funebre delle dimensioni del nostro, anche il costo della concessione municipale aumentava. In alcuni casi poteva essere la Comunità stessa ad avvertire l’esigenza di onorare un illustre cittadino, assumendosi gli oneri per la realizzazione del monumento, ma più spesso era la famiglia a pagare di tasca propria, per garantire al caro estinto una sistemazione consona al rango e al prestigio goduto in vita.

Non essendo mai stata ritrovata l’iscrizione sulla quale era inciso il nome dell’illustre defunto – almeno per quel che ne sappiamo – nessuno può dire da chi sia stato fatto costruire il nostro mausoleo romano e di chi fossero le spoglie conservate al suo interno. Ma allora per quale motivo il monumento è conosciuto anche con il nome di “Mausoleo di Caio Trebazio”? La risposta è semplice: si tratta solo di un’ipotesi che, come vedremo, all’analisi dei fatti, risulta abbastanza improbabile.

Circa cinquant’anni fa, un sacerdote di Massa Marittima, don Enrico Lombardi, scrisse un libretto sulla storia di Venturina, il primo che sia mai stato pubblicato su questo argomento. Parlando di Caldana, don Lombardi ipotizzò che il mausoleo romano potesse essere appartenuto ad un certo Caio Trebazio (la versione “Trabazio” fu soltanto un errore tipografico), il cui anello, una gemma finemente lavorata con ritratto e nome, sarebbe stato ritrovato non lontano del mausoleo.

In realtà le cose non stavano proprio così, dato che la misteriosa scoperta archeologica alla quale faceva riferimento don Enrico non sarebbe avvenuta nelle immediate vicinanze del rudere ma, più genericamente, “nei pressi di Venturina”, come lo stesso Lombardi aveva scritto in un articolo uscito l’anno precedente sul giornale diocesano “La Vita”, dove si diceva che il fantomatico anello “sigillo” era stato trovato casualmente in una vigna, nel 1934, durante i lavori di scasso.

L’anello sembrava però essersi volatilizzato subito dopo, senza aver lasciato alcuna traccia nelle pubblicazioni ufficiali degli storici e degli archeologi che si sono occupati del nostro territorio. Evidentemente si trattava di un ritrovamento clandestino, del quale don Lombardi aveva avuto notizia in seguito alla confidenza fatta da qualche suo amico o conoscente, che gli aveva rivelato la cosa, chiedendogli però di non riportare né il luogo della scoperta né l’attuale proprietario del gioiello.

Quando il mistero sembrava destinato a rimanere tale, le indagini portarono ad una scoperta rivelatrice: Caio Trebazio aveva davvero abitato da queste parti, ma non nella Venturina romana.

In località Palmentello e più precisamente non lontano da quella che ancora oggi si chiama via di Bazzana, in epoca romana sorgeva una meravigliosa villa. L’edificio principale doveva essere maestoso e comprendeva l’abitazione dei signori e quella degli schiavi, con i magazzini agricoli e le officine per la fabbricazione degli attrezzi. C’erano poi tutta una serie di piccoli annessi sparsi e addirittura un tempietto privato dedicato al dio Apollo. La casa era arredata in modo sontuoso, con mobilia raffinata e ricche suppellettili che, in alcuni casi, erano delle vere e proprie opere d’arte.

Chi poteva essere il padrone di casa, il dominus, un uomo tanto ricco e famoso da potersi permettere una simile dimora rurale? Il suo nome sarebbe stato destinato all’oblio, se il fato non avesse voluto che, a distanza di secoli, l’identità del facoltoso antico romano fosse svelata. Bazzana è uno di quei nomi di luogo di origine romana che derivano dal “cognome” degli antichi signori proprietari della zona. Fundus Trebatianus, col tempo poi accorciatosi in Batianus, in latino significava proprio “i possedimenti di Trebatius” (Trebazio), come ha dimostrato Piero Cavicchi nel suo studio. La villa romana di Bazzana dunque, con ogni probabilità, era la casa del Trebazio raffigurato nell’anello ritrovato nel 1934. Il sigillo proveniva quindi da Palmentello e non da Caldana. Il collegamento ipotizzato da don Enrico Lombardi ci appare quindi oggi come una forzatura, data l’eccessiva distanza tra la villa e il mausoleo. Ma chi era il Caio Trebazio raffigurato nella gemma?

La storia ci dice che un Caio Trebazio, soprannominato “Testa”, visse a cavallo tra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo. Nacque probabilmente a Velia, in Campania, nell’attuale provincia di Salerno, e fu un apprezzatissimo giurista, grande amico del più famoso di tutti gli avvocati romani, Cicerone. Si occupò anche di filosofia e di religione. Pare che Trebazio, come molti altri suoi contemporanei, fosse un seguace di Epicuro, il filosofo del “carpe diem”, del “cogli l’attimo”, e quindi, in un certo senso, un amante del bello e dei piaceri della vita. Un uomo che ebbe modo di frequentare personalità del calibro di Giulio Cesare e dell’imperatore Augusto. Un cittadino ricco e famoso come Trebazio avrebbe potuto avere benissimo una o più ville di campagna come quella di cui abbiamo parlato, ma difficilmente vi si sarebbe fatto seppellire; lui e i suoi discendenti avrebbero senz’altro preferito eternare la loro memoria in un luogo più adatto, come per esempio Roma, la capitale dell’Impero, oppure Velia, la città di origine della famiglia.

Il nostro uomo misterioso dunque, quello che fece deporre le proprie ceneri dentro al mausoleo di Caldana, chi era? Come abbiamo già detto doveva essere qualcuno che aveva un forte legame con quei luoghi, uno del posto, un ricco cittadino della Populonia romana dell’epoca, appartenente magari a qualche famiglia di origine etrusca che, da generazioni, possedeva una fetta della fertile pianura caldanese. La sua casa doveva essere una delle ville esistenti nella zona e, vista la posizione del mausoleo, probabilmente quella di cui abbiamo parlato all’inizio e che, per comodità, chiameremo “villa di Caldana”.

La villa romana di Caldana doveva trovarsi non lontano dal luogo dove nell’Ottocento sarà costruita un’altra famosa residenza signorile, appartenuta alla famiglia Burci: la villa della Pulledraia.

L’edificio romano, situato su un dosso naturale, in posizione rialzata rispetto al circostante piano della campagna, ricopriva un’area piuttosto vasta, sviluppandosi per alcune decine di metri in direzione sud, a pochi passi della via Aurelia, rispetto alla quale rimaneva a monte. La proprietà aveva due grandi ricchezze al suo interno: un gruppo di sorgenti termali vicine alla casa, di cui una caldissima, che sgorgava copiosamente alla temperatura di 45 gradi, ed un altro gruppo di sorgenti di acqua calda, più lontane e situate più in alto. Quest’ultime erano disposte su un’ampia area delimitata da un muro che le conteneva, incanalandone i flussi in un fosso che, attraverso la campagna, le faceva convogliare in un grande padule costiero, un’insenatura salmastra, separata dal mare solo da una stretta lingua di terra.

Le acque più calde e più vicine alla villa potevano essere utilizzate come terme private, per il piacere e lo svago dei membri della famiglia padronale e dei loro fortunati amici, ma anche per allevare, in grandi vasche, prelibati pesci d’acqua dolce che non mancavano mai sulla tavola dei signori di Caldana. Lo scarico di queste sorgenti era fatto confluire nel fosso principale con un canaletto di scolo più piccolo per evitare la tracimazione dell’acqua termale nei campi circostanti. Ovviamente, una tale abbondanza d’acqua era sfruttata anche per irrigare le coltivazioni, soprattutto ortaggi, che lo richiedevano.

Lo svolgimento dei lavori agricoli e artigianali all’interno della villa era garantito dalla manodopera degli schiavi che, oltre a lavorare i campi, producevano direttamente molti degli attrezzi di cui necessitavano. Ma una delle meraviglie della villa di Caldana era il mulino, azionato dal potente flusso di acqua che, continuamente, precipitava giù dall’invaso delle polle poste più in alto, facendo girare la grande ruota verticale in legno che, a sua volta, metteva in movimento la macina di pietra.

Il mulino ad acqua all’epoca era considerato una meraviglia tecnologica e – in un mondo dove gli schiavi si potevano comprare a buon mercato – anche un lusso, dato che, per costruirlo, era necessaria una spesa abbastanza consistente. Rispetto ai tradizionali impianti azionati dalla forza animale o addirittura umana, un mulino come quello di Caldana, rendeva possibile la macinazione di una quantità di grano nettamente superiore.

Il padrone della villa quindi, oltre a ricavare la farina per l’uso personale e per la vendita, poteva guadagnare anche macinando, a pagamento, il grano degli altri produttori agricoli della zona. Si trattava quindi di un ottimo investimento, fatto da un uomo che certamente sapeva come far fruttare al meglio i propri beni per trarne un guadagno.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 12 (maggio-giugno 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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