Il misterioso tesoro del brigantino affondato

Una cassa di monete d’oro fu sepolta sulla spiaggia castagnetana?

3 febbraio 1818: martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale. La costa toscana era sferzata da un forte vento di libeccio. Nel tratto di mare prospiciente a Castagneto Carducci, di primo mattino, da levante apparve un brigantino di provenienza sconosciuta.

Si trattava di un’imbarcazione grandemente diffusa nel XIX secolo, con funzioni sia militari che commerciali: era una nave ad un solo ponte con 20 remi per lato e due alberi. Lo scafo, lungo non più di 25 metri, era snello e dotato di sperone a prua, cioè un robusto prolungamento acuminato per squarciare lo scafo avversario in caso di attacco. Il nostro brigantino in balia delle onde, per la precisione, era un brigantino-goletta, un tipo di imbarcazione, cioè, che per il particolare assortimento di vele richiedeva un numero ridotto di uomini per la manovra e quindi permetteva di trasportare un equipaggio poco numeroso.

Giunto in corrispondenza della foce del torrente Seggio, il brigantino tentò una manovra ardita: l’equipaggio puntò la prua verso la riva nella speranza di arenarsi sul fondale sabbioso. Una volta passata la burrasca si sarebbe provveduto, in qualche modo, a disincagliare la nave. In un primo momento sembrò una mossa azzeccata, ma durante la notte l’accresciuta violenza delle onde squarciò il legname e spazzò via uomini, alberi e vele. Il mattino successivo sulla spiaggia del Seggio furono rinvenuti i cadaveri dei sei componenti dell’equipaggio e numerose masserizie e merci.

Il Granducato di Toscana aveva precise leggi in materia di sanità marittima, volte a preservare la salute pubblica da eventuali malattie portate dalle imbarcazioni. Nonostante in molti borghi e centri demici, in pieno Ottocento fosse ancora diffusa l’usanza di far circolare liberamente il bestiame per le vie e fosse ancora frequente l’abitudine di gettare rifiuti e liquami umani direttamente in strada, nell’immaginario collettivo il pericolo più grave per il diffondersi delle epidemie era rappresentato dalle imbarcazioni che attraccavano, spesso di nascosto, nei numerosi anfratti del litorale.

In un contesto in cui il traffico marittimo costituiva un importante vettore per gli scambi commerciali, le norme per il controllo sanitario sulla navigazione erano assai rigide. Molto spesso quindi accadeva che imbarcazioni praticanti il contrabbando o sprovviste dei previsti documenti di idoneità sanitaria, cercassero di approdare clandestinamente e con il favore delle tenebre.

Forse anche il nostro brigantino, del quale i documenti non specificano né il nome né la provenienza (sconosciuta alle autorità dell’epoca e impossibile da chiarire dato che tutti i componenti dell’equipaggio morirono durante il naufragio), rientrava in queste casistiche. I cadaveri recuperati erano vestiti “alla greca” e questo fece supporre la provenienza da oriente dell’imbarcazione.

Nonostante il brigantino non avesse inviato richieste di aiuto durante la giornata in cui rimase incagliato davanti alla foce del Seggio, la macchina dei soccorsi e soprattutto le autorità di sanità marittima si erano comunque attivate. All’alba del 4 febbraio quindi sulla spiaggia fu possibile attivare il previsto “cordone sanitario” con l’impiego dei soldati del forte di Castagneto, delle torri di Vada e Cecina e del forte di Bibbona. I militari, guidati dal comandate di Castagneto, Pasquale Pierazzuoli, erano schierati in picchetti a controllare che nessuno si appropriasse o entrasse in contatto con i materiali e le merci che il mare continuava a portare sulla spiaggia. I documenti descrivono uno scenario infernale: per un tratto di spiaggia di svariati chilometri, a nord e a sud della foce del fiume, si vedevano resti del fasciame, botti, brandelli di stoffa, carcasse di animali e cadaveri: sull’intera scena volteggiava uno stormo di corvi.

Cominciarono le operazioni di recupero dei poveri resti umani, intervento guidato dal Ministro di Sanità, Marco Aubert, nel frattempo giunto da Livorno. Due dei defunti furono inumati sul posto e gli altri cremati sulla spiaggia poiché il terreno non consentiva la sepoltura. Un corpo rinvenuto era di un adolescente: «un giovine di circa 12 anni con capelli corti castagni, pieno in viso, vestito alla levantina con bracaloni di tela turchina e giacchetto di panno scuro». A seguire fu fatta la cernita dei materiali: quelli da distruggere e quelli da trasferire a Livorno dove sarebbero poi stati venduti.

L’episodio, per quanto drammatico, non è certo l’unico avvenuto sul litorale tirrenico: la storia, dai Romani in avanti è costellata di naufragi attestati da documenti storici o ritrovamenti archeologici. Gli incidenti marittimi sono causati dalla particolare conformazione del fondale basso in varie zone e caratterizzato da secche, micidiali in caso di mareggiata. Il motivo per cui i documenti trattano in maniera così precisa e dettagliata del naufragio qui descritto è legato al processo che si tenne successivamente ai fatti: gli imputati furono alcuni dei militari che intervennero nelle operazioni di recupero accusati di non aver rispettato le prescrizioni di sanità pubblica e di aver rubato materiali di proprietà dello Stato.

Uno di essi, il cannoniere Antonio Gherardi, fu accusato di aver bevuto e fatto bere ai commilitoni dell’acqua vite contenuta in un caratello trovato sulla spiaggia. Un gruppo di soldati di stanza alla Torre di Castagneto invece vendettero ferrame ed altri accessori. Infine Giuseppe Ciangherotti, cannoniere guardacoste di stanza alla Torre di Vada fu processato per aver nascosto e successivamente tentato di recuperare un forziere di monete d’oro.

La sentenza del Consiglio di Sanità riporta stralci degli atti processuali: durante l’interrogatorio il Gerardi sostenne che «la mancanza di ogni nutrimento dalle ore 24 della sera precedente» lo aveva spinto a «ristorarsi» con l’acqua vite trovata sulla spiaggia il 4 febbraio, in spregio ad ogni prescrizione sanitaria vigente. Egli negò, tuttavia, di averla offerta ai suoi commilitoni. Fu giudicato colpevole, ma la pena alleggerita per non aver coinvolto altre persone nel misfatto. Non fu possibile invece giudicare l’operato del gruppo di soldati accusati di aver fatto sparire ferrame e altri materiali, tra cui una giara contenente del burro: la mancanza di un inventario delle merci trovate sulla spiaggia rendeva infatti impossibile dimostrare che essi se ne erano appropriati. Restava però sul gruppo il pesante sospetto di infedeltà durante il servizio, furto e violazione delle leggi sanitarie. Fu pertanto disposto per essi un trasferimento d’ufficio per essere rimpiazzati da altri soldati «la cui moralità sia già riconosciuta».

Per quanto riguarda il Ciangherotti ed un suo complice, Biagio Biagioni, furono accusati non solo di aver sottratto e tentato di vendere ferrami tra quelli accatastati sulla spiaggia in attesa di essere trasferiti a Livorno, ma anche di aver nascosto un forziere pieno di monete d’oro. Mentre per il primo capo di imputazione, i racconti di due testimoni non lasciavano adito a dubbi, non poté invece essere dimostrato il furto delle monete. Il Ciangherotti, lasciato evadere dalla casamatta dove era trattenuto per verificare se avesse cercato di recuperare l’oro come aveva dichiarato ad un suo compagno di cella, non tornò a Castagneto, forse perché sospettava la trappola o forse perché in realtà il forziere non esisteva.

I due complici furono comunque condannati a 15 giorni di reclusione a Livorno ed alla cancellazione «da qualunque servizio militare e inabilitato in perpetuo all’esercizio di qualunque impiego dello Stato» per aver compiuto il furto di materiali di proprietà granducale, mostrando così infedeltà e spregio delle norme di sanità.

Se egli avesse o meno veramente trovato una cassetta di monete non è dato sapere, ma come può mancare un dettaglio di questo tipo nella storia del naufragio di un misterioso brigantino proveniente dall’oriente?

Chi volesse approfondire questa vicenda potrà leggere il volume di Stefano Rossi, C’era una volta un brigantino, Edizioni ETS, 2000; chi invece fosse convinto della veridicità del racconto del cannoniere Ciangherotti, potrà correre alla spiaggia del Seggio alla ricerca del favoloso tesoro nascosto e mai recuperato.

Alessandra Potenti

Alessandra Potenti

Alessandra Potenti, Dottore di ricerca in Storia Medievale, ha al suo attivo monografie ed articoli incentrati principalmente su temi di storia economica e sociale in età tardo medievale. Allieva di Michele Luzzati e Marco Della Pina, ha ricoperto per alcuni anni il ruolo di assistente alla cattedra di Storia Economica Medievale presso l’Università di Pisa. Attualmente impiegata presso l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale con l’incarico specifico di gestione della Fortezza Vecchia di Livorno, continua a svolgere ricerca storica per interesse personale.

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