Più di mille anni di storia dai Della Gherardesca alla famiglia Merciai

Venturina Terme è considerato da molti un paese giovane, privo di storia: niente di più sbagliato. Sin dal primo numero di questa rivista abbiamo dimostrato il contrario. La storia c’è, eccome, basta saperla riconoscere.

Tra tutti i simboli della nostra identità storica, il più emblematico è certamente Palazzo Magona, che oggi si chiama “Castello di Magona”.

La sua imponente presenza è diventata un tratto distintivo e un motivo d’orgoglio per la nostra comunità: siamo nati ieri ma abbiamo un castello antico, molto più antico di quanto non sembri.

è vero, la torre, i merli, le bifore e i fregi medievaleggianti sono il frutto di un rifacimento in stile neogotico di inizio Novecento, ma pochi sanno che nel petto di quell’edificio batte ancora il cuore di un “vero” antichissimo castello costruito durante i secoli bui.

Intorno all’anno Mille, l’Italia stava vivendo un periodo di grande declino. Gli imperatori e re di Germania comandavano anche sulla Penisola, che ormai era diventata una provincia tedesca.

Ma proprio all’apice di questo strapotere germanico, un marchese italiano osò ribellarsi. Questo signore, a lungo considerato come il primo patriota della storia italiana, si chiamava Arduino d’Ivrea.

Dopo aver messo a ferro e fuoco diverse città dalle sue parti e aver sconfitto i vescovi leccapiedi dei tiranni tedeschi, approfittando della morte del giovanissimo imperatore Ottone III, avvenuta il 23 gennaio del 1002, Arduino si fece proclamare re d’Italia il 15 febbraio.

Poco dopo fu eletto re di Germania Enrico II che, al contrario dei suoi predecessori, era molto poco interessato alle vicende italiane, anche perché molto impegnato a risolvere i problemi tedeschi. Arduino quindi, per un po’, ebbe il campo libero, ma poi accadde l’inevitabile: nell’anno 1003, Enrico inviò un esercito in Italia per ristabilire l’ordine. L’anziano condottiero italico però riuscì a respingere l’attacco.

Nella primavera dell’anno seguente allora, il re tedesco si scomodò di persona e marciò verso l’Italia, a capo di un’armata troppo forte anche per l’irriducibile Arduino. In quel, per noi, fatidico 1004, Enrico giunse a Pavia, dove fu incoronato re d’Italia, mentre tutti i pezzi grossi e i gran signori italici si prostravano ai suoi piedi, ansiosi di dimostrare la loro fedeltà all’Impero, certi che, da un momento all’altro, Arduino sarebbe stato schiacciato come un verme.

Tra questi ambiziosi carrieristi c’era anche una famiglia della Tuscia − così si chiamava la Toscana di allora − che da decenni esercitava il proprio potere politico nel territorio volterrano. Si tratta della famosa stirpe che, a partire dal Duecento, prenderà il cognome di Gherardeschi o Della Gherardesca.

Sappiamo che, nell’anno 967, Rodolfo, uno di loro, in qualità di conte di Volterra, partecipò ad una “riunione” presieduta dall’imperatore Ottone I in persona. Anche il padre di Rodolfo, Gherardo, era stato conte di Volterra.

Dopo la morte di Rodolfo, il titolo era passato a suo fratello Tedice I e, in seguito alla scomparsa anche di quest’ultimo, trasmesso all’altro fratello, Gherardo II.

All’epoca il “conte” era un funzionario pubblico che, in nome del re, amministrava un “comitato”, ovvero una circoscrizione territoriale che, tanto per intenderci, potremmo paragonare alle nostre attuali province.

Ovviamente, quella di conte era una carica molto ambita e chi la esercitava aveva occasione di approfittare della sua posizione per ampliare − con le buone e a volte con le cattive − le proprie ricchezze personali e familiari.

Se oggi, che esistono leggi e controlli molto più efficaci di allora, alcuni politici non esitano a sfruttare la loro “influenza” per arricchirsi illecitamente, figuriamoci cosa poteva accadere mille anni fa!

Non sappiamo se fossero già così facoltosi in partenza, fatto sta che, dopo alcuni decenni dai loro primi incarichi pubblici, gli antenati dei Gherardeschi potevano contare su un enorme patrimonio.

Tuttavia, in un mondo così turbolento e incerto, anche i potenti dovevano guardarsi continuamente le spalle, per non rischiare di perdere in un attimo quello che erano riusciti ad accumulare in anni di “fatiche” e intrallazzi.

Per decretare la propria rovina, bastava scegliere male un alleato o dare il proprio appoggio al contendente sbagliato nelle lotte politiche che continuamente avevano luogo ai massimi livelli.

Gherardo II lo sapeva bene. All’alba del nuovo millennio, le sorti della famiglia erano nelle sue mani. Non aveva figli, ma doveva tutelare gli interessi dei nipoti.

Nella lotta tra Arduino ed Enrico doveva decidere da che parte stare. Il primo aveva raccolto consensi e seguaci soprattutto nella pianura padana e a Lucca, mentre le città di Pisa, Arezzo, Chiusi e Siena si erano schierate con l’imperatore.

Gherardo puntò tutto sul cavallo più forte: l’imperatore. L’obbiettivo numero uno era quello di mantenere per la sua famiglia la carica di conti di Volterra, e appoggiare Enrico era l’unico modo per riuscirci. Poi, c’era da tutelare il patrimonio e, intendiamoci, non stiamo parlando di qualche podere, ma di ben diciotto castelli con i rispettivi territori!

Questi beni erano dislocati in diverse contee della Toscana. Alcuni dei castelli di Gherardo si trovavano dalle nostre parti, cinque per la precisione: Campiglia, Biserno, Monte Calvo, Castello Novo e Acquaviva. Quest’ultimo castello è proprio quello di cui ci occupiamo in questo articolo, l’antenato del Castello di Magona.

Mentre l’imperatore Enrico II compiva le sue eroiche gesta in Italia, sconfiggendo Arduino, usurpatore del trono italico, Gherardo si preparava a mettere al sicuro i propri beni di famiglia.

Nei primi secoli del medioevo, il sistema più in voga tra le grandi famiglie per garantire la trasmissione del patrimonio agli eredi era quello di fondare un ente monastico e donargli i propri beni. Con la scusa di salvarsi l’anima, si creavano dei veri e propri centri di potere attraverso i quali la famiglia poteva continuare indisturbata a fare i propri interessi, godendo dei vantaggi derivanti dalla condizione ecclesiastica.

Lo stratagemma permise a molte delle casate che gestivano questi monasteri “privati” di radicarsi sul territorio per più generazioni. Così, nell’anno del Signore 1004, che poco sopra abbiamo definito fatidico, il conte Gherardo II e sua moglie Willa lasciarono i loro possedimenti al monastero benedettino di Santa Maria di Serena, nei pressi dell’attuale Chiusdino.

Poi, per stare ancora più tranquilli, donarono il monastero al neoeletto re di Germania, Enrico, ovvero lo affidarono alla sua protezione, con un solenne gesto di sottomissione tipico dell’epoca feudale.

Il conte e la sua consorte elencarono i beni che intendevano cedere all’ente ecclesiastico da loro fondato, mentre il notaio Ildebrando li trascriveva diligentemente in latino sulla pergamena, uno dopo l’altro.

Oltre alla metà del castello di Campiglia − che proprio in questa circostanza è citato per la prima volta nella storia − compare, come abbiamo detto, anche il castello di Acquaviva, del quale i conti donarono la loro parte, cioè un quarto della proprietà totale. I restanti tre quarti del castello, evidentemente, rimanevano in possesso dei nipoti di Gherardo.

Dal documento si apprende che il castello di Acquaviva era chiamato anche Colle di Godimaro e che vi era annessa una chiesa intitolata a San Cassiano.

Il nome Godimaro o Gaudimaro, di chiara origine germanica, ci rimanda ad un’epoca ancora più remota della storia di quel luogo. Se il poggio, nel 1004, portava ancora traccia del nome del suo antico proprietario, probabilmente la fondazione del castello di Acquaviva risaliva a non molti anni prima.

Gli storici ottocenteschi, primo fra tutti Emanuele Repetti, erano convinti che il castello di Acquaviva fosse dalle parti delle sorgenti dell’omonimo “rio”, non lontano da San Vincenzo. Le ricerche compiute negli ultimi anni invece hanno dimostrato che si trovava in Caldana.

La prova storica definitiva a sostegno di questa tesi si trova in un registro conservato nell’archivio parrocchiale di Campiglia, il Libro della Pieve, di cui abbiamo parlato anche nel numero scorso, a proposito della chiesa di Santo Stefano.

Nel documento sta scritto che, alla metà del Quattrocento, sul nostro poggio erano ancora ben visibili i resti di una «abbatìa», insieme a «muraglie», «case disfacte» e «un castello disfacto».

L’abbazia di cui si parla è quella dedicata ai Santi Pietro e Lucia che, per l’appunto, si trovava in una località chiamata Acquaviva, nella zona di Caldana.

Il toponimo Acquaviva era molto diffuso in tutta la Toscana. Solo nel comune di Campiglia esistevano almeno tre località con questo nome: le due di cui abbiamo parlato, dalle parti di San Vincenzo e in Caldana, più un’altra verso le Banditelle.

Con il termine “acqua viva” o “acqua vivola”, nel medioevo si indicavano le sorgenti di una certa importanza e, più in generale, l’acqua corrente, in contrapposizione a quella stagnante, definita “acqua morta”.

Caldana era il luogo ricco di sorgenti per eccellenza e, forse, il nome Acquaviva si riferiva proprio all’abbondanza di polle termali. Non possiamo escludere però che la sorgente in questione fosse un’altra, magari ben più fresca e dissetante.

Ma come era fatto il castello di Acquaviva e quali erano le sue origini? Sappiamo che Caldana, in epoca romana, fu uno dei centri più importanti della Val di Cornia.

Nel primo medioevo − nonostante gli stravolgimenti politici e sociali seguiti alla fine del mondo romano − la zona continuò ad essere abitata, anche se il paesaggio era cambiato. A causa della diminuzione della popolazione e della mancanza di mezzi, una fetta dei terreni agricoli era infatti stata invasa dalle acque termali e dal bosco.

Col tempo, nelle campagne dove in passato erano esistite le grandi ville rustiche romane, nacque un nuovo tipo di azienda agricola: la “corte” (in latino curtis). Queste antiche “fattorie”, possedute dai personaggi più facoltosi e dagli enti ecclesiastici, erano divise in due parti: una data in gestione ai massari − cioè i contadini che con le loro famiglie abitavano nei singoli “poderi” della corte − l’altra amministrata direttamente dal proprietario per mezzo del lavoro dei suoi servi.

Ad un certo punto, nel IX secolo, lo Stato non fu più in grado di garantire la sicurezza e l’incolumità dei propri sudditi. I Saraceni, che nell’809 avevano devastato Populonia, continuavano a prendere di mira le coste del Mediterraneo con le loro incursioni. Nell’860 un gruppo di Normanni, i temibili Vichinghi, che con le loro navi strette e lunghe riuscivano a risalire i fiumi, si erano spinti fino a Pisa, seminando il terrore tra le popolazioni della zona. Più tardi si aggiunse anche il pericolo degli Ungari, popolo altrettanto spietato.

Ai proprietari terrieri non rimase che organizzarsi privatamente. Per proteggere le loro “fattorie”, vi fecero costruire palizzate e torri in legno. Le prime “chiusure” furono realizzate direttamente sul posto, intorno all’edificio principale, che spesso serviva al signore anche come abitazione personale.

I recinti di legno però non erano rimedi del tutto efficaci. Nel X secolo quindi, i signori più potenti passarono alle maniere forti. Ebbe così inizio la fase che gli storici chiamano “incastellamento”. Le precarie difese lignee furono sostituite con solide cinte murarie e torri in pietra: erano nati i castelli.

Queste nuove struttre difensive venivano realizzate su colline e collinette, in modo che fossero più difficilmente attaccabili e per avere una visuale migliore sul territorio circostante.

Il castello di Acquaviva, edificato per difendere i contadini e la campagna caldanese, fu costruito sul colle di Godimaro, alto circa 70 metri sul livello del mare, che disponeva di una superficie utile di circa mezzo ettaro.

La sua forma allungata lo rendeva un perfetto avamposto naturale, che permetteva il controllo della viabilità sottostante da una posizione dominante, trovandosi a una cinquantina di metri più in alto rispetto all’incrocio tra l’antica strada che portava a Volterra (l’attuale via Suveretana-via dei Mulini) e quella posta sulla direttrice Campiglia-Falesia (Piombino).

Al momento della sua costruzione, avvenuta quasi certamente nel X secolo, ad opera del primo conte Gherardo o dei suoi figli, il castello di Acquaviva era semplicemente un recinto di mura, al quale poco dopo si aggiunse una torre in pietra presidiata da una piccola guarnigione armata.

In un secondo momento vi furono costruiti altri edifici, tra i quali una chiesa − quasi certamente una modesta cappella − dedicata al santo Cassiano. All’interno delle mura castellane era presente anche una cisterna per l’acqua.

Dopo la donazione del 1004, fatta dal conte Gherardo II ai monaci di Serena, i tre quarti del castello di Acquaviva erano rimasti al nipote Ugo I il quale, seguendo l’esempio dello zio, aveva fondato nel 1022, insieme ai suoi cinque fratelli, il monastero benedettino di S. Giustiniano di Falesia, nel luogo dove più tardi sarebbe nata Piombino.

Dal conte Ugo I, il castello passò al figlio Tedice III e poi al figlio di quest’ultimo, Ugo II. Nel 1108, Ugo II fu costretto con la forza a restituire tutti i beni che lui e i suoi antenati avevano usurpato, anche nel territorio di Acquaviva, al vescovo di Lucca Rangerio. Nel 1139, il castello non compare più tra le proprietà dei conti, cosa che farebbe pensare ad un suo abbandono precoce.

Nel 1111, l’imperatore Enrico V aveva confermato al monastero di Serena il possesso della quota del castello di Acquaviva, che però fu ceduta dai monaci, nel 1158, all’arcivescovo di Pisa.

Alcuni storici ritengono che lo sviluppo del castello di Campiglia abbia segnato la fine di quello di Acquaviva che, essendo situato su un’altura troppo piccola e troppo bassa, non garantiva ai suoi abitanti le stesse prospettive di sviluppo di Campiglia.

In realtà però il castello caldanese non sparì del tutto, fu semplicemente trasformato in qualcosa di diverso: un monastero, quello di S. Pietro in Acquaviva.

Di questo monastero benedettino i documenti cominciano a parlare intorno al 1180 ma, quasi certamente, la sua fondazione risale a qualche decennio prima.

Non sappiamo chi lo abbia fondato, ma è logico supporre che a farlo siano stati i proprietari del castello, forse qualche discendente del conte Ugo II, magari per donarlo al papa, come la famiglia aveva già fatto, nel 1022, con il monastero di Falesia.

I monaci d’Acquaviva riadattarono le strutture del castello alle loro esigenze, ricavandovi il loro alloggio. Non ebbero però molta fortuna, dato che nel Duecento la situazione economica del monastero era già precaria. Gli abati cercavano di far fruttare i terreni affittandoli ai contadini della zona ma, nel 1250, il «poggio di Acquaviva» si era ormai spopolato quasi del tutto.

A quell’epoca Campiglia era all’apice della sua grandezza e la forza di attrazione esercitata sul territorio circostante era irresistibile.

Il monastero di Acquaviva, non avendo più monaci, diventò prima parrocchia, per essere poi assorbito definitivamente dalla pieve campigliese di San Giovanni.

Nel corso del Trecento, gli edifici presenti all’interno delle mura del castello di Acquaviva caddero in rovina. La situazione di abbandono perdurò per oltre due secoli, fino a quando non accadde qualcosa che avrebbe ridato nuova vita all’antico castello.

La storia della Reale Magona del Ferro di Caldana sarà trattata più approfonditamente nei prossimi numeri della rivista. In questo articolo dedicato al Castello di Magona, ci limiteremo a dire che la seconda parte della sua storia ultramillenaria ebbe inizio nel 1545, quando le acque del Bottaccio − oggi Calidario Terme − che fino ad allora erano servite a far muovere un antichissimo mulino da grano, cominciarono ad essere utilizzate per azionare una ferriera, che aveva il compito di rifornire di palle di cannone e altre munizioni l’esercito di Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze.

Intorno alla vasca d’acqua calda, furono costruiti gli edifici necessari alla lavorazione industriale, che servivano anche da alloggio per gli operai. Qualche tempo dopo, l’amministrazione della Magona, avendo bisogno di una sede per i suoi funzionari, decise di prendere in affitto dalla parrocchia di Campiglia il terreno sul vicino poggio di Acquaviva e recuperare le mura superstiti del castello.

Una volta ristrutturato, l’edificio prese il nome di Palazzo della Magona e continuò ad essere adibito a sede amministrativa della fabbrica caldanese fino alla fine del Settecento, quando quella ferriera fu chiusa per mancanza di combustibile.

A Palazzo Magona dimorò il granduca Pietro Leopoldo, durante la sua visita al territorio campigliese compiuta nel marzo del 1770. Il sovrano rimase particolarmente colpito dalla bellezza del panorama di cui si poteva godere da quell’altura, come si intuisce dagli appunti presi in occasione del suo soggiorno: «si vede il mare e tutta la pianura, tutta la macchia bassa della torre di S. Vincenzo… La casa della magona è situata in un bellissimo poggetto di dove si scuopre la vasta pianura di Campiglia racchiusa in un semicerchio di montagne, da una parte quelle che terminano a Follonica e dall’altra parte da quelle di verso la torre San Vincenzo; dirimpetto si vede Piombino e poi le sue montagne ove vi è Populonia e nel mare di faccia l’isola dell’Elba».

Dopo la chiusura della fabbrica, il palazzo fu lasciato in stato di abbandono e divenne un rifugio per i pastori. È così che lo trovò il granduca Leopoldo II quando, nel 1830, si recò in visita da queste parti: «salii sul vicino poggio di Caldana, ove la casa antica della Magona; questa era fatta abitazione di pastori. Molto guardai da quella bella posizione, la pianura per la quale si aveva a passare colla strada, e l’imaginazione si dipinse le case restaurate, il poggetto coltivato ed il luogo scelto a residenza della direzione per la costruzione dell’Emilia, che passerebbe sotto ai suoi piedi».

La bellezza e l’antichità del palazzo non sfuggirono all’occhio attento del sovrano che, qualche anno più tardi, decise di mettere in pratica i suoi propositi, restaurandolo per utilizzarlo come punto di appoggio nei suoi viaggi in Maremma.

Il 3 novembre 1835, la proprietà del Palazzo di Caldana passava dalla Magona all’Uffizio di Bonificamento delle Maremme.

Ferdinando Tartini, segretario della Direzione del Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade − l’ente di bonifica − descrive in un suo libro, gli apprezzabili risultati raggiunti con gli interventi di restauro realizzati sul palazzo e sue pertinenze: «già un’oliveta assai grande è stata formata a spese del bonificamento presso l’antico palazzo della Magona a Caldana. Siede quell’edifizio vagamente sopra un colle isolato, e da non piccola altezza domina la pianura di Campiglia con tutto il gran teatro compreso fra i monti che scendono da Massa, e la valle di Cecina. Il palazzo di Caldana una volta spettante alla Magona, che possedeva in quelle vicinanze un opificio rimasto da molto tempo inoperoso per difetto di combustibile, il quale nella mancanza di strade non poteva esservi trasportato, fu anch’esso del tutto abbandonato, e appena offriva un mal difeso ricovero ai pastori. Ora restaurato e ridotto a comoda abitazione, offre un luogo di fermata al Sovrano stesso nelle gite frequenti per le Maremme. Anche il colle sul quale posa è stato ridotto a raffinatissima cultura. Il terreno disposto a ripiani l’uno sull’altro quasi in forma di gradinata, e come si pratica nelle ben coltivate campagne della val di Nievole e del Lucchese, mentre fa prova della sua feracità, si presenta anco come modello della miglior cultura di collina».

Negli anni ‘30 dell’Ottocento fu assunto come custode del palazzo Francesco Sarri − ex agente dei Benvenuti alla fattoria della Pulledraia − che vi abitò con tutta la famiglia fino al 1860, anno della sua morte. Con l’unificazione del Paese la residenza di Magona passò ai regnanti d’Italia e Santi, il figlio di Francesco, fu assunto come agente demaniale. Il Sarri perse la vita in attività di servizio nel 1874.

Nel 1864 il palazzo ospitò il principe Amedeo, duca d’Aosta, figlio del re d’Italia Vittorio Emanuele II, come ricorda una lapide del 1896 presente sulla facciata dell’edificio. La lapide si riferisce molto probabilmente alla visita fatta dal Savoia in Maremma per inaugurare la nuova ferrovia tirrenica, nel maggio del 1864.

Nel 1875 la residenza di Magona era ancora di proprietà dello Stato, che continuava a pagare alla parrocchia di Campiglia il canone di affitto annuo per il palazzo, l’orto, i terreni e gli altri fabbricati annessi.

Essendo diventata ormai solo un peso per lo Stato e necessitando di nuovi lavori di restauro, la villa fu messa all’asta. Ad aggiudicarsela fu il signor Marco Merciai, un facoltoso campigliese le cui proprietà confinavano con il Palazzo Magona. Sarà proprio il Merciai ad iniziare un grande intervento di ristrutturazione dell’edificio, terminato nel 1925, per trasformare il lineare palazzo mediceo in un vero e proprio castello, secondo il gusto e la moda del momento, con l’aggiunta di una nuova ala del palazzo, di una torre merlata e di una graziosa cappella. Oggi il palazzo che, nel corso dei secoli, ha cambiato diverse volte il suo nome, si chiama “Castello di Magona”, denominazione che riassume perfettamente il suo passato ultramillenario.

L’edificio è diventato una splendida ed elegantissima dimora storica. I proprietari − Cesare Merciai e il figlio Alberto − hanno saputo creare una magnifica e incantevole atmosfera da sogno, per far rivivere ai turisti di tutto il mondo la magia di soggiornare in un luogo che, come pochissimi altri, può vantare oltre dieci secoli di storia.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 19 (luglio-agosto 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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