Rimigliano dalle origini alla bonifica novecentesca

Per secoli, Campiglia ebbe un suo lago, un grande specchio d’acqua situato lungo l’attuale Parco costiero di Rimigliano, in un’area compresa grosso modo tra la via del Lago, il Park Albatros, il camping Sant’Albinia e la strada della Principessa.

Già nell’età del Bronzo, quel tratto di costa era stato abitato, forse proprio per sfruttare i vantaggi che la presenza di paduletti naturali offriva, in un’epoca in cui la malaria, probabilmente, non era ancora presente da queste parti.

Al periodo romano invece risale il nome stesso di Rimigliano, originatosi da un Rivus Aemilianus, ovvero un Rio Emiliano (Ri’ Migliano), un corso d’acqua che, come suggerito da Piero Cavicchi, ci rimanda alla presenza nella zona di un importante proprietario terriero, appartenente alla gens Aemilia.

La sua villa potrebbe essersi trovata in quella che oggi è la località Caduta e, più precisamente, nel luogo dove, da secoli, sono noti antichi resti murari risalenti a duemila anni fa. Di lì infatti, prima che fosse deviato, passava il Botro ai Marmi, erede dell’antico Ri’ Migliano che, in epoca romana, doveva essere ben regimentato e raggiungere direttamente il mare.

Questo fosso, per buona parte del suo percorso, correva parallelamente rispetto alla linea di costa. Nel medioevo i suoi argini, così come accadde per quasi tutti gli altri corsi d’acqua della Maremma, non furono più curati. I periodici spagli provocarono il progressivo allargamento del letto del fosso nella pianura circostante e la nascita di un padule costiero che si restringeva nell’ultimo tratto sfociando in mare. Questa parte finale del fosso prese il nome di Bracciolo (letteralmente “piccolo braccio”) diventando il confine in quella zona tra la Comunità di Campiglia e quella di Piombino.

È proprio nei documenti medievali relativi a questioni di confini tra Campigliesi e Piombinesi che troviamo le notizie più antiche su Rimigliano.

In un documento del 1309 si parla di porre un termine di confine «presso il Bracciolo di Rimigliano, sulla punta di detto Bracciolo verso l’argine». In un altro, del 1411, è rammentata la «Bocca del Bracciolo che esce di Rimigliano».

Dei laghetti di acqua salmastra nella zona di Rimigliano dovevano già esistere in epoca medievale, perché nel 1458 il Comune di Piombino vi possedeva una peschiera che dava in affitto.

Nel 1505, la Comunità di Campiglia si occupò di «fare la fossa di Rimigliano».

Da una descrizione dell’epoca apprendiamo che, agli inizi del Cinquecento, la zona si presentava come «un sito basso, o sia pozzanghera, in cui scolavano le acque piovane de’ luoghi circonvicini, ripieno d’erbe palustri e d’acqua salsa non buona né per gli uomini né per le bestie, nel qual sito entrando talvolta il mare, quando era in tempesta, v’introduceva qualche pesce».

La svolta definitiva, che mutò radicalmente la situazione, portando alla nascita di un vero e proprio lago, avvenne nel 1525, quando il facoltoso Roberto di Giovanni d’Alberto chiese e ottenne dal Comune di Campiglia il permesso di deviare l’acqua termale di Caldana nel padule di Rimigliano.

Roberto era il pronipote del ricchissimo campigliese Martino di ser Ghino, il quale aveva messo in piedi un vero e proprio impero nel Quattrocento, basato soprattutto sull’allevamento di grandi quantità di bestiame, accaparrandosi centinaia di ettari di terreni, in gran parte pascoli e macchie. Tra i suoi beni vi era anche la tenuta di Biserno, nella quale era compreso Rimigliano.

Avendo ereditato dall’intraprendente antenato il fiuto per gli affari, Roberto aveva deciso di trasformare quel terreno di scarsissimo valore economico in un grande allevamento di pesce.

Il primo intervento necessario per raggiungere questo scopo era quello di ampliare il piccolo padule, facendovi entrare una enorme quantità d’acqua.

In un primo momento Roberto pensò di tenere aperto il canale di collegamento con il mare e allevare pesci di acqua salata. Poi però, spinto anche da alcuni suoi consiglieri, cambiò idea e si convinse che la peschiera sarebbe stata «più utile e lucrosa a tinche che a pesce di mare».

Le sorgenti delle quali Roberto si voleva servire per riempire il suo lago nascevano dal Bottaccio e dal Bagno di Caldana, a qualche chilometro di distanza da Rimigliano.

In epoca antica, l’abbondante flusso dei due principali gruppi di sorgenti caldanesi era stato fatto confluire in un fosso che sfociava nel padule di Piombino. Per realizzare il suo ambizioso progetto, Roberto fece scavare una fossa lunga cinque chilometri che fu collegata al fosso di Caldana subito dopo l’ultimo mulino, quello “di Fondo”. Era nata la moderna Fossa Calda.

L’antico scolo a mare del lago fu chiuso, con il permesso del Consiglio comunale di Campiglia e, in breve, il bacino si riempì di acqua calda pronta ad accogliere i pesci di Roberto.

In prossimità del punto dove il nuovo braccio della Fossa Calda si congiungeva al vecchio, fu posizionato un regolatore di flusso: una cateratta che veniva alzata e abbassata a seconda delle esigenze per mezzo di un argano o “verrocchio”, come si diceva allora. Fu così che l’antico tracciato della Fossa Calda a valle della cateratta cominciò ad essere chiamato Fosso del Verrocchio o Fosso Rocchio.

L’accordo prevedeva che il Comune di Campiglia ricevesse in cambio la proprietà di un quarto del lago di Rimigliano. Un altro quarto passò alla Comunità dopo la morte di Marietta, la moglie di Roberto, che mantenne così il possesso della metà della peschiera.

Prima di morire però, Roberto lasciò l’usufrutto sulla sua parte di lago alla sorella Dianora e la nuda proprietà alla Pia Casa di Misericordia di Pisa. Nel 1548, Dianora affittò la sua metà del lago al granduca Cosimo I de’ Medici il quale, due anni dopo, mediante il contratto d’affitto stipulato dalla moglie Eleonora di Toledo con la Comunità di Campiglia, entrò in possesso anche dell’altrà metà, quella spettante al Comune.

Dopo aver consolidato il proprio potere, a partire dall’inizio degli anni Quaranta del Cinquecento Cosimo I si dedicò ad una serie di opere pubbliche che prevedevano anche la fortificazione delle zone periferiche dello Stato ritenute meno sicure.

Il lago di Rimigliano era una delle aree di maggiore interesse per Cosimo. I motivi principali erano sostanzialmente due: rappresentava un’importante riserva di pesca ed era collegato per via fluviale con le ferriere di Caldana.

Cosimo fece progettare quindi una serie di interventi per adattare il complesso del lago alle sue esigenze.

L’intervento a Rimigliano, così come quelli realizzati in altri specchi d’acqua della regione nello stesso periodo, mirava ad assicurare l’abbondanza di pesce, e in particolare di anguille, allo Stato fiorentino che ne era sempre stato carente.

Per questo, il coordinamento dei lavori, che comprendevano una serie di opere murarie, fu affidato all’Ufficio della Grascia, ovvero l’ente che si occupava dell’approvvigionamento alimentare dello Stato.

Sul posto, a dirigere il cantiere, l’agente del granduca, Pietro Iacopo Lo Casale − uomo di fiducia di Cosimo − che riceveva disposizioni direttamente dal provveditore della Grascia, Ludovico Dal Borgo, il quale inviava anche il denaro per l’acquisto del materiale necessario.

Il “quartier generale” delle operazioni fu allestito alla Torre del Lago, che noi oggi conosciamo col nome di Torraccia. L’edificio − anche se c’è chi afferma che esistesse già in epoca medievale − molto probabilmente, era stato fatto costruire pochi anni prima da Cosimo I, come presidio militare per difendere quel tratto di costa dalle continue incursioni piratesche. I documenti della metà del Cinquecento parlano infatti di una Torre nuova del Lago, nome che sembrerebbe confermare l’ipotesi di una costruzione nata dove prima non c’era niente.

Quando Cosimo era entrato in possesso di Rimigliano, aveva trovato il lago molto allargato. Già dieci anni prima, Dianora era stata citata in giudizio da un suo confinante − Pietro di Antonio di Matteo − i cui terreni erano stati invasi dalle acque.

Si doveva quindi fare subito qualcosa per ripristinare il giusto drenaggio. Il primo intervento, realizzato tra il 1549 e il 1550, riguardò proprio la sistemazione del canale di scolo che passava sotto alla torre. Il fosso − detto Fossa del Lago − fu regimentato per mezzo di muretti, palizzate e paratìe e fatto sboccare in mare. L’obbiettivo era quello di riuscire ad imprimere all’acqua in uscita una forza sufficiente a mantenere naturalmente aperta la bocca del canale, senza bisogno di impiegarvi continuamente uomini a scavare. Le onde del mare infatti depositavano ogni giorno sabbia all’imboccatura del fosso che, col tempo, tendeva a chiudersi, ostacolando lo scolo del lago e creando notevoli problemi.

Questa operazione aveva provocato il taglio della strada costiera e così, per permettere il passaggio dei carri, fu costruito un ponte sul canale di scolo, proprio di fronte alla torre.

Presso la foce del lago, impiegando 50 operai, fu creato anche un porticciolo, lo Scalo della Torre del Lago, destinato al carico e scarico delle merci, che vi arrivavano via acqua dai forni di Caldana. La Fossa Calda infatti, che sfociava nel lago, era stata resa navigabile per abbattere i costi di trasporto del ferro.

Accanto alla torre, con le pietre avanzate dal cantiere, fu costruito un magazzino per depositarvi le palle di cannone e le altre munizioni prodotte nella ferriera di Caldana che, in attesa di essere inviate a Portoferraio e negli altri forti del litorale, rischiavano di essere rubate dai pirati, come in qualche caso avvenne.

Nel 1557, Cosimo I entrò definitivamente in possesso di Portoferraio, dove si trovavano un gran numero di soldati toscani a presidio di una delle più importanti fortezze dello Stato. All’Elba però i mulini scarseggiavano e così, per garantire l’approvvigionamento di farina all’esercito, fu deciso di costruire un mulino in continente.

Occorreva un luogo che fosse adatto e al tempo stesso sicuro. La Torre del Lago sarebbe stata il posto ideale per costruirvi il mulino. La presenza di un presidio militare, di uno scalo marittimo e di un magazzino avrebbero garantito tutto ciò di cui c’era bisogno.

Così, nel 1559, per verificare la fattibilità del progetto, furono condotti diversi esperimenti idraulici sul lago, che causarono non pochi problemi alle ferriere di Campiglia, specialmente a quella posta più in basso, che si trovava al Mulin di Fondo.

Giovanfrancesco Montemerli, proprietario di quella fabbrica, fu costretto a scusarsi con il governatore di Portoferraio di non poter proseguire a fabbricare i «ferramenti» che gli erano stati richiesti, perché il livello dell’acqua della Fossa Calda si era alzato tanto da impedire alle ruote della ferriera di girare: «c’è occorso che Batista da Cereto ministro… qui ne l’opera del lagho di Campiglia, per una isperienza che vogliono fare, à volsuto condure tutte queste aque a detto lagho e sono tante alzate l’aque sotto le ruotte della ferriera che non posano lavorare. Non so quanto le vorà tenere a questo modo».

La situazione tornò alla normalità solo dopo diversi mesi di tentativi, che però non dettero l’esito sperato.

Non potendo realizzare il mulino accanto alla Torre del Lago, si adottò una soluzione di ripiego, scegliendo un punto sulla costa, ai piedi del poggio del Petrone, che oltre ad essere quello più vicino a Portoferraio sul territorio fiorentino, sembrava avere i giusti requisiti, anche perché in quel luogo già esisteva un vecchio mulino non più funzionante.

Per costruirvene uno nuovo, efficiente e moderno, si doveva però prima scavare un’altra fossa che, dal termine del Bracciolo, arrivasse fino alla spiaggia del Petrone, solo così l’acqua avrebbe avuto la pendenza, e quindi la forza, necessaria ad azionare le macine.

Nella primavera del 1560, mentre circa 600 uomini erano impegnati a preparare il nuovo letto del Cornia, una squadra di lombardi disboscò la zona, dopodiché una parte degli operai fu impiegata a scavare il fosso, dal termine del Bracciolo (dove oggi si trova il Park Albatros) fino al punto dove si stava lavorando alla costruzione del nuovo mulino. Il fosso − che nei documenti è chiamato «dirittura del Bracciolo» − fu interrotto in corrispondenza della strada piombinese, in attesa di essere collegato al canale del mulino.

Nel maggio del 1561, l’edificio, dotato di due macine, era praticamente terminato, anche se i lavori andarono avanti ancora per un po’, dato che il progetto prevedeva anche la costruzione di una peschiera delimitata da muri in pietra e di un grande magazzino per la farina.

Quattro anni dopo, il cantiere era ormai chiuso. La spesa per le casse dello Stato era stata notevole e i proventi della pesca non riuscivano a compensare il passivo. Si trattava tuttavia di un investimento che, a lungo termine, avrebbe dato i suoi frutti o almeno questo era quello che il granduca sperava. In quindici anni Cosimo era riuscito a riqualificare la degradata zona di Rimigliano, creando uno sbocco a mare per la Magona e un mulino che avrebbe dovuto soddisfare gran parte del fabbisogno di farina dei soldati elbani.

Con orgoglio, nel giugno del 1565, fu commissionata una lapide col nome del granduca da apporre sul nuovo mulino, perché i posteri sapessero chi lo aveva fatto costruire.

Ogni anno tuttavia, si ripresentava lo stesso problema: con l’arrivo della stagione meno piovosa − da maggio a ottobre − e il conseguente abbassamento del livello del lago, le macine si fermavano e il grano per l’Elba doveva essere portato ai mulini di Caldana, con grande spesa «fra vetture, molende e noli».

Con la costruzione del nuovo edificio, il centro principale delle attività granducali sul lago di Rimigliano si era spostato dalla Torre Nuova al mulino.

Il canale di scolo che passava sotto alla torre probabilmente si era interrato o forse era stato chiuso per dare maggior forza al fosso del mulino.

Anche lo scalo della Magona, allestito anni prima in prossimità della torre, fu dismesso e un nuovo porticciolo sorse sulla spiaggia di fronte al mulino: lo scalo della Stella.

Il nuovo magazzino costruito a fianco del mulino, pieno di farina e palle di cannone appena sfornate dalle ferriere di Caldana, esercitava una grande attrazione sui pirati barbareschi che facevano spesso capolino per tentare il furto di quella merce preziosa.

I pirati agivano all’improvviso e di nascosto, di notte o nelle prime ore dell’alba, e i 650 metri in linea d’aria che separavano la torre dal mulino potevano rivelarsi fatali, se il castellano e i pochi uomini a sua disposizione, per qualche motivo, non riuscivano ad accorrere in tempo.

Per scongiurare questa evenienza, fu deciso di abbandonare la torre e spostare la guarnigione al mulino, che fu progressivamente riadattato alle nuove esigenze difensive.

Con il trasferimento dei militari al mulino, anche il nome di Torre Nuova si spostò dal vecchio al nuovo presidio, andando ad indicare il luogo e l’edificio che ancora oggi si chiamano così. La torre abbandonata invece, dopo il suo disarmo, cominciò ad essere chiamata popolarmente la Torre Vecchia e, più recentemente, la Torraccia.

Fu il granduca Cosimo III (1670-1723) a trasformare il complesso del mulino in una vera e propria fortificazione e a dargli l’aspetto attuale.

Se Cosimo I aveva investito molto nella sistemazione dei fossi e delle acque del lago, riuscendo anche a bonificare una buona parte dei terreni, i suoi successori non furono altrettanto premurosi e così, dalla fine del Cinquecento, la situazione cominciò a degenerare.

La superficie copertà dalle acque si allargò progressivamente e nacquero altri paduli e paduletti che resero tutta la zona estremamente malsana.

A farne le spese furono soprattutto i soldati della torre, costretti a vivere in quell’ambiente malarico.

il più grosso e pestifero di questi nuovi paduli, fu quello che si formò intorno ad un vecchio mulino medievale, il Mulino delle Donne, passato nel Settecento alla famiglia Desideri. L’edificio, chiamato popolarmente il Mulinaccio − del quale sono ancora visibili i ruderi − si trovava circa due chilometri più a valle, lungo il corso della Fossa Calda, rispetto all’attuale omonimo residence.

In prossimità del Mulinaccio, i deboli e poco profondi argini della Fossa Calda lasciavano filtrare le acque termali, che si spandevano nella campagna circostante, formando un «padule spaventevole e pestilenziale».

A riprendere in mano la situazione della bonifica ci pensò Pietro Leopoldo che fece rimuovere le ruote del mulino di Torre Nuova per facilitare il deflusso a mare delle acque del lago. Nel 1788, il granduca fece aprire un nuovo canale «per deprimere le acque del lago di Rimigliano», la cui proprietà era passata nelle mani del cav. Francesco Alliata di Pisa.

Gli effetti dell’apertura del nuovo canale sono descritti in una relazione del 1789 dall’esperto granducale Pietro Ferroni: «quantunque il nuovo canale sia aperto nello Stato del Principe di Piombino, e che i lavoranti Pisani abbiano potuto scavare tranquillamente sotto il cannone della Torre nuova, esso non ha prodotto che in parte il suo effetto. Infatti i piccoli laghi pestilenziali, che per il passato esistevano a Torre nuova, e che erano sì perniciosi alle Guardie di Sanità ed alla Milizia Guarda Coste, non esistono più attualmente. Il livello ordinario delle acque del mare, a causa del giornaliero loro flusso, non permette il perfetto prosciugamento del lago di Rimigliano, ma allargando e approfondendo il nuovo canale, abbassando il vertice d’uno delli archi di Torre nuova, ove erano situate le ruote dell’antico mulino, abbassando egualmente il suolo sotto la volta dell’arco intermedio, si faciliterà lo scolo dell’acque del lago di Rimigliano al punto che non vi resti più se non qualche piccolo stagno. Non vi ha per questa cosa sito più proprio a tenere sempre aperta l’imboccatura d’un canale, che quello ove si sbocca il canale nuovo fra li scogli di Torrenuova. Le persone che dicono aver altra volta aperto quello di Torre vecchia, lo videro ben tosto ostruirsi dalle sabbie e dall’acque marine».

Sarà il granduca Leopoldo II a tentare per primo la bonifica integrale del lago di Rimigliano che, nel 1832, fu così descritto dal geologo Paolo Savi: «il lago di Rimigliano è di figura bislunga, posto parallelamente al mare, da cui è separato mediante un alto tombolo d’arena: la sua estremità settentrionale biforcasi un poco, e dall’altra finisce con l’emissario o gora… La sua profondità è piccola e quasi la stessa in tutti i punti; vicino alla Torraccia, in quel braccio che, inoltrandosi fra i gerbai o pollini, giunge fino alla strada regia e serve di porto ai pescatori, trovasi il maggior fondo… quasi del tutto libero dalla mota, così che ivi calato il saggiatore, sentesi che raschia uno strato di tufo, e non puole affondarsi più di 5 braccia [circa 3 metri]. Questo fondo di tufo si scuopre per quasi tutta l’estensione del predetto braccio, ma in ragione che uno scostasi dalla Torraccia, si trova coperto da un crescente strato di fango… Il fondo del lago di Rimigliano non è vestito che di Chara ispida, pianta fetida al pari della mota su cui nasce, benché d’un fetore diverso… Guardando il lago di Rimigliano dalla strada regia e dai vicini poggi, se n’acquista una grata idea, essendo di ameno aspetto per le sue sponde coperte da bella macchia, vestite di verdi pagliani e gerbai, popolate da numerose vacche e bufali… Le acque che formano questo lago son limpide e, siccome poco profonde essendo quasi sempre quietissime, riflettono il bel monte Calvi con le sue falde vestite di oscura macchia. Ma chi si trattiene presso il suo margine o naviga in esso, ben presto muta pensiero, perché da quell’acque in apparenza sì belle, esalasi un tal puzzo incerto, come sulfureo, che produce inquietudine e gravezza di testa… ma insopportabile diviene in poco tempo… il fetore del loto, che si agiti o s’estragga dall’acqua, l’azione sua dalla testa si propaga allo stomaco… Sembra che nemmeno agli uccelli acquatici piaccian quell’acque… Il Tombolo che divide il lago di Rimigliano dal mare è dell’altezza circa d’otto a dieci braccia ed è formato da arena ora fina ora grossa».

Due anni dopo, nell’estate del 1834, il lago di Rimigliano era già stato prosciugato e 126 ettari di terreno resi coltivabili. Certo che gli effetti della bonifica sarebbero stati definitivi, nel 1842 il granduca concesse a Gaetano Rosellini il permesso di costruire un mulino (l’attuale Mulinaccio) sul quale, nel 1844, venne apposta una targa a memoria dell’opera risanatoria compiuta da Leopoldo II.

Purtroppo però i risultati raggiunti svanirono presto e quel terreno depresso si riempì di acque stagnanti. Nel 1860, la situazione era questa: «quelle cateratte, affatto dimenticate, deperirorno come le altre congeneri, ed allorquando la nuova Commissione del Bonificamento si portò a visitare quel padule, trovò che le sue bassure erano ogni giorno invase dai riempifondi marini, e che famiglie intiere di mugnai erano state successivamente divorate da quell’aria ritornata micidiale. A tanto danno si è cercato di riparare non tanto con le cateratte a bilico ristabilite sull’emissario del padule, quanto e più ancora coll’addossare alla fabbrica del mulino, valendosi come forza motrice delle acque sovrabbondanti della Fossa Calda, una macchina idrovora».

L’idrovora del Mulinaccio però si rivelò un palliativo e non riuscì nell’impresa, anche perché si guastò e non fu più riparata.

Con il matrimonio tra Olimpia Alliata e Gherardo Della Gherardesca, il lago passò alla famiglia del conte. Fu proprio Gherardo a riuscire dove altri prima di lui avevano fallito.

Come ricorda lui stesso in un suo libro di memorie: «l’8 luglio 1929, alle ore 8, iniziarono i lavori della bonifica del lago. Per il lavoro di terra furono impiegati gli operai della Società Cooperativa della Venturina ed esso si svolse con un ritmo talmente accelerato che, sullo scorcio dell’estate del 1929, fu quasi condotta a termine… nel giugno 1930 si raccolse per la prima volta grano dove fino a poco tempo prima avevano trovato il miglior ricetto le folaghe e i beccaccini».

Nacquero poderi e case coloniche e i terreni strappati alle acque, questa volta definitivamente, poterono finalmente essere coltivati.

Oggi Rimigliano è un parco naturale frequentato dai turisti di tutto il mondo e dai cittadini della Val di Cornia. Vi abbiamo raccontato brevemente la sua storia perché, la prossima volta che vi capiterà di visitarlo, possiate apprezzarlo ancora di più.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 19 (luglio-agosto 2017)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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