Il calcio a Campiglia compie 100 anni

Dalla “Vigor” all’Unione Sportiva, un secolo di sport

Tutto ebbe inizio nel 1914, quando, un giorno, il campigliese Luigi Berrettini, trovandosi a Livorno, si imbatté per caso in una partita di calcio. Fu amore a prima vista per quel gioco del quale a Campiglia molti ignoravano ancora l’esistenza. Il giovane pensò subito di importare il nuovo appassionante sport nel suo paese natale. Dove praticarlo però? Trovare su due piedi lo spazio per allestire un vero campo in erba, al momento, era un’impresa troppo impegnativa, ma un’alternativa c’era: giocare sul Piazzone! Così fu. Furono assoldati ventidue giovanotti e la prima partita fu disputata. Il battesimo andò bene, i campigliesi accorsero in massa a quell’evento. Tra il pubblico c’era anche Garibaldo Biagi che, di lì a poco, sarebbe diventato il primo presidente della società calcistica campigliese. La chiamarono “Vigor Campiglia”: maglie bianche con sopra l’immancabile scudetto con il cane rampante. L’era del calcio era iniziata anche nel nostro comune. L’entusiasmo tuttavia durò poco e quando, nella primavera del 1915, la gioventù campigliese fu costretta a partire in massa per il fronte, il sogno sportivo si infranse.

Di calcio si ricominciò a parlare negli anni ‘20. Mussolini, che in un primo tempo aveva snobbato il football, si dovette ricredere quando arrivarono i primi grandi successi della nazionale italiana, sul finire del decennio. I fascisti campigliesi allora imposero al Comune la costruzione di un vero campo sportivo, dove si sarebbero svolte anche tutte le altre manifestazioni e dimostrazioni atletiche volute dal regime. Come luogo preposto fu scelta una piana, poco fuori dal paese, proprio sotto al cimitero.

Il nuovo campo sportivo non era il massimo, ma era pur sempre meglio del Piazzone. Aveva un terreno di gioco piccolo e irregolare, fatto di terra ed erbacce, e quando pioveva si trasformava in un vero e proprio pantano. Ora che un campo c’era non restava che iniziare a giocare. Le partite alle quali partecipò il Campiglia furono tornei locali, organizzati soprattutto dall’Ilva e dalla Magona di Piombino, o anche l’ambìta “Coppa Giovinezza”.

Il “Comunale” di Campiglia divenne ben presto un “inferno” per le squadre avversarie, per l’ardore con il quale i giovani campigliesi affrontavano ogni partita casalinga. Una bolgia che, spesso, si trasformava in rissa furibonda, nonostante i continui appelli alla sportività da parte delle autorità fasciste. Rimaste epiche, nella memoria degli sportivi, due “battaglie” con la squadra del San Vincenzo. E poi l’altro derby, quello con la Venturina, le partite in terra elbana o quelle con gli “squadroni” del Cecina e del Follonica. Ogni trasferta era un’avventura: i mezzi di trasporto erano quelli che erano e i giocatori dovevano arrangiarsi e adattarsi a viaggiare in piedi su un autocarro scoperto, pigiati come sardine. Lo scoppio della guerra, ancora una volta, bloccò ogni attività sportiva.

Alla fine del conflitto a Campiglia si voltò pagina. Si fece avanti una nuova generazione di giovanissimi appassionati del calcio, cresciuti sul Piazzone a tirare calci a palle fatte di cenci e a rompere vetri alle finestre. A questi “gianburrasca”, fino ad allora calciatori di strada, un bel giorno venne l’idea di fare sul serio. Sentirono che era venuto il momento di cimentarsi in partite regolamentari, undici contro undici, e così decisero di fondare una vera squadra di calcio. Si autotassarono e riuscirono a comprare le maglie e tutto il resto. La maggioranza di loro votò per l’adozione del nome “Juventina” e dei colori bianco e nero, così rinacque il calcio giovanile a Campiglia.

La nuova squadra esordì alla grande, il 26 settembre 1948, battendo una squadra di “cugini” venturinesi per 4-2.

La Juventina partecipava a tornei UISP, affrontando squadre di pari livello, come la “Fornarina” di Piombino. Gli sportivi campigliesi però ambivano a calcare campi più prestigiosi e a confrontarsi con compagini blasonate. Nonostante Campiglia stesse attraversando un momento difficile, dovuto anche al continuo esodo di abitanti, verso i centri vicini e lontani che offrivano maggiori prospettive lavorative, la passione per il calcio prevalse e alla fine, con un po’ di sacrificio, si riuscì a rimettere in piedi una vera società sportiva in grado di gareggiare alla pari con i paesi del comprensorio.

L’Unione Sportiva Campiglia, che aveva scelto come colore sociale il viola, nel 1948 riuscì ad iscriversi al campionato di Prima Divisione e da lì ricominciò l’attività agonistica ufficiale del calcio campigliese. Il campionato non andò bene, la squadra si classificò all’undicesimo posto. Ma quello che proprio non andò giù ai tifosi campigliesi fu la vittoria del campionato da parte del San Vincenzo, frazione “indipendentista” che proprio in quell’anno era riuscita a staccarsi da Campiglia e a formare un comune autonomo. L’anno successivo non andò meglio e, oltretutto, il Campiglia perse il derby con il Venturina all’ultima giornata. I tifosi, ancora una volta, non gradirono e qualcuno sosteneva che fosse meglio lasciar perdere e dedicarsi esclusivamente ai campionati del settore giovanile. La dirigenza però tenne duro e, nel campionato che si concluse il 20 maggio 1951, finalmente arrivarono le soddisfazioni. L’U.S. Campiglia era riuscita a piazzarsi al terzo posto, alle spalle di altri due importanti centri minerari della Maremma: Ribolla e Gavorrano che, al contrario dei campigliesi, potevano contare sull’aiuto economico di ricche società industriali impegnate nell’attività estrattiva.

Nel 1954, con un altro terzo posto, la squadra campigliese riuscì a salire nel campionato di Promozione che però risultò un impegno al di sopra delle proprie possibilità. Si piazzò all’ultimo posto e tornò a disputare il campionato di Prima Divisione, dopo una stagione di pausa.

La storia dell’Unione Sportiva Campiglia finisce il 12 febbraio 1961, quando la squadra si ritira dal campionato per problemi economici.

Il calcio a Campiglia era scomparso, ma la stessa sorte era toccata anche ad altre importanti società della zona. In quella crisi generale l’unica a rimanere in piedi era stata l’U.S. Piombino.

A Venturina nel ‘62 alcuni giovani si erano rimboccati le maniche e, con l’aiuto dei più anziani, avevano fondato l’Associazione Sportiva. Nella primavera del ‘63 anche a Campiglia, su iniziativa di un gruppo di sportivi, nacque una nuova società, alla quale fu dato il nome di Associazione Sportiva Campiglia.

In paese si accesero subito le polemiche. Rinacque il solito partito dei prudenti che avrebbero voluto limitarsi ai campionati giovanili, senza impelagarsi nei campionati maggiori, giudicati troppo impegnativi e costosi. Alla discussione si aggiunsero anche le voci di alcuni genitori, che accusavano la dirigenza di preferire, ai giovani campigliesi, calciatori provenienti da altri paesi. Tra le perplessità e i malumori, l’entusiasmo prevalse e la squadra alla fine fu iscritta al campionato giovanile Juniores che, al terzo tentativo, fu vinto nel ‘66. Forte dell’esperienza maturata nei campionati giovanili, la società ricominciò a disputare i campionati maggiori nel ‘67.

Da allora, con alterne vicende e fortune, l’A.S. Campiglia partecipa ininterrottamente ai campionati dilettantistici toscani di Terza e soprattutto Seconda Categoria, dove ancora oggi si batte per difendere i colori di Campiglia.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 3 (novembre-dicembre 2014)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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