Fiumi ed altri recipienti delle acque

La situazione idrogeologica a Campiglia tra ‘700 e ‘800

Una delle maggiori preoccupazioni del giovane e illuminato granduca di Toscana Pietro Leopoldo era stata fin dall’inizio del suo governo la gestione delle acque. Aveva ereditato uno stato particolarmente fragile dal punto di vista del rischio idrogeologico, soprattutto nella parte costiera più pianeggiante, dove le piene invernali rappresentavano una minaccia costante per i terreni coltivati e quindi un freno allo sviluppo dell’agricoltura.

Il sovrano cercò di risolvere il problema bonificando diverse zone della Toscana ed emanado una serie di regolamenti ad hoc per far sì che i corsi d’acqua fossero mantenuti in buono stato dai possessori dei terreni limitrofi, ai quali spettava l’onere di curare gli argini.

In Maremma la situazione era molto più complessa, quasi disperata, e infatti neanche il volenterosissimo Pietro Leopoldo riuscì a migliorare più di tanto lo stato delle cose.

I proprietari terrieri non volevano saperne di spendere i loro soldi per contribuire alla manutenzione dei corsi d’acqua e le Comunità erano costrette ad arrangiarsi.

Per cercare di dare una scossa, l’8 novembre 1786, il granduca emanò un motuproprio che riordinava tutto il settore con nuove disposizioni, almeno all’apparenza, più incisive.

Il documento iniziava spiegando i motivi che avevano portato a questo regolamento: «Sua Altezza Reale, avendo avuto luogo di osservare che diversi alvei e recipienti di acque, tanto primari che secondari, non sono tenuti dalle respettive masse degl’interessati, amministrazioni pubbliche ed altri in quel buon grado che richiede l’interesse universale; ed essendo perciò pur troppo da temersi che ritornino ad essere infrigiditi e dannificati quei terreni che con gravi spese e lungo lasso di tempo sono stati prosciugati e già ridotti a coltura; ha rivolte le sue paterne premure sopra questo importante oggetto».

Dopo questa premessa, si ordinava l’esecuzione di un vero e proprio censimento dei corsi d’acqua, che avrebbe dovuto essere effettuato dai giudici che operavano nelle varie comunità toscane: «i Giusdicenti tutti dello Stato dovranno con sollecitudine ed esattezza prender cognizione di ogni e qualunque fiume, torrente, rio, fosso pubblico di scolo, lago, palude, porto, ecc. compreso nei respettivi territori di loro giurisdizione civile, per quanto si estendano e per quanto siano giacenti nella pianura o possano produrre trabocchi e ristagni dannosi all’agricoltura e alla salute pubblica, che sono i primari oggetti che meritano la più seria attenzione del Governo».

La legge introduceva un nuovo strumento, un apposito registro per annotare i risultati delle periodiche ricognizioni effettuate sui corsi d’acqua: «prese che essi avranno le più accurate informazioni e notizie, dovranno, ciascuno per suo Territorio di giurisdizione civile, formare un libro da intitolarsi “Campione dei fiumi o altri recipienti delle acque” nel quale saranno descritti i fiumi, torrenti, rii, canali e fossi pubblici di scolo situati nella propria giurisdizioneDentro il mese di Maggio di ciaschedun anno, dovrà ogni Giusdicente, coll’assistenza del Provveditore di strade delle respettive Comunità, come perito per istruzione dell’animo suo, fare una visita ai fiumi, torrenti, ecc. descritti nel proprio Campione».

A queste ricognizioni periodiche partecipavano anche i rappresentanti dei proprietari dei terreni attraversati dai corsi d’acqua, perché gli interessati fossero a conoscenza degli interventi di manutenzione necessari: «le regolari scavazioni e ripulimenti, come pure i tagli dell’erbe palustri, e tuttociò che tende a rimuovere gl’impedimenti al corso naturale dell’acque, onde derivano i trabocchi, i ristagni, la perdita della navigazione, dell’abbeveraggio, ecc.»

Il motuproprio granducale ordinava che il registro fosse conservato diligentemente nell’archivio del tribunale di competenza, in modo tale che il Governo potesse in qualsiasi momento verificare la situazione idrogeologica delle varie comunità dello Stato.

Campiglia, il giudice che per primo mise in pratica gli ordini emanati dal granduca, nel novembre del 1786, fu il vicario Pietro Lami.

Nel 1787, egli iniziò il registro che ancora oggi si conserva nell’archivio comunale. Il documento è intitolato Campione dei fiumi ed altri recipienti delle acque del Vicariato di Campiglia.

La visita dei corsi d’acqua campigliesi iniziò il 9 maggio 1787.

Scrive il Lami: «furono per me infrascritto vicario per Sua Altezza Reale di Campiglia incominciate le visite de’ fiumi, fossi, scoli etc… in compagnia del Sig. Gaetano Tardò, in luogo del Sig. Sebastiano Freschi Provveditore di Strade della Comunità, e del Sig. Domenico Malfatti che, come uno de’ maggiori possidenti, mostrò desiderio d’intervenire».

Da quella data, fino al 29 luglio 1825, i vicari di Campiglia effettuarono le loro visite con cadenza regolare. Non sempre però i loro ordini furono rispettati perché, come abbiamo già detto, i proprietari si dimostrarono alquanto insensibili in materia.

Questo atteggiamento ostruzionistico rese necessario l’uso delle maniere forti. In più di un’occasione si dovette ricorrere alle minacce e alla pubblicazione di editti, come quello del 1789: «l’Illustrissimo Signor Vicario per Sua Altezza Reale di Campiglia, avendo veduto che finora i Campigliesi non si sono messi d’accordo per dare esecuzione ai lavori progettati in seguito degli ordini sovrani dal matematico regio dottor Pietro Ferroni, per conseguire il più regolare scolo delle acque ed il risanamento di questa pianura di Campiglia, non ostante che spetti ad essi di supplire alla spesa… viene loro assegnato tempo fino al 15 dicembre 1789 ad avere incominciato ad eseguire l’escavazione e ripulimento dei sopradescritti fossi a regola d’arte terminando i lavori entro il 30 aprile 1790».

Leggendo il Campione dei fiumi possiamo farci un’idea piuttosto precisa dello stato in cui si trovavano i corsi d’acqua della pianura campigliese nel periodo compreso tra gli ultimi anni del Settecento e il primo quarto dell’Ottocento.

 

Il Fosso Cosimo

Il Fosso Cosimo fu fatto scavare nel Seicento dal Governo come scolmatore della Cornia, per evitare che le piene del fiume danneggiassero continuamente le campagne circostanti. Nonostante l’ingente spesa però, l’obbiettivo non fu raggiunto.

Nel Campione dei fiumi, il Fosso Cosimo è descritto così: «ha il suo principio nel paduletto del Sig. Domenico Malfatti al mezzogiorno di Campiglia, benché si veda un’imboccatura, che va alla siepe della Bandita delle Cavalle, quale è quasi affatto ripiena. Da detto paduletto va in linea retta nello Stato di Piombino, avendo un’estensione di circa un miglio e mezzo per il territorio di Campiglia. La larghezza di questo fosso è di braccia 10».

Nel 1788 fu trovato «in tutto il suo letto ingombro di canne palustri, giunchi, erbe e corpi che impediscono il libero corso dell’acqua, ed esser anche molto ripieno e bisognoso insomma di ripulimento ed escavazione».

L’anno successivo la situazione non era migliorata e il fosso era ancora «per tutto il tratto in Bandita circondato di macchia e pieno d’erbe palustri e dopo smacchiato ma talmente pieno di canne che le acque ristagnavano, con varie rotte nell’argine che causavano ristagni d’acqua nei campi seminati».

Non si fece nulla e, nel biennio 1790-91, il Fosso Cosimo rimase ancora pieno di erbe palustri e di «motai». Nel ‘92 invece fu trovato in ottimo stato, essendo stato scavato di recente, e così si mantenne per qualche anno, anche se la vegetazione ricresceva molto velocemente e il letto del fiume tendeva ad interrarsi.

Nel ‘93 infatti, nonostante lo scavo dell’anno precedente, «aveva fatta buona alzata».

I periodici interventi di ripulitura e di scavo riuscivano comunque a mantenere il fosso in condizioni decenti, ma la situazione peggiorava di anno in anno.

Nel 1815, fu accertato che «principiando dalla sua origine dal paduletto della Malfatti ha il canale tutto ripieno di schianza, canna e erbe palustri che impediscano il libero corso delle acque… il suo alveo in qualche punto ristretto dalle smotte seguite sull’argine per la parte della strada». Inoltre fu osservato che «sopra questo fosso vi era un ponte, quasi di faccia alla casetta del signor Montemerli… costruito di legname, il quale avendo un poco piegato è venuto con la schiamza, canne ed erbe palustri che sono sotto del medesimo, come superiormente e inferiormente, a chiudere quasi affatto il corso delle acque».

Fu disposto quindi di scavare e ripulire l’alveo del fosso e rifare il ponte, ampliandone la luce.

In breve tempo però la vegetazione prese nuovamente il sopravvento.

 

La Fossa del Diavolo

La Fossa del Diavolo «ha il suo principio dalla siepe della Bandita detta delle Cavalle, attraversa il Fosso Cosimo ed entra nello Stato di Piombino. L’estensione sua per il territorio di Campiglia è di due miglia e mezzo circa. Questa fossa raccoglie le acque del Piano di Roviccione e della Bandita suddetta e siccome nel punto dove arriva nello Stato di Piombino non vi si trova il suo sfogo, le acque sono obbligate a regurgitare indietro e ritornano in detta fossa e nel Fosso Cosimo».

Nel 1788, il fosso si presentava in buone condizioni, anche se l’anno successivo e fino al ‘92 fu trovato circondato di macchia e bisognoso d’escavazione.

Nel 1793 era coperto in qualche tratto ma, tutto sommato, a posto. Si mantenne in buono stato fino alla fine del secolo.

Nel 1800 necessitava di ripulimento, a causa delle erbe palustri e di alcuni «ridossi» che si erano formati nel suo letto.

Negli anni successivi fu trovato quasi sempre ingombro di erbe palustri e vegetazione, specialmente nel punto dove imboccava nel Fosso Cosimo, che tendeva ad ostruirsi con facilità.

 

La Cornia o Fosso Reale

Il fiume Cornia era detto anche “Fosso Reale”. Dal 1550 infatti, anno in cui la duchessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici, aveva preso in affitto le terre della Comunità di Campiglia, la manutenzione di un notevole tratto del fiume era passata nelle mani del Governo. Questo perché la Cornia scorreva per un lungo tratto all’interno delle bandite prese in affitto dai Medici, quella dei Pulledri e quella delle Cavalle. Quando le due tenute furono acquistate dal ricco pisano Sisto Felice Benvenuti, nel 1788, il Governo si considerò sollevato dall’obbligo di provvedere alla cura del fiume, che ricadde sul nuovo proprietario.

Tuttavia, dopo le disastrose piene dell’8 settembre 1835 e del 30 settembre 1836, che avevano causato ingenti danni agli argini,  il nipote del Benvenuti si era rifiutato di sobbarcarsi per intero le spese e aveva chiamato in causa lo Stato e tutti gli altri proprietari dei terreni lungo la Cornia. Il giudice però dette torto al Benvenuti, che dovette pagare tutto di tasca sua.

Nel Campione delle acque, la Cornia è descritta così: «Il Fosso Reale arginato, detto La Cornia, ha il suo principio da’ monti di Gelfalco e, venendo verso la Leccia, si ingrandisce nel prendere le acque di altri fossi, passa dal piano di Suvereto, Stato di Piombino, ed entra nel territorio di Campiglia a levante e, per il corso di circa un miglio, arriva alla Bandita, quale attraversa per il corso di due miglia, e arriva al Guado al Lupo, seguita il suo corso fra le terre dei particolari e, dopo lo spazio di circa tre miglia, entra nello Stato di Piombino dove, non essendo più arginato, si spande a seconda dell’acque e questo luogo per ciò vien detto “Gli Spargitoi” e “Padule” o stagno».

Nel 1789, il fiume era a posto dal confine di Suvereto fino in Bandita, nel punto in cui la via Emilia attraversava il fiume, dove si trovava una frana. Quando le acque ingrossavano, infatti, erodevano la strada. L’unico modo per evitare questo continuo danneggiamento della strada sarebbe stato quello di costruire dei «bastioni» o un «forte muro». Dal ponte in poi, il fiume è abbastanza in ordine, fino al Campo alla Croce, dove ci sono due «rotte» nell’argine. Altre due si trovano alla lavoriera Merciai e causano danni alle semente nei campi adiacenti che, per questo motivo, restano di fatto incolti.

Le rotte si formavano perché il letto del fiume, nello Stato di Piombino, era troppo stretto e mal tenuto e le acque erano costrette a «tornare indietro».

Nel 1791, le rotte si sono ingrandite e se ne sono formate altre due, alla “Pedata” e al “Guado a Lupo”.

Nel 1793, vengono riparate le rotte, ma l’anno successivo si riformano alle “Pedate dell’Affitto” e al “Guado al Lupo”.

Nel ‘96 ce ne sono due al “Campo alla Croce”. L’anno seguente, gli ispettori hanno modo di osservare durante la loro visita «molte persone che riattavano le rotture osservate nell’argine».

I lavori però non risolvono il problema che, ogni anno, si ripresenta puntualmente nei soliti posti. Nel ‘99, c’è una rotta nell’argine destro nei pressi del Campo alla Croce e un’altra sta per formarsi presso i beni di Domenico Merciai. I visitatori si lamentano del fatto che queste continue rotte si formano per «non esser proseguita la bocca del fiume fino allo stagno di Piombino».

Nel 1800, preoccupa la rotta del Campo alla Croce perché minaccia i beni di Giovanni Gestri.

Quattro anni dopo, l’argine è stato risistemato, ma sembra non reggere ugualmente: «nel Campo alle Croci dalla parte opposta al fiume avvi uno scavo fatto verisimilmente dalla piena, per cui quando piove l’acqua che… in detto scavo feltra l’argine nuovo e va nel fiume, ragione per cui facilmente rompesi l’argine restaurato». Sempre nel solito luogo c’è anche «una buca che trapassa l’argine vecchio da una parte all’altra e che ad una piena della Cornia può facilmente farsi nuova rottura all’argine per la quale venghino a spargersi le acque per la Lavoriera».

Nel 1815, la Cornia ha il letto «ripieno» verso i Forni di Suvereto e le sponde sono ingombre di alberi e macchie. Al passo di Roviccione è necessario rialzare la «pedata» della strada dalla parte di Campiglia, per impedire i «trabocchi». Il bestiame ha danneggiato gli argini, che sono pieni di vegetazione. Come al solito le rotte non mancano e nell’alveo ci sono non pochi ingombri: «macchie, canneti ed altro che all’occasione delle grandi escrescenze di questo fiume devano servire di ostacolo al corso delle acque».

Nel 1824, c’è bisogno di «accomodare le rotture sull’argine esistente al Campo detto di San Michele, come pure di tappare le bocchette che vi esistono, ed in luogo detto il Guado al Lupo sarebbe necessario farci una steccaia per deviare le acque prima che venga corroso l’argine che potrebbe arrecare del danno».

I lavori auspicati però non vengono realizzati e al Guado al Lupo, l’anno seguente, «le acque hanno corroso e fatto un guasto lungo i beni degli eredi Lega e più sotto, e precisamente dalla parte dei beni di Giuseppe Tognetti, hanno corroso in guisa che l’alveo o letto del fiume è giunto quasi all’argine».

Nonostante si cerchi di fare il possibile con i 100 scudi all’anno stanziati dal Governo per la manutenzione della Cornia, la situazione resta molto precaria.

 

La Corniaccia

Il fosso chiamato Corniaccia viene descritto così: «ha il suo principio a levante di Campiglia dentro la bandita del Capannone o sia delle Cavalle, una volta chiamata la Banditaccia, seguita il suo corso per il piano di Campiglia per un miglio circa, rasenta l’altra Bandita detta “dei Polledri” e giunge al ponte non più esistente detto “di Sasso” e poco dopo trova altro fosso, che viene dal mezzo della bandita suddetta dalla parte di tramontana, attraversa la chiusa dei Signori Malfatti, detta “le Caldanelle”, dove prende il nome di “Fosso Doppio”, passa la tenuta della Lavoriera ed entra nello Stato di Piombino».

Nel 1788, la Corniaccia aveva bisogno di essere ripulita e scavata. Qualcosa negli anni successivi viene fatto, ma nel 1791, nonostante sia stato smacchiato in diversi punti, «è ancora ripieno fin quasi al pari dei campi per l’inondazione che vi fa l’acqua che vi trabocca dalla Cornia nello stato di Piombino e nella comunità di Suvereto in luogo detto la Ladronaia». I visitatori sono impotenti e non possono fare altro che prendere atto della situazione: «non si può fare niente se prima non provvedono i Piombinesi e i Suveretani a fare quello che c’è da fare».

Nel giugno del 1792 viene realizzato uno scavo del letto del fosso, ma l’anno seguente il letto è già «piuttosto ingombrato da scarza e scarzolo», termini con i quali si indicavano due tipi di piante palustri.

Nel 1794 viene realizzato un nuovo scavo fino alla Chiusa del Fedi, per il resto però il fosso è ancora completamente pieno di folta scarza.

La situazione si mantiente costante anche negli anni successivi. Nel 1804, il ponte della Corniaccia è in rovina e deve essere restaurato.

Nel 1816, «per un tratto di circa un miglio nella tenuta detta della Monaca fino alla casina del Guado al Lupo del signor Luigi Maruzzi» viene nuovamente scavata e ripulita dagli agenti dei signori Alliata e Benvenuti, ma negli anni seguenti il quadro non cambia. A causa del mancato sfogo nel piano di Piombino, la Corniaccia tende ad interrarsi e deve essere quindi continuamente scavata.

 

Il Fosso Rocchio

Il fosso detto Rocchio o di Rocchio, ma anche Verrocchio, «ha il suo principio a tramontana nella Bandita dei Polledri, seguita per detta bandita per il corso di circa un miglio ed uscendo attraversa la Lavoriera e, dopo il corso d’un altro miglio circa, entra nello Stato di Piombino».

Nel 1788, viene trovato ingombro d’erbe palustri, ripieno e quindi ha bisognoso di essere ripulito, scavato e smacchiato.

La situazione non cambia negli anni successivi. Nel 1791, il suo letto è talmente ripieno da essere arrivato «al pari dei campi».

Nel ‘92 viene ripulito e resta a posto fino al ‘96, quando gli ispettori ravvisano che il fosso si è riempito nuovamente.

Nel 1799, è «in parte scavato e in parte ripieno perché anche questo fosso non ha il necessario sfogo nel piano di Piombino».

Nel 1815, viene visitato insieme al Fosso delle Tavole ed entrambi vengono trovati «ripieni di schianza, canne e erbe palustri che appena si conosce vi scorra l’acqua… I ponti che questi due fossi hanno sullo stradone della Lavoriera furono osservati in poco buono stato e però meritevoli di riattamento».

Anche nel 1816 l’alveo del Fosso Rocchio è ripieno e «conviene che sia proseguita l’escavazione e ripulimento di questo fiume già incominciata dai signori Benvenuti, Alliata e Maruzzi».

Nel 1820, il Fosso delle Tavole ha bisogno di ripulimenti e che vengano riparati gli argini e la spalletta del ponte. Il Fosso Rocchio invece è in buono stato.

 

La Fossa Calda

La Fossa Calda, unico vero fiume di Campiglia, per l’abbondanza e la costanza del suo flusso, viene descritto come «il recipiente dell’acque che una volta mandavano il forno ed inoggi mandano i mulini, entra in Bandita de’ Polledri e seguita per il corso di un miglio, esce fuori e va al luogo detto “il Mulinaccio” ove si spande e forma il così detto “Padule di Mulinaccio”».

La grande importanza della Fossa Calda nell’economia campigliese e non solo, giustifica l’accuratezza con la quale venivano svolte le visite a questo corso d’acqua.

Nel 1787, si osserva che: «al Mulino di Fondo, lungo la Fossa Calda, vi dovrebbe essere un occhio solamente e ve ne sono due, che uno largo 11 soldi; questo solo deve lasciarsi per uso del mulino e serrare l’altro che butta troppa acqua e fa dei ristagni, e quest’acqua medesima va fatta ritornare dentro la Fossa Calda».

Il padule che si forma in quel luogo è detto «delle Caldanelle, il quale fu veduto essere originato dall’abondanza dell’acque che escono dalla Fossa Calda in luogo detto il Mulino di Fondo».

In generale poi «Tutto il canale della Fossa Calda va ripulito dalle piante cadutevi, che infradiciscono e tengono in collo le acque, e va ancora ricavato».

E più avanti, «ai campi della Fossa Calda verso il Mulinaccio esservi delle paludi molto estese, formate dall’acqua che esce dai ripari, sì perché dal punto detto il Passo Piombinese fino a detto Mulinaccio vi sono in detta fossa molti ingombri di piante tagliate, come pure perché in detto Mulinaccio, che è del Sig. Desideri di Populonia, si tengono sempre chiuse le cateratte».

Nel 1789, la Fossa Calda, viene trovata a posto dalla sorgente fino al mulino del Desideri, mentre nel tratto successivo che porta al mulino del Montemerli è ripiena e bisognosa d’escavazione: «arrivati a detto mulino… l’acqua suddetta non era incanalata fino al punto in cui si divide in due rami, che vanno diametralmente opposti, il che ha prodotto una specie di lago di piccola estensione facilissimo a prosciugarsi».

La fossa deve essere scavata anche lungo tutto il tratto fino al Mulinaccio, perché l’interramento dell’alveo ha prodotto, fuori della bandita della Pulledraia, un ristagno «di figura quasi sferica con circonferenza di circa 300 braccia», ovvero 175 metri.

Nel 1791, la Fossa Calda era stata scavata nel tratto che andava dal vecchio distendino fino alla gora del mulino dei Montemerli, ma per il resto era ancora «ripiena» come negli anni precedenti.

Nel 1796, fu trovata abbastanza in ordine, eccetto che nel punto in cui attraversa la strada che va a Piombino e Torre Nuova, dove si era formata una «pescina».

I problemi lungo la strada piombinese, l’attuale via delle Caldanelle, perdurarono anche negli anni successivi, nonostante i tentativi fatti per risolvere la situazione.

Nel 1799, il capitano Pezzella fece notare che «la strada piombinese verso Le Scope e la Porta al Ferro era impraticabile per l’acqua che vi si ritrovava e che quella sortiva dalla Fossa Calda per quel tratto che dalla strada da Campiglia porta a Piombino fino al Mulinaccio». In quello stesso anno fu ordinato di ripulire il letto e accomodare diverse buche che si trovavano nell’argine destro della gora del Mulinaccio.

Quella zona era senza dubbio la più dissestata e, nel 1816, si scrive che la Fossa Calda «poco sopra il Mulinaccio, e precisamente nell’appezzamento del Nannicini, ha una rotta per la quale sorte una quantità d’acque che vanno a spandersi sui terreni inferiori… merita di essere scavato l’antico bottaccio del Mulinaccio che è ripieno e fa traripare le acque nei Diacci Vecchi della signora Bongi».

Nel 1825, «in prossimità del ponte dalla parte di tramontana esiste una rottura da cui le acque traboccano e si spargono nella strada. Le macchie esistenti nelle rive o bordi di detto rio sporgono universalmente nell’alveo in guisa che impediscono il corso delle acque e danno luogo a dei ristagni».

 

Il Lago di Rimigliano

La Fossa Calda si gettava nella pianura di Rimigliano, alimentando un grande lago, sulla cui storia ci siamo già soffermati in un precedente numero di questa rivista.

Così il bacino viene descritto nel 1787: «Il lago di Rimigliano, altrimenti detto il Lago di Campiglia, è situato nel piano di Campiglia a ponente, distante un tiro di stioppo dal mare. La sua circonferenza è di circa miglia cinque. Le acque della Fossa Calda sopra descritta lo tengono ripieno specialmente d’inverno».

Il lago fu sempre trovato più o meno nelle stesse condizioni. La sua estensione si manteneva costante da un anno all’altro e l’attenzione degli ispettori si concentrava soprattutto sulle condizioni del suo emissario.

Nel 1789, il fosso di scolo che passa sotto Torre Nuova è pieno e privo d’argine. L’anno seguente il suo stato è addirittura peggiorato perché, oltre ad essere ripieno, «butta delle fetide esalazioni».

Nella relazione del 1794, si dice che «il Fosso di Torre Nuova ha origine per la parte di levante dal chiaro del lago di Rimigliano, dal quale riceve le acque, raccogliendone una piccola porzione dal padule denominato Mazzaferro scorre verso il mare per un tratto di circa 210 pertiche ed è anche oggi incanalato dal punto del caterattino fino al mare, essendosi superiormente al detto punto convertito in padule, ed è altresì sotto il caterattino disarginato a ponente in più luoghi, ove alquanto si estende con le acque quali passano sotto il ponte».

Nel 1797, il tenente castellano di Torre Nuova dichiara di avere scritto al Governo riguardo al ripulimento del fosso, senza però avere avuto risposta.

I lavori vengono finalmente eseguiti e, nel 1798, il fosso è pulito e a posto. In pochi anni però si riempie nuovamente e la situazione torna quella di prima.

 

Il Rio Merdancio

Il Rio Merdancio «comincia dal piano di Suvereto a tramontana, scorre lungo la Cornia nel piano di Campiglia, ha breve corso e rimette le sue acque nella Cornia».

Nel 1788, secondo gli ispettori, il Rio Merdancio si trovava in buono stato. L’anno successivo invece fu messo a verbale che «detto fosso nello Stato di Piombino aveva il letto ripieno di macchia e quasi al pari del terreno e che per i campi adiacenti, che posavano nel Granducato a confine, vi esistevano dell’acque stagnanti in piccola quantità, quali… sortono fuori dal predetto fosso allora quando ingrossa, per non essere nello Stato di Piombino scavato e ripulito… le medesime vanno la maggior parte delle volte ad inondare i campi al piano di Ulceratico lungo i quali scorre con danno notabile delle semente.

E proseguendo il cammino lungo detto fosso per il suddetto piano d’Ulceratico… essere il medesimo scavato e stare a dovere dal suddetto confine in giù per entrare nel Granducato per tutto quel tratto in cui vi sono adiacenti i beni del Sig. Cav. Alliata ed il prato appartenente alla Magona, avendo bisogno nel resto, quasi per tutta la sua estensione, d’esser scavato per essere ripieno il letto d’erbe palustri, acque stagnanti e folta macchia; e solo in quella parte che scorre per Bandita fu riconosciuto abbastanza profondo, ma con della macchia all’intorno e con una pruna nel punto in cui imbocca nella Cornia».

Negli anni Novanta la situazione non cambia e, nel ‘95, il Rio Merdancio era talmente ripieno che «in alcuni punti non vi era più segnale di fosso». Nel ‘96 viene descritto come «ripieno dalla strada di Roviccione fino all’imboccatura della Cornia».

Nel ‘99, è stato ripulito, ma già l’anno seguente, dalla strada di Roviccione fino all’imboccatura nella Cornia, è incapace di ricevere le acque «in tempo di escrescenze».

Nell’Ottocento la situazione si mantiene critica. Nel 1820 ha bisogno di essere ripulito dalla strada di Vignale fino alla Mezzaluna di Bandita. Nel ‘25 gli argini devono essere smacchiati ma non è necessario scavare l’alveo.

 

Il Prezzanese

Il Fosso Prezzanese, detto anche del Pero Sanese, nasceva «sotto Campiglia, dalla parte ove rimane la via di Citerna, scorre quasi in linea retta verso il piano, passa dalle Colombaie e lungo la strada detta di Mezzo, che conduce al confine con lo Stato di Piombino ed imbocca nel Rio Merdancio, nel piano d’Ulceratico, sulla strada Emilia».

Nel 1789, fu osservato che «dalla sua imboccatura fino alle Colombaie aveva il suo antico canale che aveva bisogno di escavazione nella sua maggior parte per essere ripieno di macchie e d’erba… che avevano deviato da detto canale l’acque le quali scorrevano per la strada che conduce al confino di Piombino in quella parte specialmente che rimane adiacente ad un campo del signor cavaliere Alliata». La situazione era stata aggravata da una «chiusa» realizzata in un prato dai Del Mancino.

L’anno seguente il fosso era ancora «scanalato e bisognoso di essere rimesso nei suoi canali», operazione che nel ‘91 era stata portata a termine.

Per almeno un decennio, il fosso viene mantenuto in buono stato, grazie alla solerzia dei proprietari dei terreni attraversati.

Nel ‘98 c’è bisogno solo di un piccolo scavo nel punto dove il fosso sbocca nella vigna dei fratelli Nannicini, che diligentemente provvedono ai lavori.

Per diversi anni non ci fu bisogno di interventi particolarmente complessi, solo ordinaria manutenzione.

Nel 1825 invece, la situazione sembra essere peggiorata e «in diversi punti dell’alveo esistono degli ingombri che è necessario rimuovere per impedire i ristagni», mentre gli argini sono pieni di macchie.

 

L’incredibile progetto

Il Campione dei fiumi di Campiglia ci mette al corrente di un progetto idraulico che per noi oggi ha dell’incredibile ma che, evidentemente, all’epoca era considerato sensato.

Le continue e improvvise inondazioni della Cornia rappresentavano una vera e propria calamità per l’agricoltura.

Il carattere torrentizio di quel fiume, che per lunghi periodi dell’anno rimaneva quasi completamente a secco, favorendo la crescita di una folta vegetazione all’interno del suo letto, rendevano necessari continui interventi di smacchiamento.

Poi c’era il problema degli argini che si rompevano con facilità, soprattutto nel tratto sotto la via Emilia, dal Guado al Lupo verso Piombino. Non esistendo un vero sbocco a mare, ad ogni piena il livello delle acque si alzava di molto, sottoponendo i già fragili argini ad una pressione eccessiva.

Qualcuno allora, per cercare di risolvere il problema, fece un’ipotesi azzardata, che però fu presa in considerazione, anche se poi alla fine non se ne fece di nulla.

Era il 19 maggio 1787 quando il vicario di Campiglia annotò sul suo registro la seguente relazione: «fu per me proceduto in compagnia del Sig. provveditore e del Sig. Domenico Malfatti e Giovanni Campai, come possidenti, alla visita del Fosso Reale o sia Cornia, e fu veduto essere gl’argini in moltissime parti rotti ed aperti, con grave pregiudizio delle campagne adiacenti. Fu detto che la spesa sarebbe assai considerabile per resarcirli e non ostante non si otterrebbe di tenere incanalato… essendosi osservato che le inondazioni sono costanti e ascendono a braccia 6.500 i terreni che restano ordinariamente sommersi.

Fu seriamente considerato il progetto di troncare il corso della Cornia nel punto in cui, escendo dalla Bandita detta delle Cavalle, fa gomito e si chiama “Guado al Lupo” oppure “la Mezzaluna”, e andare a trovare la Fossa Calda verso il Padule del Mulinaccio o altro punto che fosse creduto più proprio da un perito ingegnere. Dato questo nuovo corso alla Cornia, fu generalmente creduto che si dovessero risentirne gl’opportuni vantaggi.

1. La Cornia avrebbe uno sfogo nel mare mediante l’apertura già stata fatta nel Lago di Rimigliano dove sbocca la Fossa Calda.

2. Si toglierebbero le pienare che frequentemente fa la Cornia, perché il suo letto spazioso in principio va restringendosi verso lo Stato di Piombino e così, non avendo sfogo, tiene in collo le acque che rompono gli argini.

3. Si manterrebbero più puliti i fossi che imboccherebbero nella Cornia, cioè Corniaccia, Fosso Doppio, Fosso di Rocchio e la Fossa Calda suddetta.

4. Resterebbe asciugato il Padule delle Caldanelle, alcuni paduletti che sono nella Bandita dei Polledri e con più facilità asciugherebbe il vasto Padule del Mulinaccio, che è il più dannoso per il territorio Campigliese.

5. Le colmate vantaggiose, che presentemente fa la Cornia agli Spargitoi nello Stato piombinese, si farebbero nel suddetto padule del Mulinaccio e al Lago di Rimigliano.

6. Si leverebbero tutte l’acque stagnanti, che dal suddetto punto produce il letto di Cornia e si ridurrebbe l’antico letto un terreno fertile e sano per la lunghezza di due miglia e mezzo in circa.

7. Si farebbe un comodo abbeveraggio per le bestie del piano di Campiglia, che viene a mancare col prosciugamento del Lago di Rimigliano.

8. L’arginazione sarebbe più comoda e più stabile ed anche di minore spesa, perché da una parte vi sarebbe l’altezza naturale del terreno».

Il 4 giugno gli ispettori proseguirono la visita, nella speranza che il progetto andasse in porto:

«fu veduta tutta l’arginazione della Cornia fino allo Stato di Piombino, tutta la Corniaccia, Fosso Cosimo, Fosso del Diavolo e Fosso Doppio, per i quali non occorrono provvedimenti se sarà approvato il progetto della Cornia come sopra, e solamente alla Corniaccia, sulla punta al Ponte di Sasso, dove confina la vedova Gianni, deve rimettersi la strada in buon ordine perché vi forma un ristagno».

Quattro giorni dopo, il vicario di Campiglia scrisse una lettera al Governo per comunicare: «l’impossibilità di fare eseguire i lavori ai fossi … dopo le visite fatte nel mese di maggio, giacché dopo questo mese mancano le persone in queste Maremme che possano fare le opere necessarie».

Fu proposto di eseguire i lavori in ottobre e illustrato nei dettagli il progetto di deviazione del corso della Cornia che però, evidentemente, venne giudicato troppo complesso e costoso.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 24 (maggio-giugno 2018)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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