La chiesina di Santa Lucia

Gli ultimi tentativi di tenere in vita la cappella di Caldana dopo la chiusura della ferriera

La ferriera di Caldana, nata nel Cinquecento sul grande invaso del Bottaccio, lavorò a buon ritmo per diversi decenni. Nel Settecento però la produzione subì un rallentamento e divenne discontinua. Con il progressivo disboscamento delle macchie circostanti, il rifornimento di combustibile per i forni cominciò a diventare più difficile. Anche la portata, non sempre abbondante delle sorgenti termali, influenzata dall’andamento stagionale delle piogge, rappresentava un problema per gli impianti, che invece necessitavano di un getto d’acqua continuo per ricavarne la giusta forza motrice e funzionare al meglio. A complicare la lavorazione nei forni di Caldana c’era poi un grave e persistente problema sanitario: il rischio – che in certi periodi dell’anno diventava quasi una certezza – di contrarre la malaria che, in quella zona in particolare, habitat perfetto per le zanzare, sarà scongiurato definitivamente solo nel Novecento.

Per tutti questi motivi e per altri dovuti all’andamento del mercato del ferro, l’industria siderurgica caldanese fu abbandonata progressivamente durante la seconda metà del Settecento. Già nel 1770 il forno e la ferriera di Caldana erano inattivi. Dopo aver rinunciato definitivamente ad un progetto di ristrutturazione complessiva dell’intera fabbrica, gli amministratori, nel 1795, fecero demolire il forno mettendo fine ad una attività industriale durata, anche se a fasi alterne, per oltre due secoli.

Prima della nascita di un polo industriale della Magona in Caldana, l’area del Bottaccio era praticamente disabitata. I più assidui frequentatori della zona erano i mugnai, con le loro famiglie, che probabilmente vi risiedevano stabilmente o perlomeno per diversi mesi all’anno.

Il Bottaccio era nato in epoca imprecisata, quasi certamente nell’antichità, per raccogliere l’acqua delle sorgenti termali della zona e convogliarla in un fosso, per far lavorare un mulino – posto direttamente sull’invaso – al quale, con il passare dei secoli, se ne erano aggiunti altri più a valle. La presenza di questo antico bacino artificiale aveva spinto il granduca a scegliere quel luogo per la sua ferriera, anche se si trovava lontano dal centro abitato più vicino – Campiglia – e del tutto sprovvisto di infrastrutture attrezzate per ospitare stabilmente un consistente numero di operai.

Nel progettare la fabbrica si dovette quindi mettere in conto la creazione di una serie di spazi, destinati ai lavoranti, che rendessero possibile la permanenza di una comunità di persone in un luogo apparentemente così inospitale.

Si sviluppò un piccolissimo “villaggio industriale” che, oltre agli alloggi degli operai, comprendeva anche stalle, magazzini ed altri annessi essenziali. Si trattava di ambienti malsani e umidi, spesso ricavati negli stessi edifici dove avveniva la produzione. Molto diversa era invece la condizione dei “dirigenti”, che risiedevano nell’elegante e ben più confortevole palazzo della Magona, sul poggio che ancora oggi porta questo nome.

Gli abitanti dell’insediamento siderurgico di Caldana potevano contare su: cibo, acqua (ma soprattutto vino), un letto per dormire e poco altro. La Magona forniva poi ai suoi operai due servizi ritenuti indispensabili per garantire la salute del corpo e dell’anima: quello di un medico e di un sacerdote.

Nelle fabbriche era presente un’infermeria destinata a chi si ammalava o si feriva durante il lavoro. Non poteva mancare neanche un apposito luogo di culto, per permettere agli operai e agli amministratori di assistere alla messa.

Agli inizi, nel Cinquecento, si trattava di semplici stanzette dotate di un piccolo altare e di poche suppellettili, situate accanto alle abitazioni dei funzionari della Magona. Col tempo poi, con l’aumento del numero dei lavoranti, si rese necessario costruire appositi edifici religiosi decentrati – oratori e chiesette – che fossero decenti e abbastanza capienti da ospitare tutti comodamente.

In mancanza di documenti in grado di confermarcelo con certezza, possiamo solo immaginare che, per circa una settantina d’anni, le funzioni religiose venissero celebrate in una stanza posta, probabilmente, all’interno del palazzo di Magona, dove gli operai si recavano settimanalmente per assistere almeno alla messa festiva.

Nel terzo decennio del Seicento, si rese però necessaria la costruzione di una vera e propria chiesa, che fu intitolata a santa Lucia, non tanto per una particolare devozione nei suoi confronti, ma semplicemente per il fatto che in quella zona, fino a qualche secolo prima, era esistita un’altra chiesa, ben più importante, dedicata ai santi Pietro e Lucia. Non conosciamo le ragioni precise e le circostanze esatte che portarono al riutilizzo della precedente intitolazione ma, evidentemente, il ricordo di quell’antica chiesa, sorta quasi cinquecento anni prima, era ancora vivo nella gente o, più verosimilmente, tra il clero campigliese, che ancora deteneva gran parte dei beni fondiari che erano appartenuti in precedenza all’abbazia caldanese di S. Pietro e S. Lucia in Acquaviva.

La chiesina di S. Lucia fu costruita probabilmente tra il 1620 ed il 1625. L’edificio non compare infatti tra quelli visitati nel 1619 dal vescovo di Massa Marittima mentre, sette anni dopo, è citato tra le chiese passate in rassegna nella visita pastorale.

Nella scarna relazione dell’ispezione compiuta dal vescovo massetano si dice semplicemente che la chiesa si trova «vicino all’edificio del forno del granduca di Toscana, per comodità dei fabbri che vi lavorano». All’altare, mancano l’icona, ovvero l’immagine sacra, e un pallio sacerdotale decente, dato che ce n’è solo uno molto vecchio.

La relazione dice anche che vi si fa celebrare molto spesso la messa da un sacerdote regolare e che la chiesa è fornita soltanto delle poche cose necessarie alla liturgia.

Nel 1691, ne è cappellano don Giovanni Giannelli, al quale il vescovo proibisce di celebrare messa, nell’ultima settimana di quaresima, nei giorni di giovedì e sabato santo. Gli si proibisce anche di dare la comunione durante la Pasqua senza il permesso del pievano di Campiglia, il quale si dovrà occupare di prendere nota di coloro ai quali si è amministrato il sacramento dell’eucarestia. La presenza di un sacerdote in Caldana che, dipendendo direttamente dal Granduca, tendeva a sfuggire al controllo diretto del vescovo, creava qualche inevitabile attrito con il parroco di Campiglia, abituato a “comandare” tutti gli altri sacerdoti che operavano sul territorio campigliese.

All’epoca la Chiesa esercitava un controllo molto severo sui propri fedeli, per assicurarsi che i parrocchiani si comunicassero almeno una volta all’anno, in occasione della Pasqua. Il timore del parroco di Campiglia era quindi quello di “perdere il conto” dei comunicandi, per questo al cappellano di S. Lucia fu vietato di dare l’eucarestia nel periodo pasquale.

Nel 1697, l’ornamento dell’altare della chiesetta viene giudicato indecoroso dal vescovo che ordina di provvedere all’acquisto di alcune suppellettili.

Nel 1716, il vescovo Niccolò Tolomei, in visita, benedice il “popolo” caldanese, raccomandando la cura di quell’oratorio. Nel 1762 il cappellano è don Benedetto Pasquali.

La chiesa di S. Lucia viene visitata per l’ultima volta da un vescovo di Massa Marittima nella primavera del 1781, quando la ferriera ha già cessato la sua attività e l’edificio è ancora utilizzato «al servizio degli abitanti del posto».

La chiusura dello stabilimento siderurgico caldanese e il conseguente spopolamento dell’area industriale del Bottaccio produssero uno stato di abbandono generale nella zona, destinato a protrarsi per diversi anni.

è in questo contesto di desolazione che vanno inquadrati episodi, come quello accaduto nell’autunno del 1781, che ai nostri occhi oggi potrebbero apparire incomprensibili. Quel giorno, in Caldana, alle dieci della mattina, Domenica Formichi aveva dato alla luce due gemelli.

Il marito, Benedetto Bartolucci, era andato a Campiglia a prendere la levatrice Bartolomea Freschi per assistere la moglie nel parto, ma le cose erano andate male e i bimbi non ce l’avevano fatta a sopravvivere. Invece di mettersi nuovamente in viaggio per andare a chiamare il sacerdote e far benedire le salme, per poi procedere all’inumazione nel campo santo di Campiglia, il giovane padre aveva deciso di fare tutto da solo. Quello stesso giorno, prese una pala, si diresse alla chiesina di S. Lucia, scavò una buca nel terreno adiacente e ce li sotterrò.

Si trattò di un gesto di disperazione compiuto da un ventottenne, destinato a morire sei anni dopo, che in pochi mesi aveva perduto, oltre ai gemelli, le altre due sue bambine.

L’esistenza di un cimitero attiguo alla chiesa di S. Lucia è testimoniata dai registri delle sepolture di Campiglia, nei quali si trovano annotati sette defunti, nel periodo che va dal 1741 al 1762. Si tratta di: Giovanni Balla, tredicenne di Sologno trovato morto in Caldana (1741); una donna sconosciuta, il cui cadavere fu rinvenuto nei pressi del Mulino di Mezzo (1743); Giovanni Fanti, cinquantenne di Cireglio, caduto da un albero (1744); Antonio Cavicchi di Chianni, anch’egli vittima di un incidente (1750); Maria, vedova di Giovanni Scappino della zona di Modena (1755); Tommaso Giachetti, cinquantenne di Pistoia (1759); Giovanni Bonifazio, figlio ancora in fasce del lorenese Francesco Bernardò (1762). Queste persone furono tutte sepolte cristianamente nel piccolo cimitero della chiesina di S. Lucia, ricevendo quando possibile i sacramenti e la benedizione da parte del sacerdote.

Gli ultimi corpi ad essere inumati nel cimitero caldanese furono quelli dei due gemellini neonati di cui abbiamo parlato in precedenza.

Nel 1803 morì in Caldana un uomo di Lucca, che fu sepolto sul posto da un prete di Campiglia dopo aver benedetto il terreno. Un episodio analogo accadde nel 1817, quando l’anziano Pietro Giovanni Tolini di Camporaghena venne seppellito con la stessa modalità.

Molto probabilmente quindi, nel 1803, la chiesa di S. Lucia era già stata sconsacrata, insieme al suo cimitero. Non conosciamo le circostanze precise che determinarono l’abbandono della chiesina, ma tutto lascia pensare che la “rottura” sia avvenuta nel 1801, con la deposizione e l’esilio del granduca Ferdinando III, che era ancora il legittimo proprietario dell’edificio. è verosimile che, durante il periodo di assenza dei granduchi lorenesi, tra il 1801 e il 1814, la chiesina sia stata occupata, magari da qualche pastore, per essere trasformata in abitazione di fortuna, situazione che poi si protrasse fino al Novecento inoltrato.

Sappiamo invece per certo che un sacerdote campigliese, don Antonio Del Mancino (1743-1803), a pochi anni dalla chiusura della ferriera caldanese – quando, volendolo, si sarebbe ancora potuto evitare l’abbandono della chiesa di S. Lucia – provò a fare qualcosa per preservare la presenza di un sacerdote in Caldana che celebrasse messa almeno nei giorni festivi.

La scelta del sacerdote incaricato di servire alla chiesa di S. Lucia era sempre spettata ai granduchi di Toscana, che erano i patroni di quello e di tutti gli altri oratori fatti costruire dalla Magona del Ferro.

Nella primavera del 1789, Del Mancino inviò alla Segreteria del Regio Diritto una supplica per chiedere al Governo di farsi nominare cappellano dell’oratorio di S. Lucia: «Il sacerdote Antonio Del Mancino di Campiglia, attuale cappellano di Torre Nuova, umilmente servo e suddito di Sua Altezza Reale, con tutto l’ossequio, Le rappresenta come, avendo avuta stragiudiciale notizia che dall’Altezza Vostra Reale voglia destinarsi un cappellano per andare a celebrare nei giorni festivi la messa ad una chiesa, luogo detto Caldana, sotto il titolo di S. Lucia, dove esistono più forni e che prima ci si faceva il ferro, qual messa in detti giorni festivi sarebbe veramente necessaria per il popolo e restando l’oratore troppo scomodo l’andare da Campiglia a celebrare la messa a Torre Nuova… supplica umilmente l’Altezza Vostra Reale di degnarsi di conferirli il detto posto di cappellano».

La lettera del prete campigliese arrivò a Firenze e venne girata nelle mani di Pompeo da Mulazzo Signorini (1743-1812), giureconsulto e politico, uomo di fiducia del granduca Pietro Leopoldo, che lo interpellava ogni volta che c’erano da chiarire questioni giuridiche, soprattutto nelle faccende riguardanti i rapporti tra lo Stato toscano e la Chiesa.

In sostanza il granduca voleva sapere se, ora che la ferriera era chiusa, spettasse ancora a lui mantenere un cappellano in Caldana. Il da Mulazzo Signorini, prima di dare una risposta definitiva ai dubbi del granduca, il 9 luglio, scrisse una lettera al vescovo di Massa Marittima, monsignor Pietro Maria Vannucci, per informarlo e chiedere un suo parere in merito.

Vannucci, che era all’oscuro di tutta la faccenda e che non aveva in mano elementi per esprimere un giudizio sulla faccenda, si rivolse al parroco di Campiglia, don Galgano Papi, per chiedere delucidazioni e farsi illustrare la situazione dell’oratorio caldanese.

Il 13 agosto, don Galgano scrisse al suo vescovo: «nella stagione d’inverno e nel tempo della raccolta dei grani concorre della gente alla messa nell’oratorio di Caldana e qualche volta arriverà e anche oltrepasserà il cento di persone, tra mugnai colle loro famiglie, pastori e opranti giornalieri. La Real Magona stipendiava in passato due cappellani perché uno celebrasse messa di buon mattino, per comodo de’ suoi ministri e lavoranti, e l’altro a mezzogiorno. Abolito il forno e la ferriera, la Magona ha soppresso in conseguenza anche i due cappellani, onde, se i mugnai di Caldana o altri abitanti in quel circondario vogliono il comodo delle messe, conviene che paghino un prete che vada a celebrarla a quell’oratorio e gli danno di elemosina tre lire per gita nelle feste. Io poi non saprei additare… in qual altra maniera potesse altronde ricavarsi l’assegnamento di consimile o superior mercede.

Suppongo che qualche prete puramente messatico abbia fatto, o a di lui istigazione sia stata fatta, supplica a Sua Altezza Reale perché sia provveduto a questa cappellania di Caldana, su l’esempio delle uffiziature delle torri a marine e del Capannone, state accresciute dalla sovrana munificenza da i ventiquattro scudi fino a i sessanta e settanta l’anno.

Quanto era scarso e insufficiente l’antico assegnamento di scudi 24, altrettanto è proporzionato il moderno, ma il religiosissimo sovrano, coll’accrescimento di paga, non ha avuto soltanto in mira di far comodo a i popoli delle sole messe, ma perché ancora i cappellani foranei assistino i popoli in tutte le altre spirituali occorrenze delle respettive parrocchie, altrimenti un prete semplicemente messatico può con tutta verità e giustizia chiamarsi un ministro della chiesa più inetto, perché un tal ministro ecclesiastico non è niente più valutabile d’una statua insensata, la quale, fabbricata da mano ingegnosa e toccata a tempo in certi punti, tramanda una voce e nel resto è affatto inutile. Di questa cattiva tempra son fatti tutti i cappellani foranei, e biasciata che hanno meccanicamente la loro messa, credono di aver sodisfatto a pieno a i loro doveri, senza prendersi briga né di confessare, né di assistere a qualche infermo, né d’istruire i popoli nella legge di Gesù Cristo. Restringendo dunque le mie reflessioni al proposito della cappellania di Caldana dico che, quando il prete che la domanda venga obbligato oltre alla messa ad aiutare il popolo della parrocchia, può meritare dalla sovrana munificenza un sufficiente assegnamento per vivere, giacché altronde non so proporre una sufficiente elemosina ed in tal caso sarà di giovamento spirituale al popolo. In caso diverso poi pensino i mugnai di Caldana e gli abitatori di quel circondario a pagare un prete che gli vada a celebrar la messa e non sarà piccolo vantaggio se il sovrano gli permetterà di celebrarla nell’oratorio predetto e di valersi di quei sacri arredi che vi esistono di proprietà della Real Magona, coll’obbligo però del mantenimento».

In novembre, il vescovo Vannucci, dopo essersi recato in visita in Caldana per sincerarsi personalmente della situazione, rispose finalmente alle richieste del Governo: «ho tardato molto tempo a rendere informata Vostra Signoria Illustrissima sopra il contenuto della supplica umiliata a Sua Altezza Reale in nome del sacerdote Antonio Del Mancino, perché desiderava di assicurarmi ocularmente del preciso bisogno che hanno gli abitanti della contrada di Caldana, presso Campiglia, che si celebri la messa in quel pubblico oratorio sotto il titolo di S. Lucia, al quale oggetto è diretta la stessa supplica. Ed ora, nel ritorno che ho fatto alla diogesi, ho osservato personalmente che, nel predetto circondario di Caldana, si trovano stabilite alcune famiglie di pastori, di mugnai e di lavoratori di terre, i quali, nei giorni festivi, concorrono alla messa nell’oratorio predetto; qual popolazione in tutto può considerarsi composta nel numero di circa sessanta persone, le quali vi dimorano solamente nei mesi d’inverno e nel tempo della raccolta dei grani in cui la gente s’aumenta in modo che, in quella circostanza, concorrerà alla messa in quella chiesa anche circa a cento persone, rimanendovi poi nell’estate due sole famiglie di mugnai. Questo oratorio è distante due miglia dalla terra di Campiglia ed appartiene alla Reale Magona i di cui annessi edifici servivano per la lavorazione del ferro ed allora due sacerdoti vi celebravano la messa nei giorni festivi per comodo delle persone inservienti all’edificio ed erano corrisposti da quella regia cassa. Ma da circa sei anni, essendo stata tralasciata tale lavorazione, sono rimaste in conseguenza a mancare anche le messe e gli assegnamenti per le medesime ed ora gli abitanti di quel circondario formano una colletta e passano l’elemosina di lire tre per ogni giorno festivo in cui un sacerdote si porta a celebrare la messa nell’oratorio suddetto».

Il 18 novembre 1789, Pompeo da Mulazzo Signorini, emetteva la sua “sentenza”, segnando di fatto il destino della chiesina di Caldana: «Non mi è noto che a spese della cassa della Reale Magona del Ferro deva eleggersi, come suppone il sacerdote Antonio Del Mancino, un cappellano che celebri la messa in tutti i giorni festivi nell’oratorio di S. Lucia in Caldana; e sono poi persuaso che non convenga aggravare il patrimonio ecclesiastico della spesa che porterebbe seco un tal provvedimento, sì perché non lo credo necessario, sì ancora perché gli abitanti presso detto oratorio, volendo questo comodo, possono pensarci da per loro, come hanno praticato finora».

Non conosciamo gli sviluppi successivi, ma l’impressione è che questa decisione sia stata l’ultima occasione, persa, per mantenere in vita la piccola e graziosa chiesetta di S. Lucia, recentemente restaurata e restituita a luogo di culto, grazie all’intelligenza e alla sensibilità del parroco di Venturina Terme, don Gianfranco Cirilli, e dei proprietari che hanno deciso di restituirla alla comunità.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 13 (luglio-agosto 2016)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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