La campagna campigliese nel 1848

Da una descrizione di Giovanni Battista Maruzzi

La sera del 19 Febbraio 1848, l’Associazione Agraria si riunì a Campiglia sotto la presidenza del consigliere Dottor Giovanni Battista Maruzzi, il quale lesse la sua relazione – preparata per l’occasione – sullo stato dell’agricoltura nelle Comunità di Campiglia, Sassetta, Suvereto e Monteverdi. Presero parte alla riunione anche Luigi Mari, che espose alcune considerazioni sulla situazione nel Campigliese, il Dottor Giuseppe Bacci, Pietro Aliaud e Antonio Salvagnoli.

Alla fine della riunione fu letto un messaggio da inviare al granduca come ringraziamento per la concessione della Costituzione, considerata un importante presupposto anche per l’ammodernamento dell’agricoltura.

Quattro giorni prima infatti, Leopoldo II aveva firmato lo «Statuto fondamentale», un documento che, almeno in teoria, avrebbe dovuto mitigare l’assolutismo granducale, consentendo una maggiore partecipazione alla vita politica ai sudditi toscani, soprattutto alla borghesia e ai ceti più abbienti, ai quali appartenevano i membri dell’Associazione Agraria. Il rinnovamento politico che si sperava potesse scaturire dal nuovo assetto istituzionale del granducato era un requisito fondamentale per permettere il miglioramento complessivo della società e dell’economia. Ovviamente l’agricoltura era considerata, a ragione, il settore trainante di ogni possibile sviluppo economico. Per fare il salto di qualità auspicato, bisognava analizzare la situazione e cercare di risolvere i principali problemi, soprattutto in Maremma dove, rispetto ad altre zone della Toscana, si partiva quasi da zero. Da noi infatti si doveva organizzare ex novo la produzione agricola nei nuovi terreni da poco strappati ai paduli con le recenti bonifiche, in parte ancora da concludere.

La relazione del Maruzzi iniziava elogiando i progressi raggiunti nel settore agricolo negli ultimi sessant’anni. Con l’alienazione dei beni della Comunità di Campiglia, ordinata nel 1784 dal granduca, per l’agricoltura campigliese era iniziata una nuova era. Gli oltre cinquemila ettari di terreni erano stati suddivisi in 220 preselle, date poi in affitto ai campigliesi, ad esclusione di due latifondi che erano stati acquistati da due grandi proprietari, i quali avrebbero voluto impossessarsi di tutti i terreni ma che, alla fine, dovettero accontentarsi di quello che riuscirono ad accaparrarsi. Anche i beni appartenenti alla chiesa e all’ospedale furono alienati e rientrarono in questa grande operazione.

Passando all’analisi delle caratteristiche geologiche dei terreni del nostro territorio, Maruzzi affermava che, nel Campigliese, erano presenti due grandi formazioni geologiche: la parte montagnosa, soprattutto nella parte nord, e la pianura, originatasi dalle alluvioni che il fiume Cornia ha depositato nella sua foce fra i poggi di Piombino e quelli di Vignale, i quali degradano progressivamente fino al mare. I terreni più vicini ai monti contengono principi mineralogici come i calcari e le marne calcarifere. In generale i terreni risultano quindi più fertili man mano che ci si avvicina alle colline mentre, lungo il litorale, la terra, in gran parte ancora paludosa, è piuttosto sterile.

Il clima di allora sembra essere mite, non molto differente da quello attuale, anche se probabilmente un po’ più freddo durante l’inverno e più stabile in estate. La temperatura media a Campiglia oscillava tra i sedici e i diciannove gradi, con punte minime al di sotto dello zero e massime che raramente arrivavano ai trenta-trentuno gradi, per l’effetto mitigatore, durante i mesi più caldi, dei venti provenienti da nord-ovest.

Le colline di Montecalvi rappresentano uno scudo a nord che rende l’atmosfera poco variabile. Il vento che soffiava più frequentemente era lo scirocco, soprattutto tra novembre e dicembre. Non nevicava tutti gli anni e quando cadeva la neve non durava a lungo. Anche le brine erano scarse e questo evitava danni ai vegetali. C’erano però delle differenze microclimatiche locali. Il Cafaggio e Caldana erano le due località dove si concentravano la maggior parte dei vigneti e dei frutteti. In Caldana, essendo più a ridosso dei monti e protetta dai venti di nord-est, il germogliamento delle piante era più precoce, ma i danni per le brine di primavera più frequenti, cosa che invece si verificava più raramente al Cafaggio. La rugiada, in molti casi utile a dare un po’ di sollievo ai vegetali durante la siccità, era da noi, a causa delle rare piogge estive, piuttosto scarsa, eccetto nei luoghi più bassi e vicini agli specchi d’acqua. Le devastazioni causate dalla grandine erano molto rare e questo, secondo Maruzzi, era dovuto alla posizione geografica favorevole. Grazie alla posizione delle colline, i temporali, provenienti per lo più da ovest, erano sospinti lontani dall’azione dei venti. Altre località. Come ad esempio Suvereto, Sassetta e Monteverdi, non godendo di questo vantaggio erano più soggette a temporali e grandinate.

Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro e la tipologia di contratti esistenti, nella Val di Cornia dell’epoca il sistema dominante era la colonìa, ovvero la mezzadria. Non però a Campiglia, dove ancora questo nuovo sistema – che in gran parte della Toscana costituiva la regola ormai da circa mezzo millennio – era ancora l’eccezione. Poche erano le famiglie coloniche, dimoranti in gran parte nei poderi in collina, mentre ancora meno quelle che abitavano stabilmente nel piano.

In campagna si vedevano soprattutto case e casette, utilizzate come ricovero per gli attrezzi o per comodo dei braccianti durante i periodi di maggiore lavoro. Il viavai dei lavoratori salariati, dal paese al piano e dal piano al paese, era ancora, come in passato, la normalità. Questo rappresentava forse il limite più grosso e l’ostacolo maggiore ad un vero sviluppo dell’agricoltura campigliese. Maruzzi afferma che se si fosse voluto estendere il sistema della mezzadria, le famiglie disposte a trasferirsi in campagna non sarebbero mancate anche se, prima di tutto, i padroni avrebbero dovuto dotare di case e di ogni altra cosa necessaria i nuovi poderi. Fino a quel momento i risultati erano poco incoraggianti perché i proprietari terrieri si erano trovati costretti a servirsi quasi esclusivamente di famiglie forestiere, spesso emigrate dalle loro terre di origine per «difetto di onestà o di capacità», dato che i paesani, avendo ormai assimilato le abitudini del salariato, si erano dimostrati piuttosto svogliati e quindi poco adatti alla durezza e al sacrificio richiesti dalla vita di campagna. Maruzzi però era convinto che la mezzadria e le coltivazioni estensive, realizzate con l’ausilio di appositi macchinari in grado di rendere l’aratura più efficace, fossero la soluzione più redditizia e forse l’unico sistema «praticabile nelle condizioni attuali della Maremma, una volta che fosse provveduto di sufficienti capitali, retto da idoneo e prudente agricoltore, il quale con certo corredo di cognizioni agrarie, con un’amministrazione severa e metodica procedesse con passo sicuro e si tenesse lontano da quelle imprese rischiose, che spesso portano lo scoraggimento e lo scredito anche in quelle di più certo successo».

Mancavano però i mezzi tecnici ed economici per raggiungere questo obbiettivo e Maruzzi non poteva fare a meno di ammettere che: «noi, e forse ogni altra parte d’Italia, siamo ancora lontani dal profittare di tutti quei vantaggi che offre… perché ignoriamo molti metodi di perfezionamento e manchiamo di macchine e di strumenti, e le nostre arti non sono in grado di procurarceli».

C’era poi il problema economico. Dove reperire i capitali necessari per gli investimenti? «Senza l’anticipazione di capitali al terreno è impossibile sviluppare la potenza produttiva di quello. Unicamente colui che li possiede, lo può far valere. Pochi sono da noi in sì favorevole condizione; perciò è forza ricorrere al credito». Accedere a dei finanziamenti per investire in agricoltura però non era semplice e Maruzzi cerca di spiegarne le ragioni, auspicando una soluzione al problema, senza risparmiare una frecciatina ad alcuni suoi “colleghi” possidenti: «tralascio le ragioni (non ultima delle quali è la poca attitudine, per non dire ignoranza dei proprietari) che togliendo alla proprietà fondiaria ogni credito fanno che i possessori terrieri non trovano capitali, se non a condizioni onerose… è certo che il più gran servigio che potesse rendersi all’Agricoltura sarebbe la istituzione di una Banca agricola alla quale poter ricorrere, ove voglia convenirsi nel principio, che il primo impiego dei capitali sul terreno, quando sia fatto con intelligenza, è molto lucroso e sicurissimo».

Ma cosa si coltivava nella Campiglia di metà Ottocento? La coltura principale era quella dei cereali: grano, granturco, avena, orzo e altri. Si coltivavano anche le leguminose, come le fave, i fagioli, i ceci e l’erba da foraggi. I semi venivano sparsi sul terreno, precedentemente preparato con l’aratro, ad eccezione di qualche campetto di granturco sementato «sulla vanga» da qualche mezzadro. Quattro erano i lavori da fare sul terreno prima di procedere alla sementa dei cereali: «rompere, dicigliare, rinterzare, mettere a verso». Le semine erano solitamente cominciate dopo il 10 ottobre. La semina del granturco e delle leguminose, eccetto i lavori preparatori che erano realizzati dal proprietario, veniva quasi totalmente eseguita «dalle nostre industriose donne» che, con la loro opera, rappresentavano «un aiuto considerevole per il paese». Scarseggiando le piogge durante l’estate, a causa della posizione geografica e dei venti marini che tenevano lontane le nubi, la siccità impediva che i secondi raccolti fossero abbondanti, cosa che però era largamente compensata dalla rarità con cui la grandine danneggiava gli altri prodotti della campagna.

I prodotti agricoli venivano trasportati via mare e lungo l’Arno fino alla piazza di Pisa, anche se l’esportazione diminuiva anno dopo anno, man mano che la richiesta locale in Val di Cornia andava aumentando. Alcune comunità più piccole non esportavano quasi nulla, come Sassetta che, al di fuori dei propri confini, riusciva a vendere solo farina di castagne. Monteverdi invece smerciava i suoi prodotti sul mercato di Volterra.

Un posto importante nella produzione agricola campigliese spettava a due coltivazioni pregiate: l’olivicoltura e la viticoltura.

Maruzzi osserva che «gli antichi oliveti che vedonsi sulle colline di Suvereto e Campiglia mostrano in qual conto sia tenuta la cultura di questa pianta». Fino a qualche tempo prima, la coltivazione dell’olivo era assai trascurata e la potatura una pratica poco diffusa che in molti ignoravano completamente. Nel 1848 era ancora una novità introdotta da poco, che veniva eseguita ogni due anni. Non essendo abitudine dei Campigliesi potare gli ulivi, i potini erano quasi sempre forestieri che operavano senza alleggerire troppo di fronda le piante, come si usava fare anche in altre parti della Toscana.

La concimatura degli olivi era fatta mediante «un largo scalzamento che si fa in giro alla pianta per porvi il concime ricoprendolo colla stessa terra». Maruzzi si lamenta del fatto che, da qualche anno, i frutti erano scarsi perché le piante producevano poche olive che, oltretutto, erano costantemente prese di mira da un verme che le danneggiava: un problema grave che aveva fatto perdere credito a questo tipo di coltivazione, soprattutto nelle località più basse e meridionali che erano state le più danneggiate. Largamente praticato, con facilità e successo, l’addomesticamento degli olivastri selvatici, presenti in gran numero, per mezzo dell’innesto. Con questo sistema molte piante erano state “addomesticate”. Proprio nel 1848, fu eseguita una grande innestatura su migliaia di giovani olivastri in un fondo distrutto dal fuoco «per cui fu creduto opportuno far recidere al suolo le grosse piante per averne germogli più vigorosi e più belli».

Dalla descrizione che Maruzzi fa dei vigneti, si intuisce che la vite era una coltura abbastanza diffusa e il suo ricavato, il vino, molto apprezzato.

Le viti si coltivavano in piccola parte sulle colline, ma soprattutto a ridosso di queste e nel piano immediatamente adiacente.

La disposizione nei vigneti più antichi era, come si diceva allora, «a vigna fissa» e cioè tirando i filari delle viti parallelamente, a un metro e mezzo circa gli uni dagli altri, disegnando dei quadrati incrociati da stradoni. I filari erano sostenuti da pali o canne e potati «a tre occhi», all’infuori delle viti più vegete alle quali veniva lasciato «il capo più lungo». Ma il sistema più moderno e conveniente, praticato prevalentemente in pianura, era quello «ad anguillari», ovvero a filari lunghi e diritti che potevano essere anche disposti lungo vie e stradoni, in genere a fila doppia. In questo caso i filari erano distanti tra loro circa due metri o poco più, di solito con una fossa in mezzo e con una porzione di terreno nudo più o meno larga tra una coppia di filari e l’altra.

Questo sistema di coltura era considerato il più economico e, al tempo stesso, anche il più produttivo. Maruzzi ci dice che le viti campigliesi di solito danno un frutto abbondante, anche perché molto raramente vengono danneggiate dalla grandine. Tuttavia il vino a Campiglia non era sufficiente a soddisfare il fabbisogno del paese e, per due o tre mesi all’anno, non se ne trovava, cosa che avrebbe reso necessario estendere ancora di più la coltivazione della vite «per parificare almeno la produzione con il consumo».

Molto diffusa e antica a Campiglia era anche un’altra coltivazione. Dice infatti Maruzzi che «le antiche e vegete piante di gelsi che abbiamo, provano assai la idoneità del terreno e del clima. Da sei anni ne sono state fatte piantazioni piuttosto in grande, da alcuni poi trascurate, ed annualmente se ne piantano. I proprietari dei terreni non sentono ancora l’importanza di questa pianta, fonte di tanta ricchezza per la nostra Italia».

Le foglie di gelso rappresentavano l’alimento principale per i bachi da seta, allevati per produrre il prezioso filo utilizzato dall’industria tessile. L’allevamento dei bachi rappresentava un’importante attività che in Toscana prosperava da secoli e che costituiva una significativa integrazione ai redditi derivanti dalle attività agricole. Le uova del baco del gelso si schiudevano tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, quando le foglie sugli alberi si erano completamente formate. Le larve si sviluppavano poi, attraverso quattro mute, fino a quando costruivano il bozzolo. L’allevamento non avveniva sugli alberi ma in apposite stanze dove venivano allestiti graticci o intelaiature in legno con fondo in canne o tela. I bachi, appena usciti dalle uova, venivano disposti sui graticci dove erano alimentati con foglia fresca finemente trinciata. Dopo circa un mese i bachi, cresciuti fino alla lunghezza di sette-otto centimetri, “salivano al bosco”, ovvero si arrampicavano sulle frasche secche per cercare un posto dove costruire il bozzolo e compiere la metamorfosi in crisalide.

A Suvereto, dove si contavano circa 600 piante di gelso, non si producevano i bachi, ma si vendevano solo le foglie. A Campiglia invece le piante erano circa 2.400, anche se in gran parte ancora giovani, e l’allevamento dei bachi era svolto con grande assiduità dalle donne del paese, che riuscivano a produrre complessivamente oltre duecento chilogrammi di bozzoli all’anno, venduti sui mercati di Pisa, Pontedera e Pescia.

Uno dei nodi fondamentali da sciogliere per sviluppare l’agricoltura era quello di aumentare la produttività. Lo sfruttamento incontrollato dei terreni provocava inevitabilmente il loro impoverimento. Di questo si era ben consapevoli e i due metodi più efficaci per ovviare a questo problema erano la concimazione e l’avvicendamento delle colture.

Tuttavia, un vero e proprio avvicendamento dalle nostre parti era sconosciuto. In genere si usava seminare il terreno un anno a cereali, lasciandolo l’anno successivo a pastura «eccetto piccole estensioni più adatte, o previo spargimento di concime, dove si eseguisce la sementa di granturco ed anche di fave per tornare poi a porvi il grano». In ogni caso questo non veniva fatto sempre e ovunque. Nelle campagne campigliesi infatti c’erano molti terreni che per oltre cinquant’anni erano stati seminati sempre e soltanto a cereali, limitandosi a spargervi sopra un po’ di letame e talvolta neanche quello. Ovviamente questi terreni, sfruttati così intensamente, avevano una resa bassissima. Maruzzi era consapevole del fatto che questa pratica scellerata dovesse essere abbandonata. Più che aumentare la quantità di concime utilizzato, la soluzione più efficace sarebbe stata quella di praticare un avvicendamento regolare, in modo che non si coltivassero sopra lo stesso terreno due o più volte di seguito piante dello stesso tipo o con necessità nutrizionali simili. L’avvicendamento considerato migliore era «quello di alternare le piante graminacee colle leguminose, specialmente colle fave e coll’erba da foraggi».

Per quanto riguarda i concimi, nel Campigliese venivano usati ma senza apprezzarne molto l’importanza. Tra i vari concimi di origine animale, qui si usavano quelli costituiti da «materie escrementizie unite a sostanze vegetabili che si pongono per lettiera ai bestiami» e «poca o nessuna cura si ha tanto per averli migliori come per procurarsene in quantità». Molto limitato era anche l’uso dei concimi di origine vegetale, come le vinacce usate per fertilizzare le viti. I lupini non venivano molto utilizzati per il sovescio, perché si preferiva raccoglierli e poi bruciare le piante a terra. Praticamente sconosciuti invece i concimi minerali.

Il letame veniva ammassato in grandi mucchi e lasciato esposto al sole d’estate, per essere poi sparso poco prima della semina. L’utilizzo di concimi fermentati anziché freschi era un’abitudine errata, come già avevano dimostrato gli studi del chimico fiorentino Giuseppe Gazzeri, evidentemente del tutto sconosciuti ai nostri agricoltori.

L’attrezzo fondamentale per la lavorazione dei terreni agricoli era da sempre l’aratro. A Campiglia si usava quello «comune», utilizzato anche nel resto della provincia. Un attrezzo semplice, la cui efficacia talvolta era rinforzata dall’aggiunta del «coltello», nei casi in cui era necessario dissodare terreni incolti da tempo. L’aratro comune tuttavia non era in grado di soddisfare appieno le necessità degli agricoltori, soprattutto quando si doveva operare un maggiore movimento di terra, necessario per alcune colture. I signori Bocca di Marsiglia, nelle campagne suveretane, e il signor Hervey, nel Campigliese, introdussero per questo motivo aratri di ferro del tipo Dombasle, usati soprattutto nella semina della robbia. L’interruzione della produzione di aratri di ferro da parte della fonderia granducale di Follonica rese più difficile l’acquisto di questa attrezzatura e molti furono costretti a farli arrivare dall’estero, con difficoltà e spese maggiori.

Un altro attrezzo importante per la preparazione del terreno era l’erpice, che però da noi veniva utilizzato pochissimo o per niente. Hervey fece arrivare dal Belgio due famiglie coloniche, intraprendenti e attive, che utilizzavano gli aratri di Dombasle e anche l’erpice, oltre ad altri arnesi rurali, come «il rotolo per smovere la terra al grano sul finire dell’inverno». Purtroppo però, a causa della scarsa situazione igienica, abitando in uno dei luoghi peggiori della pianura campigliese, furono costretti ad andarsene, dopo neanche tre anni, per motivi di salute. Per Campiglia fu una sfortuna aver perduto questi coloni che avrebbero potuto introdurre, con il loro esempio, pratiche agrarie molto utili.

Oltre a descrivere la situazione delle campagne, Maruzzi fa il punto anche sullo stato dei boschi, da lui considerati un’altra importante fonte di reddito per i proprietari dei fondi: «se diasi un’occhiata agl’immensi consumi di ogni maniera che ai tempi nostri si fa dei legnami, al prezzo elevato cui sono saliti da non molti anni, non si esiterà a riporre i boschi tra le più pregievoli proprietà». Maruzzi si lamenta delle troppe leggi che, secondo lui, condizionano negativamente gli affari legati al taglio e al commercio dei legnami.

A Monteverdi e Sassetta l’estensione delle aree boschive, situate quasi esclusivamente in collina, copriva complessivamente i cinque sesti del territorio, a Suvereto i due terzi, mentre a Campiglia i cinque ottavi.

I boschi erano composti da querce, lecci, cerri, sughere e forteti, ovvero macchie basse e intricate formate in gran parte da arbusti spinosi. Nel Campigliese i boschi si trovano prevalentemente in pianura. A Sassetta erano soprattutto castagneti che, con i loro frutti fornivano una fonte di reddito importante ai proprietari. In questa comunità, dove sopravvivevano ancora le antiche servitù di legnatico, i tagli erano eseguiti a «scamollo», cioè solo sui rami laterali degli alberi, lasciando intatti il fusto e la parte superiore della chioma. A Suvereto e a Monteverdi invece si eseguivano tagli «rasi». In queste comunità «l’abusivo sistema di vendere il bosco ad avidi speculatori senza condizioni e riserve è cagione che i tagli sono poco bene regolati. Per lo più le tagliate non si difendono dai bestiami vaccini e caprini».

In generale, chi comprava i boschi non forniva quasi mai al fisco le informazioni relative al fondo di sua proprietà, per impedire che fosse calcolata la giusta rendita catastale, nella speranza di pagare meno tasse.

A Campiglia quasi tutti i proprietari delle macchie tagliavano per conto proprio, rispettando le norme e i periodi stabiliti, con cicli di quindici anni, lasciando in piedi le matricine più vigorose e più belle, per permettere la rigenerazione degli alberi di alto fusto e il conseguente rimboschimento. I tagli erano scrupolosamente protetti dai bestiami, quasi sempre recintandoli con siepi per almeno quattro anni.

A Campiglia, per la presenza di una rete viaria più articolata e per la vicinanza al mare – che rendevano più agevole il commercio – la maggior parte del tagliato era venduto come legna da ardere. Il resto era utilizzato per farne carbone, legnami da costruzione, cenere per potassa, scorza di suvero, leccio e cerro da impiegare nella concia delle pelli. Tutti questi articoli venivano imbarcati allo scalo di San Vincenzo da dove, per mare, erano esportati all’estero.

La presenza di una rete stradale ben tenuta e moderna era fondamentale anche per lo sviluppo del commercio dei prodotti agricoli. La nuova strada Aurelia, inaugurata pochi anni prima, era senza dubbio un ottimo punto di partenza. Dopo la realizzazione di questa grande opera pubblica da parte del governo granducale, ora toccava alle comunità locali pensare all’ammodernamento dei tracciati stradali minori, ma questo sembra non avvenire. A questo proposito, con una certa vena polemica, Maruzzi dice: «mai troppo, credo non si possa apprezzare l’importanza delle comunicazioni che si può riguardare come il criterio dell’avanzamento civile di un popolo. Ce lo dimostra abbastanza il fatto dell’apertura della Strada Regia Emilia, colla quale venivano esorditi i lavori del buonificamento della Maremma. Questa è la spina di tutte le altre strade della parte marittima di questa provincia. Tal verità per mala ventura non ha penetrato ancora né in tutte le popolazioni, né nella mente della nostra Autorità superiore Amministrativa. Se fosse altrimenti, come interpetrare quella più che soverchia lentezza negli affari più importanti di questo genere? Finché per mesi ed anni non sono state in cova, non vedonsi risolute le cose. Sappiasi che il tempo non passa indifferente per gli uomini! Da questo modo di agire è rimasto paralizzato quel moto che per ogni verso ha cercato imprimere a questa provincia l’amato Principe. Riconosciuti i bisogni delle popolazioni, dovrebbe esser debito delle Autorità di promoverne, favorirne ed accelerarne l’adempimento».

Il problema vero sembra essere rappresentato dal fatto che molti dei politici e degli amministratori locali – essendo anche proprietari dei terreni attraversati dalle strade e quindi tenuti a contribuire ai lavori per il loro rifacimento – evitavano di realizzare questi interventi per non pagare di tasca propria, come denuncia Maruzzi: «la popolazione di Sassetta si è mostrata e si mostra contraria alle vie ruotabili, e quel che è più, i maggiori possidenti stanno a capo di questo pensare. Così la prosperità non troverà sede tra loro. I prodotti dell’agricoltura, raccogliendo in molto peso e volume poco valore, hanno bisogno di facili mezzi di trasporto per avere un più esteso mercato senza esser gravati di spese. In generale le strade di Campiglia sono mal tagliate e male mantenute, quelle di Suvereto e Monteverdi anche peggio; pessimamente quelle di Sassetta, perché, come accade di frequente, il Gonfaloniere di quest’ultima Comunità n’è l’accollatario. In stato anche peggiore sono le vie vicinali. Attualmente è inutile pensare che i possidenti si associno per migliorarle, perché poco intendono i loro interessi. Finché questi ostacoli sussisteranno, l’Agricoltura rimarrà sempre stazionaria».

Insieme alla nuova strada Aurelia, il governo granducale aveva avviato e quasi concluso la più grande delle opere pubbliche: la bonifica della Maremma. La situazione era decisamente migliorata anche se restava ancora da fare qualche aggiustamento: «qui è nostro debito dare un giusto tributo di gratitudine al nostro ottimo Principe per i lavori idraulici operati nelle pianure di Piombino, Campiglia e Suvereto. È un fatto riconosciuto da tutti il risanamento di questa campagna. Solo il piano dell’Affitto scola ben poco, perché aumentata al Fosso Cosimo la massa dell’acqua col prolungamento di un influente, e diminuitane la pendenza con averle divertito il corso, è addivenuto che scaricandosi più lentamente, rimane con danno notabile degli adiacenti terreni inondata una parte di quella campagna, che per esser formata di un terreno compattissimo, difficilmente viene a prosciugarsi. In generale converrebbe che i proprietari si occupassero più del riordinamento degli scoli secondari».

Le acque disponibili, anche quelle termali, erano utilizzate, quando possibile, per l’irrigazione dei campi. Nella Comunità di Campiglia esistevano «due sorgenti di acqua minerale che tengono in azione cinque molini, e riunite formano un’abbondante massa d’acqua che traversando una parte della pianura si scarica in mare. È avviso di alcuni che quest’acqua sia contraria alla vegetazione delle piante. Ripetuti fatti provano che quanto almeno alle piante erbacee è innocua, essendosene serviti più volte per irrigare granturchi, cocomeri, ecc.»

La bonifica dei terreni paludosi aveva stravolto il paesaggio e, di conseguenza, l’utilizzo dei suoli era cambiato radicalmente. Se prima dominavano gli incolti destinati al pascolo, ora abbondavano i terreni pronti ad essere coltivati e gli allevatori furono costretti a riorganizzarsi: «dopo i lavori operati dal Regio Ufizio di buonificamento, moltissimo limitato è il bestiame vaccino brado nel Campigliese e Suveretano. La massima parte di questo è tenuto per circa sei mesi alla stalla, andando per il resto del tempo al pascolo fuori. La razza di questi animali è migliore in Campiglia che nelle altre Comunità; il suo stato non è molto prospero, specialmente dei bovi aratori, i quali pel costume di alimentarli nel verno per circa due mesi e più con sola paglia, si riducono in uno stato di magrezza da non poter sostenere i lavori che sarebbero obbligati a fare; il che riconosce per causa la poca estensione dei prati da foraggi secchi. I contadini della collina tengono i loro bestiami in stalla per tutto l’anno, non bene però per essere ancora incipiente l’arte di fare i prati artificiali. Ristretta è la produzione del latte, il quale o si esita in paese, o se ne fa burro. È qualche anno che trovasi assai convenienza nell’allevamento dei bestiami vaccini che hanno credito sulle fiere di Cecina e Castagneto, luoghi recentemente colonizzati».

Dopo aver descritto l’allevamento dei bovini, Maruzzi parla brevemente anche di quello degli equini: «i bestiami cavallini indomi stanno costantemente alla pastura: i nostri sono poco sotto la media taglia; quelli delle altre tre Comuni piccolissimi. Si vendono domi ed indomi ai mercanti che vengono sulla primavera»; poi passa a ovini e caprini: «il bestiame pecorino e caprino, fuorché a Monteverdi e Sassetta, non appartiene ordinariamente ai proprietari del terreno, ma a’ pastori avventizi che scendono dalle montagne per svernare i loro armenti, pagandone la fida. Sono di razza piccola ed hanno lane assai inferiori. I prodotti come carne, formaggio, ecc. tolti i consumi dei respettivi paesi, sono smerciati a Livorno e Pisa».

Un problema grave che affliggeva gli allevatori di bovini, a Campiglia come altrove, era rappresentato da una grave malattia che si manifestava nell’estate. Il morbo era conosciuto col nome di «acetone», si trattava di una febbre carbonchiosa che colpiva gli animali soprattutto in estate in condizioni di siccità. Si credeva che la causa risiedesse nell’impurità delle acque di abbeveraggio e nell’uso di cibi troppo sostanziosi, come il trifoglio, l’erba medica, la lupinella e altri. La malattia uccideva le bestie dopo poche ore dalla sua comparsa e, nella maggior parte dei casi, non esistevano cure. L’animale spesso moriva improvvisamente durante il lavoro nei campi o mentre era al pascolo. Il nome di acetone, dato alla malattia, derivava dal fatto che le carni degli animali affetti dal morbo assumevano un tipico odore di aceto. Maruzzi ne parla così: «attacca specialmente la gioventù più vegeta fino ai tre o quattro anni, e curasi col salasso. È stato osservato svilupparsi e dominare più negli animali pascolanti in pasture pingui. Il bestiame suino va pure soggetto nella stessa stagione ad una malattia nella quale si fa uso con qualche vantaggio dell’erba nocca. In generale, quando dominano tali infermità, si crede opportuno il far cambiare pastura ai bestiami, procurando che abbiano eccellente abbeveraggio. Per le vaccine trovasi utile ancora la dieta».

La relazione sull’agricoltura campigliese si conclude con un accenno ad un altro tipo di allevamento, l’apicoltura: «l’industria delle api è poco estesa in questi luoghi. Esiste tuttora il barbaro sistema di farle perire per averne il miele, che suol vendersi a lire 20 per ogni cento libbre. Questo prodotto suole ottenersi nell’autunno».

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 11 (marzo-aprile 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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