Il Locandiere della Venturina

La vera storia di Antonio Giovannetti il garfagnino che nel 1837 fondò Venturina

Se volessimo stilare una classifica dei personaggi più significativi di tutti i tempi della storia di Venturina, verrebbe spontaneo considerare il primo posto appannaggio del campigliese Venturino di Bartolomeo, uomo del Cinquecento, colui che, donando all’ospedale uno dei terreni che possedeva al piano, lasciò il suo nome a quel campicello. Ma siccome è evidente che i meriti di Venturino siano del tutto involontari, lo poniamo fuori classifica, assegnando il primato a chi invece se lo è guadagnato sul campo, al protagonista principale della storia del nostro paese: Antonio Giovannetti. Vi starete chiedendo che cosa abbia fatto quest’uomo per meritarsi un onore del genere. La risposta è semplice: ha fondato Venturina. Oltre che un vero e proprio pioniere, è stato un sognatore che, quasi da solo, è riuscito a trasformare un incrocio in un paese.

Antonio, figlio di Pellegrino e della barghigiana Francesca Salotti, era nato agli inizi dell’Ottocento. I Giovannetti, originari di Pieve Fosciana, che all’epoca faceva parte del ducato di Modena, arrivarono a Campiglia da Ceserana, un paesino della Garfagnana, quando Antonio era ancora un ragazzo. Da quelle parti si divertivano a prendere in giro i “Ciciorani”, così si chiamano gli abitanti di Ceserana. Li consideravano non proprio degli intelligentoni e, a riprova di questa convinzione, si raccontava sempre la stessa storiella: per non dover più salare minestre a altre vivande al momento della loro cottura, decisero di riempire di sale la vasca dove sgorgava l’acqua della fontana del paese! In realtà i Ciciorani, e più in generale gli abitanti di quelle zone, dovevano essere tutt’altro che sprovveduti, a giudicare almeno da quelli di cui stiamo parlando i Giovannetti che, casomai, avevano il difetto opposto.

Non a caso i vecchi campigliesi, quando si trovavano di fronte qualcuno che, secondo loro, aveva intenzione di metterli di mezzo, lo ammonivano bonariamente dicendogli: «bada Garfagnino!» Un modo educato per dire: «stai attento a quel che fai, perché a me non mi freghi!» All’epoca la Garfagnana era una terra aspra e povera, dalla quale molti partivano per cercar fortuna in Maremma, e Campiglia era una delle mete preferite da questi emigranti. Erano infatti diverse le famiglie arrivate dai dintorni di Pieve Fosciana, prima o dopo dei Giovannetti, come gli Angiolini, i Biagioni, i Crovetti, i Giuntini, i Turiani e altri. Antonio aveva tre fratelli e due sorelle: Giovanni, Caterina, Giuseppe, Celestina e Pietro. I fratelli Giovannetti erano barrocciai, ma arrotondavano anche lavorando come braccianti agricoli. Sudare nei campi però non era la loro massima aspirazione. Intelligenti, determinati e molto intraprendenti, sapevano di avere le carte in regola per tentare di migliorare la loro umile condizione.

Dopo aver sposato nel 1829 la ventiduenne Teresa Guarnieri sorella di Pietro, nonno del famoso pittore campigliese Carlo Guarnieri (1892-1988) Antonio Giovannetti era diventato padre, nel 1830. Alla nascita del primogenito Pellegrino, era poi seguita, due anni dopo, quella di un altro maschio, Francesco. Tirando la cinghia, Antonio era riuscito a mettere da parte qualche risparmio che decise di investire subito. Il 15 gennaio 1833, aveva acquistato da Giorgio Bizzarri un appartamento in un edificio posto nel vicolo che dalla piazza dello Spedale, dietro all’attuale Comune, sbucava di fronte alla porta della chiesa di San Lorenzo. Non era certo una casa di lusso, tre stanze a tetto, ma in quel momento era il massimo che poteva fare e così fu felice di andarci ad abitare con la sua famiglia.

Nella nuova casa, erano nati altri due figli: Rosa, nel 1834, ed Ester, due anni dopo. Ora che una casa tutta sua in paese ce l’aveva, voleva a tutti i costi realizzare il suo sogno: costruire alla Venturina. Nel 1830, il Granduca aveva aperto il cantiere della nuova via Emilia, una grande strada per collegare Pisa a Grosseto, paragonabile alle autostrade di oggi, destinata a sostituire il vecchio tracciato ormai inadeguato alle esigenze. Due anni dopo, la strada era pronta. Abituati a percorrere, con i loro barrocci, stradacce impervie, piene di buche e di malviventi, i fratelli Giovannetti capirono subito che l’apertura della via Emilia rappresentava l’inizio di una nuova era per la Maremma.

L’imponente arteria stradale avrebbe dato uno straordinario impulso al commercio e ai traffici da e per Campiglia che, prima di allora, essendo mal collegata alla rete viaria toscana, era rimasta ai margini dei grandi circuiti commerciali. Per Antonio la “conquista” di un posto in prima fila su quella meravigliosa strada stava diventando quasi un’ossessione. Ogni volta che col suo barroccio percorreva quei 150 metri sulla via Emilia, tra l’incrocio con la strada per Campiglia e quello della strada per Piombino, non poteva fare a meno di guardarsi intorno e fantasticare. Che posto perfetto! Sembrava fatto apposta per lui. Quello sarebbe stato senz’altro il luogo ideale per installare una base logistica per la sua attività.

Chissà se il Dini gli avrebbe venduto un pezzetto di terra? In fondo lui ne aveva tanta e un ettaro in meno − o un paio di “saccate”, come si diceva allora − non avrebbe fatto un granché differenza. Sebastiano e suo fratello Pietro erano i figli e gli eredi dell’Illustrissimo signor Francesco Maria Dini che, nella sua lunga e gloriosa carriera, sul finire del Settecento, aveva rivestito anche la carica di Provveditore dell’Uffizio dei Fossi della Città di Grosseto e Soprintendente alle Comunità della Provincia Inferiore Senese. Insomma, un pezzo grosso dal quale i due rampolli ricevevano un bel patrimonio. L’illustre padre, qualche decennio prima, aveva costruito una casetta sulla vecchia via Emilia. Niente di particolare: poco più di una capanna, come si usava allora.

Accanto a questo edificio (l’attuale forno Acquafresca) c’era un pozzo di proprietà del Comune dove in passato i viandanti si fermavano per bere e far riposare i cavalli. Quando il Comune, nel 1832, decise di prolungare la strada campigliese che in origine terminava sulla vecchia Emilia per collegarla a quella nuova, il prolungamento separò la casetta dal pozzo e questo fece andare i fratelli Dini su tutte le furie, più per una questione di principio che per una reale necessità. Il terreno sul quale era stata costruita la casetta Dini, fin dai primi del Seicento, era chiamato “Campo alla Venturina”, perché un tempo era appartenuto al campigliese Venturino di Bartolomeo da Populonia che, prima di morire, lo aveva lasciato in eredità all’Ospedale di Campiglia. Per questo la casetta Dini aveva preso quasi subito il nome di “Casetta della Venturina”.

Il 27 gennaio 1831, il granduca Leopoldo II, per favorire lo sviluppo della nuova via Regia Emilia, emanò un provvedimento con il quale prometteva soccorsi in denaro a chi avesse intrapreso, entro cinque anni, la costruzione di case lungo la strada, a non più di una sessantina di metri di distanza. Si trattava di un incentivo molto consistente, dato che i costruttori potevano riuscire ad ottenere un rimborso delle spese sostenute che andava da un quinto fino ad un terzo del totale. L’entità dei premi concessi era direttamente proporzionale alla velocità di costruzione degli edifici e alle difficoltà incontrate durante i lavori a causa dell’impervietà dei terreni dove si decideva di edificare. Sebastiano Dini, che non aveva ancora digerito la faccenda della casetta e del pozzo, non perse tempo e passò al contrattacco. Fece costruire una bella e ampia casa colonica alla Venturina, di fronte all’incrocio per Campiglia, e nel 1833, quando l’edificio fu ultimato, intascò un premio di 1.162 lire. Il podere, che oggi non esiste più, dopo la morte senza figli di Sebastiano Dini, passerà prima agli eredi della cognata, Maddalena Mari prendendo il nome di  “casa Mari” e poi più tardi, nel Novecento, ai Pierattelli. Ma torniamo al protagonista della nostra storia.

termini per richiedere il “bonus” granducale erano appena scaduti. Nonostante la delusione per non essere riuscito ad usufruirne, Antonio Giovannetti era più che mai deciso a portare a compimento il suo progetto. Le uniche case presenti nell’attuale centro di Venturina erano le due di cui abbiamo parlato, fatte costruire dai Dini: una casetta da pastori e un podere, roba da contadini. Il futuro che aveva in testa Antonio per la Venturina invece era molto diverso. Era convinto che, costruendo una casa su quell’incrocio per abitarvi, ma al tempo stesso anche per offrire un servizio ai viaggiatori, agli abitanti delle campagne limitrofe e ai tanti pastori che frequentavano la zona con gli anni se ne sarebbero aggiunte altre e quella landa desolata, mattone dopo mattone, si sarebbe trasformata in un paese. Bastava fare il primo passo e lui voleva compierlo a tutti i costi.

Non si sarebbe accontentato di un terreno qualsiasi, voleva impossessarsi di una particella più vicina possibile al punto dove si incontravano la nuova via Emilia e l’asse stradale che collegava Campiglia e Suvereto con Piombino. Quello era il posto ideale per costruire la casa e la rimessa. I terreni sopra la vecchia via Piombinese, verso la Tufaia, erano dei fratelli Dini, quelli sotto, verso Pantalla, erano invece del benestante falegname campigliese Giuseppe Guidi. Antonio sperava che sua sorella Caterina lo aiutasse a convincere il signor Sebastiano Dini, uno degli scapoli d’oro del paese. A Campiglia girava infatti voce che “la Caterina del Giovannetti” fosse molto in confidenza col giovane Dini. Il tentativo però fallì miseramente. Il Giovannetti chiese ai due proprietari se erano disposti a vendere e a quanto. Il Dini, che era un tipo all’antica, come prevedibile, non fu disposto a smembrare le sue terre e così, alle fine, Antonio si accordò con il Guidi, per la vendita della particella indicata nel catasto dell’epoca con il numero 115, circa un ettaro.

La nuova via Regia aveva attraversato quel terreno, tagliandolo in due, e anche il Guidi, come i Dini, si era molto arrabbiato: prima di tutto per l’esproprio della striscia destinata a diventare la nuova sede stradale e secondariamente  perché, essendo stato suddiviso in due campetti più piccoli uno sopra alla strada e l’altro sotto la proprietà, secondo lui, valeva meno di prima, cosa che sicuramente gli fu fatta pesare dal Giovannetti al momento della trattativa. Su questo terreno del Guidi verteva ancora un antico “livello”, un vecchio canone di affitto in favore della parrocchia di Campiglia 12 lire e 17 soldi all’anno che passò al Giovannetti quando l’astuto barrocciaio comprò entrambi i campi, con l’intenzione di costruire in quello compreso tra la vecchia e la nuova Emilia. Nel 1837 i due edifici progettati furono ultimati. Si trattava di una casa su più piani, occupante una superficie di 83 metri quadri e di uno «stallone» di circa 98.

Fin dall’inizio, l’idea era stata quella di costruire un complesso immobiliare che potesse essere utilizzato come punto di appoggio per i traffici familiari, ma anche e soprattutto per offrire un servizio di vitto e alloggio ai viaggiatori che si trovavano a transitare dalla Venturina. Dopo l’apertura della nuova Emilia, locande e osterie erano spuntate come funghi un po’ dappertutto lungo il suo percorso, anche dalle nostre parti. In meno di un anno, dal Ponte Rosso, a nord di S. Vincenzo, fino al Poggio alle Forche, di fronte alla Fattoria di Vignale, il paesaggio lungo la strada era cambiato radicalmente e le tipiche capanne, abitate in inverno dai pastori, avevano lasciato il posto a vere e proprie case, destinate in gran parte ad attività alberghiere e di ristoro.

Ecco come vengono descritti i due immobili fatti costruire alla Venturina dal Giovannetti, al momento del loro accatastamento: «il nuovo fabbricato per uso di locanda… si compone come appresso… al piano terreno due stanze che servono per botteghe; al primo piano, con accesso ancora dal balzuolo (balchetto) quattro stanze; al secondo piano a tetto, parimenti quattro stanze. L’altro fabbricato… comprende un vasto stanzone destinato per stalla e rimessa con sottostante cantina». La frontiera, per chi voleva fare fortuna, era “la strada” e ormai il Giovannetti si era buttato nella mischia alla grande.

La locanda fu data in gestione a Domenico Brondi, originario del Golfo della Spezia, in cambio di un affitto di 40 lire al mese. In quel momento la locanda alla Venturina era sostanzialmente un investimento, un modo per diversificare le entrate. Per questo il Giovannetti aveva scartato l’ipotesi di gestire direttamente l’attività alberghiera. Un mestiere ce l’aveva e l’obbiettivo era quello di incrementare il giro d’affari della sua attività di barrocciaio e, su come riuscirci, Antonio aveva le idee molto chiare. Per spedire lettere e pacchi all’interno dei confini del Granducato, la soluzione più in voga, per le brevi e medie distanze, era quella di affidarsi al ”procaccia”: un trasportatore che offriva un servizio, simile a quello svolto oggi dai corrieri, a cadenza settimanale e a tariffe più economiche rispetto alle poste statali.

Ogni paese aveva il suo procaccia. Campiglia ne aveva quattro sulle tratte principali: due per Pisa, uno per Grosseto e uno per Siena. Si trattava in genere di persone sveglie, dinamiche e dotate di spirito di iniziativa, tutti requisiti che permettevano di assolvere compiti, talvolta impegnativi: recarsi nei centri maggiori per effettuare consegne e ritiri e svolgere commissioni, per conto di privati ma anche di enti pubblici come i comuni. Antonio Giovannetti investì i suoi risparmi per attrezzarsi al meglio, dotandosi di tutti i mezzi necessari a intraprendere l’attività di procaccia. Nel 1839, dopo la nascita di un’altra figlia, Agnese venuta alla luce in estate alla fine dell’anno ad Antonio si presentò l’occasione giusta: il sessantaduenne Francesco Mucchi si ritirava dall’attività lavorativa, lasciando vacante il posto di procaccia sulla tratta Campiglia-Pisa.

L’11 dicembre il Comune pubblicò il bando, il 30 dicembre il Giovannetti presentò domanda per ottenere quell’incarico. Il regolamento prevedeva che, perché l’istanza potesse essere accolta, l’aspirante procaccia doveva ipotecare degli immobili di sua proprietà, come garanzia. Gli amministratori campigliesi infatti volevano assicurarsi che i procaccia fossero solvibili, per essere certi che, in caso di smarrimento o sparizione, durante il trasporto, di merci o soldi, il Comune sarebbe stato risarcito. Il Giovannetti riuscì ad ottenere il posto di procaccia per Pisa, ipotecando sia la locanda di Venturina che la nuova casa di Campiglia composta da quattro stanze di abitazione e tre di fondi che recentemente aveva acquistato da Guglielmo Guasconi. L’appartamento, situato sulla curva di San Sebastiano, era più grande dell’altro, ma Antonio aveva dovuto spendere diversi soldi per ristrutturarlo e non aveva finito di pagare il Guasconi, doveva dargli ancora 100 scudi.

Nonostante questo piccolo debito, le garanzie furono ritenute soddisfacenti dal Comune e le due parti stipularono l’atto notarile necessario all’assegnazione del procacciato. Il Giovannetti, ogni lunedì mattina, a mezzogiorno in punto, partiva da Campiglia per effettuare le sue consegne a Pisa, a nome della Comunità, e rientrava il giovedì. Quel lavoro gli piaceva, lo considerava un impiego sicuro, una rendita certa. Fu proprio questo senso di stabilità e di fiducia nel futuro a spingerlo a intraprendere una nuova attività, quella del commercio. Sfruttando le conoscenze che si era fatto tra gli amministratori campigliesi, nel febbraio del 1840 prese in affitto dal Comune un locale ad uso di bottega occupato precedentemente da un certo Filipperi al costo di 10 scudi all’anno, che il ragioniere comunale gli avrebbe scalato direttamente dallo stipendio. L’entusiasmo per questa nuova opportunità di guadagno lo stimolò a migliorarsi: voleva imparare a leggere e scrivere.

L’impresa però si rivelò più ardua del previsto e, alla fine, Antonio ce la fece ad imparare a malapena a firmare con il suo nome e cognome. Lo stipendio da procaccia era di 17 lire e 10 soldi al mese. Il Giovannetti riscosse regolarmente le prime quattro mensilità, da gennaio ad aprile, ma già in febbraio si cominciò a sentir dire che il governo aveva intenzione di sopprimere il procacciato per Pisa. Le voci non erano infondate e, nel luglio 1840, arrivò la doccia fredda: il granduca Leopoldo II aveva emanato una disposizione con la quale la tratta da Campiglia a Pisa era soppressa. Intanto il pagamento dello stipendio era stato sospeso e Antonio dovette aspettare agosto per riscuotere maggio, giugno e luglio. Il Giovannetti era distrutto dalla delusione. Questo imprevisto aveva fatto crollare tutti i suoi piani e ora il futuro tornava ad essere più incerto.

Nell’estate del 1841, La famiglia di Antonio fu scossa da un primo grave lutto: la morte della piccola Agnese, seguita a nove mesi di distanza dall’altra figlia, Rosa. Erano trascorsi solo 86 giorni da questa seconda tragedia quando Teresa dette alla luce una bella bambina, che fu chiamata Rosa in memoria della sorellina appena scomparsa. Antonio continuava a lavorare come barrocciaio e nella bottega di Campiglia, tenendo costantemente d’occhio la locanda per cercare di capire quanto incassasse e farsi un’idea esatta del suo potenziale. Nel 1843, Antonio dovette risolvere un problema che si era venuto a creare nella sua proprietà della Venturina.

Il Comune aveva venduto il tratto della vecchia strada piombinese sulla quale si trovava il cancello per accedere al campo posto sotto la via Emilia e il Giovannetti reclamava giustamente «un comodo passo». L’inconveniente fu risolto mediante «la costruzione d’un ponticello sulla fossetta di detta Regia Emilia ond’accedere al ridetto campo sotto strada». Il primo settembre 1844, in casa Giovannetti arrivò il terzo figlio maschio, Severo, ma la gioia durò poco perché, all’inizio di dicembre, una malattia incurabile portò via la piccola Ester, a soli otto anni. Quando, due anni dopo, Teresa partorì un’altra bambina, così come era accaduto in occasione della morte di Rosa, fu scelto per lei il nome della sfortunata sorella, Ester.

Negli anni Quaranta dell’Ottocento ormai la centralità e l’importanza dell’incrocio della Venturina erano un dato di fatto riconosciuto da tutti. In una relazione dell’epoca scritta da un tecnico incaricato dal Comune di Campiglia di realizzare un progetto per «rendere più agili» le strade di maggiore interesse, si legge: «Da Campiglia si staccano quattro strade chiamate rotabili, una diretta allo scalo di San Vincenzo, altra per la Valle di Citerna, una terza diretta alla Venturina, passando in vicinanza del Palazzo di Caldana; e tutte scendono alla Regia Emilia, la prima passando presso detto scalo, la seconda in prossimità della locanda delle Allumiere, la terza in luogo detto la Venturina…

La Venturina è pressoché centrale al territorio coltivato, ed è come San Vincenzo sulla Regia Emilia. Alla Venturina sono prossimi i vigneti di Caldana. Dalla Venturina bisogna transitare per portarsi nel piano di Campiglia; e dalla Venturina è forza passare per trasportare allo scalo di S. Vincenzo il raccolto fatto nel territorio della Comunità. Dalla Venturina finalmente si partono la strada di Piombino e la strada di Suvereto ed è il punto ove si farà (ultimata la strada di Piombino) il cambio dei dispacci per i corrieri di Pisa, Grosseto e Piombino».

Tutte cose che Antonio Giovannetti affermava da tempo. Lui però non poteva limitarsi alle parole, da uomo pragmatico e concreto, amava i fatti, guardava sempre oltre, era un passo più avanti rispetto a tutti gli altri e, in quanto a creatività era imbattibile: un vulcano di idee. La proposta che avanzò al Comune nella primavera del 1846 fu una vera e propria illuminazione, quasi una premonizione. Con oltre mezzo secolo di anticipo rispetto ai primi tentativi di organizzare una fiera nel centro di Venturina, il 26 maggio scriveva agli amministratori comunali:

«Antonio Giovannetti di Campiglia, possidente e dimorante alla Venturina, fa istanza a Vostra Signoria Illustrissima con dare gratuitamente per il corso di anni cinque una località di terreno onde farvi la consueta fiera che suol farsi nel mese di agosto e, dopo i cinque anni, potrà proseguire a suo piacere con pagare qualcosa di indennità. Promettendo anche il sottoscritto di dare un piccolo divertimento, ambedue le sere, di una corsa di cavalli dal ponte di Cornia fino al mio albergo. Sono pregato da molti pastori di questa pianura anche per la fiera di maggio, che si faceva nel prato di San Giovanni, di trasportarla nel sunnominato luogo della Venturina, non più tardi dell’8 di maggio, onde fare le sue vendite di lana, scarti di bestie pecorine ed altro; essendo anche questo posto più prossimo a Piombino ed isola dell’Elba, avrebbe più concorso, essendo anche pregato dall’isolani».

Il Giovannetti chiedeva quindi di spostare alla Venturina, ovvero davanti alla sua locanda, le due più importanti fiere della zona: quella del 26 e 27 agosto, che si teneva al ponte di Cornia, e quella di maggio, che aveva luogo a Campiglia nel prato di San Giovanni. Agli amministratori campigliesi non sfuggì il fatto che, dietro la gentile offerta, si celava il primo tentativo della storia del nostro Comune di spostare il baricentro dell’economia locale, anche se solo per la durata della fiera, da Campiglia a Venturina. Non a caso era il secondo dei due traslochi proposti dal Giovannetti a preoccupare maggiormente i notabili comunali che, il 3 luglio, si limitarono a scrivere un appunto dietro la lettera del locandiere venturinese: «pendente la risoluzione del proposto piazzale a Santa Croce, proporrei tenersi sospesa la risoluzione alla presente istanza». Effettivamente furono di parola: l’istanza rimase sospesa, per sempre. I tempi non erano ancora maturi per una fiera alla Venturina.

Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, il quasi quarantenne Antonio Giovannetti non era un uomo ricco ma, con determinazione, aveva migliorato notevolmente le sue condizioni economiche. Nella classifica dei possidenti campigliesi occupava il 52° posto, con 257 lire di tasse pagate, non male se si considera che il paese era pieno zeppo di «braccianti miserabili». Antonio era riuscito anche a trovare i soldi per acquistare un’oliveta, sulla strada di Citerna, proprio di fronte alla fonte, dove aveva costruito una stanza con sotto la stalla.

Nell’estate del 1849, in previsione della prossima raccolta e spremitura delle olive, domandò agli amministratori comunali la facoltà di realizzare una «deviazione dell’acqua che sbocca dal lavatoio della fonte di Citerna, facendola traversare la strada comunitativa, senza alterarla, per farla percorrere in uno stabile dell’esponente a detta fonte sottoposto e servirsene a lavare le sansine delle ulive, per poi rimetterla nel suo primiero corso»L’olio prodotto nel poderino di Citerna gli serviva per la famiglia, quello che avanzava veniva impiegato nella cucina della locanda, e la stessa cosa valeva anche per il vino prodotto nella vigna della Venturina.

Dopo la prima deludente gestione da parte dell’affittuario Domenico Brondi morto in miseria nel 1856 il Giovannetti aveva cambiato locandiere, affidando l’attività a Simone Falugi, figlio d’arte. Suo padre Luigi, infatti, era un famoso ristoratore e albergatore fiorentino, proprietario della locanda “San Luigi”, una delle migliori di Firenze, un vero e proprio imprenditore del settore che oltre trent’anni prima quando i suoi colleghi per farsi conoscere potevano contare esclusivamente sul passaparola si permetteva il lusso di pubblicare inserzioni pubblicitarie sull’unico giornale dell’epoca, la Gazzetta di Firenze, per informare i lettori sui «pranzi che ivi si danno a prezzi fissi nella solita carta, come si pratica nei più accreditati luoghi di questo genere», immodestamente certo che «tutti quei Signori che lo favoriranno resteranno pienissimamente soddisfatti».

Simone però non doveva avere né la stessa passione, né le medesime doti del padre e così il rapporto di lavoro col Giovannetti si interruppe presto. L’uomo, nel 1855, sposò una follonichese e, dopo essere rimasto subito vedovo, l’anno successivo prese in moglie una ragazza di Massa Marittima, dove si trasferì, aprendovi una bottega. La morte del primogenito Pellegrino scomparso a soli ventitré anni nel 1853 aveva scosso profondamente Antonio. Gli rimanevano altri quattro figli: il ventunenne Francesco, l’undicenne Rosa, Severo di nove anni ed Ester di sette. Per i Giovannetti era arrivato il momento di provare a gestire direttamente la locanda. Antonio comandava, i figli e la moglie eseguivano gli ordini. Francesco si occupava dei clienti, mentre sua sorella Rosa aiutava mamma Teresa nelle faccende domestiche.

Il mestiere del locandiere comportava dei rischi e questo Antonio lo sapeva bene. Essendo le locande e le bettole uno dei luoghi più frequentati dai contrabbandieri e dai criminali di ogni genere, c’era sempre il rischio di ritrovarsi invischiati in qualche situazione equivoca. Per giunta Antonio, quando si trattava di soldi, non andava certo per il sottile e poi ce l’aveva ancora con lo Stato per quella faccenda del ‘40, quando il granduca lo aveva lasciato, di punto in bianco, senza lavoro, sopprimendo il procacciato per Pisa. Come andò di preciso non lo sappiamo, fatto sta che il Giovannetti fu accusato di praticare traffici di contrabbando. La cosa non ci sembra così inverosimile, anzi. I guadagni realizzati con il contrabbando spiegherebbero i tanti investimenti fatti da Antonio, la cui disponibilità economica appare molto superiore a quella di un semplice locandiere di campagna.

I documenti ci descrivono un uomo estremamente astuto, abituato ad operare ai limiti della legalità, se non oltre, e sempre e soltanto nel proprio interesse personale, con una straordinaria capacità di volgere a suo favore ogni situazione. A Campiglia c’era un altro Antonio Giovannetti, un fornaciaio cugino del nostro, che aveva più o meno la sua stessa età. Il Comune, per tre anni, aveva inviato la richiesta di pagamento della tassa sugli immobili a questo omonimo. Il nostro Giovannetti che non avendo più ricevuto niente dall’ufficio delle tasse si era accorto fin dall’inizio dell’errore anziché farlo presente a chi di dovere, fece finta di nulla. Quando finalmente l’equivoco fu chiarito e il Comune gli chiese le tasse arretrate, ebbe la prontezza di chiedere un pagamento rateizzato per «non risentire un danno notabile nell’interesse».

Un’altra volta, dovendo raddrizzare un tratto della via di Citerna, il Consiglio Comunale incaricò un perito di stimare il valore di una striscia di terreno da espropriare al Giovannetti per realizzare la strada. Antonio però, che voleva sempre avere l’ultima parola, dette lo stesso incarico ad un perito di parte. L’esito della perizia fu prevedibile: di tutta la proprietà Giovannetti, quella striscia di terreno era di gran lunga la più fertile e, considerando la «valuta di affezione» ovvero il valore affettivo il Comune avrebbe dovuto sborsargli una bella cifra per averla. Alla fine le parti si accordarono, ma il Giovannetti, usando come suo solito la tattica del “sacrificato”, convinse gli amministratori che quel lavoro avrebbe messo in pericolo la stabilità del balchetto di casa e così riuscì a farselo ristrutturare e in più a sostituire la siepe con un muro di cinta in mattoni, tutto a spese del Comune.

Per quanto riguarda gli affari poi, avere a che fare con il Giovannetti era sempre un rischio. A parole se la cavava molto bene, quando però arrivava il momento di pagare poteva succedere che i tempi si allungassero ben oltre le promesse iniziali. Questa propensione a non onorare la parola, facendo attendere oltre il dovuto i suoi creditori, gli provocò una sfilza di citazioni giudiziarie. La strategia era sempre la stessa: si faceva consegnare la merce versando un acconto e poi non finiva di pagarla. A farne le spese furono, uno dopo l’altro, i tanti fornitori della locanda, come il pastore Domenico Fiorini, dal quale il Giovannetti acquistava il formaggio; o il colono suveretano Ferdinando dell’Agnello, che gli vendeva la carne; o ancora il fattore del Merciai, Adriano Sarri, per 68 chili di fieno non riscossi; ma anche artigiani come Valente Agostini di Sassetta, al quale Antonio non aveva pagato un tino acquistato per la cantina; o il fornaciaio del Ponte di Cornia, Antonio Caccialupi, che dopo aver consegnato 400 mattoni alla Venturina non fu pagato, con la scusa che il suo cane aveva mangiato l’uva della vigna di Antonio.

Oltre a non saldare i fornitori della locanda, il Giovannetti aveva il vizio di far lavorare la gente senza poi pagarla, come era accaduto ad Angiolo Barsini, un pastore campigliese, che gli aveva arato il poderino di Citerna. Il figlio di Antonio, Severo, seguiva le orme paterne. Nel ‘67, si era messo in società con il cugino Domenico, figlio dello zio Giuseppe, e aveva preso in appalto alcuni lavori di mietitura, assumendo diversi ragazzetti minorenni. Alla fine del lavoro però i cugini Giovannetti si erano “scordati” di pagarli e così Fiorenzo Bartoli, padre di Giovanni, uno dei giovani truffati, si era arrabbiato non poco e li aveva citati entrambi in giudizio. Nonostante a parole si fossero dichiarati disponibili ad onorare il loro debito, i cugini non si presentarono davanti al giudice e così furono condannati in contumacia. Nello stesso anno i Giovannetti fecero domanda per aprire un appaltino alla Venturina. Quando arrivò il momento di presentare la richiesta al Comune, Antonio dovette farla firmare al figlio Francesco, perché se l’avesse inoltrata lui, vista la fama di contrabbandiere che lo accompagnava, non gliel’avrebbero mai accettata. Gli andò bene e Francesco ottenne la licenza di privativa statale. Ancora una volta, la felice posizione sull’incrocio della Venturina aveva fatto la differenza e i Giovannetti erano stati preferiti agli altri candidati.

Alla fine di settembre del 1864, Teresa morì senza aver avuto la gioia di vedere sistemati i suoi amati figlioli. Il lavoro nella locanda e il fatto di vivere isolati in un luogo disabitato avevano influito negativamente sulla vita sentimentale dei due giovani. Francesco rimase “zittello” tutta la vita, mentre Rosa si sposò solo in tarda età dopo la chiusura dell’attività familiare con Roberto Barachini, un commerciante originario di Calcinaia. Alla fine degli anni Sessanta, Antonio cominciava ad essere stanco e gli affari non andavano troppo bene. Decise quindi di chiudere la bottega che gestiva insieme al figlio Severo. L’attività fu cessata ufficialmente il 31 luglio 1871. Con la chiusura della bottega terminò anche la conduzione familiare della locanda.

La gestione dell’albergo fu affidata al suveretano Giuseppe Garelli che, oltre a fare il locandiere, aprì anche una bottega di fabbro ferraio in uno dei locali attigui cedutigli in affitto dal Giovannetti. Il Garelli e la moglie Maria Canessa rischiarono la vita in un incidente ferroviario avvenuto la mattina del 14 ottobre 1875 alla stazione di Fauglia, mentre si trovavano a viaggiare sul treno merci-passeggeri da Cecina a Livorno, nell’ultima carrozza di terza classe. Se la cavarono tutti e due con un grande spavento. Antonio Giovannetti morì nella sua casa di Campiglia il 31 gennaio 1875.

I figli Francesco e Severo ereditarono i beni dal padre, ma non la sua capacità di fare affari. Francesco, che non aveva grandi ambizioni, gestiva l’appaltino alla Venturina. Severo invece, più irrequieto, era sempre alla ricerca di qualche affare da concludere, e la creazione di un mercato a pochi metri dalla locanda gli sembrò l’occasione buona per procurarsi un’occupazione redditizia. Il 6 maggio 1878, il Consiglio comunale aveva istituito ufficialmente un mercato settimanale alla Venturina «attesa la centralità del luogo, dove fan capo diverse strade che conducono a città e paesi popolatissimi». Fu fissata anche la data di apertura del mercato: venerdì primo agosto 1879. Le vendite e le trattative si sarebbero svolte alla presenza di un sensale patentato, incaricato di sorvegliare l’andamento degli affari. Il posto di sensale faceva gola a molti, si trattava di una grande opportunità che attirava i giovani più intraprendenti dei dintorni.

Quando il 5 luglio fu pubblicato l’avviso, al Comune giunsero diverse domande, tra le quali quella di Severo Giovannetti, che chiedeva di essere ammesso al concorso «obbligandosi, in caso di nomina, di conseguire presso la Camera di Commercio di Pisa il relativo attestato che lo abiliti all’esercizio della carica di sensale». Per dare maggior peso alla sua domanda, il Giovannetti si rendeva disponibile a concedere gratuitamente, per l’occasione, «magazzini, stallaggi, abbeveraggio e altri comodi che potranno occorrere». Al concorso partecipò anche un altro “venturinese”, Giuseppe Gori che, come il Giovannetti, era disposto a mettere a disposizione gli immobili di cui disponeva per garantire la buona riuscita del mercato. Gli affari non andavano bene e per i fratelli Giovannetti fioccavano le citazioni in tribunale per mancato pagamento di merci.

Anche il parroco, don Romualdo Beldrotti, li trascinò davanti al giudice conciliatore perché i due non gli avevano versato le 20 lire e spiccioli del livello che ancora gravava sul terreno della Venturina. A Severo, dopo essersi sposato nel 1880 con Amalia Giuntini una piccola possidente originaria di Rosignano non rimase che andare a lavorare nel piccolo emporio tabaccheria della Venturina, insieme al fratello Francesco. Tutti gli immobili liberi, case e stalle, compresi gli appartamenti di Campiglia, furono affittati, per cercare di integrare i magri proventi della bottega. Non tutti gli inquilini però erano puntuali nei pagamenti e qualcuno non pagava per niente. Le cose però andavano sempre peggio e così, il primo ottobre 1888, Francesco si ritirò dal commercio, cedendo l’esercizio che conduceva alla Venturina a Giuseppe Innocenti; il primo febbraio 1897 il maggiore dei fratelli Giovannetti morì.

Pochi giorni dopo la scomparsa di Francesco, Severo dovette subire l’umiliazione del pignoramento della sua cavalla per ripianare un debito che aveva contratto con Natale Bacci. A niente era servito avvalersi di un avvocato di altissimo livello come Antonio Fratti, politico e famosissimo patriota. Ridotto a chiedere prestiti ad amici e conoscenti, ormai la situazione economica era disperata e Severo non poté fare altro che rassegnarsi al totale fallimento. La mattina del 29 gennaio 1900, dinanzi al pretore di Campiglia, i beni del Giovannetti e della moglie furono messi all’asta. Si trattava di: «un piccolo pezzo di terra, in luogo detto “Citerna” intestato a Giuntini Amalia (682 lire) e una casa con botteghe, in luogo detto “Venturina” composta di 8 stanze a terreno e 6 al 1° piano (6.734,32 lire)».

Il 29 marzo dello stesso anno, anche il tribunale di Volterra mise all’asta gli immobili di Severo: «una porzione di casamento a Campiglia Marittima in corso Maruzzi (5.850 lire); un’altra porzione dello stesso casamento (2.975 lire); il dominio utile di un poderino detto “Citerna” (1.490 lire); un fabbricato a Venturina (7.350 lire); due case a Venturina, con vigna annessa (3.560 lire)». La lunga lista di creditori attendeva con ansia l’esito della vendita. Il 20 aprile 1901, Severo Giovannetti, avendo perso tutto, tagliò i ponti con il passato e si trasferì a Pisa con la famiglia. La vicenda dei Giovannetti volgeva al termine, quella del paese che avevano creato dal nulla invece era appena iniziata. La locanda della Venturina passò nelle mani di un’altra famiglia di pionieri e abili commercianti: i Bagni, ma questa è tutta un’altra storia. Se ne avremo l’occasione, ve la racconteremo in uno dei prossimi numeri.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 20

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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