Il sindaco di Campiglia perseguitato e spodestato dai fascisti

Giuseppe Mussio è stato un personaggio importante del Novecento campigliese.

Ha incarnato le speranze di gran parte della sinistra nostrana, spazzate via dall’avvento del fascismo e risorte dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando però la società ormai era cambiata per sempre.

La figura di Giuseppe Mussio è stata ampiamente illustrata in passato, grazie agli scritti di Gianfranco Benedettini che ha studiato approfonditamente il periodo d’oro del socialismo campigliese, quello delle lotte contadine. Lo ha fatto con grande passione e competenza, anche e soprattutto perché quegli ideali di giustizia e di uguaglianza coincidevano in gran parte con le sue convinzioni politiche.

A Giuseppe Mussio è stato intitolato anche un centro studi, che ha visto proprio in Gianfranco il più attivo e prolifico dei suoi membri.

è difficile quindi aggiungere qualcosa di nuovo rispetto a quanto è già stato detto e scritto fino ad oggi. In questo articolo ci limiteremo a ricordare Giuseppe Mussio attraverso le sue stesse parole, grazie al diario che suo nipote Mario, con grande amore, ha salvato dall’oblio del tempo.

Anni fa, l’amico Mario Mussio mi propose di pubblicare le memorie di suo nonno. Purtroppo però Mario se ne andò prima di riuscire a portare a termine il lavoro.

Per rendere omaggio a lui e a suo nonno, presenteremo alcuni brani del libretto mai terminato.

Mario, nei suoi appunti, esordiva così: «Con calma ho riletto la documentazione che mio nonno ha lasciato ed ho scelto quella secondo me più significativa, in cui traspare la figura del vero socialista e dove, in tutte le occasioni, trova il momento per esaltare l’uguaglianza e l’amore fraterno; aveva concepito il socialismo come la forma più elevata della democrazia e mai pensò che la violenza fosse il mezzo per raggiungere l’obbiettivo.

Ha lasciato un luminoso esempio di coerenza e sincerità, anche durante il periodo più buio e triste del fascismo, quando subì le angherie che noi di famiglia ben conosciamo.

Per i socialisti di Campiglia fu una bandiera, tanto che nel 1944, a liberazione avvenuta, fu riconfermato alla guida del paese come sindaco, carica che fu costretto a lasciare nel luglio del 1922.

Non avendo purtroppo conosciuto il nonno di persona – avevo solo un anno e mezzo quando è morto – ho voluto conoscerlo più a fondo con i suoi scritti, ecco il motivo di questa raccolta; di una cosa sono fiero: di averlo seguito nella sua idea, militando sotto la stessa bandiera».

Dopo questa breve introduzione, Mario riassumeva così la vita di suo nonno: «Giuseppe Mussio nasce a Campiglia il 18 febbraio 1884; frequenta con buon profitto la scuola fino alla quinta elementare, non continua perché non esistono la sesta e la settima, istituite successivamente ed il padre non può permettersi di mandarlo a scuola fuori del paese; dà quindi un aiuto nel caffè paterno.

Conosce Innocenza Pierini, nata a Roccastrada il 30 dicembre 1883, destinata a diventare la sua compagna per tutta la vita, dalla quale, il 23 febbraio 1901, ha il figlio Antonio. Il padre gli nega l’autorizzazione a sposarsi; Giuseppe vive con Innocenza e l’11 giugno 1902 nasce Stefania. L’anno successivo, il 19 giugno 1903, nasce Agostino, che però morirà il 2 agosto 1904; il nuovo nato, l’8 dicembre 1904 prenderà il nome di Agostino. Il 20 ottobre 1907, nasce Margherita che morirà il 15 febbraio 1910.

Insieme a Bagni, Cantini, Forasassi, Galgani, Pecchioli e Rossi, il 22 febbraio 1908, fonda il giornale “La Riscossa”, organo della democrazia campigliese, di ispirazione democratica e socialista, stampato dalla tipografia Falossi.

Il 26 luglio 1908, partecipa per la prima volta ad una competizione elettorale per il Comune, nella lista repubblicana. Scrive poesie sotto l’influenza del Carducci ed è per questo che chiama Enotrio il figlio nato il 21 ottobre 1908.

Al raggiungimento della maggiore età, il 4 marzo 1909, sposa la sua Innocenza; nello stesso anno si iscrive al Partito Socialista Italiano.

Il 7 novembre 1909, promuove una manifestazione anticlericale, chiedendo l’apposizione di una targa a ricordo di Francesco Ferrer. Il 15 novembre, insieme agli anarchici, organizza lo sciopero dei minatori della Società Industrie Agricole e Minerarie, operanti al Temperino. Nel giugno 1910 è fra i candidati socialisti per il rinnovo del Consiglio Comunale, ma non passa. Il 21 agosto 1910 nasce Furio.

Il 3 dicembre 1910, organizza una manifestazione di protesta per le condizioni economiche in cui versa il paese, approfittando della visita a Campiglia del ministro Raineri. Nel 1911, organizza due manifestazioni contro le spese per festeggiare i 50 anni dell’Unità d’Italia e, insieme agli anarchici, contro la guerra di Libia, ma viene aggredito da un gruppo di compaesani guidati da alcuni familiari di giovani partiti per l’Africa.

L’11 gennaio 1912, commemora Macedonio Benucci, primo sindaco democratico di Campiglia.

Il 18 febbraio 1912, in seguito alla morte di Riccardo Falossi, termina la vita del giornale “La Riscossa” che si fonde con “La Fiamma” di Piombino. Nel frattempo è divenuto presidente della Società fra i Commercianti Campigliesi.

Nel 1913, organizza la prima fiera di merci e bestiame.

Diventa consigliere comunale dopo le elezioni del 28 giugno 1914.

L’11 gennaio 1915, nasce Clelia.

Il 24 novembre 1915, viene nominato, insieme a Giovanni Berti, consigliere all’Ospedale di Maremma. Il 31 agosto 1916, nasce Nilla, che morirà il 27 ottobre dello stesso anno. Da lì a poco parte per la guerra. Il 10 ottobre 1917, nasce Innocenzo, che muore lo stesso giorno.

Quando torna a Campiglia, finita la guerra, riorganizza, insieme ad Angiolo Betti, la classe operaia, fondando il Fascio Operaio Campigliese, divenendone segretario generale.

Nei giorni 20, 21, 22 luglio 1919, organizza uno sciopero generale contro il caro vita. Il 5 ottobre 1919, partecipa, come delegato di sezione, al congresso del P.S.I. di Bologna. Il 1 luglio 1920, fonda l’Unione Socialista Campigliese e, il 22 settembre, viene eletto sindaco. Il 14 novembre, subisce a Venturina, durante un comizio, le percosse degli anarchici. Nel gennaio 1921, partecipa a Livorno al Congresso che vide la scissione dal partito dell’ala comunista.

Il 21 luglio 1922, riunisce per l’ultima volta la Giunta Comunale: è il fascismo; nel settembre è obbligato a rifugiarsi in Francia.

Viene costretto a non occuparsi più di politica, l’unica eccezione è il discorso che tiene nel 1924, commemorando il proposto don Nello Puccini: lui vecchio anticlericale. Durante il fascismo trova impiego presso la Soc. A.M.M.I. alla miniera di Monte Valerio.

Il 4 giugno 1944, ricostituisce la sezione del Partito Socialista Italiano e, quando Campiglia viene liberata dagli alleati, il 25 giugno 1944, viene insediato commissario provvisorio, per diventare nuovamente sindaco il 15 luglio, esattamente ventidue anni dopo aver lasciato l’incarico.

Nell’aprile 1946, è eletto sindaco per investitura popolare, carica che lascia dopo pochi mesi per motivi di salute e politici, rimanendo però consigliere comunale.

Nel gennaio 1947, avviene la scissione di palazzo Barberini ed aderisce al nuovo Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, trasformato poi in P.S.D.I. e nel marzo dello stesso anno fonda la sezione socialdemocratica, divenendone segretario.

Muore poche ore prima del figlio Antonio, è il 21 gennaio 1948».

Dal diario di Giuseppe Mussio traspare chiaramente l’atmosfera, per certi versi surreale, di quei concitatissimi giorni. Dalle prime intimidazioni fasciste alla violenza conclamata e impunita delle squadracce contro gli oppositori politici.

Mussio si decise a mettere nero su bianco tutte le angherie subite, nella vana speranza che le autorità potessero far qualcosa per cercare di mitigare, se non proprio evitare, la furia dei suoi persecutori.

Il pericolo che incombeva sulla sua famiglia, lo indusse a rivolgersi al tribunale di Volterra. Il 16 novembre 1921, si decise quindi a inviare al procuratore queste parole: «se fino ad oggi non feci a Vossignoria parola delle violenze di cui, insieme alla mia famiglia, fui vittima nel giugno scorso di questo anno, fu perché, intervenuto un fatto di pacificazione, volli, come sindaco, dare un altissimo esempio di generosità e di clemenza.

Ma poiché, il viver tranquillo poco è durato e ad ogni piè sospinto non mancano provocazioni, minacce e percosse verso i membri della mia famiglia, il tacer più oltre, anziché amor di pace, sembrar potendo ripugnante codardia, se non anche delittuosa complicità, mi faccio un dovere di comunicare alla S.V. quanto appresso».

A questo punto, Mussio inizia la drammatica e, in alcuni passaggi, commovente descrizione dei fatti: «la mattina del 6 giugno 1921 ad ore 6, due fortissimi colpi, picchiati alla porta della mia abitazione, mi fecero balzare dal letto. Affacciatomi alla finestra per domandare che si volesse da me, vidi due individui minacciosi, l’uno armato di moschetto e l’altro di fucile da caccia. Quello armato di moschetto mi impose di scendere e seguirlo, ed alla mia domanda di chi si fosse e perché, egli rispose: “sono un fascista!”

Mi ritirai per vestirmi e scendere insieme a mio figlio Antonio. Mia moglie e gli altri bambini, impressionati, vollero che uscissi dalla porta opposta, cioè dall’orto, per dirigermi alla vicina caserma dei RR.CC. a denunziare il fatto. Ivi trovai il solo piantone, sì che ridiscesi per tornarvi più tardi, quando cioè ne parlai ad un Sig. Tenente dell’Arma ed al Vice Commissario di P.S.

Nel contempo ch’io mi assentai da casa, i due fascisti seguitarono a bussare ed a gridare e, quando mia moglie riferì loro che già me n’ero andato e mentre un mio grosso cane ringhiava dall’interno, un fascista infranse una piccola finestra a piè della scala e di lì sparò una fucilata, uccidendomelo sulla porta della sala da pranzo, tanto che poco mancò non ne fosse investito mio figlio Antonio uscente.

Mi si tentò ancora la irruzione per la devastazione del mio negozio di fronte al Municipio, ma sopraggiunto il locale Brigadiere dei RR.CC., questi la impedì, mentre si stava spaccandone la porta d’ingresso.

Poco dopo, una decina di fascisti ritornavano a casa mia, entrandovi in due soli, che tutto perquisirono, seco ritenendosi solo che quattro schede del Partito Socialista. Richiesero a mia moglie un coltello per aprirmi uno scaffale della libreria, ma a richiesta di quale autorizzazione essi fossero esecutori, risposero di avere un mandato fascista e, desistendo dal proposito, lasciarono la mia casa. Nell’andarsene però sequestrarono mio figlio Antonio, che condussero in piazza Vittorio Emanuele, dove un fascista tentò di colpirlo al petto col calcio del moschetto, colpo che fu da mio figlio respinto alla presenza del capitano Pietro Pelamatti, il quale interloquì perché lo si lasciasse andare. Colui che tentò di dare la calciata di moschetto, fu poi riveduto vestito da tenente degli Arditi, fiamme nere.

Circa alle ore 10, celebrai un matrimonio in mezzo ai fascisti armati di ogni arma, i quali domandarono di una bandiera che avrebbe servito per le feste socialiste.

Il Sig. Segretario assicurò loro che si trattava della tradizionale bandiera del Comune, che ha il cane bianco in campo rosso-porpora, ed allora i fascisti esposero il tricolore al balcone, dopo di che, sollecitati gentilmente dai RR.CC., che tutto permisero, se ne andarono non senza esprimere qualche minaccia, che continuarono ad esternare anche dalla via sottostante.

Di lì a poco, mio figlio, che si trovava fuori dell’entrata comunale, additato da un certo Cammilli, addetto alla commissione di requisizione cereali di Venturina, fu obbligato a seguire un gruppo di fascisti fino a piazza Garibaldi, per ordine, si disse, del Segretario del Fascio di Combattimento di Pisa… strada facendo, mio figlio fu percosso alla spalla ed alla testa con bastone. Giunto che fu alla presenza del su detto Segretario del Fascio di Pisa, fu accusato di essere un provocatore, un comunista organizzatore e, presente il giovane Pelamatti Amedeo, gli fu letto un biglietto minacciante rappresaglie ad esso ed a me, che finì con un bellissimo schiaffo a guisa di punto ammirativo del discorso, vergato sulla pagina sinistra della faccia.

Alle ore 13, uscii dal municipio per andare a casa, accompagnato dal Vice Commissario Sig. Muzzolese, il quale dichiarò che non garantiva la vita a nessuno. Dalle finestre di casa, prospicenti la campagna, vidi diversi fascisti appostati e cercare nell’orto; uno montò come di vedetta sopra un mio ulivo, vi si trattenne quasi tutto il giorno, spiando se uscissi come al mattino. Alle ore 16, mi recai, non visto, al municipio; mi vi trattenni fino alle 20, poi mi imboscai nell’interno del paese, udendo la gazzarra nonché i colpi di bastone picchiati negli usci delle vicinanze dove mi trovavo.

Al mattino seguente, seppi dell’avvenuto ferimento del tenente Sig.Locatelli e mi recai di nuovo in comune, dove, per iniziativa del Commissario di P.S. Cav. Giuseppe Mosci, fu redatto e sottoscritto l’atto di pacificazione tra i partiti, che apportò un discreto periodo di tempo passato con calma.

La sera del 16 settembre, mentre i giovani della classe di leva 1902 si recavano da Campiglia a Volterra per la visita, mio fratello Elio fu picchiato a Cecina dai fascisti… i quali, me assente, si permisero indirizzarmi parole offensive.

La sera del 16 ottobre, in Campiglia, in seguito a rissa nella quale non aveva avuto parte, lo stesso mio fratello fu percosso… Nella medesima serata, i fascisti davano di randello nella porta del mio negozio, dichiarando di volerlo bruciare. Testimoni che udirono furono il Canonico don Nello Puccini, le signore Panattoni Norma, Salvetti Domenica, Assunta e Marchina Pasqualetti.

La sera del 25 ottobre, dall’esterno del mio negozio, certo G.A. minacciò di legnate me, mia moglie ed un mio figlio, dicendo che in quella sera avrebbe dovuto franare anche il comune, ma fu condotto via da certo Simoni Gino.

Nel pomeriggio del 4 novembre, al passaggio di un corteo cittadino, il fascista L.B. tentò d’espormi al ridicolo con gesti cansonatori.

Il giorno 12 novembre, nel bar della stazione di Follonica, mio fratello Ilio fu percosso dal fascista O. di Cecina, dietro indicazione di certo C.A. di Campiglia Marittima.

Finalmente, la sera del 14 corrente mese, ad ore 22, mentre ero in famiglia, ricevei l’invito di recarmi alla sede del Fascio per dare, come socialista alcuni schiarimenti sopra una corrispondenza apparsa otto giorni prima nel giornale «la Fiamma» di Piombino, corrispondenza che si riteneva provocatrice e quasi istigatrice delittuosa di fatto, come il misterioso ferimento di certo Dondoli. Risposi per iscritto che non sarei andato, ma essendo più tardi venuti a me gli amici Turchi Arturo e Poschi Lorenzo, il quale ultimo aveva avuto a sua volta lo stesso invito, mi decisi a recarmi insieme ad essi. Vennero anche i miei due figli Antonio e Agostino. Quando giungemmo in piazza Vittorio Emanuele, trovammo circa quaranta fascisti e cinque carabinieri. Mi diressi allora con gli amici al Fascio, lasciando in piazza i figli perché mi attendessero, ma nel tempo in cui io e gli altri discutevamo col Direttorio del Fascio medesimo, i miei figli subirono le imposizioni dei fascisti, uno dei quali… di San Vincenzo, percosse con uno schiaffo mio figlio Antonio, facendolo sanguinare dal naso. Per questo, l’altro mio figlio venne a protestare al Fascio e così il Sig. Pelamatti Amedeo uscì per rientrare subito, conducendo seco lo schiaffeggiato. Appena che il Pelamatti e mio figlio furono nella sede sociale, i fascisti dall’esterno inveivano e gridavano di volerci fuori. In ciò dire, irruppero minacciosamente nella sala, tanto che il Sig. Casimiro Benedetti li respinse in modo energico, affrontandoli e sbattendo nel muro il più infuriato di essi… dopo di che il Direttorio feceli entrare tutti in altra stanza, chiudendoveli.

Così terminò quella serata, la quale ebbe, il giorno dopo, un seguito di trattative fatte a mezzo del commissario di P.S. Laudiano; trattative in cui, per non essere mancate verso me e compagni intimidazioni e minacce di rappresaglia, fatte con termini perentori, pur raggiunto l’accordo, permase, in alcuni, un certo timore che valse nelle rispettive famiglie a far loro passare la notte nell’apprestare, in casa, ogni mezzo difensivo, atto cioè ad avere efficacia nel possibile supremo momento della lotta per la salvezza della vita».

Le cose si fanno sempre più gravi ogni giorno che passa, come dimostrano gli appunti sul diario di Giuseppe Mussio. Il giorno del primo maggio, festa dei lavoratori, la situazione diventa esplosiva: «i socialisti hanno pubblicato un manifesto inneggiante la festa del lavoro. Il paese si anima con letizia e tranquillità, come per la Pasqua cristiana, ma i fascisti hanno deliberatamente nell’animo l’intenzione di fare scorrere sangue. Perciò girano coi manganelli in squadre che hanno fatto venire anche da fuori. Insultano chi appone manifesti, lo tirano giù dalla scala e distribuiscono legnate a molti; quando vedono mio figlio Antonio, s’infuriano, lo inseguono in cinquanta, lo tempestano di colpi bestiali, lo atterrano, lo maciullano sotto gli occhi della mamma e gli spezzano il braccio destro, che si accorcia di circa sei centimetri. Così la festa è allietata a mezzogiorno e gli eroi regalano alla Patria un mutilato in più».

In giugno avviene un altro spiacevole episodio: «i fratelli R. vagabondi, più volte beneficati, mi aggrediscono in bottega; s’interpone mia moglie che prende qualche pugno, sinché un mio figlio non li liquida entrambi senza conseguenze».

è il preludio all’epilogo. Il 22 luglio l’amministrazione comunale socialista è costretta a dimettersi: «i Socialisti del Consiglio Comunale di Campiglia Marittima, dopo quasi un biennio di onesta e equanime amministrazione, diretta soprattutto a conseguire il pareggio del bilancio, si recano a rassegnare oggi le proprie dimissioni, in seguito alle nuove direttive politiche e sindacali assunte dalla maggioranza elettorale. Hanno in ciò la soddisfazione di compiere l’ultimo loro dovere. Nel tornare ad essere semplici e liberi cittadini, mandano a tutti con rispetto, autorità, amici e avversari di buonafede, il loro sincero saluto».

Il 5 agosto, Giuseppe scrive un biglietto alla moglie: «carissima Innocenza, attendo ora il Commissario Prefettizio al quale farò la consegna dell’ufficio stasera stessa o domani. Non essendo finalmente più il Gonfaloniere, per tornare ad essere il più libero dei cittadini, ti prego d’anticipare la tua venuta in bottega. Un bacio in libertà, tuo Mussio».

I fascisti hanno ormai la strada spianata e a Giuseppe Mussio non resta che la via dell’esilio. Il 10 settembre scrive: «non sono più sindaco da circa due mesi; sono tornato un semplice cittadino, ma debbo emigrare in Francia e parto di notte, protetto dalle autorità che sanno come la mia vita sia posta in pericolo per l’arrivo della salma di Libero Turchi. La mia famiglia resta in balia di chi voglia farle del male; nessuno si accosta, tutti la respingono, molti la minacciano, chi ha da avere, chiede; chi ha da dare, sfugge e tutto va verso la rovina che una volta verrà».

Giunto a Marsiglia, il dolore per il distacco dalla famiglia e il pensiero che ai suoi cari possa succedere qualcosa di irreparabile tormentano l’animo di Giuseppe Mussio, che si sfoga amaramente: «sono esiliato quale cospiratore al tradimento perché socialista e separato dalla famiglia con uno strappo repentino di che l’animo sanguina, come sanguinerebbe ad un rosignolo cui si disfaccia il nido in pieno amore. E questo dopo aver quasi esaurito le forze sui campi di battaglia; dopo essermi arrovellata la mente e dilaniato il core per il bene della cosa pubblica ed aver un figlio buono e forte, mutilato dalla guerra civile, ingiusta, barbara ed atroce. Tu sei un traditore, si dice, un venduto allo straniero, un antipatriotta, da massacrarsi con tutti i tuoi, perché si debba e se n’abbia a disperdere, col sangue, la mala genìa e il tristo ricordo».

Con coraggio, Giuseppe Mussio rientra in patria, e la persecuzione riprende: «2 giugno 1923, sono invitato al Fascio e costretto a rilasciare una dichiarazione che non dovrò più occuparmi di riorganizzare il Partito Socialista, come risulterebbe da segrete adunanze che tengo. Nulla di più falso…»

Il 10 giugno 1925, avviene un altro fatto gravissimo: «escono da teatro due miei figli, Antonio e Furio, quest’ultimo è poco più che un bambino, vengono aggrediti e percossi a sangue… Naturalmente non ne posso più. Siccome è notte, vado il giorno dopo dal sindaco Guidi e lo minaccio. Così è giusto che io sia arrestato e tradotto a Piombino, ma il processo non si fa ed esco dopo quindici giorni».

Il 25 settembre, la famiglia Mussio subisce un’altra disgrazia: «in piazza c’è la fanfara del XXI Artiglieria che sta per partire, il popolo si propende in dimostrazioni di simpatia. Alle note di “Giovinezza”, nessuno pensa a togliersi il cappello. Per questo, certo L.A. comincia a picchiare sulle teste; subentra il panico e le donne specialmente scappano, tra queste v’è una mia figlia che si ricovera in bottega e, disgraziatamente, prende due scalini per uno, in ciò fare si spezza il femore destro e resterà infelice per tutta la vita. Anche questo, sia pure indirettamente, è delitto fascista».

Il 22 novembre, Mussio descrive in modo satirico il comportamento di un ufficiale che, oltre alla sua prepotenza, denota una buona dose di ignoranza: «il maresciallo Calvagna è tanto che mi dà noia. Stamani mi perquisisce con la scusa di volere la tessera socialista che non ho. Dall’abito che indosso a tutti i mobili, fruga per tutto, compreso il letto dove mia figlia spasima da due mesi, alla fine mi porta via una decina di libri che poi è costretto a restituirmi scornato. Il libro che più lo irrita, nella sua ignoranza, ha per titolo: “da Mosca alla Beresina”.Egli scambia il racconto del disastro napoleonico con la propaganda bolscevica; fa gli occhiacci, sbuffa e sgrana i denti come Rogantino ripetendo: “Mosca, Mosca” e va via, come se veramente avesse avuto una mosca… sul naso!»

Le “forze dell’ordine” continuano a perseguitarlo. Il 3 dicembre 1926: «cinque ore di perquisizione in bottega ed in casa, da parte del commissario Festa di Piombino con Carabinieri ed agenti di P.S. Tutto va all’aria e, non potendo altro, mi sequestrano le armi regolarmente denunciate, con 73 cartucce da caccia. Poi mi si arresta e mi si traduce a Piombino, sotto l’imputazione di favoreggiamento all’uccisione di Libero Turchi. Dopo 14 giorni tutto sfuma ed esco di carcere con una ammenda di 100 lire».

Il 3 gennaio 1927: «sono chiamato a Roma per visita militare. Il commissario di P.S. Festa, d’accordo con i fascisti, mi fa arrestare appena giunto alla stazione Termini. Una notte sul pancaccio della questura centrale non fa male. Ma quante minacce, ingiurie, maltrattamenti, in quella notte, da parte di questurini e metropolitani.

Il mattino successivo sono portato dal questore Bellone, che esamina i miei documenti, se ne rammarica e fa rendermi l’ordine d’arresto perché “segnalato come sovversivo pericolosissimo da vigilarsi costantemente” e mi rimette in libertà».

Gli anni più amari e più difficili della vita di Giuseppe Mussio e di molti altri suoi contemporanei trascorrono tristemente. La violenza fascista degli inizi si attenua con il passare del tempo, poi però arriva la guerra e la situazione torna nuovamente drammatica.

Nel giugno del 1944, le truppe alleate liberano Campiglia e l’incubo sembra finito per sempre. Il vecchio sindaco viene rimesso in carica nel tentativo di cancellare con un colpo di spugna il regime fascista e riprendere il discorso da dove era stato interrotto due decenni prima: «Gli alleati entrarono il 25 giugno e la mattina di poi, per volere del Comitato di Liberazione Nazionale, io ebbi la ventura d’insediarmi al Comune, dopo ventidue anni di forzosa assenza. Ne provai soddisfazione sino alle lacrime, non in quanto risalivo come cittadino, ma piuttosto perché traverso la mia modesta personalità fisica, politica e morale, era il Popolo che tornava al Municipio e riaffermava nella storia del nostro Paese, il suo imprescrittibile diritto di sovrintendere alla pubblica cosa».

Giuseppe Mussio, nei suoi discorsi pronunciati alla cittadinanza dopo il suo reinsediamento, riassume così le vicende del triste passato: «di quale maggiore iniquità possono macchiarsi gli uomini se non di quella che, con la violenza fisica e morale, mira a soffocare negli altri la libertà di sentire, pensare ed esprimersi dissentendo dalle loro idee? Quale arcana o divina potenza esiste che dia ad una sì stretta parte di loro, il diritto di comandare ed alla stragrande maggioranza degli altri, il dovere di obbedire se non per spontaneo generale suffragio di consenso, sempre revocabile per volontà di popolo?

Non dipese sempre, in ogni epoca, da l’ambizione, la cupidigia, la prepotenza di pochi, l’incuria, la rinuncia, la vigliaccheria di troppi? Ricordiamo: 1919 ritorno dalla guerra, nella quale ci avevano persino promesso la terra, se contadini ed in pace, trovammo invece, disoccupazione, imboscati ed arricchiti che si divertivano e sembrava si dovesse riverirli e ringraziarli! Scontento inevitabile del dopo guerra, dunque qualche verbosa esagerazione demagogica inconcludente, qualche gesto inconsulto e riprovevole forse, diciamo la verità, ma subito colto al balzo dalla reazione sanguinaria in agguato, che trovò lo scherano in Mussolini e nacquero i fasci di tutti i soprusi, di tutte le disonestà, di tutte le vendette e l’Italia grondò sangue di popolo innocente…

L’Italia fu così asservita col terrore al più ributtante e inverecondo istrione che la storia conoscerà e sebbene vi saranno tra noi gli antifascisti di tutti i partiti che continueranno a lottare strenuamente, soffriranno e vinceranno dopo vent’anni per essere ancora sulla breccia; la maggior parte degli italiani vuole vita o nolenti diverranno un enorme gregge di pecore. In mezzo a tanti belanti vi saranno anche degli appiccicosi autentici pecoroni rossi, che tingeranno di nero le loro villosità per pavoneggiarsene poi nelle storiche adunate, ma dopo il 25 giugno 1944, data della nostra liberazione, essi tenteranno a tutto spiano di cambiar colore al pelo, ma nessuna vernice rossa, ch’io sappia, potrà mai ricoprire il nero sudicio della loro coscienza.

Stiano dunque in disparte certi messeri e non abusino di certi partiti troppo accoglienti col mettersi in bella mostra!»

Concludiamo questo articolo su Giuseppe Mussio riprendendo le parole pronunciate dal colonnello Aldo Guasconi in occasione della sua morte: «Giuseppe Mussio fu, sopratutto, un foggiatore di coscienza, un maestro di educazione civica, politica e morale, un campione di come debba essere condotta la lotta politica da un popolo civile: fu, come ho detto, una figura tipica, una grande figura dei tempi e dei sistemi cavallereschi che ho accennato prima ed a quei sistemi Egli rimase sempre fedele, nobilmente fisso, come era, nel nobilissimo concetto che gli uomini si debbono piegare e vincere, non con la violenza, ma con l’educazione, con l’istruzione, col ragionamento, con la persuasione, con l’amore.

Asceta nel pensiero e nell’azione, nacque, visse, morì povero, ma nella sua povertà materiale ha lasciato un patrimonio morale di inestimabile valore. Io addito ai giovani l’esempio, ripeto luminosissimo, di Giuseppe Mussio. Si ispirino i giovani a quell’esempio e cerchino di seguirlo, seguendolo essi onoreranno non soltanto l’idea che servono, ma onoreranno se stessi e la Nazione».

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 17 (marzo-aprile 2017)

 

 

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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