Storia delle elezioni politiche nel nostro territorio dall’Unità d’Italia alla Seconda Repubblica

In occasione delle elezioni del 4 marzo, ho fatto una ricerca sulle votazioni politiche avvenute nella nostra zona e, in questo articolo, riporto i dati relativi.

Le prime elezioni si tennero il 27 gennaio 1861, a collegio uninominale, col sistema maggioritario. Cosa significa? Il collegio è una parte di un territorio, in genere la provincia, e l’insieme degli elettori che hanno diritto a votare. La provincia era quella di Pisa. Il collegio comprendeva la Val di Cecina, la Val di Cornia e i comuni vicini a Volterra. Quest’ultima funzionava da collettore dei voti collegiali.

Nel sistema uninominale ogni lista, presentava in ogni collegio, un solo candidato. Diventava deputato colui che otteneva più voti. Semplice, no? Ancora più semplice perché gli elettori erano una ristretta minoranza della popolazione, scelti sulla base del censo, del saper leggere e scrivere ed altre benemerenze.

Prendiamo per esempio Campiglia, che aveva 6.032 abitanti. Gli iscritti erano il 3,25% della popolazione e, di essi, i votanti furono il 51%. Stesse percentuali, più o meno, per gli altri comuni.

Il primo deputato fu Lorenzo Nelli, campigliese purosangue, che ottenne 363 voti, contro Attilio Incontri con 176 voti e dopo un ballottaggio fra i due. Sempre con lo stesso sistema si tennero altre elezioni nel 1865 e 1867, vinte da Celestino Bianchi contro Niccolò Maffei. Uguale nel 1870, con avversario Lorenzo Nelli assai contestato proprio nella nostra zona come vedremo meglio in seguito.

Ancora, elezioni del 1874, 1876 e 1880 con triplice vittoria di Niccolò Maffei contro Alfredo Serristori, Luigi Ravini e Emilio Bianchi rispettivamente. I voti oscillarono fra 318 e 534. Queste prime sette tornate elettorali dimostrarono come Volterra, con il suo circondario, fosse decisiva per quantità di voti nell’indicare il vincitore.

I comuni della pianura votavano in contrasto con Volterra, mentre Piombino avversava il candidato sostenuto a Campiglia o a Cecina. Pochi elettori, è vero. Eppure, le campagne elettorali erano assai combattute a suon di comizi e di volantini, grazie al lavoro dei vari comitati elettorali formatisi nei diversi comuni.

Alle elezioni del 1870, a Campiglia si formò un comitato a sostegno della candidatura di Lorenzo Nelli, che era formato da Giovanni Bacci, Ireneo Casagni, Stefano Franceschi, Pietro Mari, Giovanni Paolini, Pietro Paolo Portelli e Bonifazio Trambusti. Il comitato elogiava l’integrità morale del Nelli, le sue doti professionali e il patriottismo, elencando le numerose cariche assolte con onore a favore della estimazione pubblica.

La propaganda elettorale in favore di Lorenzo Nelli lo descriveva così: «democratico per origine, per principi e per consuetudine di vita. Sua aspirazione prima la Patria, una, intera, indipendente e libera. Giustizia liberale improntata ai principi di uguaglianza. Contrario alla teoria dello spavento e propugnatore della mitezza della pena e della giustizia incruenta.

Libertà dei Comuni, decentramento vero fondato su questa libertà di coscienza e sulla ingerenza minore possibile del Governo. Propugnatore del grande, fecondo e cristiano principio della libertà di coscienza». Il suo rivale invece, cioè Celestino Bianchi, era accusato di essere stato «devoto a tutti i ministeri» e per questo considerato un voltagabbana.

Il manifesto, stampato in tipografia con caratteri ben visibili, si concludeva con un solenne «invito a votare il Cavaliere Commendatore Lorenzo Nelli». E come non poteva essere così visti i grandi meriti e i sani principi del nostro? A Piombino però la pensavano diversamente.

Con un altro manifesto a stampa, il comitato, formato da «Luigi Arus, dottor Piazza e F. Maresma», rispondeva dicendo che: «a scanso di equivoci si rendono avvertiti gli elettori della inutilità del voto sul Nelli, trovandosi in aspettativa e per legge escluso dal Parlamento» mentre «Celestino Bianchi per ben quattro volte rappresentò il Collegio di Volterra in modo a tutti noto… e non si riesce a trovare ragioni sufficentemente plausibili per anteporre il Nelli al Bianchi, il quale postutto provò di saper sostenere in Parlamento gli interessi generali del Paese, senza dimenticare all’occasione quelli locali del nostro Collegio… Sostenete la rielezione del commendatore Celestino Bianchi». Manifesto breve ma chiaro.

Chi vinse? I due andarono al ballottaggio a dimostrazione di quanto fu accesa la battaglia. Prevalse Bianchi (461 voti) grazie al sostegno di Volterra. A Piombino esultarono, a Campiglia si “ciucciarono il dito” come suol dirsi.

Il 22 gennaio 1882 cambia la legge elettorale. La nuova prevede lo scrutinio di lista con suffragio allargato. Cioè, conteggio dei voti dati a ciascuna lista e allargamento degli aventi diritto al voto. Due anni prima erano 621.896, ora sono 2.017.829.

Nel 1880 votò il 59,4%, nel 1882 il 60,7%. Il censo rimase fissato ad una imposta annuale non inferiore a 19,80 lire, mentre aumentavano i titoli di studio, seppur limitati ai soli alfabeti ed altre benemerenze. Donne escluse, naturalmente.

Riporto la composizione del corpo elettorale di Suvereto: elettori per censo n. 52; elettori per titoli di capacità n. 154, di cui 115 scrissero di proprio pugno nome e cognome; 3 laureati e 7 con licenza liceale; 7 coloro che superarono l’ammissione alla seconda elementare; 16 coloro che si trovano sotto le armi; 2 decorati con medaglia commemorativa delle guerre e il resto per meriti vari.

Tutto questo è legato al nome di Agostino Depretis e al suo famoso discorso di Stradella. Era di Sinistra, cioè la parte meno gretta dello schieramento del potere liberal-monarchico. Abolì la tassa sul macinato, concluse la Triplice Alleanza, iniziò l’espansione coloniale in Africa. Per otto volte fu presidente del Consiglio, fino alla morte avvenuta nel 1887.

In quel periodo era morto Vittorio Emanuele II (1878), preceduto da Mazzini (1872, a Pisa), a Caprera morirà Garibaldi nel 1882, qualche anno prima era toccato a Cavour. Insomma, l’Italia da poco unita aveva perduto i suoi padri fondatori. Avevano compiuto grandi imprese ma avevano lasciato una pesante eredità legata, soprattutto, alle condizioni sociali del popolo e al Sud del paese.

Il nuovo sistema elettorale non fece aumentare la partecipazione al voto e il Parlamento vide avvicendarsi alla media aristocrazia terriera, i rappresentanti delle professioni, specialmente gli avvocati.

Nelle tre elezioni, 1882-1886 e 1890, furono eletti Ulisse Dini e Giuseppe Toscanelli per tre volte, Narciso Pelosini, Ranieri Simonelli, Carlo Panattoni e Francesco Orsini per due volte. Unica novità Gismondo Morelli, eletto nel 1890. Quest’ultima tornata elettorale fu assai combattuta e merita un ricordo a parte.

Nel 1886 si presentò anche il poeta Giosuè Carducci. Faceva parte della lista dei Democratici e, subito, fu bollato come «utile comodino per soddisfare le loro più spinte ambizioni». Parlò anche al Teatro dei Concordi di Campiglia, al lume di una candela, dietro ad un tavolinetto racimolato in fretta e furia, di fronte ad un «buon pubblico che lo interruppe varie volte e lo applaudì». Nell’intero collegio di Volterra, prese 1.541 voti su 2.949 votanti. A Campiglia 247 voti su 445 votanti divisi in due sezioni.

Nonostante il buon apporto della nostra zona, non gli andò bene. Qualche mese dopo, durante una delle famose ribotte con i suoi amici, il dottor Francesconi di San Vincenzo prese il coraggio a due mani e gli chiese: «Dicci un po’, come è andata alle votazioni?». Il poeta lo guardò torvo, e gli rispose: «Come al vino, trombato!»

La tornata elettorale del 23 novembre 1890 è importante perché segna l’entrata in campo della Politica (con la P maiuscola). Il giornale Volterra riporta, in prima pagina, il testo del manifesto dei candidati Ettore Sighieri e Iacopo Danielli, presentati dal Comitato Democratico Pisano. Il primo è repubblicano e non lo conosco molto, il secondo è socialista e lo conosco di più.

Già il fatto della loro appartenenza politica scombussolò l’egemonia liberal-monarchica, anche se continuò a prevalere, ma alimentò una certa preoccupazione. Per la prima volta nella storia delle nostre elezioni, viene usata l’espressione «classi lavoratrici».

I due guardano «fidenti ai programmi e all’avvenire, con orgoglio e consolazione d’aver sollevato la lotta» portandovi «la questione sociale che urge, incalza e ingrossa minacciosa, invocando una più equa ripartizione della ricchezza ed una valida protezione delle classi lavoratrici, minate dalla fame, dalla speculazione e dal militarismo… ora è tempo che tutto ciò abbia termine!»

Fino a quel momento, nelle competizioni elettorali, non si erano mai udite parole come queste. Iacopo Danielli, nato a Buti nel 1859, passato dall’esperienza repubblicana al socialismo, è uno dei protagonisti della nascita del Partito socialista in Toscana e nella nostra zona.

Nel 1889 era stato eletto nel Consiglio Comunale di Campiglia, proponendo la parità di salario fra uomini e donne, l’istruzione gratuita ai figli dei poveri, i lavori pubblici affidati alle cooperative prescrivendo loro le otto ore di lavoro e parità di salario, la fine della rivendicazione degli usi civici in quel di Biserno cavallo di battaglia (perduta) dei suoi avversari. Era laureato in antropologia e ben conosciuto in tutta Europa.

Presiedette la seduta iniziale del Congresso di Genova quando nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, agosto 1892, e fu favorevole, lui integralista a tutto tondo, all’espulsione degli anarchici dal Congresso.

Vi partecipò in rappresentanza del Circolo Doveri e Diritti di Campiglia. Insieme a lui, Giuseppe Bagni, che rappresentava il Consolato Operaio di Vicopisano. Entrambi consiglieri comunali, avevano stretto una feconda amicizia che si interruppe solo nell’aprile 1901, alla morte di Iacopo Danielli.

Aveva ereditato la Tenuta della Pulledraia ed era proprietario dello stabilimento termale fatto costruire da suo padre Domenico nel 1883. Ho seguito la sua vicenda politica leggendo i verbali del Consiglio e le corrispondenze sui giornali socialisti del tempo. Non avevo una sua immagine.

Un giorno, andai a trovare Angiolino Ferri che possedeva un podere in Montioncello. Mi fece visitare la stalla, «il mio orgoglio» diceva, guardando le sue chianine. Sopra la mangiatoia, nel bel mezzo del muro, vidi un quadretto annerito dalle “cacatine” delle mosche. Però, si riusciva ancora a intravedere un volto affilato, pochi capelli, camicia con il colletto all’insù, cravatta e giacca.

«Angiolino, chi è? San Rocco?» Mi rispose sconsolato: «Non lo so, ce l’ho trovato e ce l’ho lasciato». Salì sulla mangiatoia accompagnato da un muggito risentito e staccò il quadretto. Ripulito, ci apparve il volto di un uomo. Campeggiava nella prima pagina di un giornale fatto uscire per commemorare Iacopo Danielli con questa didascalia: «Non fiori, né lacrime, ma fervidi voti di un lavoro assiduo ed intenso per il grande ideale di giustizia e d’amore». Giuseppe Bagni assicurò che quelle parole furono dettate da lui in uno degli ultimi istanti di vita.

Dal 1861 al 1891 furono emanate due leggi elettorali. Entrambe confermarono la supremazia delle classi dominanti. La tornata del 1890, però, aveva creato qualche allarme e, allora, il Parlamento decise di tornare allo scrutinio uninominale che garantiva meglio tale supremazia, pur in presenza di un allargamento del numero degli elettori.

Nel 1891 e nel 1892, furono approvate due leggi (n. 210 e n. 315) unificate il 28 marzo 1895, nel Testo Unico n. 83. Con l’uninominale diventava deputato chi otteneva più voti nel collegio, uno solo per tutti. Naturalmente, Volterra continuò a determinare la vittoria del candidato moderato, mentre la parte costiera del collegio, compresa la nostra zona, riusciva solo a portare il proprio candidato al ballottaggio e non sempre.

Alle elezioni del 5 aprile 1891 vinse Ulisse Dini. A quelle del 26 luglio 1891 si confermò Dini contro l’anarchico Amilcare Cipriani, candidato bandiera e di protesta, che prese 124 voti a Cecina e 39 a Piombino. Alle elezioni del 6 novembre 1892, la zona presentò Giovanni Bacci di Campiglia, liberale e massone, ma non riuscì ad entrare nel ballottaggio giocatosi a favore di Ernesto Ruggieri, volterrano.

Alle elezioni del 26 maggio 1895 fu presentato Iacopo Danielli, il cui risultato fu assai deludente. Deputato fu Ernesto Ruggieri. Nella tornata elettorale del 21 marzo 1897, la lotta si restrinse fra Ruggieri e Danielli che, pur ottenendo un buon risultato, giunse secondo a soli 194 voti di distanza.

Alle elezioni del 3 giugno 1900, battaglia accanita fra il conte Piero Ginori-Conti e il professor Iacopo Danielli, tanto da imporre il ballottaggio, che si svolse il 10 giugno. Vinse Ginori-Conti, con 2.014 voti contro i 1.816 del suo avversario, ma a Campiglia Danielli si impose 289 a 162. Il professore vinse anche a Cecina, Piombino e Sassetta, mentre fu sconfitto a Castagneto e Suvereto. Di nuovo, Volterra e la sua zona furono determinanti per il successo di Piero Ginori-Conti che, come sappiamo, fu lo scopritore dei soffioni boraciferi di Larderello, dove ottenne 112 voti contro i 2 di Danielli. Il dato dice tutto.

Dopo la morte del Danielli, il testimone passò al suo “allievo” preferito: Ferruccio Niccolini, volterrano, ingegnere, che ingaggerà battaglie importanti contro il conte Ginori-Conti e pure all’interno del Partito Socialista, per far passare la proposta di un sistema proporzionale, il solo che poteva garantire ai socialisti della zona l’accesso al Parlamento. All’alba del nuovo secolo inizia un periodo che gli storici chiameranno “giolittiano”, nel quale domina lo statista Giovanni Giolitti, appunto. L’idea riformista dei socialisti troverà campo tanto da essere definito il periodo “aureo” del socialismo italiano. Anche la nostra zona avrà un suo ruolo importante specialmente Piombino.

Alle elezioni del 1904 e 1909, il confronto è sempre fra il principe Piero Ginori-Conti, liberal-monarchico, e l’ingegner Ferruccio Niccolini, socialista. Dalle nostre parti è avvenuto un fatto di rilevante importanza. Nel 1902, i socialisti di Piombino vincono le elezioni comunali con l’apporto decisivo dei voti della frazione di Riotorto.

La città dell’industria è divisa fra i riformisti in Comune (sindaco è Oreste Granelli, calzolaio) e gli anarco-sindacalisti in fabbrica (Umberto Pasella, il loro capo) che predicano l’astensionismo. I socialisti riescono a prevalere sui conservatori. La città diventa una sorta di laboratorio politico e amministrativo.

Personaggi importanti sono: Ferruccio Niccolini, il tecnico comunale; Antonio Mori, dirige l’ospedale e fonda la medica del lavoro; Ezio Bartalini, la scuola tecnica; e Zannerini, che diventa il medico dei poveri.

Sul piano politico non cambia nulla. Continua il predominio di Volterra sulla costa. Nelle elezioni del 6 novembre 1904 prevalse, quindi, il principe Ginori-Conti (voti 2.712) contro Niccolini (voti 1.877). Quest’ultimo vinse a Campiglia, a Cecina, a Piombino e perse a Castagneto, Monteverdi, Sassetta e Suvereto.

Lo stesso risultato si registrò nelle elezioni del 7 marzo 1909. Prevalse di nuovo Piero Ginori-Conti con 2.806 voti contro i 2.269 voti di Niccolini. In questa tornata furono aperti anche un seggio a Riotorto e uno a San Vincenzo. La sorpresa venne da Cecina, dove il principe ottenne la maggioranza dei voti.

I socialisti stamparono un manifesto assai curioso, intitolato Alla berlina, nel quale si facevano una serie di confronti fra le diverse caratteristiche dei due avversari politici: «Niccolini: lavoratore indefesso e coscienzioso. Ginori: principe. Niccolini: vive del suo ingegno. Ginori: vive di rendita. Niccolini: figlio del popolo, è soldato tenace per la rivendicazione dei diritti del popolo. Ginori: figlio di nobili, fa gli interessi dei signori che gli danno il voto per questo. Niccolini: si ricrea nel seno della famiglia; il suo cuore e il suo ingegno è tutto per la classe umile che lavora e ha la miseria. Ginori: villeggiature, pariglie, palazzi, agi, pranzi, tutto serve a fargli dimenticare chi piange e chi lavora. Niccolini: sempre stato fedele ai suoi principi di alta democrazia. Ginori: rebus. Gli avversari prima ne dicevano corna, ora lo idolatrano.

Niccolini: ha amministrato la cosa pubblica combattendo sempre in favore del popolo. Ginori: amministra molto bene i suoi affari privati. Niccolini: ha un programma netto! Invita a discutere, si presenta agli elettori e dice quello che deve dire. Ginori: alla Camera… deputato forca. Niccolini: vivido ingegno; istruzione profonda, parlatore elegante, ingegnere eletto e professore distinto. Ginori: ha un bel paio di baffi d’oro. Non parla ma viceversa è accolto dalle famiglie a desinare nel suo giro elettorale. Niccolini: il suo passato dice ciò che sarà per l’avvenire. Ginori: il suo programma dice abbastanza su ciò che sarebbe un deputato inutile». Fin qui la berlina che, come è naturale, si conclude con un: «chiaro ed evidente! Chi vota non ha da scegliere; il nome è quello di Ferruccio Niccolini»: Non gli andò bene, come abbiamo visto.

Le elezioni del 26 ottobre 1913 si tengono sulla base di una nuova legge che introduce il diritto di voto a tutti i maschi di oltre 30 anni, anche se analfabeti, e ai cittadini maschi compresi fra 21 e 30 anni che sanno leggere e scrivere.

La stampa scrive che è un suffragio maschile «quasi universale» perché il corpo elettorale passa dall’8,5% al 23% della popolazione. Un’altra novità è la “busta di Stato” nella quale l’elettore inserisce la scheda votata per eliminare i brogli delle passate elezioni, anche se ne sorgono di nuovi.

Altra innovazione si rileva nella formazione del seggio con il presidente nominato dalla Corte d’Appello e gli scrutatori scelti da una Commissione comunale. Ma la novità più importante è la cancellazione del non-expedit papale che escludeva dal voto i cattolici. L’allargamento del suffragio, l’aumento dei socialisti, il malcontento generale, consigliano un bilanciamento che Giolitti vede nel voto dei cattolici, almeno nei collegi dove i socialisti potrebbero affermarsi. Fra questi anche Volterra.

Il 14 ottobre 1913, a pochi giorni dalle elezioni, il vescovo della Diocesi di Massa Marittima e Populonia, Giovanni Battista Borachia, scrive una lettera che, fra l’altro, dice: «ci affrettiamo parteciparle che il conte Ottorino Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale Cattolica italiana, con sua ufficiale dell’11 corrente, ci raccomanda di appoggiare, per il Collegio di Volterra, la candidatura dell’onorevole Piero Ginori Conti».

Visti i risultati precedenti, è probabile che, anche senza l’appoggio dei cattolici, il principe avrebbe vinto di nuovo ma, senza dubbio, il suo successo fu rilevante e senza possibilità di rivincita, perché Ferruccio Niccolini moriva due anni dopo quando, ironia della sorte, venne introdotta la proporzionale per la quale aveva tanto combattuto.

Altre novità consistono nell’apertura di un seggio elettorale a Venturina, la conferma di quelli già aperti a Bolgheri, San Vincenzo e Riotorto, l’aumento di 5 sezioni a Piombino, di una a Suvereto e a Cecina, per non parlare di Montecatini Val di Cecina e Pomarance, veri e propri feudi elettorali di Ginori. Quest’ultimo vinse con 9.393 voti contro i 7.039 di Niccolini.

Anche la nostra zona registrò qualche cambiamento. Il socialista si confermò a Campiglia, Piombino e Venturina ma perse a Castagneto, Cecina, Monteverdi, San Vincenzo, Sassetta e Riotorto. Il risultato di Suvereto ha dell’incredibile: i due candidati conseguirono 345 voti ciascuno su 690 votanti! La sconfitta di Ferruccio Niccolini arrecò un duro colpo al Partito socialista che, a stento, era uscito abbastanza bene dalla lunga crisi del 1911, sotto l’attacco degli anarco-sindacalisti.

Sul fronte opposto si muoveva il giornale Il Progresso Maremmano con articoli di fuoco da parte di Vitaliano Nesi che si oppose anche all’elezione di Niccolini a consigliere provinciale. Il Progresso Maremmano scriveva: «Il voto del Consiglio Provinciale allontana il signor Niccolini dal suo seno, dopo che esso aveva anche osato di prendere parte a qualche seduta, è un omaggio alla giustizia ed una dura lezione al Niccolini ed ai suoi compagni che a Piombino si prendono il lusso di credersi tutto permesso». Intanto, ben altri avvenimenti si profilavano in Italia ed in Europa. Si tornerà a votare nel 1919.

Il 31 luglio 1919 viene approvata la legge che introduce il sistema proporzionale. Entrano in scena i partiti, non molto diversi da come li abbiamo conosciuti e, pur sempre, fulcro di un moderno assetto politico. Scrutinio di lista, ecco la novità. Votano tutti i cittadini maschi che abbiano compiuto 21 anni di età. Scompare il requisito del censo e dell’alfabetismo e gli altri che caratterizzavano i sistemi precedenti.

L’elettore poneva un segno sul simbolo preferito che appariva stampato nella scheda, esprimendo anche la preferenza nel numero che variava a seconda della consistenza del collegio. Gli elettori della nostra zona sono inseriti nel Collegio di Livorno e Pisa. Scompare così Volterra. Nel frattempo è scoppiata e terminata la Prima guerra mondiale. Dal 1916 al 1919, la nostra vallata è stata scossa dagli scioperi contadini e delle fabbriche piombinesi.

Il 19 gennaio 1919 era nato il Partito Popolare di ispirazione cattolica, i “Liberi e Forti” di don Sturzo, destinato fin da subito a diventare un protagonista importante della vita politica. A livello nazionale, il Partito socialista risultò primo, i Popolari secondi, sconfitti il blocco liberal-monarchico e la Destra. A Campiglia votarono 1.767 persone: i socialisti presero 1.382 voti, i liberali 319, i popolari 20 e i repubblicani 16.

Nel settembre 1920 si tengono le amministrative che, nella nostra zona, registrano il successo completo dei socialisti. A Campiglia, diventa sindaco Giuseppe Mussio; a Castagneto, tocca ad Alfredo Marchi; a Sassetta, Alfredo Soffredini; a Suvereto Pilade Caporali; a Cecina Ersilio Ambrogi.

A Piombino il sindaco è Luigi Giovannardi, che si dimette quasi subito. Gli subentrano diversi assessori fino a Pietro Emilio Gagliardi, che sarà l’ultimo sindaco prima del fascismo. Tutti saranno cacciati, spesso in malo modo, per mano dei fascisti nel 1922.

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, nasce il Partito comunista d’Italia destinato a diventare un protagonista importante della politica nazionale. Il 15 maggio dello stesso anno si tengono nuove elezioni, che confermano i risultati della precedente e la conseguente crisi di governo. A Campiglia i socialisti ottengono 995 voti, i comunisti 315, i popolari 65, i repubblicani 49 e il blocco della destra 362. A Piombino fu presentata una lista Civica che prese 34 voti.

La zona non presentava candidati propri e, per avere un deputato espressione delle nostre comunità, occorrerà attendere le elezioni in tempo di Repubblica. Quelle del ‘21 saranno le ultime elezioni democratiche per un lunghissimo periodo.

La Seconda guerra mondiale, in val di Cornia, finì il 25 giugno 1944. Nel maggio 1945 terminò anche in Europa. C’era stata una guerra civile, l’occupazione nazista, l’invasione degli Alleati e una lunga striscia rossa del sangue dei resistenti.

C’era ancora la Monarchia e fu il primo problema da affrontare. Si susseguirono diversi governi di unità nazionale guidati da Badoglio, Bonomi, Parri, De Gasperi. Col decreto n. 23 del 1 febbraio 1945, il voto venne esteso anche alle donne. Il referendum istituzionale fu fissato per il 2 giugno 1946 insieme alle elezioni per la Costituente. Elettori: tutti coloro che avessero compiuto 21 anni di età per la Camera e 25 per il Senato.

Le elezioni avvengono con il sistema proporzionale, per liste concorrenti e per circoscrizioni elettorali. Erano previsti anche i voti di preferenza da esprimere per candidati della lista votata. I vecchi simboli furono rispolverati, ne apparvero di inediti e tutto dava il senso reale del nuovo al quale aspirava la popolazione.

Fra marzo e aprile, la gente riprese l’abitudine al voto, con le elezioni amministrative che fecero vedere quali fossero i rapporti di forza fra i partiti, successivamente confermati. Monarchia o Repubblica, la sostanza del quesito era questa. Prevalse la seconda: 54,3% contro il 45,7% della prima. Dati più alti nella nostra zona. Campiglia, per esempio, si espresse così: Repubblica 83,43%, monarchia 16,57%.

Per la Costituente: Pci 4.599 voti, Psiup 1.429, Dc 1.134, Uomo Qualunque 299, Pri 242, Destra 146, Cristiani sociali 71, Partito d’azione 51, altri 56. La Costituente lavorò intensamente per stilare il testo della Costituzione repubblicana, approvata il 22 dicembre 1947. Veniva soppresso lo Statuto Albertino concesso dal Re nel 1848, modificato più volte dallo stesso re e dal regime fascista.

Nel 1947 si verificò la scissione del Psi con la formazione del Psdi e si ruppe l’unità governativa fra le forze della Resistenza. La DC (Democrazia Cristiana) governò l’Italia, insieme ad altre forze centriste, per tutto il periodo della ricostruzione, mentre il Pci (Partito comunista italiano) e Psi (Partito socialista italiano) e pochi altri, si collocarono all’opposizione.

Le elezioni del 18 aprile 1948 confermarono tutto questo. A livello nazionale la DC vinse con il 48,48% dei voti. Pci e Psi, coalizzati nel Fronte Democratico Popolare, conseguirono il 31,03%. Furono presentate ben 48 liste! Nella nostra zona, accadde il contrario.

Il sistema proporzionale, con la sola variante del 1953 come vedremo, è rimasto in vita fino alle elezioni del 1992 ed ha confermato la situazione del 1946 e 1948. A livello nazionale la DC è risultata sempre prima, seguita dal Pci e dal Psi. Ha governato l’Italia con Governi centristi o di Centro-Sinistra o monocolori. I due Partiti della Sinistra all’opposizione, ad eccezione del periodo di Centro-Sinistra quando il Psi ha scelto la via del Governo.

A livello locale, il Pci è risultato sempre primo, seguito dalla Dc e dal Psi. Ha governato a lungo insieme al Psi, con la Dc all’opposizione; quando il Psi ha scelto strade diverse, ha guidato i comuni con monocolori o in alleanza con altri.

Il sistema proporzionale previsto dalla Costituzione viene interrotto nel 1953. Infatti, la legge n. 148 del 31 marzo 1953, con un solo articolo, modifica il testo in vigore, affermando che sarà dato un premio di maggioranza ai partiti apparentati che superino il 50% +1 dei voti validi, calcolati in sede di collegio unico nazionale. Le Sinistre insorgono. È una legge truffa! È il ritorno alla legge Acerbo del fascismo! Non si capisce come un uomo della levatura di Alcide De Gasperi possa aver avanzato questa proposta, ma tant’è.

Le elezioni si tengono il 7 giugno ed è uno scontro frontale. Da una parte, la DC con i suoi alleati: Psdi, Pri e Liberali ed altri; dall’altra, il Pci con il Psi ed altri. Pietro Secchia, vicesegretario del Pci, tiene un comizio alle 18, a Venturina e parla da un palco alzato all’altezza di via Fiume e via Trento, davanti alla chiesa. è l’ora delle funzioni e don Enrico non esita a far suonare le campane. La folla non la prende bene. Secchia interrompe il suo comizio e attende la fine dello scampanio e calma la folla. I comunisti non la prendono bene e gridano: «Ce lo ricorderemo!» Ma non accadrà niente di eccezionale.

Alle 21, parla a Piombino in piazza dei Tre Orologi, davanti ad altrettanta folla. La zona vive la crisi della Magona, stenta a riprendersi. Sono in molti a pensare che queste elezioni saranno decisive.

La legge Truffa non passa. I suoi sostenitori raggiungono il 49,80% dei voti. Bastava un soffio per vincere. Le Sinistre raggiungono il 37,31% dei voti ai quali si aggiunge il 12,77% conseguito dalle Destre, Msi e monarchici.

Ma non ci si guarda troppo. Bastava vincere, cioè bastava non far vincere la Dc. Al solito, a livello locale le Sinistre ottengono il 63,5% dei voti che, sommati a quelli delle Destre, fanno 68,9%.

Nel piazzale esterno della Casa del Popolo di Venturina, in via Firenze, viene costruita una fontana a forma di “7” e vi rimane per molti anni a ricordare la data della giornata storica.

La cosa curiosa avviene in Parlamento. I deputati e i senatori che vi siedono in virtù dei voti ricevuti grazie a quella legge, ne votano un’altra che la sopprime (legge n. 615 del 31 luglio 1954). Torna in vigore la proporzionale.

Siamo entrati nelle annate del proporzionale puro. Ciascuna lista avrà tanti eletti quanti le spettano proporzionalmente, tutti saranno rappresentati. Si vota per la Camera a 21 anni e per candidati di almeno 25 anni; al Senato a 25 anni per candidati di almeno 40. Il periodo sarà definito come Prima Repubblica ed è segnato dalla centralità della DC, al di là del sistema di alleanze contingenti praticato.

La DC guida l’Italia con governi di centro e di centro-sinistra, a volte con monocolori. Sola eccezione il sostegno Msi (1960). Maggioranze composte da coalizioni base (DC-Psdi-Pri), alle quali si aggiungono negli anni il Psi o il Pli. Il Pci sta all’opposizione ad eccezione del periodo segnato dal brigatismo, dagli anni di piombo, dal compromesso storico, ulteriore tentativo di allargare il governo a sinistra. Nel Psi avviene una scissione che dà vita al Psiup (1963) e alla unificazione con il Psdi (1966) e nuova rottura (1968).

A sinistra del Pci nascono formazioni nuove destinate a poco incidere sulla politica nazionale se non per testimoniare una “purezza” ideologica. Anche i radicali tentano la via elettorale, mentre nascono i movimenti ambientalisti e, sul finire del periodo, anche la Lega che esalta la divisione del Paese privilegiando il Nord.

Un periodo segnato dalle continue crisi di governo e dalle elezioni anticipate che iniziano nel 1972. Nel frattempo si tengono le prime elezioni regionali (1970) e le Europee (1979) per non parlare dei referendum che iniziano nel 1974 con quello sul Divorzio. Il 6 marzo 1975 viene portato a 18 anni il diritto al voto.

Nelle istituzioni la novità assoluta è l’elezione di Sandro Pertini a capo dello Stato ed è sotto la sua presidenza che sono nominati presidenti del Consiglio due esponenti non democristiani: Giovanni Spadolini (Pri) e Bettino Craxi (Psi).

A livello locale (Regione, Provincia e Comuni) la situazione si capovolge. Così, il Pci, alleato con il Psi, con altri o da solo, è il punto centrale delle politiche attuate. Le elezioni si tengono: il 25 maggio 1958, il 28 aprile 1963, il 19 maggio 1968. Il 7 maggio 1972, le prime anticipate. Il 20 giugno 1976, il 4 giugno 1979, il 26 giugno 1983 e il 14 giugno 1987.

Qui si interrompe la sequela delle “anticipate” per tornare alla durata quinquennale. Si vota il 5 aprile 1992 in un clima nel quale si intravede quel che sta per avvenire: l’indagine giudiziaria “Mani pulite” che farà scomparire tutti o quasi i partiti che avevano dominato la scena dal 1946.

In questo lungo periodo, due nostri concittadini sono eletti Deputati: Rolando Tamburini e Enzo Polidori, già sindaci di Piombino. Il referendum del 1991 elimina la preferenza multipla alla Camera. Quello del 1993 abroga il sistema proporzionale per l’elezione del Senato. Insomma, si profila il tempo che stiamo vivendo chiamato Seconda Repubblica, e già qualcuno parla di Terza.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 22 (gennaio-febbraio 2018)

Gianfranco Benedettini

Gianfranco Benedettini

Autore di numerose pubblicazioni di storia locale riguardanti il territorio della Val di Cornia e soprattutto del Comune di Campiglia Marittima, si è occupato principalmente della storia politica e sociale del Novecento.

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