Giovanni Targioni Tozzetti e la miniera di Caporciano

Dagli scritti del naturalista un impulso determinante alla riapertura del sito

Fu sicuramente un amico di famiglia, il botanico Pier Antonio Micheli (1679-1737), ad infondere l’interesse per la scienza nel giovane Targioni Tozzetti. Nato a Firenze l’11 settembre 1712 da Benedetto Targioni e da Cecilia Tozzetti, Giovanni morì il 7 gennaio 1773. Con lui avrebbe avuto inizio una dinastia di naturalisti o comunque di personaggi che si sarebbero distinti in ambito scientifico e culturale: dal figlio Ottaviano (1755-1829), docente della I. e R. Università di Pisa e direttore del Giardino de’ Semplici, ai nipoti Antonio (1785-1856) e Giovanni (1791-1863); l’uno medico, botanico, responsabile dopo la morte del padre del Giardino de’ Semplici, marito di Fanny Ronchivecchi – famosa per il suo “salotto” fiorentino – padre di Adolfo, zoologo, e suocero del senatore Marco Tabarrini; l’altro, funzionario del governo lorenese, padre di sei figli tra i quali Ottaviano che, amico del Carducci, fu autore di numerose antologie letterarie ed a sua volta padre di Giovanni, librettista di Mascagni e Leoncavallo, e Dino, poeta vernacolare livornese conosciuto come “Cangillo”.

Fra tutti, sicuramente, il più noto è di gran lunga il nostro Giovanni Targioni Tozzetti. Laureatisi a Pisa nel 1734 in Medicina e Filosofia, nel 1737 fu nominato successore dello scomparso Pier Antonio Micheli, come direttore del Giardino de’ Semplici e Lettore di Botanica presso lo Studio fiorentino.

Nel 1742, per incarico della Società Botanica, alla quale era stato ammesso già nel 1734, e per volere del Consiglio di Reggenza e dello stesso Francesco Stefano, dette inizio a quella serie di spedizioni scientifiche nel Granducato che gli permise di compilare una storia del territorio toscano, del quale studiò le risorse naturali, esaminò la morfologia, mise in luce reperti naturali.

Ciò gli consentì anche di indagare e prendere coscienza delle potenzialità minerarie del Granducato, ancora da evidenziare, da analizzare e sfruttare. Le sue esplorazioni terminarono nel 1847, e tra il 1751 ed il 1754 dette alle stampe la prima edizione delle sue Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse Parti della Toscana per osservare le Produzioni Naturali e gli Antichi Monumenti di essa: un’opera in sei volumi editi nella Stamperia Imperiale, della quale, tra 1768 e il 1779 uscì, ampliata, una seconda edizione in dodici volumi.

Un’opera che, contenendo preziose informazioni scientifiche e culturali, si distingueva dalla classica impresa erudita, e già alla prima edizione otteneva un successo grandioso. Una meticolosa esplorazione del territorio con la quale Targioni riuscì a rappresentare un’attenta quanto inusuale raffigurazione del ricco arcipelago culturale toscano, che si rivelò poi una pietra miliare per l’avanzamento della scienza e dell’economia del Granducato. Tanto che i suoi studi geologici, elemento di primo piano nelle Relazioni, avrebbero contribuito in modo fondamentale ad aprire nuove prospettive alle ricerche minerarie in terra toscana.

Accompagnato dall’amico Giuseppe Maria Riccobaldi del Bava, erudito cavaliere volterrano, autore nel 1758 di una pregevole Dissertazione istorico-etrusca sopra l’origine… della Città di Volterra, Giovanni Targioni Tozzetti si era recato anche dalle nostre parti. Proveniente da Volterra, era stato ospite del Riccobaldi nella sua villa di Ligia e nei giorni 5, 6 e 7 novembre 1742 si era portato in visita a Montecatini Val di Cecina, e quindi a Miemo, Strido e nella Val di Sterza.

Nelle osservazioni riportate nel corso del suo «viaggio da Ligia a Caporciano» effettuato il «Martedì 6 Novembre», descrivendo il paese si rivelò molto laconico ma assai efficace nel rappresentare lo stato di decadimento in cui la località doveva trovarsi: «[…] è un Castello in gran parte rovinato, ma che anticamente doveva essere assai grande, situato in un risalto della pendice del Monte di Caporciano, in cima del quale è un Torrione quadro, o Rocca di salda fabbrica, ma danneggiato molto dai fulmini, e pare fabbrica del Secolo XIII […]».

Si manifestò, al contrario, entusiasta nel rappresentare il nostro territorio «abbondantissimo di Produzioni Naturali assai pregiabili», e si soffermò in particolare sulla «Vena del Rame collocata dalla Natura nelle viscere» del Monte di Caporciano, sostenendo con forza il convincimento di quanto sarebbe stato «utile per la Toscana, il far qualche concludente tentativo sopra di questa Miniera […] che anticamente si cavava».

Qui, nelle sue osservazioni, dopo averne ripercorso la storia, con «il Sig. Cav. Bava», ad iniziare dallo sfruttamento del giacimento e dagli eventi legati alla Repubblica Fiorentina, a proposito del giacimento di Caporciano rivelava: «[…] I Pozzi antichi della Miniera erano nel 1742, come dissi, rinterrati e solo se ne riconoscevano i siti. Vi erano però molti Uomini in Monte Catini, i quali si ricordavano di aver veduti questi stessi Pozzi, assai più profondi che non sono ora, e le Mine mezze aperte. Un Muratore del luogo, molto ingegnoso, doppo d’aver fatto diligente osservazione sul terreno, assicurò al Signor Cavalier Bava, che la rovina non è succeduta senonché nell’imboccatura de’ Pozzi; ma che le Mine interne laterali, sostenute di tanto in tanto da piccoli archi di duro masso, lasciatovi apposta nello scavare (quali egli diceva di aver veduti circ’a 25 anni avanti) non possono essere in verun conto rovinate e rinterrate, dimostrandolo chiaro l’uguaglianza della superficie esterna del terreno. Perciò egli pensava, che investendo collo scavare per traverso, e dalla parte più bassa le dette Miniere, si potrebbe con non grande spesa tornar’ a scuoprirle, e così osservare la qualità, e positura della Miniera».

Poco tempo dopo, «nel mentre si stampavano la prima volta questi fogli», ossia tra il 1751 ed il 1754, anni in cui venne data alle stampe la prima edizione delle Relazioni, alcuni «Signori Volterrani» riaprirono la cava ed eseguirono dei saggi di fusione riscontrando nel minerale un tenore in rame di circa il 30 per cento. Questo, insieme alla relazione positiva dei «Signori Baroni Alessandro Funck, e Reinoldo Angerstein, Gentiluomini Svedesi, intendentissimi di Miniere», che «la giudicarono una delle più ricche Miniere di Rame che si possano trovare, di rendita tra i 40 ed i 50 per cento, facile alla fusione, e d’un Rame perfettissimo», indussero Targioni Tozzetti ad auspicare che «ella sarà qualche volta riaperta con gran vantaggio della Toscana».

«[…] Certamente la Miniera ha tutti i contrassegni d’esser ricca ancor di presente […]. Sono stati fatti più volte de’ saggi su pezzi di Vena anticamente scavati, e rimasti o negli scarichi, o sotto le rovine degli Edifizj, e vi se n’è cavato sempre molto e buon Rame. Io crederei cosa molto utile per la Toscana, il far qualche concludente tentativo sopra di questa Miniera, e farlo nel dirupo sotto la Cava, dove sono i segni più manifesti del Rame. Non scaverei a Pozzo, o Mina, come facevano gli Antichi; ma sdrucirei addirittura il Monte, lavorando a cava aperta […]. Quando con questi tentativi si fosse scoperto il forte della Vena, e si credesse utile il proseguire l’escavazione, si farebbe un risparmio notabile, non sarebbe necessario il fabbricare le abitazioni per gli Operarj, almeno ne’ primi anni; poiché in distanza di un tiro di schioppo dalla Cava, è un grande e comodo Casamento delle Monache di S. Lino (se mal non ricordo) di Volterra, che è fama servisse già per i Minatori, e quando questo non bastasse, vi sono sette o otto altre case di Contadini. Vi è una Chiesa detta la Madonna di Caporciano, o di Lampedosa, risarcita modernamente, e servirebbe per il comodo della S. Messa ne’ dì Festivi. Le provvigioni per il vitto degli Operarj, si possono avere a buon prezzo da Montecatini, e dalle circonvicine Fattorie di Cavalieri Volterrani. Del legname ve n’è quanto mai uno voglia, in poca distanza, nelle Bandite di Miemmo, di Buriano, di Gello, e di Casaglia. I Forni poi e gli Edifizj, sono del tutto rovinati, e converrebbe rifabbricarli di pianta; ma a mio credere, andrebbero rifatti in altro luogo più comodo alla boscaglia, all’acque, ed al trasporto del Rame perfezionato alla Torre del Porto di Vada, cioè più vicino la piano della Cecina, dove sono boscaglie immense, e donde per strade piane si potrebbe trasportare il Rame a Vada sulle Carra […]».

Il rapporto Funck-Angerstein (del quale Targioni pubblicò una documentazione nella Tav. 1 del Tomo III delle Relazioni d’alcuni viaggi, attirò l’interesse della Società livornese dell’avvocato Giuseppe Calzabigi, che non riuscì, però, nel tentativo di sfruttamento della cava di Caporciano.

Ma oramai, dopo oltre un secolo da che la pestilenza e poi la tragedia del crollo della “Buca di Nardone” avevano scoraggiato ogni tipo di impresa, l’interesse per il nostro sito minerario, grazie proprio al richiamo esercitato dalle Relazioni, era di nuovo vivo.

Trascorsero pochi anni ed a recepire le indicazioni di Targioni fu ancora un “negoziante” livornese, Giorgio Guglielmo Renner. Questi nel 1757 presentò domanda per ottenere la privativa dell’escavazione della cava ma non gli fu concessa immediatamente; il granduca spinto dal grande interesse per lo sfruttamento del sottosuolo volterrano, prima di rilasciare la concessione ordinò in merito una perizia ad esperti del settore.

Nel frattempo, nell’aprile 1760, un altro livornese, Giuseppe Aubert, rivolse al granduca medesima domanda. Ne sortì un contenzioso che si risolse con l’assegnazione della concessione a quest’ultimo. Aubert si affidò ad un «maestro minatore» di Francoforte sul Meno, Enrico Daniel, «il quale si era obbligato a trovare nei riferiti luoghi filoni di miniere assai ricchi che potevano rendere [all’imprenditore livornese] un vantaggioso prodotto». Le speranze però andarono deluse: gli insuccessi produssero una grossa perdita per l’impresa, tanto che Daniel, «oltre di essere stato poco fedele nella sua ingerenza, ha fatto consumare grandiosi capitali», fu denunciato al tribunale di Volterra e fatto arrestare. Anche in questo caso si ebbe, perciò, una rapida e anche inattesa conclusione dell’impresa: Aubert, infatti, abbandonò Caporciano per trasferirsi nel territorio di Montevaso dove riteneva più conveniente intraprendere nuovi tentativi.

Addirittura nel 1766, a seguito probabilmente del resoconto di Carlo Federigo d’Eder, direttore delle Miniere di Transilvania, chiamato da Pietro Leopoldo a valutare le potenzialità minerarie del Granducato, una relazione economico-commerciale attestava la sterilità della nostra miniera.

Le attenzioni per Caporciano, di conseguenza, tornarono ad affievolirsi e gli interessi della nascente imprenditoria mineraria ancora per alcuni anni gravitarono lontano dal “paese del rame” per antonomasia.

Finalmente a far tesoro dell’opera di Giovanni Targioni Tozzetti, di cui fu assiduo studioso, sarà poco più tardi l’eclettico imprenditore di origini francesi, Louis Porte, figura centrale nella storia dell’imprenditoria maremmana di primo Ottocento.

Vari furono i propositi da lui elaborati nell’ambito della ricerca mineraria: progetti di riattivazione di cave sviluppati a seguito di un attento studio delle Relazioni, da cui aveva appreso metodi di indagine e di ricerca dei filoni metallici già sfruttati in passato e tratto, spesso contro il parere dei contemporanei, la convinzione dell’opportunità di riattivare le antiche miniere.

Ma oltre al convincimento della potenzialità mineraria del Granducato, dall’illustre naturalista fiorentino Porte aveva senza dubbio ricavato preziose indicazioni su quei siti ove, con buone probabilità di successo, sarebbe stato più opportuno investire capitali nella ricerca e nella successiva coltivazione dei giacimenti metalliferi.

Dopo aver ripercorso e attentamente esaminato tutte quelle località ricche di risorse naturali citate dallo stesso Targioni, il suo intuito lo condusse a Caporciano; e, come sappiamo, non si sbagliò.

Trascorsero infatti pochi anni e, sotto la guida sapiente di Augusto Schneider, la produttività della cava dei “gabbri rossi” salì a tal punto da indurre i mineralogisti del tempo a descriverla come la più ricca miniera di rame d’Europa.

Così, già per i risultati ottenuti fino al 1845, Leopoldo Pilla, professore di Geologia nella I. e R. Università di Pisa, che, scomparso il 29 maggio 1848 nella battaglia di Curtatone, di Caporciano non potrà vivere i grossi successi degli anni Cinquanta e Sessanta, volle riconoscere le competenze ed evidenziare i meriti di Augusto Schneider per l’oculata direzione della miniera.

Ma se lo Schneider si era rivelato un tecnico di grande valore, se il suo intuito non si era ingannato, altrettanto merito doveva – secondo lui – essere accreditato a Luigi Porte che, ricavando convinzioni e utili suggerimenti dallo studio di Targioni Tozzetti, era stato il primo a credere ed a prodigarsi nell’impresa di Caporciano.

Di ciò – e Leopoldo Pilla lo evidenziò con «immenso [suo] compiacimento» – furono ben consapevoli i fratelli Hall e Francesco Giuseppe Sloane: «Mi corre l’obbligo altresì di fare in questo luogo il meritato elogio della Società posseditrice della miniera di che si parla, primariamente per aver fatto scoprire in Toscana una sorgente di grande ricchezza, e poi per il felice pensiero ch’ella ha avuto di onorare la memoria di due egregi cittadini che hanno grandemente contribuito a quella scoperta […] il primo dava impulso co’ suoi celebri scritti alle imprese metallurgiche in Toscana, […] l’altro ristorava con indefesse fatiche l’industria quasi spenta delle miniere di questo paese».

Nel 1845, infatti, nell’atrio della miniera ai lati del passaggio che immette alle gallerie e alle discenderie, furono posti due busti in marmo, opera pregevole di Lorenzo Bartolini, raffiguranti i generosi promotori dell’arte mineraria in Toscana.

Uno immortala Giovanni Targioni Tozzetti, l’altro Luigi Porte, del quale abbiamo già trattato recentemente.

All’autore delle Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse Parti della Toscana i fortunati imprenditori di Caporciano dedicarono una targa che, quale attestato di benemerenza, riporta questa iscrizione:

GIOVANNI TARGIONI TOZZETTI / INVESTIGANDO UN SECOLO ADDIETRO / LE NATURALI PRODUZIONI DEL SUOLO TOSCANO / AGLI STUDI GEOLOGICI DAVA IMPULSO / ED ALLE PRESENTI MINERALOGICHE IMPRESE INCITAVA / AL GEOLOGO BENEMERITO / I PROPRIETARI DELLA MINIERA / Q.M.P. / 1845

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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