Filica la ben disposta

Da un graffito latino la prova che a Populonia in epoca romana si praticava la prostituzione sacra?

Nel 2005, scavando sull’Acropoli di Populonia, davanti alla facciata delle Logge, gli archeologi hanno trovato un frammento di coppa in terracotta, sul quale, nel II secolo a. C., qualcuno ha inciso, in lingua latina, la scritta FILICA L P, che si può interpretare come Filica L(ibens) P(osuit), cioè “Filica dedicò volentieri”, facendo riferimento all’uso di scrivere il proprio nome sugli oggetti che venivano donati agli dei nel loro tempio.

Ma chi era questa Filica? Con ogni probabilità, come testimonia il suo nome greco, Philikà, si tratta di una schiava, la quale però, evidentemente, poteva prendere l’iniziativa di fare un’offerta personale alla divinità di cui era devota. Nel mondo greco e romano le prostitute avevano spesso un “nome parlante“ o, se si vuole, un “nome di battaglia”, che si riferiva alla loro attività, come ad esempio Leena “la leonessa”, Dorkas “la gazzella”, Glycera “la dolce”, Melitta “la mielosa”, Ioessa “la violetta”, Pannychis “sveglia tutta la notte” e appunto la nostra Philikà o Filica, “l’amorevole, l’amabile, la ben disposta”.

È proprio questo significato che, unito al contesto religioso, secondo il professor Daniele Manacorda ci può condurre ad un fenomeno dell’antichità molto particolare, cioè la ierodoulìa o “prostituzione sacra”, che quindi potrebbe essere esistita anche a Populonia. Essa consisteva nella pratica, da parte di donne appartenenti al tempio della divinità (soprattutto Afrodite/Venere, dea dell’amore), di avere rapporti sessuali con i fedeli nell’ambito del culto religioso, in prevalenza all’interno degli stessi luoghi sacri, come forma, almeno in origine, di rito di fertilità o comunque di comunicazione col divino. Il fedele, dopo la “prestazione”, lasciava un compenso in denaro che andava ad arricchire il tesoro del tempio.

Gli storici antichi ci testimoniano che nel santuario di Afrodite a Corinto ben 1.000 ierodule (schiave sacre) svolgevano le loro funzioni, e simile era l’organizzazione della prostituzione sacra anche nel santuario di Venere a Erice, in Sicilia. Si trattava di schiave che erano state donate al tempio da qualche ricco devoto, per fare un dono alla dea o per adempiere un voto, ma talvolta erano anche donne libere povere che, per farsi una dote che permettesse loro di sposarsi, esercitavano la prostituzione all’interno del santuario, quindi in una forma “sacra” e socialmente accettata, tanto che, come dice lo storico greco Strabone, nessuno riteneva cosa indegna prenderle in moglie.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 19 (luglio-agosto 2017)

Piero Cavicchi

Piero Cavicchi

Si è laureato in glottologia nel 1976 presso l’Università di Pisa. Ha insegnato materie letterarie all’ITI Pacinotti di Piombino fino al 2012. I suoi interessi e la sue pubblicazioni sono inerenti alla dialettologia, all’onomastica etrusca e latina ed alla toponomastica.

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