La società campigliese descritta nel censimento granducale della popolazione

Dal 1808 al 1814, l’ufficio comunale del maire − il sindaco di allora − svolse per la prima volta anche la funzione di ufficiale d’anagrafe.

Con la Restaurazione e il ritorno al potere del granduca, gli uffici creati durante la legislazione napoleonica in Toscana furono soppressi. Tuttavia, Ferdinando III si rese conto che poter disporre delle rilevazioni anagrafiche e demografiche di stato civile di ogni comune della regione gli avrebbe fatto molto comodo.

Invece di affidare questo compito direttamente ai funzionari delle comunità locali però, per non urtare la sensibilità delle gerarchie ecclesiastiche, il granduca decise di lasciare l’incarico ai parroci, che per secoli avevano gestito le loro anagrafi parrocchiali.

Il 18 giugno 1817, fu emanata la legge granducale che obbligava i sacerdoti a tenere tre distinti registri: per i battezzati, per i morti e per i matrimoni.

Nel 1840, Leopoldo II decise che era arrivato il momento di fare una conta completa dei suoi sudditi. Il 12 novembre ordinò ai parroci toscani di prepararsi a compilare gli Stati delle anime in previsione del censimento generale della popolazione del Granducato, programmato per l’anno seguente.

Il registro prestampato si componeva di 11 sezioni. La prima riguardava il numero d’ordine delle case, delle famiglie e delle persone; la seconda il cognome dell’individuo (per le donne sposate era riportato quello del marito); la terza il nome; la quarta l’età; la quinta la «condizione domestica» ovvero lo stato civile dei maschi («celibi», «ammogliati» o «vedovi») e delle donne («celibi», «maritate» e «vedove»); la sesta la religione professata (specificata solo se diversa da quella cattolica); la settima la «patria» cioè la nazionalità (riportata solo per i non toscani); l’ottava lo «stato personale o professione» con l’indicazione dell’attività o del mestiere svolto; la nona riportava l’eventuale stato d’indigenza della persona; la decima il livello di istruzione primaria, dove si diceva se il soggetto era analfabeta (lasciando vuota la casella), se sapeva leggere e scrivere, oppure soltanto leggere; l’undicesima e ultima sezione era destinata ad eventuali osservazioni sulla persona.

Il parroco di Campiglia, don Cammillo Mori, fu abbastanza preciso e diligente nella compilazione del registro. Dal censimento venne fuori che la comunità campigliese, che allora comprendeva anche il territorio dell’attuale Comune di San Vincenzo, era composta da 2.628 persone, 1.349 maschi e 1.279 femmine, distribuiti in 626 nuclei familiari.

Quasi la metà della popolazione (44,7%) era minorenne, non avendo ancora compiuto il ventunesimo anno di età. In questa popolazione di minorenni, dei 585 maschi, soltanto 2 si erano già sposati, mentre delle 590 femmine, le non più nubili erano 16, delle quali una addirittura già vedova.

Tra i 764 maschi maggiorenni invece gli scapoli erano il 34%, gli sposati il 60% e i vedovi il 6%. Delle 689 donne, le nubili erano il 13%, le ammogliate il 63% e le vedove il 24%.

Le informazioni più interessanti che si possono ricavare dal censimento della popolazione campigliese del 1841 sono quelle relative ai mestieri esercitati.

La stragrande maggioranza della popolazione traeva il proprio sostentamento dall’agricoltura. L’occupazione più diffusa in assoluto era quella di «operante», ovvero il bracciante agricolo salariato. “Andare a opra” significava lavorare saltuariamente per conto di chi aveva necessità di mano d’opera. Si trattava di persone senza un’occupazione fissa che ricevevano una retribuzione a ore o a giornata.

Questi lavoratori saltuari erano impiegati soprattutto in occasione di attività straordinarie, come la vendemmia e la mietitura del grano.

Gli «operanti» a Campiglia erano 572, ovvero il 22% circa della popolazione totale e il 39% dei maggiorenni, cioè 4 adulti su 10. L’attività di bracciante agricolo era distribuita piuttosto equamente tra uomini (279) e donne (293). L’unica differenza significativa tra i due sessi riguardava i celibi e le nubili: mentre tra i ragazzi non sposati il numero di braccianti era alto (113), tra le ragazze era molto più basso (34). Evidentemente, passare intere giornate nei campi insieme agli uomini, spesso in luoghi lontani dal paese e dal controllo dei familiari, esponeva le ragazze ad un “rischio” per la loro reputazione considerato inaccettabile dalla maggior parte delle famiglie. Una volta sposate, risolto il “problema” di trovare marito, le cose cambiavano e il numero dei braccianti donna (168) superava addirittura quello degli uomini (149). Tra i braccianti le vedove (91) erano cinque volte più dei vedovi (17). Questa differenza ricalca il dato della popolazione generale, ma sembra accentuata dal fatto che molte donne, che prima si erano occupate esclusivamente della casa, dopo la morte del marito, erano costrette ad improvvisarsi braccianti agricole per riuscire a mantenere loro stesse e talvolta anche i figli.

Subito dopo gli «operanti», tra i campigliesi che campavano di agricoltura c’erano i «coloni», ovvero i mezzadri, coloro cioè che stipulavano con un proprietario terriero un contratto che prevedeva la concessione temporanea da parte del padrone di un podere con abitazione, in cambio di una parte dei prodotti agricoli.

Nel 1841, molti dei terreni della pianura erano già stati bonificati e la mezzadria si stava diffondendo rapidamente anche a Campiglia, dove era arrivata con secoli di ritardo rispetto ad altre zone della Toscana.

In tutto, le persone che nel censimento vengono indicate come «coloni» sono 91, suddivise in una cinquantina di famiglie. La maggior parte di questi individui sono uomini sposati (45) e donne maritate (27). Il fatto che non tutte le mogli dei coloni siano indicate a loro volta come «colone» potrebbe far pensare che alcune di loro fossero meno impegnate di altre nei lavori agricoli e più in quelli di casa. In realtà, si tratta di una distinzione del tutto formale, dato che tutte le mogli dei coloni, in qualche modo, erano coinvolte nei lavori agricoli all’interno del podere, così come lo erano anche i figli, fin da giovanissimi, cosa che invece non risulta nel censimento, che registra come «coloni» soltanto 15 ragazzi non sposati e, addirittura, nessuna ragazza nubile.

In questa fase, le famiglie dei coloni non avevano ancora la tipica struttura allargata che caratterizzerà i decenni successivi, quando le migliorate condizioni ambientali permetteranno la formazione di famiglie con un gran numero di figli.

Nel 1841, i coloni che arrivavano a Campiglia in cerca di fortuna erano sostanzialmente dei disperati, condannati a morte certa, provenienti quasi sempre da zone arretrate, come la Lucchesia, il Modenese e la Garfagnana, talvolta con difficili storie personali. I Campigliesi continuavano a non voler abitare nelle campagne, perché sapevano bene che la malaria non avrebbe lasciato loro scampo.

Oltre agli «opranti» e ai «coloni», le altre categorie di lavoratori agricoli erano gli «affittuari» (43) − che lavoravano terreni presi in affitto, in genere da enti, come la parrocchia − e gli «agricoltori in proprio» o «agricoltori possidenti» (21), che invece coltivavano i loro stessi terreni.

C’erano poi gli «ortolani» (9) che svolgevano un’attività all’epoca molto preziosa: coltivare verdura e frutta, per autoconsumo ma soprattutto per la vendita sul mercato locale.

I fondi agricoli erano nelle mani di un numero non troppo ampio di proprietari terrieri. Nel censimento ne risultano 59, in gran parte uomini appartenenti alle più facoltose famiglie del paese − Malfatti, Mari, Boldrini, Merciai, Dini, Del Mancino − insieme a tutta una schiera di possidenti più piccoli.

Pochissimi grandi proprietari si servivano di intermediari locali nella gestione dei loro poderi, come fattori, sottofattori, agenti e amministratori. In queste attività erano infatti impiegati solo 8 campigliesi: due fattori, non si sa di chi (Valentino Barzacchini ed Egidio Trambusti); un fattore e un sottofattore (Vincenzo Nencioni e Pellegrino Vannucci) del signor Benvenuti; un agente e un sottoagente (Giovanni Saviozzi e Giovan Battista Giuntoli) più due amministratori (Vincenzo Bandoni e Luigi Vivarelli) del conte Alliata.

Nel settore che oggi definiremmo “zootecnico” lavoravano soltanto 9 uomini: 5 «bestiai» − termine che dovrebbe essere sinonimo di “allevatore di bestiame”, probabilmente in proprio − e 4 «guardie» o «guardiani» di bestiame, addetti invece alla cura degli animali altrui.

Dopo i braccianti agricoli, di cui abbiamo già parlato, l’occupazione più diffusa a Campiglia era quella di «attendente a casa», ovvero “casalinga”. Le donne − quasi tutte sposate − impegnate a tempo pieno nelle faccende domestiche nella propria casa erano ben 196, cioè circa il 28% della popolazione femminile adulta.

Le collaboratrici domestiche a pagamento invece, che prestavano i loro servizi nelle case delle famiglie più abbienti del paese, sono indicate nel censimento come «serve». A Campiglia, in tutto, ce n’erano 41. Si trattava quasi sempre di giovani ragazze nubili o di anziane vedove, che risiedevano stabilmente nella casa dove lavoravano.

In molti casi, queste donne avevano un vissuto difficile alle spalle, proveniendo da orfanotrofi o avendo comunque perduto la famiglia precocemente.

Il loro livello di istruzione era molto basso e solo in rarissimi casi sapevano leggere e scrivere.

Trovavano lavoro soprattutto nelle abitazioni dei grandi proprietari terrieri locali, come i Malfatti, i Boldrini e i Maruzzi, famiglie che potevano permettersi addirittura due serve. Ad avere una collaboratrice domestica fissa erano anche alcuni sacerdoti, i professionisti, i funzionari pubblici, il farmacista e il medico del paese, ma anche un «capo muratore» (l’imprenditore edile dell’epoca) e un militare in pensione.

Gli altri soggetti dotati di «serva» erano l’ospedale, le locande, qualche negozio e la Dogana di San Vincenzo.

I domestici uomini, indicati come «servi» o «servitori», erano solo quattro. C’era però un consistente gruppo di lavoratori − in tutto 48 − definiti genericamente «garzoni», per i quali è difficile comprendere la reale attività svolta. La maggior parte di loro doveva essere impiegata in agricoltura, probabilmente con un rapporto di lavoro più stabile che li differenziava dai veri e propri braccianti.

Nel resto della Toscana, così come anche qui da noi dalla seconda metà dell’Ottocento, il garzone era di solito un giovane celibe che aiutava i mezzadri nel lavoro dei campi, vivendo sotto lo stesso tetto. Nel nostro caso invece, i garzoni campigliesi del 1841 sono prevalentemente uomini sposati, con mogli braccianti, che vivono in paese anziché nelle campagne.

Un settore molto importante nell’economia di Campiglia era quello dell’artigianato, nel quale erano impiegate 134 persone: 110 uomini e 24 donne.

Nel campo dell’abbigliamento e delle calzature lavoravano 44 persone: 17 sarti, 6 sarte e 21 calzolai.

I lavoratori dell’edilizia erano 30: un «capo muratore» (l’agiato Pasquale Ridi), 23 «muratori» (tra i quali i Vanni, una famiglia intera con 5 operai edili provenienti da Modena), 4 «scalpellini» specializzati nella lavorazione della pietra e 2 «fornaciai», ovvero proprietari di fornaci per cuocere i mattoni (Antonio Giovannetti e Giuseppe Zambelli).

Nel settore della falegnameria lavoravano 14 artigiani: 11 «legnaioli», 2 «falegnami» e un «barlettaio», specializzato nella fabbricazione di bariletti e piccole botti.

Alcuni di questi artigiani erano in grado di realizzare mobilio finemente lavorato destinato alle case dei ricchi, altri invece eseguivano lavori più modesti. Dal punto di vista pratico, tra «legnaiolo» e «falegname» non sembrano esserci distinzioni significative. Il termine “legnaiolo” è semplicemente più antico rispetto al sinonimo “falegname”.

I «fabbri ferrai» in tutto erano 10. C’era anche un «magnano» (Paolo Ramazzotti), ovvero uno stagnino che realizzava e riparava oggetti come brocche, secchi, tinozze, pentole, padelle, imbuti, caffettiere e altri recipienti. Aveva molto lavoro perché all’epoca questi oggetti, prima di essere sostituiti e gettati, venivano riparati anche più volte, fino a quando non diventavano del tutto inutilizzabili.

Nel settore artigianale che potremmo definire dei “trasporti”, lavoravano 3 «sellai», che costruivano e vendevano selle per cavalli; 2 «bastai», che invece realizzavano i cosiddetti “basti”, ovvero il supporto in legno e paglia che veniva messo sul dorso dei muli per appoggiarvi le merci da trasportare; e 6 «carrai», coloro che costruivano ma soprattutto riparavano carri, carretti, barrocci e calessi.

L’elenco degli artigiani campigliesi si chiudeva con le 16 donne impegnate nel settore tessile (8 «filatrici» e 8 «tessitrici»), una «materassaia», un «corbellaio», due «armaioli», due «orefici», una «barbiera» e due «frisori» (termine che indicava i parrucchieri, dal francese friseur).

Per quanto riguarda la produzione e il commercio di generi alimentari, a Campiglia erano presenti 8 «mugnai», 8 «fornaie», 3 «negozianti di pane», 6 «macellai», un «pastaio», 3 «caffettieri», un negoziante di liquori, uno di pesce, uno di polli e uno di salami. Sono censiti anche 7 «negozianti» di generi vari o non specificati e 4 «merciai».

Piuttosto numeroso era il gruppo dei militari e dei rappresentanti delle forze dell’ordine, in tutto 44 uomini tra agenti di polizia, cavalleggeri, cannonieri alla Torre Nuova e guardie di vario tipo.

Gli ecclesiastici erano 23: il parroco (Cammillo Mori), 8 «sacerdoti» (Onorato Gestri, Antonio Forasassi, Giovan Battista Morelli, Vincenzo Poli, Gaetano Donatucci, Alessandro Del Mancino, Giuseppe Parrini e il canonico Pietro Batacchi), 2 «cappellani curati» (Iacopo Pacini e Giuseppe Barzacchini), 11 «chierici» e un «suddiacono».

I dipendenti e funzionari pubblici erano in tutto 15, tra Comune, Tribunale, Stato e altri enti.

Per il Comune lavoravano il «gonfaloniere» (cioè il sindaco, Luigi Mari), il «cancelliere comunitativo» (ovvero il segretario comunale, Giovanni Battista Giovacchini); il «donzello della Comunità» (il servitore “tuttofare” del Comune, vestito con la tradizionale livrea, Ranieri Gemignani), il «cursore» (cioè il messo comunale, Gaetano Piccinelli), lo «spazzino delle strade» (Antonio Burattelli) e il «becchino» (Giuseppe Luchinelli).

Nell’ambito della sanità lavoravano 11 persone: un «medico condotto» (il dott. Antonio Morelli, padre del celebre scienziato Carlo Morelli) e due medici «non condotti» (il dott. Marco Callai e il dott. Pietro Maruzzi); un «chirurgo condotto» (il dott. Giovanni Tognetti) e uno «non condotto» (il dott. Giuseppe Masoni); una «infermiera» (Maria Guarnieri), due «levatrici» (Clorinda Rafanelli e Giuditta Bertelli) e tre «farmacisti» (Luigi Mussio, Vincenzo Carboncini e Giovanni Paolini).

I professionisti che esercitavano a Campiglia erano 9: un notaio (Francesco Dini), 3 geometri (Giuseppe Poli, Ferdinando Guasconi e Francesco Maruzzi) e 5 avvocati (Santi Mari, Lorenzo Freschi, Giuseppe Galli, Giuseppe Tognetti e Giovan Battista Maruzzi).

In paese, come nel resto del Granducato, esisteva una scuola pubblica accessibili a tutti. Le famiglie più facoltose preferivano però affidare i loro bambini a maestri privati. A Campiglia ce n’erano ben dodici: nove donne e tre uomini.

Per quanto riguarda invece la scuola di musica, esisteva una filarmonica paesana, composta da 17 “bandisti”, compreso il maestro Domenico Giuli che la dirigeva. Ne facevano parte: Domenico Schiavi, Francesco Bartolotti (fabbro), Giovanni Tremarelli (falegname), Antonio Del Mancino, Fernando Amici (macellaio e padre del futuro celebre maestro elementare campigliese Michele Amici), i fratelli Tommaso e Niccolò Del Mancino, Luigi Rafanelli, Pietro Castrucci, Andrea Guidi (fabbro), suo figlio Domenico, Matteo Pelamatti, Agostino Barzacchini (caffettiere), Marco Campai, Antonio Pierattelli (negoziante) e suo figlio Francesco.

A Campiglia c’era anche una ricevitoria della Imperiale e Reale Lotteria del Granducato, gestita dal ventiquattrenne Pietro Marconcini, «prenditore di lotto», ovvero autorizzato a riscuotere le puntate degli scommettitori.

I pochi viaggiatori che avevano il coraggio di transitare da queste parti, non certo per turismo ma per necessità, lo facevano soprattutto nei mesi più freddi, quando le zanzare sparivano di circolazione e con loro il rischio di contrarre la malaria.

Il settore turistico-ricettivo, che oggi va molto di moda, allora non esisteva. Nel territorio comunale c’erano però delle piccole locande, gestite spesso da braccianti, che in inverno cercavano di arrotondare i magri guadagni dell’estate con questa seconda attività. In tutto, nel 1841, le persone impegnate nella gestione di questi rudimentali alberghi erano 14, che operavano in 7 diverse strutture (alcune in paese e il resto lungo la via Aurelia) dirette dai «locandieri»: Giovanni Dini, Costantino Pugli, Domenico Maccianti, Domenico Brondi, Luigi Benvenuti, Antonio Ghelardi e Michele Lorenzetti.

Oltre all’indicazione del mestiere svolto, l’altro dato importante ricavabile dal censimento è quello riguardante il livello di istruzione.

Come abbiamo detto, nel registro vengono riportate due diverse diciture: «L.» (sa leggere) oppure «L.S.» (sa leggere e scrivere), mentre per gli analfabeti e per i bambini in età prescolare la casella viene lasciata vuota.

La prima cosa che salta all’occhio

è che tra i semianalfabeti, cioè le persone che sapevano soltanto leggere, magari a stento, le donne (162) erano esattamente il doppio degli uomini (81). Questo dato è facilmente spiegabile dal fatto che le bambine andavano a scuola molto più raramente dei loro coetanei maschi e quindi, anche se alcune di loro imparavano a leggere da sole, non tutte riuscivano anche ad apprendere la capacità di scrittura.

Tra gli istruiti invece, per lo stesso motivo, i maschi erano la maggioranza assoluta (413), quasi quattro volte più delle donne (109). Analizzando la percentuale di istruiti per fasce di età, emerge un dato molto interessante: gli uomini appartenenti alle classi sociali più elevate, o comunque che durante la loro vita avevano svolto lavori meno logoranti dal punto di vista fisico, potevano contare su un’aspettativa di vita decisamente più alta rispetto al resto della popolazione maschile. Tra i 15 uomini campigliesi con 70 o più anni d’età (ovvero nati prima del 1771), ci sono infatti quattro proprietari terrieri, due sacerdoti, due militari, un maestro in pensione, il padre di un avvocato e un macellaio: una percentuale troppo alta per pensare che si tratti soltanto di un caso.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 19 (luglio-agosto 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

Indice delle categorie

Pagina Facebook