Il farmacista irredentista

Sicuramente qualche lettore più attento avrà notato che nel volume La miniera di Montecatini Val di Cecina Aroldo Schneider a pagina 39 del capitolo sesto, “Di alcune acque potabili e minerali”, riporta i risultati di analisi sulle acque di miniera eseguite dal «chimico dottor D. Ragosa». Questo stesso nome è citato più volte (pp. 368 e 385) anche da Bernardino Lotti nel suo saggio La miniera cuprifera di Montecatini (Val di Cecina) e i suoi dintorni.

Pochi, probabilmente, avranno pensato che valesse la pena saperne di più su tal D. Ragosa. Confesso che anche a me quel nome è rimasto a lungo indifferente. Fino a che, rovistando fra le carte dell’Archivio di Stato di Pisa, son venuto a conoscenza che nel pieno dell’estate 1884 su Montecatini Val di Cecina si era riversata una particolare attenzione da parte degli organi di prefettura a causa della preoccupante presenza, in paese, di un «personaggio poco raccomandabile».

Il 14 agosto, con una nota inviata al prefetto di Firenze, e da questi trasmessa alla prefettura di Pisa e alla sottoprefettura di Volterra, il Ministero degli Interni dava infatti comunicazione che «ieri sera partiva […] per Montecatini Val di Cecina onde provare macchina sua invenzione repubblicano irredentista Donato Ragosa. Prego provvedere per rigorosa sorveglianza».

Perché quel nome provocava sì tanta apprensione? Di chi si trattava? Donato Ragosa, in effetti, risultava essere uno dei maggiori protagonisti dell’irredentismo istriano, fautore del progetto di assassinio dell’imperatore Francesco Giuseppe.

Quando in occasione dei festeggiamenti per il V centenario della «dedizione» di Trieste all’Austria, fu annunciata la visita dell’imperatore Francesco Giuseppe alla città, Guglielmo Oberdan e Ragosa, convinti che «la causa di Trieste avesse bisogno del sangue di un martire triestino», armati di due «bombe Orsini» (preparate, a quanto risulterebbe, nella farmacia di Ragosa a Toscanella), partirono con il proposito di compiere un attentato contro l’imperatore e di far insorgere l’uno Trieste, l’altro l’Istria.

Denunciato alla polizia austriaca dall’avvocato Giuseppe Fabris-Basilisco, compagno irredentista delatore, Oberdan fu arrestato e giustiziato il 20 dicembre 1882.

Ragosa, che si era diviso dall’amico per raggiungere l’Istria, resosi conto che in quei luoghi quasi nessuno pensava ad insorgere, se ne ritornò in Italia e riuscì a mettersi in salvo. Sottoposto poi a processo per reato di cospirazione contro la vita di S.M. l’Imperatore d’Austria, venne assolto da tale imputazione il 23 aprile 1883 dalla Corte di Assise di Udine.

Con la condanna a morte, Guglielmo Oberdan, «primo martire dell’irredentismo», divenne per l’opinione pubblica un eroe leggendario ed un simbolo per l’universo repubblicano irredentista.

Emblematico della risonanza di quell’esecuzione sulla stampa e nelle organizzazioni di estrema sinistra è, ad esempio, l’articolo XX dicembre MDCCCLXXXIII, Primo anniversario del martirio di Guglielmo Oberdank comparso sulla “Gazzetta di Volterra” del 20 dicembre 1883. Ed altrettanto significativa è l’affermazione, «Col 20 Dicembre ’82 si chiuse una vita ed un periodo. Da quel giorno comincerà il periodo umano, il periodo socialista […]», di Goffredo Iermini – personaggio principe della vita politica di Montecatini dal 1896 al 1909 – riportata nel suo articolo, 20 Dicembre, pubblicato a sigla Dott. Iego su “La Martinella” del 23 dicembre 1899, in occasione del settimo anniversario dell’esecuzione di Oberdan mediante capestro. A tal proposito non possiamo disconoscere che quando il 22 dicembre 1882, due giorni dopo l’impiccagione di Oberdan, gli universitari di Bologna, ispirati dalla protesta di Giosuè Carducci, iniziarono la loro agitazione, a capo del comitato studentesco si trovava proprio Goffredo Iermini che, appena ventenne, frequentava la facoltà di Medicina nell’ateneo felsineo.

Donato Ragosa, di professione «farmacista», era capitato a Montecatini per mettere a punto un suo brevetto da sfruttare poi in una miniera in quel di Monte San Giovanni Campano nei pressi di Frosinone, di cui era proprietario Giovan Battista Serpieri, titolare dell’impresa mineraria di Caporciano diretta dall’ingegner Aroldo Schneider.

Ce ne dà atto una segnalazione del gennaio 1885 nella quale il prefetto di Pisa informa, fra l’altro, il ministro dell’Interno di contatti avuti da Ragosa con i comitati irredentisti di Volterra, di Livorno e di Pisa, nonché dei suoi frequenti incontri con alcuni membri del Comitato direttivo della Società Democratica Internazionale sorta a Pisa nel 1871. Tale segnalazione era inclusa in un rapporto relativo al Ragosa che nei primi di gennaio si era appunto recato in Prefettura «insieme al Signor Com. Gio Batta Serpieri, per una istanza diretta ad ottenere una privativa industriale per un loro trovato che ha per titolo Applicazione dal Solfuro di Carbonio per la estrazione del bitume dai materiali bituminosi. Istanza che nel febbraio 1885, il prefetto comunicava di aver già inoltrato al ministro di Agricoltura, Industria e Commercio».

L’attestato di privativa industriale della durata di anni 15, a datare dal 31 marzo 1885, fu poi rilasciato ai «Signori Serpieri Gio Batta fu Enrico e Ragosa dott. Donato di Mario».

Il soggiorno montecatinese sarebbe stato, quindi, solo temporaneo: nei primi mesi del 1886, Ragosa avrebbe infatti lasciato il nostro paese per trasferirsi presso le miniere laziali di Serpieri.

Ma i quasi due anni di permanenza a Montecatini mobilitarono in modo incredibile i servizi di sorveglianza, incalzati sovente da note di sollecito, con oggetto «Italia irredenta», nelle quali il ministro dell’Interno ribadiva la raccomandazione di «sorveglianza continua e oculatissima Ragosa».

I suoi movimenti venivano seguiti passo passo, così come erano controllate tutte le persone da lui frequentate, sia nei suoi trasferimenti in varie località (quasi sempre in compagnia di Aroldo Schneider) sia in paese, tra la gente della miniera.

Così, ad esempio, si legge nel rapporto inviato al prefetto di Pisa il 6 febbraio 1885:

«[…] la prolungata dimora del Ragosa tra i tanti operai della miniera di Montecatini apparisce di per sé un servizio pericoloso, pur non ostante, avendo io chiesto più volte informazioni […] sopra il contegno di quello in quel luogo, fui sempre assicurato, che si diporti con la massima prudenza, lavorando indefessamente e mantenendosi molto sobrio nel favellare con qualsiasi sorta di persona. Soltanto con qualche persona più alta e stimata egli non fece mai mistero della sua disposizione ad uccidere l’imperatore d’Austria sempre quando gli se ne presentasse il destro, accertando di non avere, oltre a questo, altri fini politici».

Ciò riferiva il sottoprefetto di Volterra, precisando che il Ragosa «è solito discostarsi assai di frequente da Montecatini, per fare delle gite a Livorno, Pisa e Firenze, in compagnia quando del Commendatore Serpieri, quando degli Ingegneri Schneider e Papini per interessi».

Fu tenuto sempre sotto stretto controllo, nonostante i rapporti rassicuranti delle autorità di sorveglianza sul suo comportamento, come questa informativa giunta dalla sottoprefettura di Viterbo al sottoprefetto di Volterra il 3 marzo 1885:

«Il Ragosa Donato ha dimorato ad intervalli in Toscanella dalla metà del 1883 in poi, anco teneva in affitto una farmacia che egli esercitava personalmente. Durante il tempo della sua permanenza in detto comune non die’ mai motivo a rimarchi né a censure di sorta, e soltanto fu sempre accuratamente vigilato per le sue idee politiche avanzate e per essere stato l’amico e il compagno di Oberdank. E poiché egli era solito fare frequenti gite per la sua professione di chimico a Roma, Orvieto, Frosinone, e da ultimo in codesto circondario, così ogni sua gita veniva da me segnalata alle autorità politiche dei luoghi ove si recava per la debita sorveglianza, ma devo ritenere che ovunque abbia mantenuto una regolare condotta, per non essere mai pervenuto a questi uffici sul di lui conto, lagnanze di sorta».

Oppure la nota con cui il questore di Viterbo, Serrao, in data 10 marzo 1885 riportava al prefetto di Pisa che «l’altro anno, in seguito all’attentato commesso sulla linea ferrata da Montalto a […], mentre doveva passare il treno reale, ebbe a subire una perquisizione domiciliare, ma nulla risultò a suo carico».

Ma poi ne giungevano anche altre un po’ meno tranquillizzanti, o sopravvenivano episodi sui quali indagare era assolutamente d’obbligo, quale la segnalazione del sottoprefetto del 3 marzo 1885:

«Il noto Ragosa Donato, oggetto del mio telegramma di questa mattina, partì da Montecatini la sera del primo corrente per Pisa, in compagnia dell’Ingegnere Direttore di quella Miniera Aroldo Schneider, per conferire, a quanto ne si dice, col Signor Serpieri Giovanni, residente in codesta città. Di tale partenza soltanto ieri sera il Comandante dei R.R. Carabinieri di Montecatini poté assicurarsene, poiché il Ragosa mosse dalla Miniera con carrozza particolare di proprietà del Sig. Schneider, senza passare da quel paese che dista circa due chilometri».

Alla quale faceva seguito l’ansioso rapporto inoltrato alla prefettura dal capitano dei Carabinieri della Compagnia di Pisa:

«[…] Il noto Ragosa Donato compagno di Oberdank, assolto dai tribunali, che trovasi presentemente impiegato nelle miniere di Montecatini Val di Cecina, nelle ore pom. del 1° andante si recò insieme al Direttore della Miniera suindicata, a Pisa, onde conferire col Sig. Serpieri Giovanni di questa città […] Mentre porto ciò a conoscenza della S.V. Illustrissima per opportuna intelligenza mi riservo di farle conoscere, se mi sarà dato di saperlo, il vero motivo di questo viaggio».

Tutte circostanze poco rasserenanti che non inducevano certo ad abbassare la guardia. Tanto che il prefetto, in risposta ad una domanda del sottoprefetto relativa alla richiesta di porto d’armi del «noto irredentista repubblicano», ritenne che, «dati i precedenti, non sia il caso di fornire a Ragosa Donato la licenza di caccia e di porto d’armi».

La tensione si manteneva alta e tale rimaneva l’attenzione rivolta ad ogni sua attività che, seppur apparentemente innocua, veniva comunque valutata potenzialmente pericolosa. Tant’è che i suoi dati personali, «età 29 anni, statura m. 1,85, corporatura snella, colorito pallido, capelli castani, barba e occhi idem, naso aquilino, bocca regolare, fronte alta», erano stati capillarmente diffusi dal sottoprefetto, che si era reso obbligato di comunicare tempestivamente alla prefettura come in ogni circostanza «il medesimo andrà vestito, quante volte si muoverà da Montecatini diretto a cotesta località».

Fino a che, giunti al 1° marzo 1886, la sottoprefettura di Volterra comunicava al prefetto di Pisa, e quindi al sottoprefetto di Frosinone ed al ministro degli Interni, che «a quanto sembra, Ragosa ha abbandonato definitivamente Montecatini Val di Cecina, asportando il mobilio ed altri effetti di sua pertinenza nella città di Frosinone ove pare voglia stabilire il suo domicilio».

Con la sua partenza si allenteranno i controlli e le misure di sicurezza su Montecatini dove, comunque, la presenza di un personaggio come Ragosa avrebbe inevitabilmente lasciato traccia.

E forse non casualmente già il 4 ottobre 1885 ben 62 soci avevano dato vita in paese ad un collegio artigiano affiliato alla Fratellanza di Firenze, preludio alla nascita, quattro anni più tardi, del Circolo Operaio Istruttivo e Ricreativo di forte ispirazione socialista, fondato il primo di agosto del 1889.

Ragosa, che nel frattempo, come comunicava il sottoprefetto di Volterra in data 21 marzo 1885, si era unito in matrimonio a Toscanella (questo era il nome di Tuscania fino al 1911) con una signorina del luogo, certa Francesca Pasquali. Al che, il 29 marzo dal Ministero dell’Interno si ingiungeva al prefetto di Pisa di stabilire le «accurate disposizioni di vigilanza che il noto Ragosa Donato partì il 22 corrente da Toscanella colla moglie Pasquali Francesca, diretto a Pisa, Firenze e Venezia».

Della sua vita trascorsa nella cittadina del viterbese poco sappiamo, se non ciò che è possibile ricavare da un articolo del quotidiano “La Stampa Sera” del primo maggio 1934:

«[…] Quando il farmacista Donato Ragosa giunse a Toscanella per esercitarvi la sua professione, […] la sua figura apparve circondata di mistero […] e tosto voci paurose si diffusero attorno a lui: era un alleato del diavolo, un miscredente, un manipolatore di bombe, un regicida, un mago che sapeva le arti fascinatrici e s’era persino predetto il giorno in cui doveva morire. Ad avvalorare queste voci giovava il fatto che la polizia lo sorvegliava ed il sindaco, il parroco, il medico – che nei paesi sono i naturali alleati del farmacista – e i più assidui frequentatori della farmacia non lo guardavano neppure e lo schivavano. Il giovane farmacista amava i fanciulli e gli uccelli. Spesso i ragazzi, spinti dalle stesse misteriose voci che si sussurravano contro di lui, entravano con un pretesto nella farmacia ed egli distribuiva a tutti qualche caramella, dapprima ritenuta stregata ed avvelenata, ma, poi accolta e gustata volentieri quando si provò che non faceva alcun male. Di uccelli ne aveva nell’esercizio una trentina e, non potendo conversare con gli uomini, si affaticava ad insegnare il canto ai pennuti. Prestò divenne vecchio e stanco: s’era lasciata crescere la barba, folta e lunga, a circondargli il volto bianco e scarno: aveva uno sguardo profondo, animato di infinita bontà; parlava lento, a scatti, con voce profonda e un po’ velata, ma nulla mai diceva di sé, o se vi accennava era come se parlasse di cose tanto lontane e da tempo sepolte. Si considerava un sopravvissuto ed in realtà chi l’avvicinava l’avrebbe giudicato tale. Aveva desiderato morire, eroicamente, ma la morte non volle ghermirlo: invece l’aveva ghermito la calunnia dei pavidi, il sussurro degli imbelli, l’indifferenza dei vili ed era tornato ai lambicchi ed alle storte di Toscanella, vivendo in silenzio con la sua passione secreta, pacificando il suo spirito nel contatto quotidiano della gente più umile della Maremma […]».

Della moglie ci è dato invece di sapere che, ormai vedova da circa sei anni, nel 1915 con l’inizio della Grande Guerra partì come crocerossina e fece rientro a Tuscania solo al termine del conflitto. Tale fu la sua dedizione che la Croce Rossa Italiana, sul finire dell’anno 1919, la propose al Ministero degli Interni per la medaglia d’argento al merito della Salute Pubblica. Sembra, tuttavia, che a causa di disguidi burocratici, non sia mai stata insignita di questa onorificenza ma solamente di un attestato.

Donato Ragosa morì a Tuscania il primo di febbraio 1909; era nato a Buja, cittadina istriana, nel 1856. Nel cimitero di Tuscania – storica località dove una via porta il suo nome – una lapide lo ricorda con queste parole:

LA VIRTÙ E L’ARDIRE / CHE /
PER L’AMBITO RISCATTO DEL PAESE NATIO / TENACEMENTE AVVINSERO / L’ANIMO DI DONATO RAGOSA / MORTO A TUSCANIA A 52 ANNI / IL 1° FEBBRAIO 1909 / INSEGNINO / QUANTO DEBBA ESSERE SACRO IN PETTO ITALIANO / IL SENTIMENTO DELLA PATRIA

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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