I capitani di Campiglia

Prima pisani e poi fiorentini, amministrarono la giustizia per cinque secoli

Per circa cinque secoli, la più importante figura istituzionale di Campiglia fu quella del Capitano di Giustizia: il funzionario inviato dallo Stato – prima la Repubblica di Pisa, poi quella di Firenze e infine il Granducato di Toscana – per amministrare la giustizia e mantenere l’ordine pubblico.

Nel XIII secolo i capitani erano eletti dal Comune di Pisa tra i cittadini pisani con più di trentacinque anni. Nel 1287, lo stipendio era di cinquanta lire più alloggio gratuito e la carica durava sei mesi.

A coadiuvare i capitani nel loro lavoro c’erano un notaio ed un giudice. Il capitano aveva anche il compito di far custodire da quattro sergenti la rocca di Campiglia, ovvero ciò che rimaneva dell’antico castello dei conti che un tempo avevano signoreggiato e che ora erano stati definitivamente spodestati e sostituiti dai Pisani.

I capitani erano quasi tutti appartenenti alle più importanti famiglie della città, molte delle quali nobili, come i Lanfranchi, i Gualandi o i Della Rocca.

Dal 1406, anno in cui Pisa fu conquistata e annessa dai Fiorentini, i capitani di giustizia cominciarono ad essere scelti prevalentemente tra le maggiori casate di Firenze, i cui stemmi campeggiano ancora oggi sulla facciata del nostro Palazzo Pretorio.

I capitani di Campiglia operavano in una zona delicata, posta sul confine con lo Stato di Piombino e, fino al 1555, a ridosso anche della Repubblica di Siena. La giurisdizione abbracciava un territorio molto vasto, suddiviso in due podesterie, quella di Campiglia – formata dalle comunità di Campiglia, Castagneto e Donoratico – e quella di Bibbona, comprendente le comunità di Bibbona, Bolgheri, Casale, Castiglioncello, Guardistallo e Montescudaio.

Il Capitano, cittadino fiorentino, era nominato con il sistema delle “tratte” – estrazione a sorte – e restava in carica per un semestre. Si occupava delle cause criminali, del controllo dell’ordine pubblico e della sorveglianza sui confini.

Quando, nel primo ventennio del Quattrocento, Firenze ridusse il numero di giudici presenti sul territorio, i capitani di giustizia cominciarono ad esercitare anche le funzioni che prima erano state svolte dai podestà, diventando quindi giudici anche nelle cause civili.

Oltre a questo, il capitano – in qualità di rappresentante in loco dello Stato – controllava l’operato degli “organi politici” delle varie comunità comprese nel proprio Capitanato, presenziando alle assemblee dei consigli comunali.

Con la riforma leopoldina del 1772, che mirava alla divisione dei poteri e alla professionalizzazione dei giudici, il capitanato fu soppresso e Campiglia divenne sede di vicariato, retto da un vicario con competenze esclusivamente nel campo dell’amministrazione della giustizia civile e criminale.

Per un breve periodo, durante la dominazione francese, Campiglia fu sede di una “giudicatura di pace”, ma con il ritorno del granduca fu ricostituito il vicariato, che rimase attivo fino al 1848, quando fu definitivamente soppresso e sostituito da una pretura.

Gli Statuti cinquecenteschi di Campiglia – ovvero i regolamenti comunali di allora – descrivono nel dettaglio la figura e il ruolo del capitano di giustizia in quel periodo.

Dopo essere stato scelto e inviato a Campiglia per amministrare la giustizia, il capitano doveva presentarsi, lo stesso giorno del suo insediamento, nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, insieme al suo cavaliere, al notaio e a due “famigli” (assistenti).

Una volta in chiesa, alla presenza dei priori del comune, prestava giuramento. La cerimonia prevedeva che il capitano toccasse una copia della Bibbia, tenuta in mano dal cancelliere, giurando che avrebbe fatto rispettare nel migliore dei modi le leggi del comune, impegnandosi ad agire sempre per il bene e nell’interesse dei campigliesi. Doveva inoltre promettere di essere imparziale nelle sue decisioni, di favorire le chiese, gli ospedali e tutte le altre organizzazioni caritatevoli, di proteggere le vedove, i minorenni e le classi più povere. In quell’occasione il capitano doveva anche accettare il fatto che, una volta terminato il mandato, una apposita commissione di campigliesi (i “sindaci”) avrebbe giudicato il suo operato.

Il capitano, insieme al suo cavaliere, era obbligato, il giorno 15 di ogni mese, a ricevere ed ascoltare tutti i cittadini che ne facevano richiesta (“banco di ragione”).

Inoltre era tenuto ad essere presente a tutti i consigli comunali e a fare eseguire e mettere in pratica le disposizioni che venivano stabilite durante queste assemblee.

La maggior parte delle volte, il capitano era chiamato in causa per sbrogliare piccole controversie del valore di pochi spiccioli. In particolare succedeva spessissimo che nascessero liti per debiti tra campigliesi e forestieri e che questi ultimi, non potendo sostenere le spese che un soggiorno prolungato a Campiglia avrebbe comportato, decidessero di partire senza avere avuto modo di riscuotere i loro crediti. Per ovviare a questo inconveniente, la legge prevedeva, per i forestieri che si rivolgevano al tribunale del capitano, la possibilità di usufruire di una sorta di rito abbreviato. Se il debito non superava le dieci lire e il forestiero era disposto a garantire al campigliese la prosecuzione della lite fino alla sentenza definitiva – impegnandosi quindi a pagare le eventuali spese giudiziarie – il capitano era costretto ad emettere un giudizio sommario, anche durante i giorni “feriati”, cioè festivi, in cui normalmente era proibita al tribunale qualsiasi altra attività.

Questa scorciatoia processuale non riguardava soltanto le liti con i forestieri, ma includeva anche altre cause per debiti tra campigliesi. Per esempio poteva ricorrere al giudizio sommario chi aveva reso un servizio personale senza ricevere un salario adeguato o aveva prestato denaro senza che questo gli fosse stato restituito, come anche chi aveva fornito carne, pane o vino, senza avere una contropartita.

L’accusato veniva convocato in tribunale ad un’ora precisa, se si presentava regolarmente, riconoscendo il proprio debito, il capitano gli ordinava di pagare quanto dovuto al suo creditore e la cosa finiva lì.

Se invece il debitore non compariva, lo si considerava automaticamente colpevole. Quando invece l’accusato, nonostante le prove a suo sfavore, negava il proprio debito, il capitano era autorizzato a fargli sequestrare dei beni per venderli al miglior offerente, entro otto giorni, e ricavare in tal modo il denaro necessario a risarcire il creditore della somma dovutagli e delle spese sostenute. Se il creditore era un forestiero, l’asta doveva svolgersi ancora più velocemente, entro tre giorni anziché otto.

Quando invece la somma dovuta non superava le due lire, in assenza di prove, per risolvere la questione si ricorreva al giuramento. Anche se l’accusato non riconosceva il debito, per condannarlo era sufficiente una dichiarazione giurata da parte dell’accusatore. Se però quest’ultimo, per qualche motivo, si rifiutava di giurare, la palla passava all’accusato, che aveva a sua volta l’opportunità di scagionarsi, giurando la propria innocenza e costringendo di fatto l’avversario a pagare tutte le spese processuali.

Come abbiamo visto, il capitano aveva il potere di sequestrare i beni di un debitore per metterli all’asta e ricavare dalla loro vendita i soldi necessari a risarcire uno o più creditori. In un’epoca in cui la maggior parte delle persone non possedeva quasi nulla, spesso accadeva che gli unici beni sequestrabili fossero quelle poche bestie che garantivano un minimo di sussistenza alle famiglie campigliesi. Nonostante la povertà generale, il possesso di bovini ed il loro utilizzo come forza lavoro era abbastanza diffuso. Altrettanto diffuso era l’uso di asini e muli per il trasporto di cose e persone, mentre solo pochi benestanti potevano permettersi il possesso di uno o più cavalli. C’erano poi capre, pecore, maiali e animali da cortile che, per quanto preziosi – costituendo l’unica riserva di carne disponibile – avevano un valore commerciale piuttosto limitato.

Dal momento in cui il tribunale faceva eseguire il sequestro a quello in cui si riusciva a trovare un acquirente, passava necessariamente del tempo. Durante questo periodo le bestie sequestrate dovevano essere custodite, a spese dei proprietari, in un luogo adatto, assicurandosi che fossero nutrite a dovere e che non potessero uscire a far danno alle coltivazioni. Poiché non esistevano stalle comunali, gli animali erano affidati alle cure dell’oste, che era tenuto ad accettarle in cambio di un compenso in denaro che variava a seconda del tipo di bestie da accudire.

Molto spesso era accaduto che i capitani di giustizia, importanti cittadini fiorentini, abusassero del loro potere e del loro prestigio sociale, emettendo sentenze ingiuste. Nella maggior parte dei casi a rimetterci erano i cittadini più poveri. Chi non era rimasto soddisfatto dal giudizio del suo capitano poteva presentare un ricorso a Firenze. Di fatto però pochissimi erano in grado di sostenere le spese necessarie e così dovevano lasciar perdere e rassegnarsi a subire il torto. Per fare in modo che i capitani fossero meno sbrigativi e più oculati nelle loro sentenze, ad un certo punto fu introdotto il “sindacato”.

Dieci giorni prima che il capitano se ne andasse, venivano estratti a sorte alcuni uomini che assumevano l’incarico di “sindaci del capitano”. Dopo avere giurato davanti ai priori di svolgere il loro compito in modo imparziale, si recavano dal capitano e si facevano consegnare dai suoi ufficiali tutti i registri con le cause civili, criminali e del “danno dato”, questi ultimi quasi sempre relativi a casi di bestie brade che danneggiavano i raccolti. Il capitano doveva indicare tre cittadini campigliesi che garantivano per lui nel caso in cui questi si fosse rifiutato di pagare le eventuali multe inflitte dai sindaci.

Lo stesso giorno della loro elezione, i sindaci dovevano far bandire in tutto il comune di Campiglia che chiunque avesse qualcosa da ridire sull’operato del capitano, della sua “famiglia” o della sua corte, poteva presentarsi davanti a loro entro e non oltre i sette giorni seguenti. Una volta ricevuta una querela, i sindaci dovevano comunicarla al capitano, in modo tale che questi potesse preparare la sua difesa. Scaduta la settimana, i sindaci avevano a disposizione altri tre giorni per condannare o assolvere il capitano. Il loro giudizio era definitivo e nessuna delle parti in causa poteva presentare ricorso.

In caso di inadempienze, i sindaci incorrevano in una multa di 25 lire per ogni causa da loro ignorata o addirittura inventata. Il compenso dei sindaci del capitano consisteva in una libbra di pepe sodo per ciascuno di loro, merce all’epoca molto apprezzata.

Durante i dieci giorni, i sindaci, dovendo garantire udienza a chiunque ne facesse domanda, non potevano assentarsi da Campiglia, a meno che non ottenessero il permesso dei priori, nel qual caso dovevano comunque lasciare un loro sostituto. La pena per gli assenti ingiustificati era di cinque lire.

Per comprendere meglio chi fossero i capitani di Giustizia e che tipo di vita conducessero, analizziamo la figura di due uomini fiorentini, vissuti nel Rinascimento, che furono investiti di questa carica a Campiglia nel Quattrocento.

Alessandro Alessandri era nato a Firenze, nel 1391, da una delle famiglie più importanti della città, vicina ai potentissimi Albizzi. Alessandro, a 32 anni, era diventato capitano di Campiglia, poi aveva ricoperto l’incarico di operaio dell’Opera di S. Maria del Fiore nel 1430 e poi quello di commissario della Repubblica fiorentina nella guerra contro Lucca. Nel 1431 fece parte del governo della Signoria e, dopo, fu nominato dai Dieci di Balia procuratore per assoldare truppe. Nel 1432, divenne capitano della Montagna pistoiese e, tre anni dopo, fu inviato in missione a Venezia e poi nel Casentino presso il conte Francesco di Poppi. Dal 1435 al 1456, fu più volte membro dell’ufficio degli Otto di Guardia e Balia e di quello dei Dieci di Balia, organo che dirigeva la politica estera della Repubblica e gli affari di guerra. Gonfaloniere di giustizia nel 1441 e nel 1448, capitano di Livorno nel 1442 e di Pistoia nel 1445, anno in cui prese per moglie Onesta Acciaiuoli.

Quando, nel 1447, il sarzanese Tommaso Parentuccelli fu eletto papa col nome di Niccolò V, l’Alessandri fu inviato come ambasciatore fiorentino a rendere omaggio al nuovo pontefice.

Nel 1451, in occasione della visita a Roma dell’imperatore Federico III d’Asburgo, Alessandro Alessandri prese parte alla delegazione cittadina inviata a Ferrara per incontrare il principe, dal quale poi fu investito cavaliere nel 1452. L’Alessandri ricoprì altri importanti incarichi politici e diplomatici, prima di morire a Firenze nel 1460.

Oltre al suo impegno nella vita pubblica fiorentina dell’epoca, Alessandro Alessandri si distinse e si fece conoscere anche nell’ambiente intellettuale cittadino, per aver frequentato da ragazzo la scuola di Roberto de’ Rossi – uno dei primi e più apprezzati umanisti – e per l’amicizia con Matteo Palmieri, altro grande umanista, che gli dedicò la sua opera “Vita civile”. L’Alessandri fu anche amico di un grande artista, Filippo Lippi, che lo raffigurò insieme a due dei suoi figli, in un celebre dipinto.

Un altro illustre capitano di giustizia di Campiglia del quale conosciamo le gesta è Angelo Manetti, nato a Firenze nel 1432. Figlio di Giannozzo Manetti, intellettuale e politico fiorentino. Studiò le lingue latina, greca ed ebraica, che padroneggiava già a dodici anni. Quando era ancora un ragazzo, trascrisse le opere di Virgilio e di Cicerone. La sua carriera politica iniziò molto presto come conseguenza di quella del padre. A quindici anni fu “trombetta” – il messo notificatore di allora – a Pistoia, dove Giannozzo ricopriva la carica di vicario.

Nel 1452, si sposò con Lucia Sacchetti, dalla quale ebbe tre figlie.

L’anno dopo lasciò Firenze, seguendo il padre, prima a Roma e poi a Napoli, dove continuò a trascrivere i classici latini e greci.

In seguito alle sfortunate vicende politiche di Giannozzo, Angelo Manetti si allontanò dalla vita pubblica fiorentina, fino a quando, nel 1463, fu eletto priore. Nel 1476 fu inviato in Francia per una missione diplomatica presso Luigi XI. Il Manetti doveva convincere il re di Francia a risarcire dei mercanti fiorentini ai quali erano state sequestrate le merci nei porti francesi. Riuscì a persuadere re Luigi e così il governo fiorentino decise di prorogare il suo mandato diplomatico, facendolo rimanere in Francia per cercare di raccogliere informazioni utili. Il re però si insospettì e così il Manetti rimpatriò per evitare di essere accusato di spionaggio.

Poco dopo il suo rientro a Firenze, nel 1478, fu eletto capitano di Campiglia, in un momento delicatissimo della storia della Repubblica fiorentina. Il 26 aprile di quell’anno infatti, Giuliano de’ Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, era stato assassinato durante la congiura organizzata dalla famiglia de’ Pazzi e dal papa Sisto IV. Nella guerra che scoppiò tra il papa e i Fiorentini dopo l’attentato, Campiglia assumeva un ruolo strategico. Fu proprio per rafforzare il caposaldo maremmano che Angelo Manetti venne mantenuto a Campiglia anche nel 1479, in qualità di commissario. In maggio, mentre stava seguendo i lavori di fortificazione della rocca del paese, scrisse ai Dieci di Balia che non aveva intenzione di andarsene nonostante nel frattempo a Campiglia fosse scoppiata un’epidemia di peste. Non riuscì a scampare al contagio e così morì eroicamente nel luglio del 1479.

Nel 1406, le insegne lasciate dai capitani del passato, inviati durante i due secoli di governo della Repubblica di Pisa, furono rimosse dalle mura del palazzo pretorio dai Fiorentini. Una pagina di storia campigliese veniva cancellata per sempre, per far spazio ad una nuova era.

Da quel momento, fino al 1772, si avvicendarono a Campiglia oltre trecento capitani di giustizia inviati da Firenze.

Di loro sono rimaste tre cose: gli stemmi di palazzo pretorio, i registri del loro tribunale e pochi corpi sepolti sotto al pavimento della chiesa di Campiglia.

Cominciamo dagli stemmi. Una settantina di capitani fecero murare sul palazzo le insegne della propria famiglia, a perpetua memoria dell’incarico svolto. Queste pietre finemente scolpite decorano ancora oggi il pretorio di Campiglia, rendendolo, insieme alla rocca, l’edificio più suggestivo del paese.

Gran parte di essi risalgono al Quattrocento, il resto fu aggiunto nei due secoli successivi. Il più antico è quello del capitano Iacopo Manovelli, del 1427, il più recente quello di Giulio Cesare Maffei, del 1694. Negli anni Ottanta del Novecento, gli stemmi furono restaurati e riportati all’antico splendore. I turisti oggi li guardano ammirati, cercando di interpretarne i simboli, decifrando le lettere scolpite nel marmo.

Ma l’eredità più grande lasciataci dai capitani e di gran lunga la più importante è quella rappresentata dall’immensa mole di documenti prodotti dal tribunale campigliese in quattro secoli di storia.

I notai dei capitani, incaricati di redigere gli atti dei processi civili e criminali, hanno prodotto centinaia di filze, registri e faldoni che, col tempo, in seguito ai cambiamenti politici e amministrativi, sono confluiti a Livorno nell’Archivio di Stato. In seguito ad una scelta sciagurata compiuta dall’allora direttore, questo complesso di documenti giace da qualche anno abbandonato in un magazzino fuori regione, in attesa di poter rientrare a Livorno per essere messo nuovamente a disposizione degli studiosi. Quando ciò accadrà, avremo finalmente la possibilità di studiare in anteprima una delle fonti più importanti – se non la più importante in assoluto – per la storia di Campiglia e del suo territorio. Conosceremo fatti ed episodi della vita dei Campigliesi che, fino ad oggi, non sono stati mai raccontati.

I verbali delle cause civili ci diranno per cosa si litigava a Campiglia dagli inizi del Quattrocento fino alla fine del Settecento, quelli delle cause criminali riporteranno alla luce la cronaca nera di quei tempi, i reati che si commettevano e le pene inflitte, il tutto raccontato dalla viva voce dei diretti interessati: uno spaccato di vita sociale e quotidiana difficilmente rintracciabile in altre tipologie di documentazione.

L’ultima delle tre cose rimasteci dell’era dei capitani appartiene al mondo dei morti. Sappiamo che c’è ma non è più visibile. Stiamo parlando dei loro corpi e delle loro tombe. In passato è esistita a lungo la consuetudine di seppellire i morti sotto al pavimento delle chiese. Ad un certo punto però, per motivi di igiene pubblica, questa pratica fu vietata e i defunti cominciarono ad essere inumati esclusivamente nei cimiteri all’aperto. Per secoli i campigliesi ebbero la loro ultima dimora nei sotterranei del principale edificio sacro del paese: la chiesa parrocchiale di S. Lorenzo. Prima ancora, quando S. Giovanni era ancora pieve, il problema non si poneva, i campigliesi più importanti venivano sepolti sotto al pavimento di quella chiesa, mentre tutti gli altri trovavano sistemazione nel terreno circostante, dove ancora oggi esiste il cimitero comunale. Quando però la pieve fu spostata all’interno delle mura paesane, nella chiesa di S. Lorenzo, il posto per un cimitero esterno non c’era e così le famiglie più in vista e le confraternite si divisero il poco spazio disponibile sotto al pavimento e in alcuni grandi vani sotterranei, uno dei quali, dopo essere stato svuotato e restaurato, ospita oggi il museo d’arte sacra di Campiglia. Se questi stanzoni erano il luogo di sepoltura del popolo, i personaggi più in vista della società campigliese venivano inumati direttamente sotto al pavimento della chiesa.

è ciò che successe almeno a tre capitani morti durante il loro servizio in terra di Maremma. Si tratta di Cosimo Carlini, sepolto nella chiesa di S. Lorenzo a Campiglia, il 28 dicembre 1610, «sotto il gradino dell’altare maggiore a cornu epistolae», ovvero sul lato destro guardando l’altare; Camillo Giusti, morto il 12 agosto 1659 e sepolto in pieve «in una cassa e sopra muratovi mattoni dalla parte del’epistola del’altare di S. Rocco»; e Mariano Bindi, morto a Campiglia il 28 novembre 1729 e inumato nel sepolcro dei Conigi.

Le loro spoglie riposano ancora lì sotto, dentro a ciò che rimane dell’armatura o del vestito di rappresentanza, in attesa che a qualcuno, un giorno, venga in mente di riportarli alla luce.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 14 (settembre-ottobre 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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