In ricordo di don Severino Marmugi

Il santino stampato in occasione della sua prematura scomparsa

Molti avranno avuto occasione di osservare la piccola lapide posta al centro del quadrivio del viale che fronteggia la cappella del cimitero di Montecatini Val di Cecina.

«Vogliatevi bene» vi sta scritto. Ed è lì che riposa don Severino Marmugi, morto in giovanissima età.

L’immagine riprodotta è tratta del “santino” pubblicato dopo la sua scomparsa: un ricordo che molte famiglie montecatinesi credo abbiano a lungo custodito.

Ho pensato quindi di lasciare anche qui, un profilo di questo sacerdote, con l’intento di richiamarlo alla memoria o di porlo all’attenzione anche delle più giovani generazioni.

Non avendolo conosciuto, mi avvalgo del ricordo che di lui ci ha lasciato l’ex sindaco Renzo Rossi nel suo Frammenti da una guerra. Montecatini Val di Cecina: dalla guerra alla Repubblica.

«Questo giovane sacerdote fu la persona di cui fui subito entusiasta appena lo conobbi il giorno stesso della mia venuta a Montecatini [metà dicembre 1940; n.d.r.], lui era arrivato pochi mesi prima. Si trovò a 30 anni in una parrocchia con una tradizione assai anticlericale, di distacco e partecipazione limitatissima alle celebrazioni religiose. Seppe valorizzare i pochi che frequentavano la chiesa e cominciò a parlare con la gente con quella sua particolare affabilità ed i risultati si videro subito, per certi versi facilitati anche dall’inizio della guerra per cui ogni persona sentiva maggiormente il bisogno di avere parole di conforto spirituale e di fede.

I chierichetti cominciarono ad aumentare, presero forza le associazioni di Azione Cattolica e fu data valorizzazione alle varie Compagnie di Preghiera che, tradizionalmente, erano presenti a Montecatini, compresa la Confraternita della Misericordia che svolgeva un ruolo assai importante nel campo dell’assistenza.

[…] Per noi ragazzi l’attività negli aspiranti della Gioventù di Azione Cattolica determinò momenti di impegno, di divertimento e di crescita che si alternavano con la presenza alle adunate dei Balilla che, di regola, si svolgevano di sabato, ormai comunemente chiamato ‘sabato fascista’. Quelli trascorsi con don Severino Marmugi furono tre anni fervidi in ogni settore della vita parrocchiale e della fede. Poi per don Severino cominciò il male, un male terribile, un morbo rarissimo per combattere il quale allora non esistevano medicinali. Un male che in pochi anni troncò la vita di ben sei fratelli, l’ultimo a morire fu don Giuseppe, anch’egli sacerdote, che in qualche modo riuscì, con dei nuovi medicinali, ad allungare di qualche anno la propria vita.

[…] Con don Severino, qui a Montecatini, risiedevano i genitori Leopoldo ed Emilia; lui era nato a Castelfiorentino il 17 novembre 1911, gli altri fratelli erano Santina, Cesarina, Giuseppe, Mario e Lina la più giovane. Della malattia che li colpì era portatore uno dei genitori che, ad uno ad uno, videro scomparire i loro figli in giovane età. L’ultimo mese di vita don Severino lo trascorse presso il fratello don Giuseppe, nel frattempo divenuto parroco di Fabbrica, ove morì il 5 aprile 1944 a 33 anni: era il mercoledì prima di Pasqua. Volle essere sepolto nel cimitero di Montecatini e ad attenderlo alla Croce prima del paese, il venerdì santo, c’era tutto un popolo a piangere il suo giovane arciprete che, per la sua umanità ed il carisma spirituale con cui seppe dare una svolta importante alla presenza della Chiesa tra la nostra gente […], non è mai stato dimenticato da coloro che l’hanno conosciuto.

Mentre si svolgeva il funerale gli aerei da caccia inglesi lo sorvolarono più volte, come facevano ogni giorno mitragliando tutto ciò che si muoveva, ma quel giorno ci fu anche il loro rispetto. Volle essere sepolto al centro del cimitero e per il momento difficile che si stava attraversando e per quello ancora più grave che si appressava con l’Italia divisa in due da una guerra fratricida, come ultimo messaggio ai suoi parrocchiani lasciò quel «vogliatevi bene» che sta scritto sulla modesta lapide posta sulla sua tomba».

Trascrivo il testo del “santino” pubblicato e diffuso in sua memoria:

«Don Severino Marmugi è passato sulla terra come il sole in una delle più belle giornate di primavera. Poche ore ma belle e ricche di fecondità straordinaria.

Castelfiorentino lo ricorda bambino di quattro anni piccolo chierichetto a servire la Santa Messa nell’oratorio delle Monache Benedettine e fanciullo posato e serio, nelle scuole elementari lontano dai giochi e dai capricci propri di quell’età.

Superiori, insegnanti e compagni del Seminario di Volterra non lo potranno tanto facilmente dimenticare per il suo sorriso più che abituale, per la sua sana e salda costituzione fisica, nell’adempimento scrupoloso dei suoi doveri di studio e di disciplina, nel disimpegno degli incarichi a lui affidati.

Castelnuovo Val di Cecina e Fosini ebbero i suoi primi slanci di zelo sacerdotale e di apostolato talvolta eroicamente vissuto.

Anqua, non mai da lui dimenticata, si accorse subito del tesoro avuto in dono e temendo di perderlo si attaccò alla sua persona: lo pianse quando il Vescovo monsignor Dante Maria Munerati di autorità lo promosse alla Parrocchia di Montecatini Val di Cecina.

Montecatini Val di Cecina dimostrò la stima e l’amore filiale verso il suo arciprete il giorno del venerdì santo quando i bimbi scoppiarono in un pianto che non si frena, i petti dei grandi si scossero in singulti mal repressi e nessun ciglio rimase senza lacrime.

Non credé mai nel male e il primo male che lo colse lo portò alla tomba. Nella sua non lunga malattia ebbe soltanto parole di confortò e mai si lamentò. Si accorse di morire, sorrise con il suo sorriso aperto e sereno, volle ricevere i SS. Sacramenti nella piena lucidità di mente, e lasciò scritto dettando le sue ultime volontà: «Ringrazio il Signore Gesù Cristo dell’onore che mi fa di morire alla sua stessa età».

Tutti coloro che incontrò lungo il sentiero della sua breve esistenza lo amarono e tutti furono da lui ricambiati di maggior affetto. Per tutti promise di pregare, a tutti si raccomandò perché suffragassero la sua anima […]».

Sotto la foto sono riportate queste parole:

Hoc est praeceptum meum, ut / diligatis invicem, sicut dilexi vos.

Il comandamento mio è questo: che / vi amiate scambievolmente come io vi ho amato!

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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