Il viaggio sull’Aurelia dell’abate Pifferi e dell’amico pittore Wilson, “turisti” nel 1831

Il viaggio che vi raccontiamo si svolse nel 1831. In quegli anni i giovani intellettuali europei erano attratti dalle idee del Romanticismo, una corrente filosofica ed artistica che proponeva l’esaltazione delle passioni e dei sentimenti umani. La costante ricerca del “sublime”, ovvero di tutto quello che poteva provocare emozioni forti, talvolta di paura e di orrore, come la Natura con i suoi panorami infiniti e smisurati, spinsero molti intellettuali romantici ad intraprendere viaggi avventurosi in mezzo ad ambienti selvaggi, per raccontare al mondo – a parole o per immagini – le sensazioni e i turbamenti dei loro sensibili animi.

I protagonisti della nostra storia sono due amici: un prete toscano, Paolo Pifferi, e un pittore inglese, Charles Wilson.

Pifferi, nato ad Arcidosso nel 1794, all’età di ventidue anni era stato ordinato sacerdote. Benché nelle sue opere si firmasse come “abate”, egli non lo era realmente, essendo semplicemente un prete. Quel titolo era piuttosto un riconoscimento onorifico del quale si fregiarono altri sacerdoti più inclini alla carriera letteraria che non alla cura delle anime, come Giacomo Zanella o il più famoso Giuseppe Parini.

Pifferi fu probabilmente insegnante di matematica a Roma dove, nel 1827, pubblicò un manuale di “aritmetica ragionata”. Nell’ottobre del 1831, di ritorno da un viaggio a Londra e a Parigi, Pifferi arrivò a Livorno per rientrare a Roma, in compagnia del ventiduenne amico, l’artista inglese Charles Wilson, abile disegnatore.

La decisione di compiere il viaggio per Roma passando per l’antica e insidiosa Aurelia, anziché percorrere le più sicure vie del Trasimeno o di Siena, fu molto probabilmente una scelta “romantica”. La nuova strada Aurelia era ancora in costruzione. Il granduca aveva fatto iniziare i lavori l’anno precedente, nel 1830, e il tratto da Pisa a Grosseto non era stato ultimato, lo sarà nel 1832. Lungo il percorso quindi nessuna nuova infrastruttura su cui poter contare. I due amici avrebbero dovuto percorrere oltre trecento chilometri, attraversando una Maremma non ancora bonificata e piena di pericoli.

Il colto sacerdote avrebbe visitato i luoghi posti lungo il percorso, in cerca delle antiche vestigia del passato, mentre l’amico artista avrebbe ritratto i paesaggi più “pittoreschi”.

Dopo essere partiti da Livorno il 20 ottobre, erano giunti a Cecina tre giorni dopo.

Pifferi e il suo compagno Wilson, la mattina di lunedì 24 ottobre 1831, si rimisero in cammino diretti a Campiglia, dopo aver pernottato nell’osteria di Cecina, col terrore di contrarre la malaria e di essere aggrediti da qualche malintenzionato: «Dopo di aver trascorsa tutta la notte piena di mille sospetti, e timori a cagione della febbre terzana, che infestava quel luogo, ed anco a cagione di que’ lavoratori, che di ritorno da Giuncarico, luogo dodici miglia da Grosseto distante, ove non avevan trovato da impiegarsi, sembravano assai disposti a far del male; fattosi appena giorno io, ed il mio compagno c’incamminammo verso Campiglia».

Il percorso si rivelò subito meno agevole del previsto, complice anche un improvviso acquazzone: «Poco dopo di aver lasciata l’osteria, noi smarrimmo la strada; ed una pioggia dirotta rese la nostra posizione non poco dispiacevole e dolorosa. Errammo per qualche tempo incerti della nostra direzione fra macchie, e fra siepi, mentre l’acqua ci sopraffaceva da tutte le parti. Finalmente il cielo ebbe pietà di noi, e ritornò sereno. Il sole brillò di nuovo sull’orizzonte, e così potemmo senza difficoltà rintracciare il sentiero.

Finito il temporale, i due uomini si ritrovarono immersi in una selva fitta e spaventosa che accese i loro cuori romantici: «Ci avviammo allora verso la Torre di S. Vincenzo. Noi percorrevamo sempre la solita pianura, allorché il bosco… cominciò a circondarci da ogni parte. Orride scene e maestose si affacciavano al nostro sguardo quasi ad ogni istante, e producevano in certo modo un insolito piacere a’ nostri sensi. È pur bella la natura anco quando si presenta sotto un aspetto pieno di orrore nella spessezza de’ suoi annosi boschi, che verdeggianti e vigorosi ispirano all’anima una certa malinconia, che alletta, e dà conforto a’ cuori sensibili».

Presto però i due viaggiatori si ritrovano davanti i veri padroni del bosco: «Questa selva è la più antica, che venga rammentata dagli annali di Toscana. Di essa fa menzione Dante nel suo Poema, e ce la descrive come popolata di animali feroci. Difatti i cinghiali sono i più copiosi abitatori della medesima. Uno ne vedemmo sorger d’improvviso dal suo covile nel passar che facemmo a traverso di un cespuglio. La belva alzandosi sdegnosa si arrestò in qualche distanza, guardando bieco noi che fuggivamo atterriti dalla sua comparsa».

Dopo quasi cinque ore e poco più di quindici chilometri, giunti nei pressi del Bambolo, la fame spingerebbe a fermarsi per mangiare qualcosa, ma un inquietante incontro li costringe a tirare di lungo: «Una immensa quantità di bestiame domestico di ogni specie incontravasi di tratto in tratto, e noi argomentammo che la dimora dell’uomo non dovesse esser molto lontana. Erano oramai scorse cinque ore, da che tutto frettolosi camminavamo per riguadagnare il tempo perduto nello smarrito sentiero; e la fame forte ci stimolava, allorché presso ci trovammo all’albergo detto del Bambolino.

Era nostro progetto di arrestarci colà per prendere un qualche riposo, quando avvicinati alla porta di quel fabbricato, un giovine ci si presentò, e ci richiese di smontare. Il di lui aspetto era così pallido, e quasi moribondo, che noi vinti dal ribrezzo non avemmo cuore di fermarci. Preferimmo piuttosto di seguire a sentir gl’irrequieti latrati de’ nostri stomachi, anziché mangiare in un luogo, che sembrava piuttosto lo squallido soggiorno della morte».

I timori di contrarre la malaria non erano affatto ingiustificati, visti i numerosi casi di contagio che avevano coinvolto poco tempo prima gran parte degli operai impiegati dal granduca nella costruzione della nuova strada Aurelia: «La condizione di questi abitanti era più misera che altrove. Risapemmo in seguito, che trecento infelici, che colà lavoravano a riattar la strada, e che vi pernottavano, erano tutti infermi per gl’influssi maligni della stagione estiva, che in quest’anno era stata oltremodo calorosa e micidiale».

Fatti altri dieci chilometri, i due si ritrovano davanti un edificio storico che attira subito l’attenzione dell’erudito Pifferi, stimolandone la curiosità e la fantasia: «Ma finalmente noi arrivammo alla Torre di S. Vincenzo. Ergesi questa sul ciglione di un monte, o lingua di terra, che sporge in mare a guisa di un bastione, quasi staccandosi dal continente. Noi non potemmo comprendere che cosa fosse stata un giorno: io m’indussi a giudicare che potesse essere stata qualche fortificazione appartenente a Vetulonia, che stava appunto su la vicina pianura, e che di scalo servisse alle produzioni della medesima. Qui ha termine l’immensa pianura di Cecina, che vi ho descritta con una doppia linea di montagne, che difendono questa torre da’ venti del nord, e dell’oriente. Non vi sono laghi all’intorno, né paludi, che ne rendono l’aria infetta e malsana: nondimeno trovammo qui pure copiosi malati. Gli abitanti, che in numero forse di poche diecine vivono in alcune povere case, erano essi ancora posseduti dalla febbre, da cui non erano esenti nemmeno que’ pochi soldati, che vi stanno di guarnigione. Io feci ad alcuni, co’ quali tenni discorso, riflettere che forse l’alga ammassata sul lido, putrefacendosi nella state, poteva esser origine di quell’infezione. Si convenne di questo mio pensiero, e si compianse la disgrazia di que’ meschini, che per l’incuria di tal saggio provvedimento, restavano vittime dell’infermità, e quasi sempre di morte. Con sì piccola attenzione si potrebbero risparmiare le vite di que’ soldati, che dovendo custodire il littorale, sono di continuo travagliati dal male.

La torre di S. Vincenzo ha d’intorno a sé due torrioni. Su l’architrave del destro evvi una pietra di marmo con latina iscrizione, che ricorda la fausta circostanza, in cui il Gran Duca Leopoldo I vi salì per osservare l’estensione di quel mare. Su la facciata meridionale dell’altro evvi una meridiana disegnata, intorno a cui leggonsi questi due versi: Di noi mortali quest’ombra addita / un certo termine di nostra vita».

La fame ha il sopravvento e i viaggiatori non possono fare a meno di fermarsi nell’unica locanda esistente in quel luogo, nonostante si tratti di una bettola gestita da un oste entrante e logorroico: «L’ osteria della torre di S. Vincenzo è assai miserabile ed intieramente schifosa. Ma il padrone di quella incominciò a parlar meco della campagna, e volle quasi per forza mettermi a giorno de’ suoi interessi. Io feci ogni possibile per interrompere il suo discorso; ma quegli più importuno del seccatore narrato da Orazio, non l’avrebbe finita neppure adesso, se io voltandogli le spalle, non mi fossi da lui allontanato».

Dopo aver mangiato frettolosamente per sfuggire alle chiacchiere del locandiere, Pifferi e Wilson si rimettono in viaggio diretti a Campiglia, dove giungono velocemente: «Lasciato l’albergo di S. Vincenzo, noi ci rivolgemmo a Campiglia. Questo paese è situato su l’altura di un monte, e non è che sole cinque miglia lungi da S. Vincenzo. Noi pel trasporto di giungervi, accelerammo tanto il nostro cammino, che quasi senz’avvedercene, fummo presso le di lui falde».

La bellezza del paesaggio spinge Wilson a immortalarlo, mentre Pifferi ammira il panorama, sempre più convinto che su quelle pianure un tempo sorgesse l’antica città etrusca di Vetulonia, della quale all’epoca si ignorava la reale posizione. Il sacerdote è talmente colpito dalla bellezza del padule di Caldana, da recitare in suo onore alcuni versi composti dal poeta Ippolito Pindemonte per il Lago di Ginevra: «Questa situazione è veramente pittoresca, e l’orizzonte non può essere più ridente e dilettevole. Lo stile capriccioso di quelle fabbriche risvegliò il genio del mio compagno, che con trasporto cominciò a ritrarne un assai accurato disegno… la posizione di Campiglia è certamente superba, e che compensa qualunque disagio incontrar si possa per arrivarvi. Essa sembra appunto un grazioso teatro, a cui forma un’elegante lontananza la sottoposta pianura. La sua prospettiva non potrebbe essere più amena; e la sua campagna è assai deliziosa per la varietà della sua coltura, sparsa da ogni banda di vigne, e di oliveti.

Dalla parte però di sud-ovest Campiglia ha molte vaste boscaglie, e montagne; dalla parte poi del sud-est vedesi una grande estensione di terreno tutto seminato di granaglie… Verso il lido del mare avvi un lago formato dalle acque minerali, che sorgono in gran copia in quelle vicinanze, e che vengono chiamate le Caldane, come ancora dal fiume Cornia, che marcò un tempo il confine della maremma senese. L’aspetto di queste acque richiamò in modo particolare la mia attenzione, e m’intesi commosso da non so qual piacere: Oh! come gli occhi a se rapisce, e l`alma / d’insolita dolcezza allor m’inonda / l’ampla di sì bel lago amica calma».

Finito il disegno, Wilson e Pifferi si apprestano ad entrare in paese: «Fatte queste poche osservazioni noi ci affrettammo ad arrivare in Campiglia, dove il nostro ingresso fu veramente curioso. La novità delle nostre fisionomie, e la meschinità del nostro equipaggio, attrassero a noi d’intorno la folla di molti sfaccendati, che non sapeano saziarsi dal riguardarci. Ci seguivan essi per le strade, come i fanciulli, che van dietro all’orso, ed alla scimmia condotta da’ Calabresi a ballar per le borgate. Mi avvidi facilmente, che il loro stato di coltura era nullo, e che il loro incivilimento era appena quello del primo stadio, e conobbi che di raro colà debba comparire alcun viaggiatore. Era il paese tutto scosceso ed orrido: la locanda la peggiore, che possa mai incontrarsi, ed in ogni banda eran miseria e rozzezza».

Pifferi sa che a Campiglia si trova un suo vecchio amico e così comincia a cercarlo, invano però: «Un antico conoscente, che mi era stato compagno di scuola nella prima mia età, ivi trovavasi per vicario, o primo magistrato del paese: mi affrettai a farne ricerca nel suo tribunale, nella sua abitazione, ed in casa de’ suoi amici. Ma il mio tempo fu perduto, ed i miei passi affatto vani, ed altro non ritrassi che il dispiacere di averlo ricercato».

Deluso per non aver trovato il suo amico d’infanzia, al quale avrebbe voluto chiedere notizie su Campiglia, Pifferi decide di rivolgersi ad una delle pochissime persone colte del paese, il farmacista, il quale gli descrive la grave situazione sanitaria di Campiglia e del suo territorio: «Pure il mio tempo non fu intieramente perduto. Andai in una farmacia, che la sola vi esisteva, e dal padrone riseppi, che la popolazione di Campiglia ascendeva a 3.000 abitanti circa, di cui 200 soli erano appena rimasti in quest’anno esenti dalle febbri; e questi eran per lo più quasi tutte donne, perché non erano mai state a respirar l’aria della campagna».

Dalla conversazione emergono anche alcune caratteristiche del gentil sesso locale che il maschilista Pifferi, con grande fantasia, non esita a considerare una degenerazione morale dovuta alle particolari condizioni ambientali e storiche del posto: «Qui le femmine, non disimpegnano, come altrove, le fatiche villerecce, proprie dell’altro sesso. Difatti in moltissimi luoghi della maremma toscana specialmente, vanno le donne ne’ boschi a tagliar la legna, a guardare il bestiame, ed a lavorare la terra. Qui però hanno esse una parte attiva sul regolamento degli affari domestici, e sono quasi intieramente al di sopra in tutto a’ loro mariti. Pare che l’influenza di questo clima dolcissimo abbia tutta la possa di debilitare più l’uomo che la donna. Non fu perciò lungi dal vero un antico scrittore, quando dipinger ci volle i costumi di quasi tutti gli Etruschi assai molli e corrotti. Questo scrittore istesso ci fa sapere che in tali luoghi affatto non conoscevasi alcuna legge di matrimonio, e che le donne erano pienamente arbitre ed indipendenti nelle loro azioni. Queste idee vi sembreranno troppo stravaganti: ma portate le vostre riflessioni nell’interno di qualche famiglia di vostra conoscenza, e vedrete, se vi esistono mariti deboli ed infingardi, quanta mai alterigia, ed indipendenza mostrano le loro mogli».

All’alba di martedì 25 ottobre, Paolo Pifferi e Charles Wilson si rimettono in viaggio, diretti verso Populonia. Prima di lasciare Campiglia i due ammirano nuovamente il panorama, un paesaggio meraviglioso che il sacerdote vorrebe non dover lasciare mai: «Dopo di aver mal cenato, e maldormito nella misera Campiglia, appena comparve l’alba, che noi ci mettemmo in viaggio. La superba veduta, che godemmo nell’antecedente sera, fu per noi più interessante allo spuntar dell’aurora; mentre i raggi di luce, riflettuti dalle acque del vicino lago, e del mare, brillavano graziosamente su le adiacenti montagne, e su le isole, che si perdevano in gran lontananza in mezzo a leggerissime nuvole. L’isola dell’Elba, il capo di Campana, ed il promontorio coll’isoletta di Troia cominciarono a distinguersi a poco a poco, e formavano un quadro ammirabile per gli amatori dell’arte pittorica, e della natura. In questa posizione i miei sensi rimasero inebriati da non so qual piacere, ed un fugace desiderio mi nacque in mente di qui fissare il mio soggiorno, meco stesso esclamando: Lieti poggi, antiche piante, acque scorrenti / Perchè lasciar vi deggio, e alle superbe / Città tornare, ed alle insane genti! »

Arriva l’ora di partire e i due ridiscendono il poggio lungo la strada che porta a Populonia attraverso un bosco fittissimo, terminato il quale si estende il lago di Rimigliano. Da lì, prima di arrivare finalmente a destinazione, nel luogo dove un tempo sorse la città etrusca, hanno il tempo di soffermarsi a visitare la Torraccia e la vicina Torre Nuova: «Si discese quindi il monte, e penetrammo “nella selva selvaggia ed aspra e forte” detta Pisauriense, la quale spetta tuttavia alla mensa Arcivescovile di Pisa. Il nome di essa richiamò alla nostra memoria il dominio, che ottenne un giorno quella città su tutte queste contrade, allorché per essa correvan tempi molto migliori. Dopo un lungo girare fra dirupi, e boscaglie, eccoci su le sponde del lago delle Caldane dalla parte di sud-ovest. Una immensa quantità di pesci vedevasi guizzar pacifica “a fior delle non tocche onde tranquille” perché niuna mano rapace era mai solita di turbarli. Gli abitanti di questi luoghi non hanno la voglia di profittare de’ vantaggi, che loro offrirebbero le acque e del lago e del vicino mare, e purché sieno esenti dalle fatiche, poco interessa loro la miseria. Dalle sponde di questo lago noi passammo ben tosto a quelle del mare, nel luogo detto Torre vecchia, dove un giorno ambedue queste sponde forse

si riunivano, e diveniva il lago quasi un golfo marino. Da qui andammo ad un’altra torre detta la Nuova, dove convenne arrestarci qualche tempo per rinvenire la strada, che guida a Populonia a traverso di praterie, e di campi».

Il viaggio proseguì nel golfo di Baratti – da dove Wilson ritrasse la marina e il castello di Populonia – alla ricerca delle vestigia del glorioso passato etrusco e romano. Poi fu la volta di Piombino, altro luogo delizioso, nel quale l’artista inglese si cimentò nel ritratto di un caratteristico scorcio.

L’avventura dei due amici continuò ancora per un’altra settimana, fino a quando finalmente giunsero alle porte della città eterna il primo novembre 1831.

Nella primavera seguente Pifferi pubblicò il resoconto di questo viaggio in un libro contenente dodici lettere scritte ad un certo signor Glasgow, insieme a tredici bellissimi disegni frutto della creatività e delle bravura del giovane compagno di avventure Wilson.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 13 (luglio-agosto 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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