L’epopea del Gruppo Studentesco “Renato Fucini”

All’inizio degli anni Sessanta, il giovane ma vivace paese di Venturina assistette alla nascita di un’associazione promossa e formata da un gruppo di studenti che, in poco tempo, riuscì ad innalzare il dibattito culturale di quel piccolo centro, in continua espansione economica e urbanistica, elevandolo ad un livello per certi versi mai più raggiunto negli anni seguenti. Il protagonista principale di questa avventura fu Giorgio Calandra, studente in medicina e grande amante della cultura, impegnato anche sul fronte politico locale, come consigliere comunale di opposizione per la Democrazia Cristiana, che più e meglio di tutti si dedicò all’associazione di cui stiamo parlando.

Già dalla fine del ‘59, il nucleo di amici venturinesi, che poco dopo avrebbe fatto nascere il gruppo studentesco, cercava di darsi da fare per creare occasioni di ritrovo e di divertimento. Nei primi mesi del ‘60 furono organizzate alcune feste da ballo e un veglione di carnevale. Sull’onda dell’entusiasmo per il successo ottenuto da queste iniziative, quei ragazzi decisero di creare un’associazione a carattere culturale e ricreativo, un luogo dove gli studenti di ambo i sessi potessero ritrovarsi liberamente per discutere dei loro problemi e per completare la loro formazione.

I sei fondatori (Daniele Biagi, Faido Branchetti, Giorgio Calandra, Carlo Gori, Roberto Lessi e Nelio Ulivieri) un pomeriggio si dettero appuntamento al ristorante “Otello” e, durante una sostanziosa merenda, allietata da qualche bicchierotto di vino buono, fecero nascere il “gruppo studentesco”. Nessuno di loro però era maggiorenne e così coinvolsero l’amico Sergio Gargani, per fargli firmare i documenti necessari, era il 5 marzo 1961.

Volevano intitolare l’associazione ad un uomo di cultura che fosse in qualche modo legato al territorio e, alla fine, fu scelto Renato Fucini. La sede sociale venne allestita, in modo molto spartano, in un garage di proprietà del maestro elementare Venturini. Fu scelto anche un motto per il gruppo, fatto poi stampare sul retro delle tessere sociali: “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Il verso dantesco non lasciava spazio a dubbi, l’intento di quei giovani era lodevolissimo ma alquanto ambizioso: acculturare i venturinesi per elevarne lo spirito.

Per promuovere l’attività del gruppo e farsi conoscere, fu ideato un giornalino ciclostilato, il cui titolo, “Un quarto all’otto”, prendeva spunto dall’orario nel quale, la mattina, gli studenti del paese si ritrovavano alla fermata del pullman che li trasportava ai vari istituti scolastici piombinesi. Il sottotitolo la diceva lunga su quale fosse lo spirito che animava i redattori di “Un quarto all’otto”, definito da loro stessi un «giornaletto serio ed umoristico, almeno nelle intenzioni».

Il giornalino si rivolgeva quasi esclusivamente ad un pubblico di giovani, in gran parte poco più che adolescenti, al quale si proponevano barzellette e quadretti satirici, con riferimenti espliciti e volontari a fatti, persone e personaggi reali della vita paesana dell’epoca. Le più tartassate, da una redazione quasi esclusivamente maschile, erano ovviamente le ragazze e uno degli espedienti più crudeli utilizzati per suscitare l’ilarità dei lettori era sottolineare l’ostinata, quanto infruttuosa, ricerca di un fidanzato da parte di alcune di loro, in genere le meno avvenenti.

Un altro bersaglio ricorrente dei redattori era l’ipocrisia dimostrata da molte giovani venturinesi e l’insopportabile perbenismo delle loro famiglie. Ogni volta che capitava l’occasione, il giornalino non mancava di evidenziare, in modo scherzoso ma molto pungente, il comportamento di alcune ragazzine, pudico e morigerato in pubblico, disinvolto e disinibito in privato.

In realtà, questo tipo di satira, all’apparenza così aggressiva e gratuita, non era altro che una forma di autodifesa da parte del gruppo, accusato di rappresentare un cattivo esempio per le oneste fanciulle. La polemica emerge chiaramente in questo articolo: «continuano a dire che la nostra sede è un luogo di perdizione, un luogo pericoloso per le giovani di buona famiglia, un luogo dove impera e viene consigliata la corruzione, tanto è vero che, da parte di certe famiglie, si è stati in dubbio se mandare o no la propria figlia (dieci anni) alla lettura de “I Promessi Sposi”. Inoltre alcune ragazzine, iscritte al primo anno dell’Istituto Tecnico Commerciale di Piombino, non si sono iscritte al gruppo perché, a detta delle loro mamme, noi non ispiravamo troppa fiducia per la nostra ambigua moralità. Certo se si fossero iscritte non saremmo stati noi ad insegnare loro quello che già sanno, e cioè marinare o salare o bruciare la scuola per fare delle passeggiate (lunedì 16 aprile) con baldi ragazzi in Piazza Bovio, gustando sigarette con naturale disinvoltura».

Lo stesso concetto era ribadito in molte altre occasioni, come si capisce da questa freddura: «Che differenza c’è tra le signore e le signorine? Le signore sono impure, le signorine invece… pure» o da quest’altra storiella, non priva di doppi sensi e allusioni, ambientata all’uscita della chiesa, dove un addetto alla vendita del giornalino, avendo proposto l’acquisto ad una delle solite santarelline, si sentiva rispondere: «Eh no è! è inutile che vi avviciniate, tanto ‘un lo prendo davvero! L’urtimo era pieno di ‘osacce che mi faceva venì la faccia rossa solo a ripensacci. Pensate poi che i mia me l’hanno perfino strappato e m’hanno detto che mi tonfano se me lo vedono un artro in mano, di giornalini…» per poi allontanarsi di nascosto e salire in macchina di un baldo e giovane sconosciuto.

L’innocente maschilismo dell’ipertestosteronica redazione si abbatteva implacabile anche sulle povere prostitute locali, costrette al marciapiede dopo essere state sfrattate dai più comodi bordelli, chiusi nel ‘58 dalla Merlin: «tre note mondane “lavoranti” a Venturina, causa successo di una certa legge, cedono clienti a prezzi modici per eccessivo lavoro, rivolgersi via Aurelia dalle ore 22,30 in poi».

Anche i maschi comunque non erano risparmiati, tuttavia, quando si faceva ironia sulle vicende sentimentali dei compagni, il tono era decisamente meno velenoso: «ridiamo a vedere il Biagi e il Dani che vanno a giocare a biliardo in Tufaia per amore delle passeggiate (dicono loro), per una graziosa biondina (diciamo noi)» o «il Nelio che esibiva ad alcuni amici la foto di una graziosa ragazzina facendola passare per una sua conquista (mentre successivamente si veniva a sapere che la tizia era una sua cara cugina)».

Altre vittime designate erano gli studenti “dissidenti”, quelli cioè che non volevano saperne di aderire al gruppo, per motivi ideologici o semplicemente per non sborsare i soldi dell’iscrizione: «fra tutti gli studenti interpellati per aderire al gruppo studentesco solo tre non hanno aderito… faremo il possibile perché ad essi venga assegnato il “Pidocchio d’oro 1961”».

Nonostante il grande entusiasmo, i giovani promotori incontrarono fin dall’inizio notevoli difficoltà di gestione, dovute soprattutto alla mancanza di mezzi economici, ma anche alla scarsa fiducia con cui molti in paese seguivano i primi passi dell’associazione studentesca. I redattori del giornalino ne erano ben consapevoli quando scrivevano: «nessuna organizzazione è nata male come la nostra… mentre da una parte si notava un incoraggiante entusiasmo negli studenti, dall’altra essa incontrava degli ostacoli che parevano insormontabili. Mancava il poco mobilio indispensabile per una sede studentesca, mancavano i sussidi degli enti addetti, mancava insomma il denaro per pagare affitto e luce».

Anche la stampa del giornalino aveva un costo, nonostane fosse realizzata con la massima economia, da volontari del gruppo, servendosi di una vecchia macchina per ciclostile donata da qualche benefattore. Per raccogliere i soldi necessari fu deciso di vendere spazi pubblicitari sul giornalino alle aziende venturinesi disposte a versare un piccolo contributo. L’ingrato compito di andare a fare la questua nei negozi fu affidato a due ragazze, Gloria e Titti, nella speranza che il fascino femminile potesse favorire l’opera di convincimento. Evidentemente però non era sufficiente e la redazione fu costretta ad affrontare l’argomento pubblicamente; prima in modo esplicito, con un “proverbio del giorno” che recitava: «chi per 1/4 all’Otto non dà i baiocchi, finisce nella lista dei pidocchi», poi con un tono, all’apparenza, pacato e costruttivo, che in realtà nascondeva una terribile minaccia di ritorsione e di sabotaggio nei confronti dei negozianti più tirchi: «sappiamo benissimo che i negozi di Venturina non hanno sempre, né tutti, bisogno di pubblicità essendo assai conosciuti: ma i signori proprietari non devono considerare una iscrizione solo come un mezzo per vedere aumentato il numero dei loro clienti, bensì come il mezzo per aiutarci a saldare il lungo conto delle spese che, per fare il giornale, dobbiamo sostenere. Noi non diciamo: “benissimo, non faremo acquistare dai nostri genitori la merce necessaria presso quei negozi”. Non sarebbe corretto. Diciamo piuttosto: “sarà per un’altra volta”. Non faremo una lista di pidocchi. Non sarebbe serio. Faremo invece altre visite presso quei commercianti in occasione dei prossimi numeri, con la speranza che essi saranno così generosi e comprensivi da non rimandarci indietro a mani vuote. Va bene?!»

I consiglieri comunque, col tempo, seppero superare o quantomeno contenere i problemi economici, grazie soprattutto ai contributi che Giorgio Calandra riusciva ad ottenere in virtù delle sue amicizie influenti nel mondo politico. Restava tuttavia da superare uno scoglio forse ancor più duro: vincere lo scetticismo dei venturinesi. Nel complesso la maggioranza della popolazione rimaneva indifferente nei confronti delle proposte culturali del gruppo studentesco, alcuni però nutrivano dei seri dubbi circa l’utilità e le intenzioni del gruppo. L’arretratezza culturale dei venturinesi generava pregiudizi di ogni genere e il fatto che Giorgio Calandra fosse un democristiano contribuiva a gettare ombre sinistre (o forse in questo caso sarebbe meglio dire “destre”) su tutto il gruppo. I suoi dirigenti erano accusati di essere dei vagabondi, dei furbacchioni, il cui unico scopo era quello di incassare la quota mensile dagli iscritti per rimpinguare le loro tasche vuote. Per altri invece si trattava di una setta chiusa nella sua torre d’avorio, formata da studenti boriosi, guidati da gente ancora più boriosa. C’era anche chi li definiva gente rozza ed ignorante o chi li riteneva semplicemente una brutta copia dell’esistenzialismo francese.

Pur pensando che le critiche ricevute fossero dettate dall’invidia e dall’ignoranza, e quindi indegne di considerazione, Giorgio Calandra e i suoi collaboratori più stretti si resero conto che le continue malignità che circolavano a proposito del “Fucini” avevano raffreddato l’entusiasmo anche in molti dei giovani studenti del gruppo, ridottosi ad appena trenta iscritti che, oltretutto, partecipavano solo saltuariamente alle varie iniziative.

La dirigenza si difendeva dalle accuse affermando di aver sempre chiesto consiglio a tutti, invitando i giovani ad avvicinarsi al gruppo per conoscerlo meglio e poter valutare con la loro testa. Dichiaravano pubblicamente che il loro scopo non era quello di farsi grandi fondando un organismo che li rappresentasse ufficialmente, ma che erano partiti di buona lena, anche se senza clamore, cercando di superare in silenzio le difficoltà, resistendo alle prime delusioni e ingoiando le critiche non certo benevole. Decisero di controbattere le accuse con i fatti e, in poco tempo, riuscirono a formulare, meditandolo attentamente, un interessante programma che volevano a tutti i costi vedere realizzato. Le conferenze, le audizioni musicali, le conversazioni, i dibattiti, l’allestimento di una biblioteca, le feste danzanti, le gite sarebbero state senz’altro il miglior modo per fornire una prova tangibile del loro impegno e della loro serietà.

Con il crescere del numero e della qualità delle iniziative, cominciarono ad arrivare anche gli aiuti, morali e materiali, da parte di alcuni enti e di importanti personalità del mondo della cultura, dell’istruzione e della politica, come l’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, il provveditore agli studi di Livorno, il pronipote del Fucini o i due rinomati artisti Carlo Guarnieri e Luigi Servolini. Così il gruppo studentesco crebbe e si sviluppò sempre di più, intensificando la propria attività, svolgendo un programma sempre più nutrito di iniziative ricreative e culturali.

Domenica 28 gennaio 1962, fu organizzata una “mostra del libro” ma l’affluenza di visitatori fu decisamente molto al di sotto delle aspettative. La mostra fu snobbata e in un certo senso sabotata da alcuni, non meglio identificati, “amanti della cultura”, ai quali gli studenti venturinesi rivolsero l’accusa di essere, con il loro comportamento sconsiderato, i principali responsabili della mancanza di una biblioteca comunale a Venturina: «La colpa è vostra! La mostra infatti aveva anche lo scopo di saggiare il terreno, di vedere chi veramente ama i libri in modo da poter presentare una relazione dettagliata all’amministrazione comunale la quale, tramite il Sindaco signor Montomoli, si era dichiarata ben disposta a prendere in esame la questione». In quell’occasione la piacevole sorpresa fu rappresentata dai bambini sotto i dieci anni, che invece dimostrarono un interesse inaspettato. Durante la mostra fu condotta un’inchiesta per valutare la passione per la lettura dei venturinesi. La conclusione alla quale si giunse fu che i tempi non erano ancora maturi per la nascita di una vera biblioteca comunale e che bisognava sperimentare ulteriormente l’interesse della popolazione per i libri. Per il momento si optò per una soluzione di ripiego, che consisteva nella creazione di una biblioteca in seno al gruppo studentesco, formata con le pubblicazioni donate spontaneamente dai cittadini. La biblioteca fu allestita e i ragazzi misero in piedi un servizio per il prestito dei libri.

A Venturina però non mancava solo una biblioteca comunale e il gruppo studentesco, dalle colonne del suo giornalino, denunciò la quasi totale assenza di occasioni di svago e divertimento per i giovani: «La Venturina, un paese che si sta rapidamente sviluppando, un paese dove il tenore medio della vita è soddisfacente, che cosa offre ai giovani? Niente! O meglio, quasi niente poiché esiste un cinema dove, anche se non si proiettano films tutti i giorni, purtuttavia è possibile assistere a qualche buon spettacolo domenicale. Ma per il resto? Una noia! Pensate alle giornate dei numerosi studenti venturinesi durante le vacanze: fanno la loro brava giratina in Venturina, si fermano in una cartoleria, danno un’occhiata ai giornali ed ai pochi libri, qualcuno compra qualcosa per ammazzare il tempo, ma poi che fanno? Entrano nei bar e lì, giocando e sbadigliando, aspettano che la giornata termini, e così tutti i giorni».

Come possibile soluzione a questo problema si proponeva la creazione di alcuni spazi attrezzati per fare in modo che i giovani potessero dedicarsi, nel tempo libero, allo sport: «se il terreno che fu “campo sportivo Pantalla” appartiene al Comune… perché il Comune non si decide finalmente a costruirvi degli adeguati impianti sportivi, come ad esempio un campo da tennis, uno per la pallacanestro ed una pista di pattinaggio per i più piccoli?» Nel caso in cui questo si fosse rivelato impossibile per problemi di bilancio, i giovani studenti si sarebbero accontentanti di veder trasformato il vecchio “Pantalla” in un’area verde, con alberi e panchine, «in modo che anche la Venturina abbia una sua piazza».

Per allietare le serate del fine settimana, i giovani del gruppo rivolgevano poi un accorato appello al proprietario del cinema, pregandolo di non rifiutare più il locale per eventuali veglioni, perché il guadagno per lui non sarebbe stato minore rispetto alla proiezione del film e i ragazzi avrebbero potuto passare un bel sabato sera.

Il padrone del cinema non poté rifiutarsi di concedere la sala quando gli fu proposto di ospitare sul palco del Vittoria uno spettacolo teatrale inedito, ideato dagli stessi ragazzi del “Fucini”. All’inizio del ‘63, un gruppo di studenti pisani che recitava in vernacolo, in una compagnia teatrale che si chiamava “La brigata dei dottori”, era in tournée nei teatri locali, dove presentava un repertorio basato su parodie di opere celebri. Giorgio, che già li conosceva, una sera portò i suoi amici a vedere “La brigata” al Metropolitan di Piombino. Le parti femminili erano recitate da uomini vestiti da donna e l’idea della carnevalata piacque subito a tutti. Così, in breve tempo, fu buttato giù un copione, sulla falsariga di un noto sceneggiato televisivo, e il risultato fu “Una tragedia a… Venturina”, spettacolo che fece il tutto esaurito, registrando un successo di pubblico inimmaginabile alla vigilia.

Ma Giorgio Calandra puntava ancora più in alto. Durante l’esperienza teatrale, parlando con i dirigenti di alcune tra le più attive associazioni di Venturina, si era reso conto che, da un po’ di tempo, c’era la voglia di organizzare un evento condiviso che riuscisse ad interessare e a coinvolgere il maggior numero possibile di cittadini. Fino ad allora non era stato possibile, a causa della mancanza di spirito campanilistico nei venturinesi, al contrario di quanto avveniva nelle località vicine. In più, un diffuso senso di scetticismo accompagnava il nascere di ogni nuova iniziativa e lui lo sapeva bene, vista la scarsa fiducia e il pessimismo che avevano accompagnato gli esordi del gruppo studentesco.

Quello che Calandra e compagni desideravano era una festa tutta venturinese, una specie di sagra paesana, un’occasione nella quale ciascuna associazione, con un po’ di buona volontà, avrebbe potuto fare qualcosa di interessante. Calandra si rivolgeva in particolare all’Unione Commercianti, alla neonata Associazione Sportiva, al Vespa Club e ovviamente al Comune. Nelle sue intenzioni la festa sarebbe stata in grado di «farci conoscere meglio, stimarci di più e, perché no, volerci più bene».

L’appello dei giovani studenti venturinesi fu raccolto e nell’agosto del ‘63 si riuscì finalmente ad organizzare i “Festeggiamenti”, ovvero una serie di iniziative coordinate da un comitato. Si trattava di una luminaria folkloristica, una corsa ciclistica, uno spettacolo pirotecnico, una gara di tiro al piattello, una corsa podistica e un concerto della banda cittadina. Il gruppo, dal canto suo, avrebbe partecipato ai Festeggiamenti con due importanti iniziative: il premio di pittura “Venturina” e un nuovo spettacolo teatrale messo in scena dai “Candidi”.

Dopo questi importanti successi, l’opinione pubblica cominciò a seguire con interesse e crescente simpatia le iniziative del “Renato Fucini” che, in poco tempo, divenne una delle più dinamiche ed attive associazioni studentesche d’Italia. Più volte la stampa locale e nazionale si occupò del gruppo e oltre trecento articoli, apparsi su riviste e giornali di molte città, raccontarono dei successi ottenuti dalle manifestazioni organizzate dagli studenti venturinesi. In particolare il premio di pittura “Venturina”, che si teneva ogni anno in agosto all’interno dei locali della scuola elementare Marconi, grazie all’alto livello della giuria e dei partecipanti, andò acquistando sempre più prestigio, prima a livello regionale e poi addirittura nazionale, tanto da meritare un servizio televisivo sulla Rai, andato in onda il 2 agosto del ‘63.

Ad un certo punto però, nel ‘66, dopo che alcuni dei suoi membri storici, avendo concluso gli studi, avevano preso strade diverse, la situazione del gruppo cambiò improvvisamente. Sorsero contrasti interni ed incomprensioni che portarono alle dimissioni da socio del primo presidente e fondatore Giorgio Calandra. Molti altri ex dirigenti e vecchi iscritti si allontanarono progressivamente e questo portò ad un notevole sbandamento che il nuovo presidente, Mario Manzini, cercò in qualche modo di arginare e superare per rilanciare l’associazione.

Tuttavia il destino sembrava ormai segnato e l’uscita dal gruppo di Calandra fu l’inizio della fine per il “Fucini”. Quello che fino ad allora era stato prevalentemente un circolo culturale si trasformò in un’associazione quasi esclusivamente ricreativa. Nella sede di via Trieste, ai tornei di dama, di scacchi e di canasta si sostituirono la tombola notturna e il poker, per la disperazione dei vicini, costretti a bussare ripetutamente sul muro per far cessare il chiasso e poter prendere finalmente sonno. Mancava il gabinetto e i ragazzi, per non scendere le scale e andare al bar, si arrangiavano come potevano, riempiendo di liquido fisiologico una tinozza, pronta all’uso, dove galleggiavano bucce di cocomero, bottiglie, cartacce e altre immondizie. Qualcuno addirittura la faceva direttamente dalla finestra, inondando gli sfortunati passanti.

Ormai lo svago era diventato l’unica ragione di esistenza del gruppo e i ragazzi facevano a gara per escogitare lo scherzo più divertente. Così, un giorno, uno di loro si trasformò in Mariacarla Toscanelli, una formosissima e affascinante “intrattenitrice” per soli uomini, dal sensuale accento veneto-emiliano, che cominciò a ricevere i suoi clienti, per pochi spiccioli, proprio nella sede sociale, opportunamente attrezzata di luci soffuse e microfoni nascosti per registrare i dialoghi tra la “femme fatale” e gli ignari malcapitati. Ovviamente la signora si limitava a promettere quello che non poteva realmente concedere, istigando con decisione quei poveri inesperti ad autostimolare la propria “virilità”. Lo scopo finale era quello di sbellicarsi dalle risate riascoltando le registrazioni. Ogni tanto, con i soldi non restituiti delle “marchette”, si organizzava una pizzata. Lo scherzo proseguì fino a quando, una sera, un energumeno cliente non scoprì la vera identità di Mariacarla, sottratta a fatica al pestaggio grazie al provvidenziale intervento dei suoi complici.

L’associazione andò avanti ancora per qualche anno e, nel gennaio del ‘71, terminò la propria attività sciogliendosi. Un anno dopo, alcuni giovani studenti tentarono di far risorgere il gruppo, provando a rimettere insieme i pezzi della vecchia organizzazione, ma il nuovo circolo andò avanti solo per pochi mesi. Alla fine anche i più volenterosi dovettero arrendersi all’evidenza e soprattutto alla mancanza di una guida seria e preparata: un Giorgio Calandra a Venturina non capita tutti i giorni.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 4 (gennaio-febbraio 2015)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

Indice delle categorie

Pagina Facebook