di Giovanni e Beatrice Pallini
(1884-1968)

Nonno Dante, ultimo di undici fratelli (sei dei quali morti in tenerissima età), fin da giovanissimo, dimostrò di avere una spiccata tendenza per il commercio e gli affari, tant’è che iniziò un’attività di stallaggio e riposo per i “barrocciai” che transitavano sulla via Aurelia.

In seguito l’azienda si ingrandì con un servizio di piccola trattoria, ferramenta, bar, pesa pubblica e una particolare predilezione per i prodotti dell’agricoltura in larga scala (semente, concimi, carburanti e altro), attività primaria in quegli anni (1920-1940). Tutti questi prodotti arrivavano con i vagoni merci alla stazione di Campiglia, in grande quantità, e lo stoccaggio avveniva nei locali retrostanti l’azienda.

Molti sono gli aneddoti che circolavano, all’epoca e ancora oggi, su mio nonno e devo dire che moltissimi sono veritieri. «Dante mi cambiate 500 lire?» «No – rispondeva – perché se sbaglio a favore tuo dici che so’ stupito, se sbaglio a favore mio dici che so’ ladro!»

Una volta un cliente, dovendo pagare 120 lire e avendone solo 100 in tasca, gli disse: «Dante, non vi preoccupate, tanto di casa sto qui vicino», e lui: «bravo, allora se stai qui vicino vacci subito!»

Saltuariamente, un ragazzo fresco di studi di ragioneria curava, circa una volta al mese, l’amministrazione che era tenuta da mio nonno e il caso volle che un signore pagasse la merce in contanti proprio nel giorno che era presente questo giovanotto. «Bravo! – disse nonno – Lo vedi quello là? – indicando il ragioniere – lo pago per colpa di chi non paga!»

Era noto che fosse un po’ “tirato” anche se, all’epoca, lo erano tutti perché la miseria si faceva sentire. In molti lo vedevano andare sul suo “Mosquito” (un motorino a rullo senza marce) pedalando spesso. Dicevano che lo facesse per risparmiare miscela. In realtà devo spezzare una lancia a favore di nonno: io stesso ho provato, con il mio motorino a rullo, del tutto simile al suo, a ripercorrere le strade polverose in leggera salita per andare al suo podere di Lecceto e, se non si pedala, con il “Mosquito” non ci si arriva, il motore si spenge e quindi bisognava pedalare! Non era tirchieria, ma necessità.

Nonno trascorreva ore ad osservare i suoi possedimenti con il binocolo (o forse era un monocolo) dal terrazzino di casa e si accorse che un certo Beppe andava a rubare i fichi maturi da una bella pianta di fico posta in lontananza. Allora nonno che fece? Aspettò il momento buono, si avvicinò e, una volta giunto nei pressi, Beppe – che nel frattempo si era messi i fichi nella camicia, stretta in vita con un bel nodo – scese per salutarlo, facendo finta di niente. Fu salutato a sua volta da nonno Dante, con varie pacche sulla pancia e sul dorso, spiaccicandogli tutti i fichi rubati. Beppe dovette stare zitto e nonno… pure! I fichi però non furono più rubati!

«Dante, ho bisogno di un prestito – gli disse un conoscente – me li potete dare dei soldi? Tanto siamo amici, quanto prima ve li rendo!» Nonno gli rispose: «è vero, siamo amici, ma se io te li do poi ci si letica perché non me li rendi… allora tanto vale leticare subito, almeno i soldi restano in tasca mia!»

Fabio Bagni

Fonte: F. Peccianti, I nonni dei Venturinesi, 2016

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