I mulini di Caldana nel medioevo

Gli impianti idraulici per la macinazione del grano dal Bottaccio al Mulin di Fondo

La storia di Venturina Terme è indissolubilmente legata a quella delle acque termali di Caldana.

Se oggi le sorgenti calde sono famose per i piacevoli e rilassanti bagni che si possono fare nei due stabilimenti presenti nel nostro paese, un tempo il loro principale utilizzo fu soprattutto un altro.

Ormai siamo abituati ad avere a disposizione tutta l’energia che vogliamo, fino a qualche decennio fa però non era così.

Prima della scoperta dell’elettricità e dell’invenzione delle macchine a vapore o del motore a scoppio, per sviluppare l’energia necessaria a far funzionare le industrie di allora, si doveva ricorrere alla natura.

L’acqua fu di gran lunga l’elemento più utilizzato come “forza motrice”, ovvero come energia capace di mettere in moto i meccanismi delle antiche fabbriche.

Tra tutte le tipologie di opifici costruiti a partire dal medioevo, quelli più importanti furono i mulini per la macinazione del grano e le ferriere, che nel Comune di Campiglia rappresentarono per secoli uno dei principali motori dell’economia locale e regionale.

La tecnologia

Il mulino ad acqua era già conosciuto al tempo degli antichi Romani. Vitruvio, nel suo trattato De Architectura, ne descrisse il funzionamento.

In epoca romana tuttavia la macinazione del grano continuò ad essere in gran parte un compito svolto dagli schiavi, utilizzando la forza lavoro dei buoi e di altri animali.

Il boom dei mulini ad acqua si ebbe nel medioevo, dopo l’anno Mille, quando l’aumento della popolazione rese necessaria una massiccia produzione di farina per sfamare un maggior numero di bocche rispetto al passato.

Il meccanismo alla base era semplice e ben noto a tutti: l’acqua corrente faceva girare una ruota di legno munita di pale, posta in verticale o in orizzontale, che trasmetteva il suo movimento, attraverso una serie di ingranaggi, a un disco di pietra, la macina, che scorrendo sopra un piano, anch’esso di pietra, macinava i chicchi di grano che vi cadevano da una “tramoggia” posta in alto, per produrre la preziosissima farina, utilizzata per fare il pane, ovvero l’alimento che, per millenni, ha costituito la base della dieta dei nostri antenati.

Come si può facilmente intuire quindi, la macinazione del grano, a partire dal neolitico, quando si cominciò a coltivare i cereali, fu in ogni epoca un’attività economica fondamentale, se non la più importante in assoluto.

Per potersi dotare di un mulino “industriale”, azionato cioè da energia inanimata, una comunità o un ente avevano bisogno di poter disporre dell’elemento fondamentale: abbondante acqua corrente.

Al contrario di altre aree d’Italia o della Toscana, la Maremma era, come oggi, una regione povera di fiumi. I corsi d’acqua, non molto grandi, hanno quasi sempre carattere torrentizio e restano in secca per diversi mesi all’anno.

Il nostro territorio invece aveva una grande fortuna, poteva contare sull’unico vero fiume della zona: la Fossa Calda. Il Cornia infatti, tecnicamente, è un torrente che alterna ondate di piena a periodi di completa siccità. La Fossa Calda invece, pur con qualche piccola oscillazione di portata tra l’invero e l’estate, grazie al flusso abbondante garantito dalle sorgenti d’acqua termale di Caldana, manteneva un regime costante, che permetteva di tenere in azione più mulini contemporaneamente: una vera e propria benedizione per Campiglia e i suoi abitanti.

Il primo: il mulino della Pieve

Il mulino più antico di cui si abbia notizia, tra quelli fabbricati sulla Fossa Calda, è quello rammentato in un documento del 754, dove viene citato insieme ad una «casa de Caldana».

Le sorgenti termali poste più in alto, quelle che oggi alimentano il Calidario Terme, furono recintate con un grande muro in epoca molto antica, per raccogliere in un unico bacino le diverse polle che scaturiscono a distanza di qualche metro l’una dall’altra.

La realizzazione del muro di cinta serviva a convogliare tutta quell’acqua in un unico fosso la Fossa Calda appunto evitando che si disperdesse nei terreni circostanti.

In un precedente numero della rivista, parlando di Caldana in epoca romana, abbiamo già detto di come, molto probabilmente, questo primo antico mulino sia stato costruito circa duemila anni fa dal proprietario della grande villa che sorgeva in quell’area.

è logico quindi pensare che il mulino di cui si parla nel documento del 754 fosse proprio l’erede di quello romano e che si trovasse a monte, in prossimità del muro di contenimento delle sorgenti, dove la forza dell’acqua era massima e dove il dislivello rendeva possibile la creazione di una cascata d’acqua in grado di mettere in moto la grande ruota verticale tipica dei mulini più antichi.

Nel 754, il «mulino de Caldana» apparteneva al facoltoso Valfredo, poi divenuto santo, che in quell’anno lo donò al monastero di San Pietro in Palazzuolo, da lui appena fondato.

In epoca imprecisata il mulino passò nelle mani di un’altra abbazia situata lì a due passi, quella di Acquaviva, che lo possedeva già nel 1248, epoca in cui la proprietà del mulino da parte dei monaci caldanesi è attestata per la prima volta in un documento.

A quel tempo si chiamava mulino di Gualdo, informazione che si ricava da un documento del 1303, quando Puccio, figlio del conte Enrico di Campiglia, vendette un terreno alle clarisse del monastero di S. Maria di Piombino, situato accanto al mulino.

Con la fine dell’ente monastico caldanese, il mulino entrò a far parte dei possedimenti della parrocchia di Campiglia.

Nel 1524, il pievano don Francesco de’ Medici lo dette in affitto per tre anni ad Antonio di Matteo e a prete Lazzaro di Giovanni di Campiglia. Poi, nel 1527, per un anno, fu affittato al campigliese Michele da Castelfiorentino. Nel 1529, il parroco cedette in locazione il mulino al Comune.

Nel 1559, il prete Agostino di Mariotto da Montecatini, canonico di Campiglia, affittò il mulino («macinante a due palmenti con casa e un sito di forno da colare vena da ferro contiguo al detto mulino»), ad Angelo Popoleschi e Rinaldo Rinaldi, procuratori di Bartolomeo Gualderotti e, da quel momento, l’edificio entrò a far parte del complesso siderurgico della Magona.

Il secondo: il mulino de Medio

A circa 175 metri di distanza dal primo mulino, troviamo quello che nei documenti nedievali è chiamato Mulino «de medio» (di mezzo), situato cioè nel mezzo tra il primo e il terzo mulino.

I documenti lasciano intuire che la sua costruzione sia opera dei conti di Campiglia, ramo locale della potentissima famiglia dei Della Gherardesca.

Nel 1248 il conte Bonifacio e i suoi fratelli Alberto, Guido e Uguccione vendettero la metà del mulino, per 200 lire di denari pisani, a Lamberto, abate del monastero di S. Giustiniano di Falesia.

Nel 1249, Golda, vedova del conte Guido (probabilmente non quello citato nel documento precedente ma un altro) e tutrice del giovane figlio Jacopo, vendette un ottavo del mulino allo stesso abate, per ottenere i soldi necessari alla dote della figlia Sofia.

Nei decenni successivi, il mulino probabilmente fu abbandonato e l’edificio, col tempo, si deteriorò.

Nel Quattrocento il complesso fu acquistato dal ricco mercante campigliese Martino di ser Ghino che investì una somma consistente per ristrutturarlo. Egli stesso, infatti, dichiarò di averlo fatto «racchonciare et mectere in punto e racchonciarvi la chasa che era disfacta».

Prima di allora, l’edificio del mulino di mezzo, detto anche di Butta Innanzi, e il terreno circostante, appartenevano per metà ai Pighinzi di Suvereto, famiglia con la quale Martino avevano rapporti, oltre che di affari, anche di parentela, avendo sua sorella Agata sposato Barnaba di Ranieri detto “Catellino”, proprietario del mulino, insieme ai fratelli Lorenzo e Manuello.

L’altra metà dell’opificio apparteneva alle monache di San Silvestro di Pisa, dalle quali, nel 1399, Martino aveva preso in affitto la loro parte per dieci anni, al canone annuo di 25 staia di grano.

Nell’ottobre 1406, mentre i Fiorentini assediavano Pisa, nel difficile momento del passaggio dal dominio pisano a quello di Firenze, Niccolò di Lorenzo de’ Pighinzi fu fatto prigioniero e condotto in carcere a Campiglia. Suo zio Barnaba e la cugina Antonia, figlia di Manuello, chiesero un prestito di 40 fiorini ai consoli del Comune di Suvereto per riscattare Niccolò. Come garanzia per ottenere il prestito, i due impegnarono la loro metà del mulino di Caldana per il tempo necessario, affinché il Comune di Suvereto potesse rifarsi del denaro prestato coi frutti del mulino. Niccolò de’ Pighinzi fu così scarcerato.

Nel 1407, il Capitano di giustizia di Campiglia, il fiorentino Manetto Pucci, assegnò a Martino quella stessa parte del mulino, con le sue pertinenze, per un valore di 225 fiorini, come risarcimento di un credito che il mercante campigliese vantava nei confronti di Lorenzo de’ Pighinzi, insolvente.

Martino entrava così in possesso della metà di mulino dei Pighinzi e, avendo in affitto l’altra metà di proprietà, quella delle monache di San Silvestro, tra il 1407 e il 1412 si ritrovò a controllare l’intera struttura.

L’affitto con il monastero fu rinnovato per due volte alla scadenza del contratto decennale. Martino non gestiva direttamente il mulino, ma lo aveva affittato per un anno a un campigliese, Pietro di Giovanni detto “il Fibroso”, al canone di 105 staia di grano, da pagare in rate di sei staia al mese e le restanti 33 entro la fine dell’agosto successivo, ultimo mese di locazione; l’affitto dell’edificio molitorio fu poi confermato con un nuovo contratto stipulato nel gennaio 1413.

Il canone annuo pattuito questa volta era più basso, pari a 97 quarre di grano, e l’accordo poteva essere rinnovato di anno in anno.

Il mugnaio però si dichiarò debitore di una parte del canone precedente: ben 30 quarre di grano e 46 lire.

La famiglia de’ Pighinzi rimaneva comunque proprietaria di una porzione del mulino, seppur piccola. Qualche tempo dopo, dunque, ne nacque una controversia

tra gli eredi di Ranieri, della quale Martino poté ulteriormente beneficiare. Agata, sorella del mercante e vedova di Barnaba de’ Pighinzi, avanzò infatti le sue pretese per la restituzione della dote, che fu quantificata pari a 200 fiorini.

Di tale quota una parte, equivalente a 10 fiorini, era costituita dai diritti sul mulino di Butta Innanzi.

La controversia si concluse a favore della donna la quale, il 2 agosto 1426, vendette la sua porzione di mulino al fratello Martino, che incrementò così la sua quotaparte.

Il 6 novembre dello stesso anno, l’affarista campigliese acquistò dalle monache di San Silvestro la loro parte di mulino e il casalino posto lì accanto, con i terreni limitrofi.

Lo sfruttamento del mulino, tuttavia, non rendeva quanto sperato. Martino non trovava da affittarlo, neanche dopo aver dimezzato il canone, perché, come scrisse lui stesso, «lo Comune di Campiglia n’à fatto apresso a quello, forse a una balestrata, uno nuovo mulino e facto uno ordine che nessuno vada a macinare ad altro mulino che al loro».

Le proteste inoltrate ai Cinque Conservatori del Contado la magistratura fiorentina che all’epoca si occupava di sorvegliare l’operato degli enti locali non sortirono alcun effetto e Martino dovette rassegnarsi e sopportare il monopolio comunale.

Il mulino di Martino lavorò pochissimo ed esclusivamente per i forestieri, che non erano soggetti alle leggi campigliesi. Sappiamo che l’edificio passò in eredità ai figli di Martino Lorenzo e Unito intorno al 1430, ma poi se ne perdono le tracce, fino a quando non compare nuovamente, agli inizi del Cinquecento, nelle mani del Comune di Campiglia che lo affittava, di anno in anno.

Il terzo: il mulino della Torre (o Torricella)

Questo mulino è quello di cui si sa meno. Nel 1249, i conti Guiccionello, Sigerio e Goffredo, figli del fu Ubaldo, vendettero all’abate Lamberto, con il consenso della madre Antocchia, un ottavo del mulino.

Sembra dunque evidente che il nome di mulino di Sigerio, con il quale fu a lungo indicato, gli sia derivato proprio da quello di uno dei conti che lo possedevano.

Il mulino di Sigerio è ricordato in un documento del 1309, nel quale si stabilivano i confini tra le comunità di Campiglia e Piombino.

Nel Cinquecento però l’identità di Sigerio era stata dimenticata e i Campigliesi, rileggendo l’atto trecentesco, non riuscirono a capire a quale mulino si riferisse il documento; così pensarono che si trattasse di un vecchio edificio, non più funzionante, dalle parti di Torre Nuova.

La memoria si era persa perché, nel Trecento, il mulino di cui stiamo parlando era stato abbandonato ed era andato in rovina.

Ci pensò il Comune, al quale era passata la proprietà dell’area, a ricostruirlo, obbligando i Campigliesi a servirsi esclusivamente di quell’impianto per macinare il loro grano.

Questo monopolio, come abbiamo detto poco fa, sancì la rovina di un altro mulino, quello di mezzo, da poco acquistato e rimesso a posto da Martino di ser Ghino.

Prima di legare il suo nome a quello del conte Sigerio, l’impianto molitorio era chiamato Mulino della Torre o del Musulei, come attestano i documenti del Duecento, perché si trovava a pochi metri dal mausoleo romano di Caldana, la tomba monumentale di età imperiale ancora oggi esistente.

Nel medioevo, in un’epoca imprecisata, fu costruito un altro edificio del quale si ignora l’utilizzo originario appoggiato ai resti del monumento funebre romano.

è molto probabile che, per un certo periodo, sia stato utilizzato dai mugnai di questo mulino, come magazzino per il grano e la farina.

Con l’avvento della Magona granducale, il mulino della Torricella fu riconvertito e trasformato in distendino per la produzione di lamiere e altri oggetti di ferro di spessore più sottile rispetto a quelli prodotti negli altri due stabilimenti caldanesi.

Il quarto: il mulino di Guadalto

Le origini del monastero benedettino di San Quirico a Populonia non sono note perché non sono sopravvissuti documenti relativi alla sua fondazione. Quello che qui ci interessa è che, nel 1143, papa Celestino II, prendendo quei monaci sotto la sua protezione, confermò loro il possesso dei beni che già si trovavano tra le proprietà dell’ente. Tra queste c’era anche il mulino di Guadalto in Caldana.

Questo impianto per la macinazione della farina fu probabilmente il secondo in ordine di tempo ad essere costruito, non molto dopo l’anno Mille.

Per realizzarlo fu scelto il luogo che meglio si adattava alle esigenze, il punto dove la Fossa Calda faceva un salto di livello di circa 5 metri.

A circa un chilometro in linea d’aria più a valle rispetto al mulino situato sul Bottaccio, le acque termali, gettandosi da un doppio scalino di tufo, formano una cascatella, che nel medioevo era chiamata, con non molta fantasia, “Acqua d’alto”.

Una cascata con lo stesso nome esiste ancora oggi nei pressi della frazione dei Bagnoli, nel comune di Arcidosso; un’altra omonima, dalle parti di Palazzuolo sul Senio, vide il suo nome contrarsi in Quadalto. La stessa cosa successe anche alla nostra cascatella che, col tempo, cominciò ad essere chiamata di Guadalto.

Nel Duecento il monastero di San Quirico entrò in una crisi profonda dalla quale non si risollevò più, nonostante i tentativi compiuti dai papi di rianimarlo, affidandolo ad altri ordini monastici.

Nel 1248, l’abate Lamberto acquistò, da Megliorato del fu Perfetto, un terreno confinante con la “gora” del mulino di Guadalto.

Nel Cinquecento, il mulino, dopo essere passato nelle mani del Comune, veniva dato in affitto annualmente al miglior offerente.

Fu nei pressi di questo mulino che furono impiantati i primi opifici industriali di Caldana: una segheria idraulica nel 1539 e, successivamente, una ferriera, nel 1543, fatta costruire dal campigliese Giovan Francesco Montemerli.

Fonti: rivista “Venturina Terme”, n. 20

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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