C’era una villa romana, anzi… tre

A Vignale sulle tracce di una residenza di lusso in continua evoluzione

In una delle prime “puntate” di questa serie di articoli dedicati alle storie di Vignale, avevamo definito la villa romana nascosta sotto i nostri campi come “inafferrabile”: che ci sia lo sappiamo per certo, dove sia esattamente e come sia fatta no, o meglio, non lo sappiamo ancora con esattezza, perché, anno dopo anno, ogni nuova campagna di scavi aggiunge un pezzetto al mosaico di conoscenze su questa parte fondamentale del nostro sito.

Il problema – in verità si tratta di un piacevolissimo problema – è che, man mano che andiamo avanti con lo scavo, ci accorgiamo che le difficoltà di comprensione derivano essenzialmente da due fattori.

Fattore uno: le dimensioni della villa; quella di Vignale era davvero grande. La sua parte residenziale si estendeva per almeno 70 metri in direzione nord-sud e per almeno altri 40 metri in direzione est-ovest. Con i suoi quasi 3.000 mq di superfici calpestabili era quindi del tutto in linea con le altre grandi residenze signorili dell’aristocrazia romana distribuite sulla costa dell’Etruria, per esempio quella di Settefinestre (vicino a Orbetello) o quella di San Vincenzino (a Cecina).

Fattore due: la sua lunga storia. La villa di Vignale nasce – come del resto le altre che abbiamo appena citato – intorno al 50-30 a.C. e poi continua a vivere per almeno cinque secoli. In tutta la sua lunga vita “cambia pelle” più volte – cambiano i proprietari, cambia il loro rango sociale, cambiano le loro possibilità economiche, cambiano le loro esigenze di rappresentare a se stessi e agli altri il loro status – e ogni volta che la villa cambia aspetto lo fa riutilizzando e trasformando quello che c’era prima, dando vita a un puzzle archeologico che stiamo provando a ricostruire frammento dopo frammento.

Ecco quello che, finora, abbiamo capito.

La villa di Vignale nasce, dicevamo, nella stessa epoca in cui vengono costruite tutte le altre ville della costa toscana; ma, a differenza di Settefinestre e di San Vincenzino, non è posizionata su una piccola altura a poca distanza dal mare, ma direttamente sul bordo della laguna. Non sembra quindi che abbia avuto la stessa vocazione al controllo della produzione agricola, ma che sia invece stata legata più alla gestione di attività di allevamento del pesce.

Si trattava, probabilmente, di un esempio di quella che i Romani chiamavano villa maritima, ovvero una residenza direttamente aperta sul mare, spesso articolata in diversi corpi di fabbrica, collegati da giardini e porticati, in cui le attività di allevamento del pesce si associavano alle qualità di residenza di lusso per i ricchi proprietari.

Questa immagine sembra confermata dal fatto che la nostra villa era costruita, nella sua prima fase, di muri in opera reticolata ed era decorata da pavimenti a mosaico di alta qualità costruttiva, segnalata, per esempio, dalle piccole dimensioni delle tessere utilizzate. Più che i pavimenti a mosaico, sono proprio i muri in reticolato a colpire, perché questa tecnica edilizia era assai poco diffusa all’epoca in questa zona e si pensa che possa rappresentare un indizio importante per ipotizzare che il proprietario della villa fosse in diretto contatto con Roma, dove questo stile, di cui i maestri muratori romani erano gelosi custodi, era nato.

Non a caso, gli altri esempi che conosciamo per l’uso dell’opera reticolata nel nostro territorio sono quelli delle grandi ville dell’isola d’Elba, che appartenevano a esponenti della più alta aristocrazia romana dell’epoca: personaggi facoltosi, in grado di far arrivare direttamente dalla capitale gli artigiani capaci di costruire con le tecniche più aggiornate.

Se anche la nostra villa fosse legata a questo ambiente sociale così elevato non lo sappiamo, ma le immagini che stanno uscendo dalla terra, anno dopo anno, sembrano andare proprio in questa direzione. Della villa conosciamo oggi l’ingresso, forse aperto direttamente sulla laguna, con il tradizionale impluvium, decorato da una vasca rivestita di belle lastre di marmo e pavimentato con un mosaico di alta qualità. Così come di alto livello sono anche i mosaici a piccole tessere bianche e nere che decorano alcuni degli ambienti che abbiamo fin qui scavato.

Il possibile legame con le ville ultra-aristocratiche dell’Elba potrebbe essere in qualche modo rafforzato dal rapido esaurirsi del loro ciclo vitale. Le ville elbane sembrano infatti essere state abbandonate molto precocemente, forse già alla metà del I secolo d. C. ; quella di Vignale non venne abbandonata, ma fu comunque oggetto di un brusco cambiamento di status.

La villa entrò infatti nella proprietà di Marco Fulvio Antioco (il liberto produttore di tegole di cui abbiamo parlato qualche mese fa) o del suo ex-padrone: in ogni caso personaggi appartenenti a un ceto ben diverso da quello dei proprietari di un secolo prima.

Anche in questo caso, sono gli indizi archeologici a parlare. Le attività economiche principali della villa sono legate alla fornace e, soprattutto, alla gestione della mansio; e proprio a un uso molto più intensivo degli spazi fanno riferimento i nuovi pavimenti della villa/mansio. I mosaici che erano ancora in buone condizioni continuarono a essere usati, ma mancava evidentemente il denaro – e forse anche il gusto – per restaurare quelli che erano ormai in cattive condizioni. Quasi tutte le stanze che abbiamo fin qui scavato sono infatti pavimentate con una soluzione robusta e funzionale: uno spesso strato di “cocciopesto” (i romani lo chiamavano opus signinum), un miscuglio di calce e frammenti di tegole e anfore tritati grossolanamente, che garantiva impermeabilità, durata e basso costo di produzione.

Unico tocco di eleganza è rappresentato dall’inserimento, a distanze regolari, di lastrine romboidali di marmi pregiati, probabilmente recuperati proprio dalla decorazione della villa originaria. Così come alla villa originaria dovevano appartenere le migliaia di piccole tessere da mosaico inserite nell’impasto del cocciopesto, ultimo riuso di quelli che erano stati fino ad allora i pavimenti più diffusi nella villa.

Questa fase di uso “utilitario” della vecchia villa proseguirà per secoli, con continui restauri e rifacimenti, fino a quando, per vie che ci rimangono del tutto sconosciute, il grande complesso entrerà nella proprietà di un altro aristocratico, all’epoca di Costantino il Grande, nella prima metà del IV secolo d.C.

Ma questa è davvero un’altra storia e la racconteremo nella prossima puntata.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 14 (settembre-ottobre 2016)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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