Il Comune di Campiglia quando le cariche pubbliche erano estratte a sorte

La storia del nostro Comune ha avuto inizio circa novecento anni fa, quando gli abitanti più facoltosi del castello riuscirono a sottrarsi all’autorità dei conti della Gherardesca, sottoscrivendo tra di loro un patto civico, andato perduto, che rappresentò l’atto fondante della Comunità di Campiglia.

Sappiamo molto poco sul funzionamento del Comune di Campiglia durante il medioevo. Le notizie a nostra disposizione sono scarse e frammentarie. Le prime tracce risalgono alla metà del Duecento quando il Comune gode già di una certa autonomia giudiziaria e possiede una propria sede fuori dal perimetro del castello che, per certi versi, continua a mantenere l’aspetto feudale di un tempo.

A farcelo intuire è un documento del 1253, redatto da Jacopo, notaio del Comune di Campiglia, il quale attesta una sentenza in favore di un cittadino di Massa Marittima, creditore nei confronti di tre campigliesi.

Vent’anni dopo però il potere giudiziario del Comune sembra essersi ridimensionato ed essere passato nelle mani del Capitano inviato dai Pisani, che opera e risiede nel palazzo comunale. In un documento del 1281 è citato un ufficiale del Comune, il camerlengo Guiduccio del fu Ildebrandino Bondelli, che acquista un quarto del pascolo di Campiglia.

Dobbiamo attendere l’inizio del Trecento per farci un’idea più precisa sul funzionamento del Comune di Campiglia. Sappiamo infatti che, nel 1303, il priore era un certo Ginaspulo del fu Guido e che, all’epoca, esistevano due Consigli comunali, il “minore” e il “maggiore”, formati da una quindicina di consiglieri in tutto.

Un altro documento pisano ci informa del fatto che, nel 1329, i priori del Comune di Campiglia erano due, che restavano in carica per soli due mesi, esattamente come gli Anziani del Comune di Pisa, e che venivano nominati dai due Consigli, minore e maggiore.

Nel 1399, la situazione doveva essere ancora la stessa, visto che in un documento campigliese di quell’anno sono rammentati i priori Bindo e Bencivenne e i membri dei due Consigli che si riunivano nel palazzo pretorio.

I documenti che più ci aiutano a capire come fosse organizzato il nostro Comune nei secoli scorsi sono gli Statuti, ovvero una serie di leggi e norme che regolarono tutti i vari aspetti amministrativi e giuridici della Comunità fino all’Ottocento. Esistono diverse versioni degli Statuti di Campiglia, la più antica delle quali è quella degli inizi del Quattrocento.

Recentemente abbiamo pubblicato la trascrizione integrale degli Statuti del 1576 ed è proprio su quel prezioso documento che ci baseremo per cercare di ricostruire il funzionamento della macchina amministrativa comunale nell’Età moderna.

Il governo della Comunità di Campiglia era nelle mani del Consiglio comunale, un organo non elettivo formato dai capi delle più importanti famiglie del paese. Per essere ammessi a farne parte occorreva essere maschi adulti, poter disporre di un patrimonio sufficiente ed essere residenti stabilmente in paese da un certo periodo di tempo.

Parlando del Consiglio comunale di Campiglia, Isidoro Falchi, forse con eccessiva enfasi, usò queste parole: «Le sue adunanze, comunque la popolazione fosse d’assai minore dell’attuale, erano tenute con molta pompa e rispettate. La dignità dei personaggi che componevano quel Consesso, la gravità del loro portamento, la solennità delle adunanze stesse, davano alle sue deliberazioni un valore grandissimo… Non v’era cosa alcuna che non dipendesse dal Consiglio: qualunque lavoro o nuova provvista nell’ospedale, nelle chiese e altrove; qualunque elezione, qualunque festa, qualunque spesa, qualunque vendita, tutto dovea essere dal Consiglio approvato».

Ad un certo punto, i due Consigli medievali, quello maggiore, formato da più uomini, e quello minore, composto da una cerchia più ristretta di consiglieri, furono ridotti ad un’unica assemblea di ventotto uomini. Questo però comportava degli svantaggi. Capitava infatti frequentemente che alcuni dei membri fossero assenti e così non si riusciva a raggiungere il numero minimo necessario per deliberare. Si cominciò quindi a discutere del fatto che sarebbe stato meglio ridurre il numero dei consiglieri per ovviare a questo problema.

La cosa però non fu possibile perché, nel maggio del 1576, il governo ordinò al Comune che venissero iscritti nelle liste degli uomini eleggibili tutti i militari dell’esercito granducale residenti a Campiglia, allargando quindi di fatto il numero dei partecipanti alla vita politica locale. Si decise quindi di adottare una soluzione salomonica che tenesse di conto di entrambe le esigenze. Si ricrearono due diversi Consigli, quello “generale” o “maggiore”, composto da quaranta uomini, e quello “ristretto” o “minore”, formato soltanto da ventidue membri, che avrebbe deliberato sulle materie ordinarie. Il Consiglio generale si sarebbe invece riunito solamente in casi eccezionali per prendere decisioni in «materia di molta importanza».

Se non possiamo escludere che in una fase arcaica della storia del nostro Comune tutti o quasi i capifamiglia del paese avessero diritto ad un seggio nel Consiglio generale, è certo che in seguito si dovette procedere ad una selezione tra gli aspiranti membri, per ridurne il numero.

All’epoca non esistevano quelle che oggi chiamiamo elezioni e quindi la scelta delle persone deputate a rappresentare e ad amministrare la Comunità non avveniva per votazione, bensì con un sistema che oggi potrebbe sembrare poco democratico ma che, all’epoca, era invece del tutto normale.

Elaborato all’inizio del Trecento per evitare che a governare fossero sempre i soliti personaggi più influenti, si diffuse ovunque la pratica della “tratta”, ovvero dell’estrazione a sorte dei nomi dei candidati.

Dopo aver compilato una lista di persone abili a ricoprire i ruoli istituzionali, redatta da un’apposita commissione di “saggi” e sottoposta al Consiglio comunale in carica, si procedeva ad inserire in apposite borse delle schede cartacee, dette “polizze”, su ognuna delle quali si scrivevano uno o più nomi di candidati al Consiglio e di conseguenza alle cariche pubbliche.

Questa operazione prendeva il nome di imborsazione. Al momento della tratta i nominativi venivano poi di nuovo valutati per evitare che fossero estratti defunti, ribelli, evasori fiscali o parenti stretti di consiglieri e ufficiali già in carica.

L’estrazione dei nuovi uffici veniva fatta ogni anno, prima dell’inizio di settembre. Ogni cinque anni si procedeva invece alla correzione delle borse, aggiungendovi altre polizze con i nomi di nuovi aspiranti consiglieri e correggendo, se necessario, quelle vecchie.

Le borse del Comune di Campiglia erano tredici. Una per estrarvi i nomi dei membri del Consiglio generale e le altre dodici per decidere chi avrebbe ricoperto i vari incarichi pubblici previsti dagli Statuti comunali. C’era poi una borsa, detta degli “spicciolati”, che conteneva i nomi delle riserve destinate a sostituire i consiglieri e gli ufficiali, in caso di morte o di dimissioni.

La borsa più importante era quella dei priori, nella quale si trovavano diverse polizze contenenti ognuna tre nomi. Il primo nominativo della polizza estratta diventava gonfaloniere, gli altri due erano i nuovi priori. Il gonfaloniere era il capo del Comune, in pratica il sindaco di allora, mentre i priori erano i suoi vicari. In questa borsa quindi venivano inseriti i nomi degli uomini più illustri di Campiglia, appartenenti alle famiglie più facoltose.

La carica del gonfaloniere e dei priori durava sei mesi. Il loro compenso era di 15 “piccioli”, ovvero 15 lire d’argento. I priori erano riveriti da tutta la popolazione. In loro presenza si dovevano rispettare scrupolosamente le formalità imposte dal galateo dell’epoca, “nel parlare”, rivolgendo loro parole e gesti di riverenza; “nell’andare”, cioè camminando dietro di loro in segno di rispetto; e “nel sedere”, ovvero sedendosi solo dopo che si fossero accomodati prima loro. Lo stesso comportamento rispettoso doveva essere riservato dai priori al gonfaloniere.

L’ingresso in Comune dei nuovi priori avveniva di mattina, alla presenza di tutti gli altri ufficiali, nella sala del Consiglio. Esisteva una vera e propria cerimonia di insediamento. Dopo un breve discorso pronunciato dal cancelliere comunale, che li esortava ad esercitare la carica esclusivamente nell’interesse pubblico, i nuovi priori ricevevano nelle loro mani, dai colleghi uscenti, il sigillo della comunità.

Questo passaggio di consegne avveniva davanti al Capitano di Giustizia, rappresentante del potere statale. Subito dopo, aveva luogo il seguente giuramento: «Noi priori della Comunità di Campiglia nuovamente estratti, giuriamo di esercitare il nostro offizio con tutta quella fede, et diligentia, che a noi sarà possibile, et in tutti gli affari della Comunità proporremo l’utile comodo, et onesto pubblico al particulare, et al nostro stesso. Non consentiremo, che ne’ nostri consigli si tratti o proponga cosa contro l’onore di Dio, et di Santa Chiesa, et contra lo Stato felicissimo di Sua Altezza Serenissima nostro Signore, né dannose per quanto conosceremo. Alla nostra Comunità favoriremo nel suo offitio il Signor capitano, et sua corte haremo per comandati sempre chiese, spedali, et altri luoghi pii, vedove, pupilli, et altre miserabili persone, et tutte le altre cose spettanti al nostro offizio, diremo, faremo, osserveremo, et fare, et osservare procureremo siccome siamo obligati. Et salva sempre la grazia di Sua Serenissima Altezza nostro Signore».

Il gonfaloniere e i due priori, una volta estratti, non potevano rifiutare la carica e, se cercavano di sottrarsi al loro dovere, venivano prima multati e poi costretti dal Capitano di Giustizia ad esercitare con la forza. Questo perché il Comune non poteva permettersi di rimanere senza una guida.

Il loro ufficio iniziava il primo di settembre. Durante i sei mesi, priori e gonfaloniere godevano di un’immunità che gli consentiva di non essere imputabili nel caso in cui fossero stati coinvolti in cause civili o per debiti, a meno che questi debiti non fossero stati contratti nei confronti del Comune di Campiglia o dello Stato.

Il compito principale del gonfaloniere e dei priori era quello di convocare e dirigere il Consiglio comunale. Per convocare il Consiglio, il gonfaloniere e i priori dovevano prima chiedere il permesso al Capitano. Una volta ottenuta l’autorizzazione, il messo comunale si recava in tutti i luoghi pubblici e, dopo aver richiamato l’attenzione della popolazione con il suono della sua tromba, informava ad alta voce i Campigliesi che l’indomani si sarebbe tenuto il Consiglio comunale; poi faceva suonare la campana di palazzo pretorio per un quarto d’ora almeno, facendola rintoccare anche la mattina seguente, fino al momento dell’inizio del Consiglio comunale.

A quel punto il gonfaloniere e i due priori prendevano posto sui loro scranni e le porte della sala venivano chiuse. Il cancelliere faceva l’appello dei consiglieri presenti; gli assenti ingiustificati venivano poi multati, così come chi abbandonava l’aula senza il permesso del Capitano e dei priori.

Il compito del consigliere era quello di «consigliare le cose utili per la Comunità e opporsi alle dannose». Nella sala del Consiglio, ognuno doveva sedere al suo posto «modestamente» e in silenzio, indossando un vestito nero, cappa o tabarro. Chi aveva una proposta da iscrivere all’ordine del giorno si alzava in piedi e si recava alla «ringhiera» dove esponeva la sua idea, mentre gli astanti ascoltavano in silenzio. Il cancelliere la riassumeva in forma scritta sul suo registro, dopodiché, chi voleva intervenire per commentare poteva farlo, sempre portandosi alla ringhiera, e dire la sua.

Alla fine si passava alla votazione segreta, per approvare o respingere la proposta, servendosi di lupini bianchi e fave di colore nero, che venivano inseriti in un bussolotto dai vari consiglieri. Il lupino significava voto favorevole, la fava invece contrario.

Un’altra importante carica pubblica comunale era quella dei provveditori e grascieri. Il loro compito principale era stabilire i prezzi dei generi alimentari e delle bevande che si vendevano al dettaglio nel territorio campigliese e controllare che i listini da loro predisposti fossero rispettati da bottegai e commercianti, multando gli eventuali trasgressori.

I nomi di questi due funzionari venivano estratti da un’apposita borsa e il mandato durava sei mesi. L’importanza del loro compito è testimoniata dal fatto che anch’essi, come i priori e il gonfaloniere, dovevano giurare davanti al cancelliere di esercitare l’incarico onestamente. A loro era affidata la custodia del palazzo pretorio, per il quale potevano spendere liberamente fino alla somma di 70 lire senza chiedere l’autorizzazione del Consiglio.

Ogni volta che si insediava un nuovo Capitano di Giustizia, i provveditori dovevano redigere un inventario di tutti gli arnesi, le masserizie e le forniture del palazzo. Quando poi il Capitano se ne andava, i due provveditori controllavano che tutto fosse ancora al loro posto e se qualcosa era stato smarrito, da lui o dalla sua corte, gli veniva messo in conto e fatto ripagare.

Un’altra funzione svolta dai provveditori era il controllo delle carni. Prima di essere macellate, le bestie venivano passate in rassegna dai provveditori, per verificare che fossero in buona salute e che non fossero vendute carni di pecora e montone spacciandole per castrati. Se tutto era in regola, al “beccaio” veniva rilasciata la licenza scritta per procedere alla macellazione e alla vendita in bottega.

Durante la Quaresima i provveditori vigilavano su chi comprava formaggio affinché non se ne acquistasse più di 10 libbre per volta ed esclusivamente per uso personale. Vigeva infatti il divieto di venderne e comprarne all’ingrosso, pena una multa salata e la confisca del cacio.

Si controllava attentamente anche che i generi alimentari che venivano introdotti a Campiglia fossero portati sulla piazza del paese e messi in vendita al mercato per tutta la mattinata, secondo i prezzi imposti dai provveditori ed esclusivamente al dettaglio.

Solo dopo mezzogiorno era possibile vendere e comprare all’ingrosso, questo per assicurare prima di tutto il rifornimento alimentare delle famiglie. Nessuna restrizione invece per la vendita delle stoviglie, che potevano essere commerciate liberamente.

Con il termine “luoghi pii” si indicavano gli enti pubblici caritatevoli che svolgevano la loro attività grazie ad un proprio patrimonio, formatosi negli anni in seguito a lasciti e donazioni di privati.

A Campiglia questi enti erano sostanzialmente due: lo Spedale e l’Opera dei Santi Giovanni e Lorenzo, entrambi facevano capo al Comune ed erano gestiti da un funzionario, il camarlingo dell’Opera, che aveva il compito di amministrarne i beni.

Il patrimonio dell’Opera campigliese era utilizzato per la manutenzione degli edifici ecclesiastici del paese e per le spese di culto a carico della Comunità, come quelle che si rendevano necessarie in occasione delle feste patronali e altre solennità.

Il camarlingo, oltre a riscuotere i crediti e a registrare entrate e uscite dell’Opera, doveva occuparsi di mettere all’asta periodicamente, ogni tre anni, l’affitto dei terreni dell’ente. Ovviamente, né lui né i suoi familiari potevano partecipare a questi incanti. Doveva anche redigere un inventario degli oggetti presenti in sacrestia.

Non era lui però a decidere come spendere i soldi dell’Opera. Questo compito spettava agli operai, altri due funzionari comunali, estratti da un’altra borsa, che si occupavano materialmente dell’organizzazione e della gestione dell’Opera e degli altri luoghi pii. Alla fine del suo mandato, che durava un anno, i conti del Camarlingo dell’Opera venivano ricontrollati da due ragionieri incaricati dai priori del Comune.

Tra i funzionari comunali più importanti c’erano anche i viali, il cui compito principale era quello di «tener cura di fare assettare le strade guaste, e attendere alla nettezza e pulitezza della terra, onde ne nasce bellezza del luogo e salubrità dell’aria». Secondariamente si occupavano anche di conciliare le liti tra confinanti, che nascevano in seguito alla costruzione di nuovi muri o a causa di gronde o tetti.

A loro spettava anche decidere se concedere o meno la realizzazione di latrine, acquai e ogni altra cosa riguardante l’igiene pubblica. Potevano inoltre decidere di far sistemare e lastricare le strade del paese, costringendo i proprietari degli immobili a partecipare alla spesa per il tratto di loro competenza.

Dovevano anche aver cura delle strade extraurbane, delle fonti, dei pozzi, delle cisterne e delle mura castellane, vigilando affinché nessuno vi provocasse danni, soprattutto alle acque potabili, e comminando multe salate a chiunque sporcasse o guastasse i beni pubblici posti sotto la loro custodia.

Tanto per fare un esempio, chi tendeva «quoia pelose» o «cenci» sulla strada principale del paese e sulla piazza di Campiglia o vi ammazzava bestie, eccetto i capretti, così come chi gettava «brutture» in cisterne, pozzi, fonti o abbeveratoi, si ritrovava a dover pagare una multa di 5 lire. Al triplo invece ammontava l’ammenda per i frantoiani che lasciavano la «morca» o la sansa in strada invece di portarla nel luogo deputato lungo le mura. I Campigliesi che abitavano sulla via maestra, ogni sabato sera e nelle vigilie di «festa comandata», erano tenuti a spazzare e pulire davanti all’uscio e sul retro della loro abitazione.

Anche gli stessi viali potevano essere multati dal Comune se non erano abbastanza zelanti nel loro lavoro. Non appena qualcuno manifestava la volontà di sistemare la strada intorno alla propria casa, i viali dovevano subito predisporre il cantiere senza perdere tempo, per non incorrere in una sanzione amministrativa. Lo stesso avveniva nel caso in cui non fossero abbastanza solerti nel far acconciare e sterpare le strade extraurbane entro il mese di maggio, per permettere il regolare transito delle bestie e dei carri impegnati nei lavori agricoli.

In passato l’allevamento brado era una pratica diffusissima nelle nostre campagne. Questo alto numero di mandrie e greggi al pascolo rappresentava una costante minaccia per l’agricoltura. Il problema dei danni alle coltivazioni era una questione molto seria e delicata che poteva generare conflitti anche seri tra allevatori e coltivatori.

Per cercare di tenere sotto controllo la situazione, il Comune aveva istituito la figura di tre specifici funzionari, i cosiddetti campai o stimatori del danno dato, con il compito di quantificare «i danni dati ne’ grani, biade e vigne». Non si trattava di un incarico semplice, perché non sempre era possibile valutare con precisione e immediatamente l’entità del danno causato dagli animali.

I proprietari che dichiaravano di aver subito un danno dovevano recarsi in tribunale a Campiglia e sporgere denuncia al Notaio del danno dato, il quale annotava tutto in un apposito «quadernetto», lasciando uno spazio bianco sotto ad ogni denuncia. Poi il dannificato doveva contattare i campai, che effettuavano un primo sopralluogo, in genere in marzo, per prendere visione e farsi un’idea dell’accaduto quando «i grani sono piccoli».

Nel mese di maggio per il grano e in agosto per le vigne, i campai, con il quadernetto alla mano, facevano un secondo giro, quando le coltivazioni erano ormai mature, per confermare o modificare la stima fatta precedentemente.

Gli altri ufficiali estratti dalle borse del Comune di Campiglia erano il canoviere del sale, in carica per un anno, incaricato di gestire l’approvvigionamento e la distribuzione del sale alla popolazione; i cinque sindaci dei capitani, che avevano il compito di giudicare l’operato dei Capitani di Giustizia alla fine del loro mandato; i ragionieri del camarlingo generale, che dovevano ricontrollare i conti del tesoriere del Comune prima che quest’ultimo lasciasse l’incarico; i proposti al consiglio, due ogni sei mesi, incaricati di «proporre e consigliare sopra le materie occorrenti ad onore di Dio, et utile, et comodo et benefizio del Comune di Campiglia»;

i due sindaci dei malefizi, in carica sei mesi (che non potevano far parte contemporaneamente anche del Consiglio) il cui lavoro consisteva nel riportare e denunciare al Capitano di giustizia qualunque reato commesso nel territorio campigliese del quale fossero venuti a conoscenza; i tre arbitri o terminatori, in carica sei mesi, con il compito di conciliare ogni lite che fosse nata tra vicini e confinanti e di stimare immobili e qualunque altra cosa gli venisse richiesta; i due stimatori dei pegni, in carica sei mesi, dovevano stimare i pegni «vivi e morti» per conto del capitano; le guardie della Bandita, estratte al di fuori dei componenti del Consiglio, in carica sei mesi, avevano l’obbligo di controllare che non entrassero bestie a far danni nella Bandita comunale e di accusare gli allevatori che commettevano queste infrazioni; i sei soprintendenti alle guardie di bandita dovevano invece vigilare affinché le guardie facessero il loro dovere e non si lasciassero corrompere.

Gli incarichi comunali non erano certo una fonte diretta di guadagno, dato che i compensi erano modesti. Nonostante questo però, chi rivestiva le cariche più importanti godeva di un certo prestigio e di qualche privilegio, cosa che tutto sommato rendeva appetibili le cariche istituzionali.

Il 3 marzo 1596, Buonaccorso Daiti domandò di entrare a far parte del Consiglio comunale e di essere imborsato, per poter accedere alle cariche pubbliche della Comunità. Il Consiglio, nel valutare la richiesta del Daiti, deliberò, quasi all’unanimità, che egli dovesse essere ammesso «per più et più cause, et particularmente per esser detto Bonacorso ricco et possedere assai beni et esser persona da bene, soldato a cavallo et persona honorata et che tutti li sua parenti da canto sua madre hanno goduto tali offitii».

Tuttavia, anziché imborsare direttamente il nome del nuovo consigliere, si preferì adottare un escamotage. Essendo morto da poco il capitano Iacopo Tardò, zio materno del Daiti, il Consiglio stabilì che, nel caso in cui fosse uscito da una delle borse il nome del defunto, l’incarico sarebbe stato assegnato a suo nipote Buonaccorso.

Questo episodio è senz’altro indicativo di quanto i membri delle casate più importanti, o quantomeno alcuni di loro, tenessero a far parte del Consiglio comunale e a ricoprire incarichi pubblici.

Evidentemente, il Daiti si era fatto avanti proprio in seguito alla morte dello zio, per sostituirlo e fare in modo che la sua famiglia continuasse a svolgere un ruolo attivo nei locali organi di governo.

Avere “le mani in pasta” permetteva ai maggiorenti del paese di essere sempre informati in anticipo su tutto. Se poi, amministrando la Comunità, si presentava anche qualche buon affare personale non se lo facevano certo scappare.

La terribile pestilenza del 1631, che aveva decimato la popolazione campigliese, creò seri problemi alla macchina amministrativa comunale. Non essendoci più un numero sufficiente di uomini capaci di ricoprire gli incarichi istituzionali, da Firenze ordinarono che il Consiglio comunale di Campiglia non potesse più prendere decisioni, senza prima aver consultato i signori Campigli, ai quali fu affidato il compito di vigilare scrupolosamente sugli affari della Comunità.

Per un certo periodo la tutela dei Campigli dette qualche risultato positivo. Furono realizzate opere pubbliche, incrementata l’agricoltura e migliorate le condizioni finanziarie del Comune. Poi però, l’autorità di quella potente famiglia divenne un peso.

Approfittando del loro potere, i Campigli commisero una serie di prepotenze ai danni della Comunità, impossessandosi di beni pubblici e togliendo ai campigliesi perfino l’antico uso del legnatico nella tenuta di Biserno. Dopo una lunga causa, il Comune riuscì a risollevarsi e le istituzioni di Campiglia riacquistarono l’importanza di un tempo.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 23 (marzo-aprile 2018)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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