La ferrovia Campiglia-Piombino

Le polemiche dopo l’inaugurazione del 1892 e l’incidente del 1934

Il binario, cioè la ferrovia, inizia da Campiglia e termina a Piombino con un braccio per il porto. Aperta il 5 aprile 1892 dalle “Strade ferrate del Mediterraneo” perché lo Stato non vi aveva ancora messo le mani sopra. Doveva raggiungere i 14 chilometri ed era lunga 13,848. Come fare? Gli ingegneri decisero di allargare il raggio delle curve di quel tanto che bastava per avere l’approvazione.

Attraversava la tenuta di Poggio all’Agnello, di proprietà del conte Desideri di Populonia che, naturalmente, si oppose. La battaglia durò due anni, al termine dei quali il conte si “accontentò” dell’immensa cifra datagli per l’esproprio dei terreni, dall’aver ottenuto la stazione con il nome della tenuta, dall’aver garantito che, davanti alla macchina, fosse piazzato un uomo munito di un corno da suonare per allontanare le sue bestie dal binario e il divieto per il macchinista di gettare il sigaro nelle stoppie, per impedire gli incendi.

Il macchinista teneva in bocca un sigaro per accendere lo stoppino che alimentava il fuoco della caldaia a vapore. Il treno poteva fischiare ma piano e un solo fischio, sempre per non spaventare il bestiame che, numeroso (bovini di ogni genere, perfino bufali, e soprattutto pecore, a migliaia), pascolava nelle praterie estese a perdita d’occhio.

Piombino, quel giorno, si ritrovò attaccata all’Italia.

Le sue industrie ebbero un mezzo veloce per lo spostamento dei loro prodotti e l’isola d’Elba, che tanto aveva sollecitato l’opera, fu soddisfatta. Il ministro Branca giunse in ritardo, fece slittare i tempi dei festeggiamenti che durarono un giorno intero.Festa grandiosa a Piombino, quattro bande musicali allietarono i cittadini: Campiglia, Guardistallo, Portoferraio e Rio nell’Elba si contesero il premio. La giuria ebbe il suo gran daffare.

Esclusa la locale per “ragioni evidenti” dissero, rimanevano le altre. Campiglia suonò di gran lunga meglio dell’Elbana ma non si prese il premio. Le solite “ragioni evidenti” le assegnarono il secondo premio. Rimaneva l’elbana, che si prese il primo. Polemica a non finire. I bandisti di Campiglia presero al volo il primo treno in partenza e se ne tornarono a casa. I piombinesi fischiarono “sonoramente” la decisione.

Gli elbani salirono su di un barcone e tornarono all’isola. Avvenne un putiferio anche “istituzionale”.

Il Sindaco di Piombino accampò le sue ragioni ma non chiese scusa a quello di Campiglia e tutto durò per un po’ di tempo.

La brace, però, covava sotto la cenere. Quando si trattò di iniziare i pagamenti, rinfocolò viva e possente.

Le quote di Campiglia vennero pagate, Piombino tentennò ma, poi, pagò. L’Elba non pagò, adducendo il fatto che la ferrovia non passava sul suo territorio! Anche Suvereto pagò metà della sua quota, asserendo che la ferrovia non gli avrebbe portato alcun beneficio.

La stazione di Campiglia era chiamata “Cornia”. Qualche decennio dopo prese il nome che mantiene tutt’oggi. Corse il rischio di venir cancellata negli anni Sessanta del Novecento, secondo una ristrutturazione ferroviaria che prevedeva un tracciato San Vincenzo-Piombino-Riotorto.

Nel corso dei decenni, il binario unico ha subito diverse ristrutturazioni e modifiche, anche se il tracciato è rimasto sostanzialmente quello che venne inaugurato il 5 aprile 1892.

Come abbiamo detto, la gran festa dell’apertura del tronco Cornia (Campiglia)-Piombino fu rovinata dai fischi alla banda musicale di Campiglia, giunta immeritatamente seconda al concorso fra le quattro bande.

La nostra era composta da ben 54 bandisti, anche alcune ragazze, e tanto bastò per renderla antipatica alla massa che accorse al concerto. Fischi e urla ed un “abbasso la camorra!” che proprio non c’entrava nulla. Tutto questo venne scritto dai corrispondenti dei giornali “La Martinella” di Siena e “il Giordano Bruno” di Roma.

Tre giorni dopo il “fattaccio”, il sindaco Maberini di Piombino scrisse al sindaco di Campiglia: «…respingo odiose insinuazioni dichiarando a nome dei miei concittadini ai due anonimi corrispondenti che i piombinesi sdegnati protestano riaffermando sentimenti affetto, amicizia verso intiera cittadinanza campigliese biasimando zelo provocante corrispondenti certo non campigliesi…» Egisto Cantini della “Martinella” rispose: «…dovere cronista indipendente imposemi scrivere vero. Assumo responsabilità contenuto, spiacente pubblicherò fatti particolareggiati…» Come si vede, niente di nuovo sotto il sole delle polemiche, susseguitesi fino ai giorni nostri.

A rincarare la dose ci si mise anche il presidente del Comitato organizzatore, Pietro Milanesi, che scrisse un comunicato gettando la colpa su «due avvinazzati, per di più forestieri».

E così, dalla cronaca di Cantini apprendiamo che, fin dall’ arrivo della banda di Campiglia, i ragazzi in coro cantavano: «Campiglia vorrebbe il premio ma non lo piglia!»

Cantini proseguiva enumerando gli applausi e gli “urrà” rivolti ai bandisti di Guardistallo e i pochi battimani e qualche ululato di troppo al termine delle musiche dei campigliesi che, oltretutto, vestivano la loro divisa più bella ed apparivano un vero e proprio complesso musicale.

Nel loro gonfalone spiccavano tre medaglie d’oro ricevute a Livorno, a Pisa e a Torino. Ce n’era di troppo per suscitar invidia. Ancora, Cantini: «che nessuno fra gli astanti si levò a stigmatizzare cotesti atti incivili… ammesso che i due avvinazzati fossero forestieri… non potevo sapere che fossero di Parigi essendo noi a Piombino e, proprio per questo, il Comitato doveva intervenire e allontanarli». Ma, non avvenne. E, come sempre accade, la responsabilità ricadde sul sindaco e sul presidente.

La polemica si fa “uggiosa”, lo avverte anche Cantini che così chiude: «La popolazione di Piombino ha più che ragione a protestarsi… non contro noi però che abbiamo detto la verità.

E, questo fia suggel e… buona Pasqua».

Della vicenda non si parlò più. La crisi istituzionale fra i due Comuni fu superata, ma la Banda musicale di Campiglia tornò ad esibirsi a Piombino solo nel grande raduno delle bande fasciste, tenutosi nel 1928.

Segno, questo, che qualcosa era rimasto nell’ animo dei bandisti campigliesi, è evidente!

Sulle pareti del salone principale della Fiera Mostra di Venturina si può vedere una mostra di documenti sulla storia della ferrovia, a binario unico, fra Campiglia e Piombino.

Su questa tratta, il 18 febbraio 1934, avvenne un grave incidente. A Piombino si era svolto il carnevale. Un fiume di gente vi aveva partecipato ed una parte di essa stava tornando a casa. Chi prese quel treno non fece la scelta giusta.

Riprendo un titolo: “Tragico scontro di una littorina con un treno viaggiatori”. Erano le 21.45, fra le stazioni di Populonia e Portovecchio, una littorina partita da Campiglia alle 21.17, si scontrò con un treno “speciale” organizzato per il trasporto di persone di ritorno dal carnevale. Era una locomotiva a vapore a quattro carrozze partita alle 21.13 da Piombino.

Scrive il giornale: «Lo scontro è avvenuto perché la Littorina diretta a Piombino, e che aveva incrociato a Populonia l’altra Littorina diretta a Campiglia, partì dalla stazione di Populonia senza attendere l’arrivo del treno bis come ne aveva ricevuto tassativo ordine e ciò per inspiegabile errore del capotreno e del conducente… I due treni si scontravano ad oltre cinque chilometri da Populonia, dove la linea si svolge in curva ristretta. In seguito all’urto deviò la locomotiva del treno proveniente da Piombino e si incendiò la Littorina…»

Sedici morti, dei quali tre del personale ferroviario, ed undici feriti non gravi. Le ipotesi sulle cause dell’incidente furono numerose mentre le autorità aprirono la solita inchiesta. «La Littorina si scontrò a 120 km orari con il locomotore all’altezza della curva… Le sedici vittime si trovavano tutte sulla Littorina che, alimentata a benzina, prese subito fuoco».

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 13 (luglio-agosto 2016)

Gianfranco Benedettini

Gianfranco Benedettini

Autore di numerose pubblicazioni di storia locale riguardanti il territorio della Val di Cornia e soprattutto del Comune di Campiglia Marittima, si è occupato principalmente della storia politica e sociale del Novecento.

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