Francesco Farnesi e Gemma Ranieri

Una vecchia leggenda, tramandata dagli anziani della famiglia, racconta che i Farnesi altro non sarebbero se non un ramo decaduto dell’illustrissima casata dei Farnese, che annovera fra i suoi membri famosi personaggi, diversi duchi e addirittura un papa. A questi poveri sfortunati sarebbe stato imposto di cambiare l’ultima lettera del proprio cognome, perché non più degni di riconoscersi in quella nobile stirpe. Se in quella storia, all’apparenza così inverosimile, si celi un fondo di verità non lo sappiamo, quel che invece è certo è che nel 1871 un ramo della famiglia Farnesi abitava nel comune di Campiglia, in località Lavoriera al numero 82. Sono mezzadri e il capoccia è un vecchio nato a Parrana di Collesalvetti alla fine del Settecento, Giovanni (1798-1883), vedovo di Santa Noti, che vive in casa con il venticinquenne figlio Angiolo, marito di Santina Agostini. Angiolo e Santina, sposatisi tre anni prima, hanno solo una figlia di due anni, Genoveffa, avendo già perduto il primogenito Giuseppe, nato nel 1869. In casa Farnesi abitano anche i due fratelli di Angiolo: Riccardo, di 20 anni, e Felice, di 17 anni, entrambi ancora celibi, mentre il loro fratello maggiore, Giuseppe (1835-1864) è ormai morto già da sette anni. Ci sono poi una bambina di Piombino di 11 anni, Rosalia Pesci, che lavora come domestica, e un trovatello di sette anni, Tommaso Zucconi, occupato come garzone e guardiano di bestie.

Nel gennaio del ‘73 nasce il terzogenito di Angiolo e Santina, Gilberto (1873-1954). Nel 1875 è la volta del nostro Francesco, nato il 9 ottobre. Dopo di lui arrivano altri cinque figli: Rosa (1878-1879), Emma Maria (1880-1956), Silvio (1883-1884), Eugenia (1886-1886) e Iside Elena (1890). Gli anni nel podere passano in fretta, tra una fatica e l’altra, e Francesco, in men che non si dica, è già un uomo fatto.

Nel giugno del ‘95 si presenta alla visita militare, il rapporto del medico ce lo descrive come un giovane di bassa statura (160 cm), di corporotura media, capelli castani ondulati, occhi celesti, carnagione chiara, dentatura sana, segni particolari una cicatrice sul naso, sa leggere e scrivere poco. Alla fine Francesco viene riformato per un’ernia inguinale. A questo punto al giovane Farnesi non resta che trovare una brava ragazza e mettere su famiglia.

Gemma Elisabetta viene al mondo alle 4 del pomeriggio del 17 febbraio 1879 nella casa paterna a Campiglia, in via del Castello numero 11. La sua mamma si chiama Maria ed è figlia di Massimiliano Gori (1818-1877) e Carola Magi (1820-1878), è nata a Campiglia nel 1855 ma i suoi avi, i Gori, provengono da Vignole, un piccolo paese adagiato sulle montagne pistoiesi, nel comune di Quarrata. Quinta di otto figli, a 19 anni e mezzo, Maria aveva sposato Angiolo Ranieri, un bracciante originario del comune di Montaione, trasferitosi a Campiglia in tenerissima età. La cerimonia nuziale, data la modesta condizione degli sposi, era stata celebrata senza troppi fronzoli, sabato 26 settembre 1874, nella chiesa parrocchiale di Campiglia, alla presenza dei testimoni Giovanni Tomei e Pietro Zappelli, cognato di Angiolo. Si tratta di un matrimonio “riparatore”, dato che la sposa si trova già in stato avanzato di gravidanza, essendo incinta di cinque mesi. Nel gennaio seguente infatti Maria partorisce il suo primo figlio, un maschio, al quale viene dato il nome Paolo in memoria del padre di Angiolo, scomparso prematuramente venti anni prima.

A una settimana esatta dalla nascita, la nostra piccola protagonista viene portata in chiesa a Campiglia, dove don Carlo Fontana la battezza, con i nomi di Elisabetta Gemma Carola, la tengono al sacro fonte il padrino Tommaso Nannicini e la madrina Selina Finucci. Gemma è la terza figlia di Angiolo e Maria, prima di lei sono nati il già citato Paolo (1875) e il piccolo Giovanni (1876), morto però a soli 19 mesi, nel febbraio del ‘78. Due anni dopo la nascita di Gemma, viene al mondo un’altra bambina, battezzata con i nomi di Maria Anna Petronilla Fine; tutti però in casa la chiamano Finimola. Angiolo e Maria infatti, nonostante la giovanissima età (lui 28 anni e lei 25), hanno deciso di “finirla” lì e non avere altri figli. Senz’altro i due avranno avuto i loro buoni motivi, fatto sta che il proposito non viene rispettato e, dopo due anni esatti, Maria è costretta a provare nuovamente i dolori del parto, nel mettere al mondo un’altra figlia, Palmira (1882). A questo punto Finimola, non avendo più motivo di chiamarsi in quel modo, diventa per tutti Petronilla. Dopo questo incidente di percorso, i due sono molto più “attenti” e riescono ad evitare altre nascite per una decina d’anni, fino a quando devono rassegnarsi all’arrivo di un nuovo figlio, il sesto, Omero (1893).

La nostra Gemma intanto è sbocciata e la sua graziosità, unita ad una bontà d’animo fuori del comune, comincia ad attirare le attenzioni dei giovanotti dei poderi vicini e lontani. Tra tutti i pretendenti, alla fine la spunta proprio “Cecco”, che nel novembre del ‘97, dopo un breve fidanzamento di rito, la conduce all’altare. Testimoni scelti per la cerimonia sono Angiolo Benincasa e l’amico dello sposo, oltre che vicino di casa, Egisto Camerini, che venticinque anni dopo diventerà uno dei numerosi consuoceri della coppia.

I Farnesi si erano trasferiti al Cafaggio, in un podere della fattoria di Ulceratico. Dopo la morte del vecchio Giovanni, il nuovo capoccia era diventato Angiolo, che divide casa e podere con le famiglie dei due figli maschi, Gilberto e Francesco.

Ad un anno esatto dal matrimonio di Cecco e Gemma, il 21 novembre 1898, viene alla luce la loro prima figlia, una bella bimba, battezzata col nome di Angiola, in onore dei due suoi nonni. Poi, il 4 febbraio 1900, è la volta della secondogenita Santina, alla quale invece danno il nome della mamma e della nonna paterna di Cecco. A questo punto la voglia e il bisogno di un maschio comincia a farsi sentire, ma purtroppo il piccolo Farnese, nato nell’aprile del 1902 muore ancora in fasce. Al quarto tentativo nasce un’altra femmina, Berlinda, il 29 luglio 1903, e poi al quarto Marina, il 15 ottobre 1905. Finalmente, il 19 febbraio 1908, arriva Guerrino, che però rimarrà l’unico maschio di casa, dato che dopo di lui nasceranno altre cinque femmine: Iolanda (6 gennaio 1910), Novara (10 giugno 1912), Antinesca (15 aprile 1914), Alpina (19 febbraio 1916) e Guerrina (20 agosto 1918).

Avere nove figlie e un solo figlio all’epoca, per un mezzadro, rappresentava un problema non da poco. Le bocche da sfamare erano troppe e le braccia per lavorare la terra troppo poche. Così, per riuscire a mandare avanti il podere, fin da piccole le figlie di Cecco e Gemma vengono abituate a lavorare duramente, quasi come fossero uomini. Ma invece sono donne e intorno a casa Farnesi cominciano a ronzare sempre più “mosconi”, cosa che fa diventare il burbero Francesco ogni giorno sempre più geloso. Già in passato, quando abitavano agli Affitti, aveva avuto modo di manifestare il proprio attaccamento per le sue piccole donne. Il padrone del podere, un certo Panattoni di Piombino, non aveva figli. Si era “innamorato” di Berlinda, una bambina deliziosa, e avrebbe voluto prenderla in casa sua come figlia adottiva. La proposta, che oggi potrebbe sembrare inconcepibile, all’epoca non lo era affatto. Molte famiglie numerose, in difficoltà economiche, accettavano l’idea di mandare qualche figlio a vivere altrove, in casa di persone più ricche, per garantirgli una vita migliore. Francesco però la pensava diversamente e nemmeno per un momente prese in considerazione l’idea di cedere alle lusinghe del Panattoni, che prometteva di far di Berlinda una “signora”, lasciandole in eredità tutti i suoi possedimenti. “Mi dispiace signor padrone, ma per me i figlioli sono sacri!”, questa fu la sua risposta. Quando poi la famiglia Farnesi si trasferì nel nuovo podere della Pulledraia, al Mulin di Fondo, il geloso Francesco dovette capitolare di fronte alla realtà e tollerare la fila dei pretendenti, che quasi quotidianamente assediavano la sua casa. Non avremmo voluto essere nei panni di quei poveri ragazzi. Cecco era un uomo burbero, di poche parole; con quei suoi baffoni e quegli occhi di ghiaccio era un vero e proprio spauracchio per quei giovani spasimanti. Quando qualcuno di loro osava affacciarsi nella stalla e rivolgergli la parola per chiedere il permesso di entrare in casa, lui non lo faceva nemmeno finire di parlare: “vai dalla su’ mamma, io un voglio sapé niente!” Cento anni fa la reputazione della famiglia era una cosa seria e Cecco non perdeva occasione per ricordarlo alle figlie: “Occhio bimbe, se mi fate scomparì v’ammazzo!” Loro lo sapevano bene che quello era solo un modo di dire, ma il concetto era chiarissimo.

Gemma, al contrario del marito, era una mamma dolcissima, una vera santa, e aveva sempre una parola buona per tutti. Faceva accomodare in casa i fidanzati delle figlie con grande educazione, sorvegliando le coppiette con occhio vigile ma con la massima discrezione.

Di certo qualche pensiero lo avrà avuto anche lei, ma non lo dava a vedere. Assicurare una dote alle proprie figlie, anche se modesta, era un impegno economico continuo per i due poveri genitori, un vero e proprio mutuo ventennale (tanto ci correva tra la prima e l’ultima figlia). A forza di vendere polli e conigli, ma soprattutto grazie alla solidarietà dei commercianti del paese, Gemma e Cecco riuscirono a sistemare tutte le loro amate figlie, estinguendo i debiti “su su”, come si diceva allora, ovvero a rate, come si direbbe oggi. Ogni volta che c’era da acquistare il corredo per le nozze il copione era sempre lo stesso. Gemma si presentava preoccupata al negozio della Ponsini: “O Amelia e ce n’ho un’artra!” Anche la risposta era sempre la solita: “Gemma, non ti spaventà, non ti prendere pena, io la roba te la do lo stesso… me la pagherai quando puoi”.

Il primo matrimonio fu celebrato il 7 gennaio 1922, quando Angiola sposò Mario Mannelli; poi toccò a Santina, il 18 dicembre dello stesso anno, con Quinto Camerini; cinque anni di tregua e il 22 gennaio 1927 Berlinda sposa Ettore Bellucci; poi il 2 febbraio 1929 si celebra il matrimonio di Marina e Giuseppe Corrado Bellucci; dopo soli due mesi, il 6 aprile, è la volta di Iolanda ed Enrico Salvestrini; il 23 agosto 1930 Berlinda, rimasta vedova, si sposa nuovamente, questa volta con Aldo Martelloni; poi addirittura doppio matrimonio il 22 dicembre 1934, Guerrino con Marina Galigani e Novara con Marino Peccianti; il 4 febbraio 1937 tocca ad Antinesca e Agile Bellucci; il 17 dicembre 1938 vengono celebrate le nozze di Guerrina e Vinante Papini; l’ultima a sposarsi è Alpina, il 9 dicembre 1939, con Piero Salvestrini, al quale Cecco, finalmente libero da ogni preoccupazione, regala il suo fucile, dicendogli: “tienilo te, tanto ora che si so’ sposate tutte, un mi serve più!”

Il vecchio Farnesi, quasi ottantacinquenne una mattina di marzo del ‘59, decise di andare a vangare la vigna, come aveva sempre fatto. Cinque giorni più tardi morì serenamente nel suo letto. Sua moglie lo aveva preceduto un anno prima. A noi piace immaginarli ancora insieme, in paradiso, mentre Gemma, seduta su una nuvola, rimprovera il suo Cecco dolcemente, intenta ancora una volta a tagliargli barba e capelli.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 2 (settembre-ottobre 2014)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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