La chiesa di Santa Croce a Populonia

I quesiti ancora aperti

Populonia fu sede di diocesi dal V all’XI secolo, intorno al 1062 la sede fu trasferita a Massa Marittima, ed è forse per questo passato diocesano che nei dintorni del borgo troviamo numerosi edifici sacri, uno di questi è la graziosa chiesa che si trova in piazza Curzio Desideri, al centro del paese.

Sulla chiesa, nota come chiesa di Santa Croce o di Santa Maria del Crocifisso, non ci sono molte testimonianze documentarie e tantomeno archeologiche, eppure l’edificio, apparentemente così semplice e spoglio, ci dice molto della sua storia.

La costruzione è riferibile all’XI-XII secolo, lo si comprende dalla struttura romanica ad aula con abside a scarsella e tetto a capanna, e dai due ingressi laterali, oggi tamponati ma ben visibili, di cui uno – affacciato su Piazza Curzio Desideri – è sormontato da un bellissimo architrave con croce incisa, che gli storici dell’arte datano all’VIII-IX secolo d.C.

Le due cappelle laterali sono state aggiunte successivamente, risultano esistenti almeno dal XVI secolo, quando un documento del 1575 ci parla di una cappella della Confraternita del Corpo di Cristo, all’interno della chiesa di Santa Croce.

Le due cappelle sono stilisticamente molto diverse dal resto della struttura poiché, nel 1773, la famiglia Desideri, proprietaria della fattoria di Populonia, celebrò l’ottenimento del titolo di conti, dotandole dei due dipinti raffiguranti la Traslazione del Corpo di San Cerbone e la Vergine col Bambino – gli originali si trovano al Museo diocesano di Piombino – e arricchendole con stucchi e finti marmi, probabilmente opera delle stesse maestranze che decorarono la Certosa di Calci. Di questo intervento resta traccia nelle finestre, aperte in questa occasione, che riportano incisa la data 1773.

Molte curiosità e informazioni ci vengono dalla relazione del 1873, redatta dal parroco don Guglielmo Beccatini. Oltre a fornirci dettagli sulla struttura, ci dice ad esempio che la popolazione «è parte indigena, parte avventiccia e vaga… è varia di carattere, come vari sono i paesi donde proviene, e certamente non si compone dei migliori individui di quei luoghi… i migliori tra essi, quanto alla religione, riscontro i lucchesi», e che, nonostante i suoi sforzi, «la bestemmia regna grandemente senza che il proprietario ne sia informato».

Gli elementi che attirano maggiormente l’attenzione all’interno della chiesa sono due: il sarcofago utilizzato come altare e gli affreschi che si trovano sulle pareti laterali e su quella di controfacciata.

Il sarcofago è un esemplare databile al III secolo, decorato a bassorilievo su tre lati perché destinato ad essere appoggiato ad una parete.

Sulla facciata principale presenta una decorazione a onde, detta “strigilatura” e un clipeo centrale dove si intravede appena quello che doveva essere il volto del defunto. Appartiene ad una tipologia molto comune in epoca tardo antica.

è stato ritrovato al di sotto dei livelli pavimentali. Al momento del rinvenimento molti sono volati con la mente alla storia di san Cerbone, il vescovo di Populonia morto intorno al 575 all’Isola d’Elba, il cui corpo sarebbe stato riportato e seppellito a Populonia, all’interno di un sarcofago.

Si tratta naturalmente di un’affermazione priva di qualsiasi fondamento storico-archeologico, ma che ci fa comprendere come la venerazione per il santo sia forte nella zona e come sia anomalo non avere mai individuato la sua sepoltura.

Gli affreschi che vediamo all’interno della chiesa sono stati riportati alla luce durante i restauri finanziati dal Lions Club di Piombino nel 2007. Prima di allora affioravano solamente pochissime tracce sotto la scialbatura.

Nella parete di destra è visibile una figura maschile, un santo, vestito di un saio, quindi si tratta di un frate o un monaco, ha una lunga barba, la testa reclinata e una mano all’altezza del petto. L’affresco è in questo punto molto danneggiato, quindi non si vede se e cosa tenesse in mano. Per i pochi elementi a disposizione l’iconografia si avvicina a quella di Sant’Antonio abate.

Nella parete di controfacciata, pochissimi elementi sono riconoscibili, una figura maschile e una mano con guanto, all’interno di una cornice con motivo decorativo ad intreccio, del tutto simile a quello presente negli affreschi della cappella gentilizia scavata nell’area di San Cerbone Vecchio.

Nella parete di sinistra, sono visibili due figure di santi, in piedi, inserite in una cornice a candelabra; nella parte bassa è visibile un cartiglio su cui ci soffermeremo più avanti. La figura maschile è inequivocabilmente identificabile con san Paolo, come si evince dalla spada, che rappresenta il suo passato di soldato persecutore di cristiani e il suo martirio per decapitazione.

La figura femminile è più problematica, non avendo un’iconografia chiara. In mano porta un oggetto, secondo alcuni una piuma, secondo altri un fiore, o la palma del martirio. Identificabile come santa Caterina da Siena, potrebbe avvicinarsi anche a santa Caterina d’Alessandria o a santa Barbara.

Il cartiglio sotto i due santi, purtroppo illeggibile nella parte centrale, riporta la dicitura PAVLO, ma soprattutto presenta alle estremità due elementi importantissimi.

A sinistra la dicitura “Die(…) Iunij 1516”, che seppure non completamente leggibile, ci permette di datare l’affresco al Giugno del 1516.

A destra una dicitura che, fino ad oggi, nessuno ha preso in considerazione, tanto che, nei pochi testi che si occupano di questi affreschi, non se ne trova alcuna menzione. Sotto i piedi della santa si legge chiaramente “alla mogle”.

L’affresco è di incerta attribuzione, alcuni hanno parlato, senza troppe argomentazioni, di Giovanni Antonio Bazzi, detto Sodoma o Mattaccio, un artista di origini piemontesi molto attivo nella prima metà del XVI secolo, principalmente fra Siena e Roma, amico e collaboratore di Raffaello. Della sua vasta produzione si ricordano la decorazione del chiostro del monastero di Monteoliveto Maggiore ad Asciano (1503-1508), alcune parti della Stanza della Segnatura in Vaticano (1510), e la Villa Farnesina a Roma (1512-1514). Dal punto di vista stilistico, le figure dell’affresco di Santa Croce, con la loro staticità e arcaicità, sembrano molto lontane dal Sodoma. Ma allora da cosa nasce questa attribuzione?

Sappiamo dai documenti che Sodoma fu amico di Jacopo V Appiani, signore di Piombino proprio nel periodo in cui veniva realizzato l’affresco in questione. Sappiamo anche che soggiornò a Piombino per tre volte – nel 1515, 1538 e 1545 – e che Jacopo V gli commissionò alcune opere per il palazzo di Cittadella, opere non conservate e di cui non si conosce il soggetto. Questi rapporti e la coincidenza cronologica hanno fatto supporre che Jacopo si fosse servito del Sodoma anche per Populonia, vista la strenua volontà degli Appiani di abbellire e nobilitare in vari modi il nuovo borgo. Un’altra e più importante riflessione è legata poi alla dicitura “alla mogle”, presente nel cartiglio. A chi si riferisce?

Nell’Agosto 1514 – o 1515 secondo lo stile fiorentino – Jacopo V sposò Emilia Ridolfi, giovanissima nipote di Lorenzo de Medici, che morì dopo meno di due mesi senza avere consumato il matrimonio, circostanza concordemente riferita da tutte le fonti.

Alla luce di questo particolare, l’affresco di Santa Croce sembra essere un omaggio di Jacopo V alla defunta moglie, come testimoniato appunto dalla dedica “alla mogle”, moglie che potrebbe verosimilmente essere morta vergine, come la santa, Caterina o Barbara, rappresentata nell’affresco.

Un anno dopo, Jacopo V sposò la sorella di Emilia, Clarice Ridolfi, l’affresco di Santa Croce potrebbe essere un omaggio a lei?

Questo e molti altri quesiti aspettano una risposta. Populonia è un luogo ancora tutto da scoprire, dove le ricerche archivistiche e gli scavi archeologici potrebbero davvero fare luce sugli aspetti fondamentali della nascita del borgo ma, prima ancora, sulla nascita della diocesi, sulla cattedrale e sul misterioso luogo di sepoltura di san Cerbone.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 16 (gennaio-febbraio 2017)

Laura Peruzzi

Laura Peruzzi

Laureata in archeologia Medievale a Firenze nel 2004, svolge dal 2009 l'attività di Archeologa libera professionista. Si occupa di ricerca storica della Val di Cornia a partire dal 2011, concretizzando questo interesse nel 2016 attraverso la collaborazione con la rivista "Venturina Terme" ed operando anche come guida turistica.

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