I disegni realizzati in occasione della visita del granduca Pietro Leopoldo nel 1770

Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena è, insieme a Cosimo I de’ Medici, il granduca di Toscana più conosciuto. Ha fama di essere stato un sovrano illuminato e innovatore e crediamo che se la sia meritata.

Nel 1765, all’età di diciott’anni, ereditò un “piccolo” ma importante stato, la Toscana, che versava in un notevole stato di arretratezza, e col duro lavoro riuscì a trasformarlo in uno dei più moderni d’Italia e d’Europa.

Il granduca Pietro Leopoldo viaggiò moltissimo durante il suo regno, visitando ogni angolo più sperduto del granducato, a partire dalle primissime ricognizioni del 1767 e 1768 nelle desolate Maremme, nella montagna di Pistoia e nella campagna pisana.

Il sovrano toscano voleva acquisire una conoscenza diretta delle terre che era stato chiamato a governare, per toccare con mano i problemi locali e valutare l’efficienza e il senso del dovere dei funzionari che operavano su tutto il territorio della Toscana.

Spesso viaggiava a cavallo, percorrendo molte miglia, su strade disagevoli, riposando in alloggi di fortuna, cenando in semplici osterie o case di privati, con pochissimo personale al seguito, talvolta con la moglie o con il primo ministro.

Le visite del granduca, oltre ad essere informali, erano spesso anche inattese. Gli piaceva infatti presentarsi a sorpresa, talvolta addirittura in incognito, nei luoghi e negli uffici pubblici, come i tribunali o gli ospedali, per rendersi conto di come fossero gestiti, valutando la cortesia e l’operosità degli addetti e la pulizia degli ambienti.

Prima di recarsi in visita in un luogo, Pietro Leopoldo studiava molto. Leggeva con grande attenzione le relazioni, che portava con sé, preparate dai suoi collaboratori, per essere informato su ogni singolo aspetto e problema delle comunità locali che si accingeva ad incontrare.

Durante il viaggio annotava alcune considerazioni personali come promemoria per il futuro. Tutti questi appunti sulle realtà locali toscane hanno formato una preziosissima documentazione storica, conosciuta comunemente col nome di “Relazioni di viaggio”, che fino al 1859 fece parte dell’archivio della famiglia Asburgo Lorena.

Poi, nel 1859, la Toscana fu annessa al Regno d’Italia e il granduca Leopoldo II lasciò Firenze. Nel 1861, i documenti privati appartenenti ai granduchi vennero spostati da Palazzo Pitti alla villa di Montughi, proprietà privata dei Lorena, situata nelle vicinanze di Firenze. Successivamente, dopo la morte di Leopoldo II, negli anni 1874-1876, furono trasferiti a Salisburgo e, durante la prima guerra mondiale, spostati a Ostrov, nella Boemia occidentale. Dopo il 1918, tutti i beni appartenenti agli Asburgo Lorena vennero nazionalizzati dal nuovo stato cecoslovacco. Con la creazione dell’Archivio centrale di Stato a Praga, oggi Archivio nazionale, l’archivio familiare degli Asburgo Lorena fu qui trasferito, divenendo uno dei suoi fondi più rilevanti per importanza e consistenza.

Ecco perché le relazioni relative al viaggio compiuto da Pietro Leopoldo a Campiglia nel marzo del 1770, insieme ad alcuni disegni del nostro territorio, oggi si trovano conservati proprio a Praga.

La visita in terra campigliese di Pietro Leopoldo e dei suoi collaboratori ebbe inizio martedì 6 marzo 1770. Provenendo da Cecina, il granduca arrivò a San Vincenzo: «le colline toccano quasi il mare e allora si trova un’osteria detta la Nuova che è del senatore Serristori. E poi sulla spiaggia vi è la torre di S. Vincenzo, che è una torre del litorale, grande, comoda e ben tenuta col suo castellano e soldati; giù vi è una cappella e il magazzino del sale; e in questo luogo si fa nei mesi di maggio, giugno e luglio, da più di 80 barche gigliesi, campigliesi e genovesi, la pesca delle acciughe che poi si salano in certe capanne vicine alla torre e sarebbe utile costruirvi invece delle capanne dei magazzini di sasso, essendo questo un buon oggetto di commercio».

Il viaggio proseguì lungo l’Aurelia antica in direzione sud, fino in Caldana: «dalla torre si vede a mano manca la tenuta del cavaliere Agliata di Pisa e le colline di nuovo si allontanano dal mare. Tanto lungo il mare che su tutte le colline che si vedono verso Campiglia, sono tutte macchie di scope basse e cattive con terreni aridi, sassosi e senza un vestigio di sementa né di abitazione…

A 5 miglia poi di Campiglia andando lungo le colline che si allontanano di nuovo dal mare, si trova la macchia del Biserno che è bella e di buone querce ed è addetta alla magona, ma molto tagliata.

A un miglio poi più in là e a due da Campiglia, si entra nella pianura di Campiglia che è vasta.

Vi è il forno del ferro e una ferriera che non lavorano: il forno va a mantici ed è una polla molto calda e zulfurea che lo fa andare; è nel forno di Campiglia che si fanno tutti i lavori di getto di ferro, atteso che nei forni che vanno a mantici il ferro riesce sempre più dolce che in quelli a trombe, ma costano troppo i mantici: uno viene a 400 lire.

Gli abitanti del forno sono obbligati anche loro di bevere di quell’acqua di tartaro.

Sopra il forno e intorno vi sono varie coltivazioni e case e due o tre vigne. Fin qui si suol andare in carrozza.

Di sopra vi è un poggio e a un tiro di schioppo vi è la casa e fattoria della magona, che

è buona casa ove si abitò, benissimo situata, dalla quale si vede il mare e tutta la pianura, tutta la macchia bassa della torre di S. Vincenzo: questa casa della magona è esposta a libecci e questi venti la danneggiano molto.

La casa della magona è situata in un bellissimo poggetto di dove si scuopre la vasta pianura di Campiglia racchiusa in un semicerchio di montagne, da una parte quelle che terminano a Follonica e dall’altra parte da quelle di verso la torre San Vincenzo; dirimpetto si vede Piombino e poi le sue montagne ove vi è Populonia e nel mare di faccia l’isola dell’Elba.

La casa della magona, benché piccola ha delle abitazioni sufficienti e stalle per la gente di servizio.

Dalla casa della magona si va per queste colline e varie salite e strada cattiva, due miglia fino al castello di Campiglia situato sopra un monte e tutto in salita».

A questo punto inizia la descrizione del paese e dei suoi abitanti: «il punto di vista dalla parte del castello è superbo. Vicino al castello vi sono vari uliveti e ulivi salvatici rinnestati molto belli e che riescono perfetti: il castello è cattivo, stretto e sudicio e il palazzo pretorio angustissimo e cattivo, avendo il capitano di giustizia una stanza sola.

Il castello di Campiglia fa da 1.400 anime: vi è un tribunale; il capitano di giustizia è Persio Falconcini che pare un uomo savio; non ha che un giudice, senza notaro, ha la sua giurisdizione criminale anche a Cecina, Bibbona, Guardistallo, etc. e la civile solamente nel castello di Campiglia… gli affari vi sono pochi; il giudice è un Rossi di Pisa che pare giovane di talento che si spiega bene.

In questa pianura il maggior possessore è S.A.R. colla sua tenuta; vi è qualche altro possessore, ma non vi sono contadini né case e tutto si fa a lavorìa e opere alla maremmana, ove lavora la gente del castello ed i forestieri che vi passano l’inverno.

La comunità ha un vasto terreno in pianura che si chiama la Lavoriera, che la comunità dà a vari possessori a coltivare per un anno colla responsione di uno staio di grano per ogni saccata di terreno.

Nel castello non vi sono né frati né monache, hanno una chiesa curata sola e 18 preti.

Tutta la gente bassa di Campiglia è pigrissima e vive tutta dallo spigolare dei grani dopo le seghe, dal fare le legna stramazzate nel bosco e dal raccogliere le castagne nei castagneti della comunità che sono tutti nei poggi e montagne dietro al castello: la comunità non ne tira altro frutto che il legname e le castagne le lasciano per i poveri e le raccoglie chi vuole. Questa è una pessima disposizione e una carità ben male intesa che tira ad educare in questa maniera una scuola di oziosi e vagabondi».

In occasione della sua visita a Campiglia, Pietro Leopoldo ricevette una deputazione della comunità che presentò una supplica con la quale i campigliesi chiedevano che l’ospedale fiorentino del Bigallo, che aveva preso in gestione quello di Campiglia, restituisse le rendite e l’amministrazione dell’ospedale alla comunità, perché non veniva dato vitto sufficiente ai malati che erano tenuti malissimo e morivano di fame: «questo spedale di Campiglia è stato fondato da vari lasciti di campigliesi: il Bigallo, nella famosa riunione dei spedali, se lo è incorporato, lo fa amministrare da un bottegaio e in questi luoghi che sono da Maremma quest’articolo è valutabile, come anche quello dei trovatelli, tanto più che in questi luoghi di Maremma ove sempre vi sono degli ammalati, non sono né assistiti né soccorsi e sempre sotto il pretesto che non vi siano assegnamenti, giacché il predetto amministratore non rende conto né al cancelliere né al tribunale, ma al solo Bigallo».

La descrizione del territorio e della comunità campigliese continua così: «la tenuta di S.A.R. che prende quasi tutta la pianura li è stata data in perpetuo dai tempi antichi dalla comunità mediante una certa corresponsione, lo scrittoio pretende di avere il diritto del pascolo anche fuori di questo terreno in tutta la pianura e nei tempi passati è arrivato fino a devastare ed estinguere le vigne piantate da’ particolari per ridurle a pascoli… questo è un grave abuso al quale va rimediato.

Vi è a Campiglia un cancelliere comunitativo che è un certo Lupi, pover’uomo di non gran talento, serve da molti anni ed è vecchio: era a S. Casciano, il senatore Nelli non fu contento e lo fece passar qua.

La comunità ha dallo scrittorio delle possessioni 900 e tanti scudi l’anno per il canone della sua tenuta che ha in perpetuo; possiede la Lavoriera sua che fa lavorare da particolari che gli pagano il terratico; possiede anche de’ castagneti ed in tutto e per tutto la sua rendita sarà di scudi 1.200 coi quali supplisce ai salariati e spese comunitative.

Il terreno è fertile ma mal coltivato. Non impone per i salariati. E non vi è che la lavorazione e spesa per il fiume Cornia che la mettono in sbilancio, perché il fiume si riempie, ha poco sfogo, il letto rialza e bisogna rialzare gli argini e per questo capo imporre sugli abitanti, il che li aggrava, perché senza questo la comunità cava tutti i suoi assegnamenti, spese e quello che ha da pagare dalle sue entrate: non vi è qui che l’imposizione del macinato.

Lo spedale avrà 80 scudi d’entrata, è sotto il Bigallo di Firenze ed è male amministrato e mal tenuto…

La tassa sul macinato è stata aumentata ed è molto gravosa, è male repartita ed ingiustamente…

Molta povera gente vive del raccogliere la manna nella pianura e siccome questo si fa nella stagione la più calda, molti vi si ammalano e muoiono. Regnano molte terzane nei mesi d’estate.

L’olio vi è ottimo, gli ulivi vi vengono bene e con una poca di cultura tutto anderebbe.

La fattoria di S.A.R. è divisa in affitto e bandita. L’affitto è quasi tutto a pastura per essere terreni magri e palustri e si dà a fida ai pastori… La bandita poi è tutta a semente ed è annessa alla fattoria del Collesalvetti; è tutta a sementa a grano e lavori e si semina da 300 saccate e rende il 15 e 16 per uno essendo ottimi i terreni, tutti in pianura e lungo il fiume Cornia.

Vi sono le pasture delle cavalle che è un circondario di palafitte di 9 miglia colle sue divisioni interne per polledri e cavalle, con macchia e pastura buona; nei tempi passati vi erano delle razze di Pisa, ora vi sono quelle del Collesalvetti, vi sono 400 cavalle e anche la razza delle mule, 200 vacche e 160 bufale; non vi sono punte case, solo vi è il capannone che è d’aria pessima in luogo basso ed umido.

Di coltura e salariati in questa fattoria le spese saranno di 200 scudi l’anno fra l’affitto e la bandita… Il fattore è un certo Ciompini uomo di campagna ma accorto ed abile nel suo mestiere, che quanto alla bandita rende conto a quello del Collesalvetti della di cui fattoria è come una dependenza; l’affitto poi lo amministra lui ed è quello che ha lo scrittoio della comunità.

In tutta questa fattoria non vi è un contadino, solo il fattore coi suoi caporali, butteri e vaccai e cavallari che fanno fare le semente a opere e badano alle bestie abitando il capannone nella macchia…

A dì 7 di marzo si partì da Campiglia per Massa e si andò prima al capannone delle razze situato nella pianura di Campiglia a due miglia dal forno e casa della magona. Lì si vide quel capannone il quale è una stalla con sopra delle stanze e una cappella; si vide anche i pulledri che sono quasi tutti per carrozza: ve n’è dei passabili; si vide poi 6 stalloni che sono grassi e di cattiva figura.

Da lì si passò per la gran lavorìa della fattoria di S.A.R. di Campiglia e poi si andò attraversando tutta la pianura di Campiglia sempre lungo le colline fino a Follonica; si traversò prima un fosso, poi il fiume Cornia che dalle montagne va sino al mare: questo è un torrente che ingrossa spesso ed attraversa tutta la pianura di Campiglia, dà poi nel suo corso contro un monte e questo fu fatto nei tempi passati per svoltare la Cornia e perché portasse le sue acque nel padule di Piombino, giacché porta molte torbe e ghiaie, e lo colmasse e di fatto così successe, ma, avendo colmato e non essendo stata fatta una colmata regolata per dirigerlo, le sue acque si trovano ora serrate, forma lì un padule molto malsano e rigurgita e fa sfiancare tutti gli argini superiori nei quali si spende molto ad alzarli dall’uffizio dei surrogati di Pisa per conto della comunità e dello scrittoio delle possessioni, come anche per il loro mantenimento, senza cavarne frutto.

Bisognerebbe trattarne col principe di Piombino per il modo di colmare quel padule colla Cornia che fa tutto il danno di questa campagna. Il dottore Bombardieri di Rosignano uomo onesto, benestante e pratico della maremma, diede a S.A.R. il progetto qui annesso per il fiume Cornia che S.A.R. lo crede vantaggioso, ma va meglio esaminato.

Si passò poi per varie macchie tutte di particolari ma riservate alla magona come lo sono tutte quelle che sono dentro le otto miglia dei forni: queste sono in cattivo grado. Poi la tenuta del cavaliere Agliata, di un Boldrini ed altri, tutte semplicemente a grani e lavorìe, senza case né coltivazioni.

Intorno Campiglia però vi sono molte vigne nuove, ma tutte tenute basse anche nel piano. In tutte le colline poi non si vedono che macchie, la maggior parte di scope in pessimo grado.

Poi si trova lungo il mare la pianura piombinese che è quasi tutta, almeno da questa parte, del cavaliere Franceschi di Pisa: lui vi ha Vignale, luogo situato sull’ultima collina vicino al mare, una piccola villa con fattoria, ma non vi sono altre case; le sue macchie sono belle e con molte quercie e le tiene bene in molti luoghi, però smacchia per fare debbi, cioè bruciarvi la macchia e sementarvi dopo; ha cominciato a dare i suoi terreni in proprietà ai contadini mezzaioli e vi avrà da 40 famiglie di contadini bolognesi e altri, ma tutti in capanne; ha fatto anche buone piantate di ulivi che sono bene riusciti nella collina e sono grandi e si vede che lavora e vi spende».

La relazione allegata al viaggio compiuto dal granduca Pietro Leopoldo a Campiglia si trova, come abbiamo detto, conservata nell’Archivio Nazionale di Praga, nel fondo “Rodinný Archiv Toskánsckých Habsburku”. Nella serie “Petr Leopold” c’è un documento segnato con il numero 6, intitolato “Viaggi nella Maremma Pisana e Senese” risalente al periodo 1770-1771.

Alla carta numero 27a c’è una sorpresa: una rappresentazione di Campiglia così come appariva all’epoca. Si tratta di un disegno a china e acquerello realizzato su un foglio di carta di 34×71 centimetri.

La scheda archivistica spiega il contenuto del disegno: «Rappresentazione prospettica, vista dalla parte del mare, del castello di Campiglia, con tutto il circuito murario entro il quale spiccano la rocca e tre chiese. Fuori delle mura il paesaggio agrario è ordinato, con campi a seminativo nudo e alcuni alberati, due edifici religiosi e alcune rovine proprio davanti alla porta; tutto intorno, si estendono le colline».

Oltre a questa rappresentazione artistica del paese, nella stessa filza, ci sono altri quattro disegni del territorio campigliese.

Il primo è un’ampia veduta della costa, da Scarlino fino al lago di Rimigliano. Poi ci sono altre due vedute: una in direzione sud e l’altra in direzione ovest, prese entrambe dal punto più alto di Campiglia, il castello.

L’ultimo disegno raffigura invece la parte compresa tra Caldana e la torre di San Vincenzo, viste da una prospettiva immaginaria, non essendo direttamente visibili.

Nella zona che più ci interessa, quella di Caldana, sono rappresentati, anche se in modo abbastanza approssimativo, gli edifici della ferriera sul Bottaccio, con la piccola chiesa di S. Lucia (21), e il palazzo della Magona (22). Ci sono anche un mulino (20), il podere della Pulledraia (19) e un edificio adibito a osteria (18), disegnato con una forma particolarmente allungata verso l’alto, e un altro più piccolo accanto, forse una carraia.

La confusa e imprecisa rappresentazione delle strade campigliese (23) e suveretana (22), non ci permette di identificare dove fosse esattamente la locanda di Caldana, che abbiamo ritrovato citata anche in altri documenti del Settecento.

Avremo modo di approfondire l’argomento in uno dei prossimi numeri della rivista.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 18 (maggio-giugno 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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