Il diario del giovane Osvaldo Benedettelli

“Mi fidanzai scherzando…”

Osvaldo Benedettelli nasce il 28 settembre 1920 ad Arcidosso, figlio di Egisto e Margherita Cimbri. È un bambino intelligente e volenteroso, molto bravo a scuola e amante della musica. Insieme alla sorella Domenichina, aiuta la famiglia a tirare avanti, con grande senso di responsabilità.

Il babbo fa il mattonaio e in più si dà da fare come può per arrotondare, lavorando come bracciante dove capita, anche nelle bonifiche della pericolosa Maremma.

La mamma è la “chiccaia” del paese, prepara in casa dolci di ogni genere e li va a vendere nelle campagne. Fa anche il gelato, impresa non facile all’epoca, salendo in vetta per prelevare il ghiaccio nelle “riserve di neve”, buche nel terreno dalle quali un tempo si ricavava l’elemento chiave per preparare i gustosi sorbetti.

Osvaldo parte per il militare qualche mese prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, soffrendo molto per il distacco forzato dalla famiglia. Nel 1940, lo inviano in servizio a Venturina, dove presto impara ad apprezzare le bellezze del paesaggio e non solo. Gli piace molto leggere e passeggiare per le campagne, alla ricerca di qualche bella ragazza con cui parlare e scherzare durante le ore di libera uscita.

È un giovane molto sensibile che legge romanzi d’amore e, di tanto in tanto, si diletta a scrivere quello che gli passa per la testa. Qualche volta racconta la sua vita, altre dà libero sfogo alla fantasia, inventando storie romantiche.

Durante il periodo trascorso a Venturina, Osvaldo conosce Edina, la figlia di Roberto Giovannini e Angiolina Camerini, che abita in un podere in via dei Mulini, dalle parti delle Quattro strade.

Il 2 giugno 1945, i due giovani si sposano e Osvaldo va ad abitare a casa della moglie. Avrà due figli, Albertina e Roberto Egisto. Osvaldo, comincia a lavorare come muratore e quella sarà la sua occupazione fino alla pensione, nel 1982, dopodiché si dedicherà con amore alla cura dei nipoti, tornando, di tanto in tanto, nella sua amata Arcidosso.

È proprio una sua nipote, Roberta, ad averci fatto conoscere un diario scritto dal nonno quand’era ragazzo. In questo malconcio quaderno, ridotto dal tempo a poco più di una ventina di pagine sgualcite, sono ancora leggibili i ricordi che il ventenne Osvaldo appuntò nei lunghi e interminabili mesi del servizio militare.

Per non pensare alla guerra, sinonimo di morte, il modo migliore è parlare dell’amore, che invece è vita, e così Osvaldo si concentra su ciò che di bello riesce a trovare nei suoi ricordi e nelle esperienze di tutti i giorni. Inizia a scrivere, e quello che viene fuori è una testimonianza di una freschezza sorprendente.

Qui di seguito, vi proponiamo due brani tratti dal diario di Osvaldo. Il primo, si intitola “Mi fidanzai scherzando…”, il secondo invece è il resoconto della sua vita militare e del suo arrivo a Venturina.

«Sono degli anni ormai trascorsi, quando mi decisi di andare a fare visita a mio padre, che si trovava in una fattoria, molto distante dal mio paese. Eravamo d’estate, il sole era cocente, faceva sudare soltanto a nominarlo. Fattomi prestare una bicicletta, in un’ora mattutina lasciai il mio paese a forti pedalate. Pedalai un’ora, due ore e ancora avevo da fare molti chilometri.

Decisi di fare una sosta, in una piccola locanda, che situata ai piedi di una collina, prometteva buon riposo. Rinforzai le mie membra un po’ stanche, con un po’ di vino, formaggio e pane. Inforcai di nuovo la bicicletta dirigendola verso la meta da raggiungere. La fattoria apparve ai miei occhi, circa due chilometri distante, quel bel castello, con quel piccolo campanile della chiesetta, sembrava volesse dominare quelle vastissime pianure circostanti. Molti cavalli e buoi invadevano serre di grandi estensioni, a dire la verità mi sembrava di essere nella pampas americana.

Quanto stavo osservando mi divertiva, trovandomi a contatto della natura. Nelle vicinanze della fattoria, una macchina trebbiatrice stava lavorando, aguzzai lo sguardo e non tardai, fra tanta polvere e persone a riconoscere mio padre. Mi avvicinai a passi svelti chiamandolo ad alta voce, la “cerimonia” tra me e mio padre durò pochi minuti e nuovamente tornò a lavorare. Guardai tutte quelle facce sudate e polverose, per trovarvi conoscenti, ma mi furono tutte nuove. Sotto a una grossa quercia a pochi metri distante, vi erano sedute due signorine, mi avvicinai e con scuse banali, attaccai con loro una conversazione.

Erano due cugine che avendo i loro padri lì a lavorare, erano venute pure loro a trovarli, abitavano pochi chilometri distante. Maria e Adalcisa erano i loro nomi. Maria non tanto alta, grossa di vita, mi sembrava una botticella, aveva una faccia tonda come una mela, due occhietti neri molto vispi e una lingua molto sciolta. Adalcisa snella, la faccia molto graziosa, occhi celesti, come il mare, molto gentile, però molto timida, spesso le sue guance si coloravano di rosso. Maria avendo avuto da sbrigare certe piccole faccenduole in fattoria, ci lasciò soli, dicendo che ci avrebbe raggiunti fra poco tempo.

Trovandomi solo con Adalcisa, continuammo a parlare e non potei fare a meno di farle proposte di fidanzamento che dopo un lunghissimo colloquio mi accordò, rimanendo felice.

Il mattino seguente partii nuovamente per ritornare al mio paese. Pensando a quel fidanzamento involontariamente senza che un minimo sentimento mi spingesse verso quella fanciulla, me ne pentii fortemente e decisi al più presto di trovare una scusa per rompere quel piccolo incantesimo che per un mio capriccio era germogliato. Trascorse dei mesi e nulla avevo ancora concluso, venni militare e la sua posta mi giungeva più spesso, le sue lettere dimostravano un sincero amore, e io leggendole soffrivo pensando che mai avrei potuto darle la felicità che con parole affettuose mi supplicava. Un giorno, stanco di quell’amore forzato, le scrissi una lunghissima lettera confessandole verità, tutto finì».

«…attraversai un bel cortile che la luna in quel momento illuminava, era bello con delle palme da un lato, che il venticello faceva muovere con dolcezza. Entrai nella stalla, altri giovani, o meglio dire dei miei colleghi si trovavano sdraiati sulla paglia, taluni dormivano profondamente, altri se ne stavano pensierosi, non so il perché, forse avranno pensato alle persone care lasciate.

Mi distesi sulla paglia, sentivo il bisogno di dormire, ma non mi riuscì, pensieri fantastici invadevano la mia mente, facendomi più triste del possibile. Ormai per me era incominciata un’altra vita.

All’alba un suono acuto minterroppè il sonno, era la sveglia, m’alzai, andai a prendere il caffè, portai alle labbra lo risputai, non mi piaceva.

Mangiai della roba che la sera avanti m’era avanzata. In giornata fummo vestiti, mi fu consegnato un fottio di roba che non sapevo dove metterla, mi trovavo impacciato. Dopo essermi vestito, andai a guardarmi allo specchio, non mi riconoscevo, ero stato tosato, avevo un paio di pantaloni che sarebbero bastati a due, una giacca che avrebbe fatto pure da paracadute, le scarpe erano da elefante, la bustina stretta, sembravo un pagliaccio. Uscire in quello stato mi sembravo ridicolo.

Alle ore 11 fu distribuito il rancio, chi voleva mangiare fu messo per tre aspettando il suo turno, anche per un’ora sotto il sole. Il giorno seguente incominciarono le marcie; che noia mi prendeva, mattina e sera attenti e riposo. Per tre mesi consecutivi si parlò solo d’istruzione.

Dopo i tre mesi già segnalati, furono cercati elementi per formare una piccola fanfara che fra i quali vi incastrai pure io. Sonavo il basso, uno strumento ben massiccio, che io suonavo con passione, da quel giorno il peso delle stellette diminuì. Nella fanfara eravamo due suonatori di basso, l’altro era chiamato Zuppiera, ma di musica poco ne capiva.

I giorni passavano lenti e il desiderio d’andare a casa mi struggeva. Il l’otto maggio 1940 chiesi il premesso di ventiquattro ore, mi fu concesso e la sera alle ore dieci ero già in viaggio; i miei occhi rivelavano un mondo di gioia, mi sentivo felice. L’emozione, arrivato a casa m’invase e slanciandomi fra le braccia materne non potiedi trattenere due lagrime, che solcarono le mie gote. Venne presto l’ora di tornare al reggimento, il pensiero di lasciare ancora una volta i miei genitori mi faceva morire.

All’alba del 11 maggio ero di nuovo fra i miei amici militari. La sera dopo il silenzio, il nostro divertimento era quello di fare la processione “così noi la chiamavamo” chi si metteva addosso delle lenzuola, chi coperte, chi prendeva il fucile come croce, chi la baionetta, e mettendoci per fila indiana si percorreva le camerate, cantando cose che neppure noi comprendevamo. Una bella sera fummo sorpresi da un ufficiale che portandoci in cortile armati ci fece fare le struzioni fino a mezzanotte.

La notte del 11 giugno, guasi tutti dormivano, mi allontanai dalla mia branda, per andare a discutere del più e del meno con un caporal maggiore, quando tornai al mio posto la branda la trovai in aria, le lenzuola in terra, il materasso tutto sporco, a vedere in quello stato il mio letto, avevo un diavolo per capello, con pazienza mi misi ad ordinare il mio posto, ma non avevo ancora finito che una voce grossa e profonda sguarciò il silenzio, che in quel momento regnava, con scatto alzai la testa; davanti a me stava il Capitano, serio e immobile, che dandomi uno sguardo sinistro mi disse “Cosa fai?” con un filo di voce gli spiegai l’accaduto, ma non mi credette e l’indomani guardando nella tabella dei puniti, vidi che mi era stato dato cinque giorni di consegna. Questa fu la prima punizione. La mattina del dodici giugno 1940 mi svegliai agitatissimo, mi doleva la testa, ero pallido, decisi di marcare visita.

Fui visitato dal tenente medico che trovandomi la febbre a 39, mi ricoverò all’infermeria. Vi trascorsi otto giorni, ero insieme a dei siciliani inaffabeti, che per passare il tempo gli facevo da maestro, insegnandoli a leggere e scrivere l’affabeto.

Il 20 giugno mentre mi trovavo ancora all’infermeria fui solpreso mentre fumavo, dal capitano medico che immediatamente mi fece il foglio d’uscita con 10 giorni di riposo. Il 29 luglio 1940 verso le ore pomeridiane fui chiamato al Comando dove mi fecero la licenza per 15 giorni ritornando al reggimento il 7 agosto. Il 22 dello stesso mese furono scelti 20 soldati per rinforzare i reparti territoriali di Venturina, che fra i quali v’ero pure io.

Questo posto che ancora ignoravo e che io immaginavo un nido di fate, mi rendeva molto allegro, ormai per me la città era un disagio, rumori, strade affollate, aria non pura, mi rendeva nervoso e guesto trasferimento lo attendevo con ansia come un viaggio di nozze. Fummo sbarcati alla stazione di Campiglia e guidati da un sargente ci avviammo verso la nuova dimora. L’accantonamento era tre chilometri distante dalla stazione e strada facendo si guardava la campagna già in frutto. Dai lati della strada si estendevano vigneti immensi adornati da tanti grappoli d’uva nera e color d’oro, che sotto ai potenti raggi del sole rivelavano i suoi splendidi colori. L’illusione da me fatta si avverava.

Arrivati a Venturina (un piccolo paesaggio, ma aristogratico) si chiese dove era l’accantonato. Il Comando del 2° Settore, ci fu indicato un ber castello situato sopra una collina, circondata da uliveti magnifici, sembrava un castello addormentato, avvolto in tanta solitudine, come quelli che fanno parte delle belle storie che da bambini la nonna ci narrava. Ci si mise di nuovo in cammino, il nostro arrivo fu festeggiato dai soldati che già ci si trovavano. Erano uomini già temperati, taluni con i capelli grigi e sotto a quella gioia da loro dimostrataci, si vedeva una certa tristezza, il soldato per loro era un frutto fuori stagione, tutti avevano moglie e figli, e quello era un pensiero che li tormentava molto. Il nostro dormitorio era la soffitta di un piccolo fabbricato, da sinistra sporgeva una modesta terrazza da dove si dominava una pianura immenza e il mare.

Come era splendido! La mattina quando erano bellissime giornate, si vedeva navigare piroscafi, barche di pescatori e più in lontananza si vedevano sorgere le montagne della Corsica, che con le loro vette sottili sguarciavano lorizzonte. Di fronte alla villa che noi occupavamo, vi restava Piombino che i suoi comignoli, con la loro altezza dominavano il mare, sempre nella stessa direzione già indicata, si trovava pure l’isola d’Elba.

Furono cercati dei telefonisti che fra i quali mi feci notare, presto si prese lavoro, i primi giorni mi trovavo impacciato, ma in seguito divenni un perfetto telefonista. Facevo sole quattro ore di servizio al giorno, il tempo che mi rimaneva libero lo dedicavo a passeggiare per la campagna. Il 23 di settembre andai in licenza per 3 giorni.

A Villa Mussio; la nuova dimora è una elegante villetta, con bei giardini, boschetti circostanti, stanze pitturate ed bene ariate, munite di termo sifone, latrine con lavandino a acqua calda e fredda. Il trasferimento fu fatto il 28 novembre 1940 e queste comodità furono subito messe in funzione. Il telefono fu messo all’ufficio Maggiorità e mentre facevo servizio mi trovavo sempre in compagnia con qualche amico e le ore passavano più veloci. Il rancio non era dispiacente e una volta alla settimana si mangiava galletti o conigli. Nel periodo della raccolta delle olive, quando l’autunno è già inoltrato, che il vento freddo sferza la faccia, signorine, ragazzi, uomini e donne, si recavano alla raccolta, talvolta cantando allegramente canzoni popolari.

Io mi divertivo girare per gli uliveti, discorrendo e scherzando con le ragazze che vi trovavo. Un giorno in una latteria di Caldana feci la conoscenza di una bella bambina, di nome Lidia. Il mio cuore ebbe un sussulto, però non ebbi il coraggio di manifestarle il mio amore, e cosa veramente vergognosa, le scrissi una dichiarazione firmandomi Parabolani Loris. La risposta non si fece attendere, e come immaginavo feci un bel fiasco.

Venne presto la vigilia di Natale e alle ore 5 del pomeriggio montai di servizio per poi smontare alle 5 pomeridiane del 25, così la più grande festa me la passai solo immerso nel mio dovere di soldato, talvolta pensando alla famiglia lontana. Il primo dell’anno speravo di essere libero, ma il mio compagno di telefono volle andare a casa di nascosto, pregandomi di fare per lui il servizio, non potendo ritirarmi alle sue preghiere acconsentii e così nuovamente fui di servizio. Fra i militari ci si aiuta meglio che si può, facendo se occorre dei veri sacrifici.

Ogni giorno che trascorreva, più solidavo l’amicizia con i miei conoscenti, portando per le giovani donne sentimenti di vero affetto. Un giorno uscito in libera uscita feci una visita al mio amico Pietro, che porgendomi una lettera mi fece degli auguri, capii con tanta furia e costatai che era scritta in apis, una signorina si dichiarava innamorata. Fatte indagini sul suo conto mi risultò che era un po’ bassa di tetto; ma con tutto ciò risposi alla lettera acconsentendo ai suoi desideri; due giorni dopo ricevetti un portasigarette fu lei a farmi questo regalo.

Da tempo mi sentivo di amare una contadinella, non troppo bella, ma molto onesta, ma la divisa militare mi ostacolò. Non mi sentivo più felice; ogni piccola sciocchezza mi dava fastidio. Il mio cuore più volte mi spronò a un nuovo tentativo, ma il coraggio mi mancava. Una di quelle mattine primaverili, quando i primi uccelletti cominciano a cinquettare; il sole già alto vagabondava nel cielo sguanciando qualche piccola nuvoletta che li sbarrava il cammino. Io fischiettando…»

Purtroppo il racconto si interrompe così, bruscamente, sul più bello. Le ultime pagine del quaderno sono andate perdute per sempre. Non sapremo mai con certezza come sia andata a finire la storia e chi fosse la contadinella che aveva fatto breccia nel cuore di Osvaldo in quella primavera ormai lontana. A noi piace credere che stesse parlando proprio della sua Edina, la donna che, dopo tanto fantasticare, trasformò in realtà i sogni romantici del giovane Osvaldo.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 23 (marzo-aprile 2018)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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