Cronaca della terribile epidemia del 1631

«Vagilla la mente, trema la voce, palpita il cuore, casca la penna a quel che scrive, che mesto si volta a chi comanda e dice vuol pur ch’io rinnovelli il gran dolore, ed il gran danno di questa terra del quale ne ho provata la maggior parte. Lo farò sì, poiché è necessario farlo per i peccatori, ma lo farò piangendo, e potrò dire con il mantovano Omero: chi mai a raccontarlo frenerebbe le lacrime?»

Inizia così la cronaca manoscritta della terribile epidemia di peste che colpì Campiglia nella primavera del 1631. A scriverla fu il medico della comunità, il dottor Luca Pro, uno dei diretti testimoni scampati alla morte.

Era dal 1506 che la peste non colpiva Campiglia. In quell’anno in molti luoghi d’Italia l’epidemia aveva fatto stragi e i campigliesi, dopo la fine del contagio, si erano convinti che la soluzione migliore per impedire il ritorno dell’orribile flagello fosse far costruire una nuova chiesa e intitolarla ai santi Sebastiano e Rocco, per invocare la loro protezione perpetua. La chiesa fu edificata e, nel 1516, furono chiamati ad abitarvi i frati francescani.

Ma questo non fu sufficiente ad evitare che, dopo centoventicinque anni, la peste facesse il suo ritorno a Campiglia. La prima vittima fu stroncata dal male il 29 aprile 1631 e, al risveglio da quell’incubo, dei 646 abitanti iniziali, 330 erano morti. Degli ammalati ne guarirono circa duecento, mentre pochissimi furono i campigliesi che non contrassero il morbo. Ai lutti si aggiunse poi il danno economico, dovuto alla distruzione di un’incredibile quantità di beni e oggetti personali, bruciati perché infetti.

La malattia si manifestò con la comparsa di bubboni alle ascelle e all’inguine, accompagnati da febbre alta, vomito, dolori alla testa, allo stomaco e ai reni, deliri e stati di agitazione, con eruzioni cutanee e pustole diffuse su tutto il corpo.

Pare che il contagio abbia avuto inizio in casa di Francesco Cavalcanti e che la prima a morire sia stata sua moglie Lorenza. Alla comparsa dei sintomi i Cavalcanti furono presi dal panico e, quando videro i bubboni, capirono subito cosa li aspettava. Per paura di finire al lazzaretto, non dissero niente a nessuno, condannando così alla stessa sorte i poveri disgraziati che varcarono la soglia della loro casa – tra i quali molti amici e parenti venuti in visita – che furono inesorabilmente contagiati, tutti tranne una donna e il parroco, andato a portare il viatico alla moribonda Lorenza.

Le ignare vittime, inconsapevoli di aver contratto la malattia, facendo ritorno nelle loro case, infettarono i propri congiunti e così, in poco tempo, l’epidemia divenne inarrestabile.

I Cavalcanti si ammalarono e morirono tutti, così come i loro servitori domestici. Anche il dottor Pro, che era andato a visitarli, ignorando il pericolo, ne fu contagiato.

La paura si trasformò presto in psicosi e i campigliesi cominciarono a chiedersi come tutto ciò fosse stato possibile. Come era arrivata la peste a Campiglia? Chi ce l’aveva portata? Sembrerebbero domande inutili in una situazione del genere, ma invece è proprio in simili circostanze che la gente ha bisogno di capacitarsi, di farsi una ragione e, soprattutto, di trovare un colpevole.

All’epoca non si conoscevano le vere cause della peste, neanche i medici e gli “scienziati” più famosi avevano capito fino in fondo i meccanismi di trasmissione della malattia. Circolavano le teorie più diverse e stravaganti, come ci conferma anche il dottor Pro che, nella sua memoria, si chiede se tutto ciò sia avvenuto «per influsso celeste, o per vapori della terra, o per fame o guerra, o malefizii fatti» o per «la congiunzione dei maligni pianeti». Su una cosa però erano tutti d’accordo, qualunque ne fosse stata la causa scatenante, la malattia era un flagello, inviato da Dio per punire i peccati degli uomini.

A Campiglia si vociferava che la causa del contagio fosse un “padiglione”, ovvero il tendaggio di stoffa per il baldacchino del letto, che i Cavalcanti avevano acquistato, poco prima, dalle parti di Colle Val d’Elsa e San Gimignano, dove la peste aveva già fatto stragi. Ne erano tutti convinti perché si diceva che, non appena la stoffa fu sistemata sopra al letto di quelli che l’avevano comprata, tutta la famiglia si era ammalata. Ma la prova schiacciante, che secondo i campigliesi dimostrava la fondatezza dei loro sospetti, fu il contagio di una lavandaia – incaricata di lavare la stoffa prima che i padroni la disponessero sul baldacchino – che morì insieme al figlio e al marito. Una volta lavato il padiglione poi, la donna lo aveva lasciato momentaneamente in casa di una sua vicina che, il giorno stesso, si era ammalata e con lei anche la figlioletta, la quale era fermamente convinta che la vista di quel maledetto padiglione l’avesse spaventata al punto da farle venire all’istante quella febbre maligna.

In un solo giorno furono infette otto famiglie e, di lì a poco, in tutta Campiglia, rimasero immuni soltanto tre case, fra le quali quella del signor Cammillo Campiglia che, oltre ai suoi agenti e garzoni, ospitava anche il caporale Girolamo Casanuova con moglie e figli.

Non appena i campigliesi si resero conto che era scoppiata un’epidemia di peste bubbonica, i rappresentanti della comunità radunarono il Consiglio, alla presenza del capitano di giustizia Piero Spigliati. Subito fu creata una commissione sanitaria formata da quattro deputati, incaricati di gestire l’emergenza e di contenere la diffusione del male. Si trattava del luogotenente Leonardo Malfatti, del sergente Pretecola Fazzini, di ser Luca Pacchiani e dello speziale Bartolo Pelosi, i quali avrebbero dovuto operare in collaborazione con il capitano di giustizia e con il dottor Pro, facendo tutto ciò che era necessario per salvare il maggior numero possibile di persone.

Furono pubblicati degli ordini e si fece in modo che tutti li osservassero, con gravissime pene per i trasgressori, senza accettare alcuna scusa e senza avere alcun riguardo per nessuno.

Per prima cosa gli ordini stabilivano che tutti quelli che avevano ammalati in casa avvertissero immediatamente il medico, in modo tale che gli infetti potessero essere trasferiti subito nel luogo deputato alle cure, ovvero la chiesa di San Sebastiano, dove fu allestito il primo lazzaretto. Poi, fu ordinato di ammazzare o legare tutti i cani e i gatti del paese. Fu vietata la vendita di generi alimentari a chi non possedeva l’autorizzazione dei deputati e del medico della comunità. Le donne e i ragazzi furono sequestrati preventivamente nelle loro abitazioni e solo ai capifamiglia fu permesso uscire di casa, ad eccezione di alcune donne alle quali fu data licenza di andare a lavorare in campagna, a condizione che stessero lontane l’una dall’altra almeno cinque metri e che nessuna di loro toccasse gli oggetti appartenenti alle compagne. Anche altre donne furono autorizzate ad uscire, per andare a far legna e a prendere l’acqua alle fonti, purché osservassero le stesse precauzioni.

Ogni contatto fisico al di fuori della propria famiglia era vietato e gli uomini dovettero sospendere ogni frequentazione con le prostitute del paese, con le quali era vietato anche solo parlare. La paura era tale che ogni campigliese non avrebbe esitato a denunciare alle autorità chi non rispettava gli ordini, sia che si trattasse del proprio vicino di casa, sia che a farlo fossero addirittura i parenti più stretti.

Ogni adunata di persone era vietata, nelle case private e nei luoghi pubblici. Nella piazza del paese non potevano sostare contemporaneamente più di due persone e a distanza di sicurezza.

Dopo l’una di notte, a nessuno era consentito stare fuori di casa. Per controllare che il coprifuoco fosse rispettato, fu istituita una pattuglia, composta da quattro soldati armati che facevano la ronda continuamente in paese.

Non appena scoperto il contagio, furono eletti quattro becchini, per dare sepoltura ai tanti cadaveri. Due di loro erano stipendiati dalla Confraternita della Madonna, detta dei Disciplinati, e gli altri due da quella del Santissimo Sacramento. Per farsi riconoscere da tutti, i becchini giravano vestiti con gli abiti usati dalle due confraternite campigliesi, la cappa bianca e quella turchina. Il numero dei morti però, soprattuto tra i più poveri, era così alto che stava diventando impossibile garantire a tutti una degna sepoltura. Così, i deputati, il capitano di giustizia e il Comune, decisero di attingere dalle proprie finanze, riuscendo a mettere insieme la somma di 130 scudi, per far fronte alle spese necessarie alle inumazioni e aiutare i bisognosi.

La disperazione risvegliò la solidarietà nei campigliesi, che fecero di tutto per aiutare il prossimo, spogliandosi di ogni loro avere con tanta carità che non mancò mai il necessario, nonostante il numero degli indigenti fosse enorme.

La carestia aveva fatto schizzare il prezzo del grano fino a trenta lire al sacco e garantire il pane a tutti non era un’impresa da poco, dato che ogni giorno i sacchi consumati erano quattro. Non bastando la cifra destinata dalle autorità al soccorso dei poveri, si facevano quotidianamente raccolte di denaro. Ad occuparsene erano soprattutto i religiosi, che giravano per le strade, di casa in casa, a raccogliere le elemosine dei più abbienti, aiutare i poveri, e supplire ai bisogni delle famiglie in quarantena. Questi coraggiosi uomini di fede, che fecero sempre il proprio dovere senza alcun timore, furono don Nicolao Cani, don Jacopo Guerrucci e don Opportuno Zuppoli.

Il timore della morte aveva rinvigorito lo zelo religioso di molti campigliesi, che affidavano le proprie preghiere ai santi protettori. Si invocava un provvidenziale intervento divino, che rendesse immuni i sani, guarisse gli ammalati e facesse cessare il pericolo. In quella situazione era fondamentale che la popolazione potesse ricevere un adeguato conforto spirituale e religioso. Indubbiamente però, andare in chiesa rappresentava un notevole fattore di rischio, perché favoriva la propagazione del contagio. All’inizio il parroco, su suggerimento del dottor Pro, fece togliere dalla chiesa le panche delle donne, perché l’una non avesse modo di toccare o appoggiarsi dove fosse stata l’altra. Ma poi, essendo stata giudicata questa soluzione poco efficace, fu presa la drastica decisione di vietare alle donne e ai bambini, minori di dieci anni, di entrare in chiesa per andare a messa e ad ogni altra funzione sacra. Il divieto non riguardava gli uomini, che potevano partecipare alle celebrazioni, mantenendo sempre una certa distanza l’uno dall’altro.

La consolazione spirituale di donne e bambini fu comunque assicurata dal clero campigliese che, ogni giorno, andava in processione per le vie del paese. Ognuno dei sacerdoti – accompagnato da un chierico che portava la Croce o qualche altra immagine – suonava una campanella per richiamare alle finestre gli esclusi dalla messa, inginocchiandosi ad ogni cantonata e cantando ad alta voce le litanie della Madonna, mentre il popolo dalle finestre rispondeva: “ora pro nobis”. Insieme alle litanie, si dicevano molte altre orazioni, esortando sempre a pregare per gli infermi, per i morti e per liberare Campiglia dall’incubo della peste. Queste processioni quotidiane andarono avanti per tutto il tempo del contagio. Dei tre sacerdoti, l’unico ad ammalarsi fu il Guerrucci, che passò a miglior vita ai primi di luglio.

Intanto i deputati di sanità continuavano incessantemente il loro lavoro. Si radunavano in una stanza segreta per monitorare ora per ora la situazione e far fronte a quello che quotidinamente occorreva, sempre pronti ad emanare nuovi ordini se quelli già in vigore si fossero dimostrati inefficaci o insufficienti. Non riuscendo più a gestire l’emergenza da soli, assunsero degli aiutanti, dividendosi i compiti tra il paese e la campagna.

Il problema dell’approvigionamento alimentare e idrico era uno dei nodi fondamentali da sciogliere. I terreni posti nella campagna campigliese erano coltivati quasi esclusivamente da persone che abitavano all’interno delle mura del paese. All’epoca la mezzadria non si era ancora diffusa nel piano campigliese che rimaneva in gran parte un luogo malsano, molto frequentato ma poco abitato, a causa della malaria che vi regnava. Questa volta però la situazione si era rovesciata e a morire erano gli abitanti del poggio, mentre al piano le coltivazioni erano in pericolo, non essendo più garantita la loro cura.

I deputati allora stabilirono che – per far fronte ai bisogni della campagna, che consistevano nel «sarchiare i grani, allacciare e rincalzare le vigne, segare e riporre i fieni» – i braccianti agricoli sani potessero uscire dalle mura, stando però separati gli uomini dalle donne e rispettando le solite misure precauzionali.

Il Comune assicurava il rifornimento di acqua non contaminata e di legna indispensabile per cucinare e alimentare i forni da pane. Dalla campagna arrivavano quotidianamente barocci che trasportavano l’acqua e la legna per depositarla nella piazza principale del paese, quella della chiesa, che venivano distribuite agli abitanti delle case che erano state chiuse per sospetta malattia e ai poveri.

A Campiglia esistevano dei forni pubblici, dove le donne del paese facevano cuocere i panetti impastati in casa. Questi forni erano gestiti da alcune addette che, normalmente, facevano il giro delle case per ritirare gli impasti preparati dalle campigliesi, trasportandoli al forno su una lunga tavola di legno appoggiata sulla testa. Una volta cotto poi, il pane veniva riconsegnato alle proprietarie nelle loro case. Il servizio a domicilio, molto comodo, in tempo di peste non poteva più essere garantito. I deputati stabilirono allora che i forni pubblici continuassero a funzionare, ma che vi lavorasse una sola donna, incaricata di cuocere i panetti che le venivano portati, purché su ognuno di essi vi fosse stato fatto un segno di riconoscimento dalla massaia che lo aveva impastato – un pizzicotto, qualcosa inciso col coltello o una forma impressa con qualche stampo – per non rischiare di fare confusione e restituirlo alla persona sbagliata, nel timore che il pane divenisse un ulteriore veicolo di propagazione del contagio.

Anche la farina o addirittura il grano erano guardati con sospetto. La necessità spinse i deputati a fare un’eccezione all’ordine che vietava di far uscire dalle case sospettate qualsiasi oggetto. Il vino, l’olio, l’aceto e soprattutto il grano potevano essere portati fuori, ma quest’ultimo doveva essere prima pulito accuratamente e tenuto all’aria e al sole per tre giorni consecutivi.

Il grano poteva essere trasportato in Caldana, per essere macinato al mulino, solo ed esclusivamente da appositi vetturali incaricati dal Comune e muniti di lasciapassare, mentre a tutti gli altri doveva essere assolutamente proibito.

In Campiglia esercitavano un medico e un cerusico, stipendiati annualmente dal Comune. Appena scoppiò l’epidemia, il consiglio, radunatosi subito il giorno seguente, decise di aumentare il salario all’uno e all’altro, per fare in modo che svolgessero più volentieri e con maggior impegno il loro difficile compito. Effettivamente entrambi servirono la comunità con grande zelo, anteponendo il dovere e le proprie responsabilità alla loro stessa vita.

Il cerusico si chiamava Gregorio Ricci, ma tutti in paese lo conoscevano come “Mastro Goro”. Andando a medicare gli appestati si era sempre preoccupato di indossare un abbigliamento protettivo che fosse in grado di preservarlo dal contagio. Non aveva certo a disposizione i perfetti ed ermetici abiti indossati dai medici della peste nelle grandi città, ma comunque si era arrangiato bene con quello che era riuscito a trovare in zona. Usciva sempre indossando un lungo vestito di pesante tela incerata e, sotto, un sacchetto pieno di spezie e altre sostanze balsamiche, applicato sul petto in corrispondenza del cuore. In testa, per coprirsi il viso, portava un cappuccio di taffetà, anch’esso incerato, che teneva sempre pieno di essenze profumate. Non usciva mai digiuno e ogni volta – sia prima che dopo essere stato al lazzaretto o in casa di qualche malato – si lavava le mani con l’aceto, ungendosi spesso i polsi con oli e altri medicamenti preservativi preparatigli dal medico. Verso la fine di giugno però gli comparve un bubbone all’inguine e morì. La gente era convinta che il cerusico non avesse contratto la malattia in servizio, ma che gliel’avesse trasmessa la moglie, Benedetta Guerrucci, con la quale aveva continuato ad avere rapporti coniugali, nonostante alla donna fosse comparso un carboncello sulle spalle.

Il dottor Pro invece era stato tra i primi ad ammalarsi, essendo entrato il 27 aprile in casa Cavalcanti per visitare Lorenza, morta poi due giorni dopo. Anche lui, come il cerusico, usava tutte le precauzioni possibili per proteggersi, ignaro del fatto che l’aver già contratto la malattia lo rendeva immune da un nuovo contagio. Tuttavia, mentre era malato, aveva continuato a vivere insieme ai suoi congiunti e a dormire con la moglie. Così la malattia fu trasmessa anche alla donna, che morì insieme a sua madre e a due suoi figli.

Oltre al medico e al cerusico stipendiati dalla Comunità, durante quei terribili mesi, un altro misterioso personaggio operò a Campiglia. Si trattava di uno dei tanti sedicenti guaritori che, in tempo di pestilenza, facevano la loro comparsa nei luoghi colpiti, per vendere i propri “antidoti segreti” al Comune e ai privati. Quando si è condannati e la medicina non offre soluzioni efficaci, non ci vuole molto a cadere nelle mani di qualche sciacallo, disposto a tutto pur di spillare quattrini al prossimo. Per tale motivo, questi ciarlatani, proprio nei momenti di massima disgrazia, trovavano un terreno fertilissimo per i propri affari. Probabilmente il suo segreto era più semplice di quanto i pazienti potessero immaginare: più che un guaritore era un “guarito” che aveva contratto la peste altrove e che ora stava mettendo a frutto il suo patrimonio di anticorpi per impressionare il prossimo. Non a caso scelse come sua assitente una donna guarita, che si trovava ancora nel lazzaretto campigliese, alla quale insegnò l’arte di medicare i malati, toccando gli oggetti infetti, senza indossare alcuna protezione e rimanendo sani. Questa “straordinaria” capacità colpì molto i campigliesi e l’uomo, probabilmente, fece buoni guadagni, riuscendo a farsi pagare, oltre che dai familiari dei malati più facoltosi, anche dagli stessi deputati alla sanità.

La falce della “morte nera” continuava a mietere inesorabilmente le sue vittime, una dopo l’altra. Per questioni igienico-sanitarie facilmente comprensibili, fin dall’inizio, i corpi degli appestati furono seppelliti nel cimitero della chiesa di San Giovanni che, rispetto ai sepolcri delle confraternite, dove la maggior parte delle famiglie campigliesi era solita sistemare i propri defunti, aveva il vantaggio di trovarsi fuori dal centro abitato. Il terreno intorno all’antica pieve, già utilizzato in passato come cimitero, era il luogo ideale dove seppellire velocemente centinaia di corpi.

Il male non guardava in faccia a nessuno, ma soprattutto sembrava agire in modo illogico, dando ragione a chi sosteneva che la malattia fosse una punizione divina, mandata per colpire i peccatori. La storia di Annibale ormai era sulla bocca di tutti e confermava in pieno l’ipotesi del miracolo. Quel pover’uomo, affetto da una forma di ritardo mentale, era sempre stato accudito dalla sua famiglia. Ora che la peste lo aveva reso solo al mondo, vagava senza meta per le strade di Campiglia. I deputati di sanità e il Comune decisero di trasferirlo nel lazzaretto, per mantenerlo a proprie spese ed evitare che potesse nuocere a se stesso e agli altri. Nel lazzaretto, per passare il tempo, Annibale giocava a fare l’appestato e, quando ai malati si toglievano le fasce dai bubboni per cambiarle con quelle nuove, lui raccoglieva le strisce di stoffa putrida e se le avvolgeva su tutto il corpo. Nonostante la sua follia, il povero Annibale non si ammalò mai di peste, al contrario di importanti personaggi campigliesi che, invece, pur essendosi chiusi in casa ed avendo usato ogni possibile precauzione, furono contagiati ugualmente e morirono, come accadde al capitano di giustizia Pietro Spigliati.

Come in molti altri luoghi appestati, non mancava chi, approfittando della terribile situazione, si era messo a rubare, oggetti e beni di ogni tipo, nelle case rimaste ormai spopolate, agendo liberamente, senza alcuna vergogna o timore della giustizia, né divina né umana. Le ultime guardie sopravvissute non facevano più paura a nessuno. A poche settimane dall’inizio della pestilenza, nonostante gli sforzi del Comune e dei deputati, a Campiglia cominciava a regnare l’anarchia.

Così, nel periodo di maggior contagio, quando l’epidemia stava raggiungendo il suo apice, il granduca Ferdinando II, su suggerimento dell’arcivescovo di Pisa Giuliano de’ Medici, suo consigliere di stato, decise di inviare in aiuto dei campigliesi un “uomo forte”, che fosse in grado di prendere in mano la situazione: il cavalier Cammillo Campigli, membro di una nobile famiglia pisana che, come si intuisce dal cognome, era originaria proprio di Campiglia. Il cavaliere arrivò il 15 giugno e assunse la carica di Commissario generale di sanità.

Il Campigli era già stato informato della grave situazione e si era dato subito da fare per aiutare gli abitanti di quella terra alla quale era particolarmente legato. Aveva parlato con il granduca e con i suoi ministri per assicurarsi che Campiglia non fosse abbandonata e che si provvedesse a dotarla di tutto il necessario. Cammillo soggiornò per undici giorni a Campiglia, per rendersi conto di persona di quello che si doveva fare, non curandosi minimamente del rischio di contagio. Il popolo fu molto sollevato dall’arrivo del Campigli che, con i suoi modi decisi e la sua grande personalità, impresse una svolta positiva alla crisi. Fece subito abbassare i prezzi di alcuni generi alimentari di prima necessità, come l’olio e il pane, che erano schizzati alle stelle. Ma soprattutto trovò la soluzione ad un grave problema, una tragedia nella tragedia.

A metà giugno il grano era pronto per essere tagliato, ma in quelle condizioni la mietitura non si poteva fare. In un’economia agricola basata in gran parte sul ricavato della coltivazione del grano, il pensiero di non poter procedere al raccolto affliggeva i campigliesi quasi quanto il pericolo della malattia.

A Campiglia, i proprietari dei terreni erano soliti arruolare, per la mietitura e per gli altri lavori agricoli stagionali, un esercito di braccianti, le cui famiglie riuscivano a tirare avanti proprio grazie a questi miseri ma sicuri guadagni. In quel maledetto 1631 però sia i padroni che i braccianti agricoli si trovavano in gran parte segregati in quarantena o malati.

Il Campigli allora, avendo compreso lo stato di estrema miseria nel quale era sprofondata gran parte della popolazione, a causa del mancato raccolto, fece prelevare una somma dal monte di Pietà di Firenze, per prestare i soldi agli abitanti di Campiglia in base alle loro necessità. Furono poi fatti arrivare braccianti da tutto il capitanato, per rendere possibile la mietitura del grano ed evitare che il raccolto andasse perso.

I lavoranti forestieri furono presidiati giorno e notte, per impedire che qualcuno di loro entrasse all’interno delle mura di Campiglia o cercasse di sconfinare nello stato di Piombino.

Il compito di seguire le operazioni di “segatura” e “tribbiatura” del grano fu assegnato ai deputati di sanità, il cui numero fu ulteriormente accresciuto, proprio per seguire meglio i lavori. A loro toccò quindi l’incarico di far mietere il grano nei terreni dei campigliesi, prendendo nota delle spese sostenute per farsi poi restituire il prestito, una volta terminata l’emergenza sanitaria. In questo modo il raccolto fu salvo.

Il numero dei malati era così alto che il lazzaretto di San Sebastiano non bastava più. Così, il commissario, dopo essersi consigliato con il dottor Pro, ordinò che fosse allestito un altro lazzaretto in “Castello”, la parte più alta del paese, e precisamente nella chiesa di San Biagio e nelle case che si trovavano nelle sue immediate vicinanze. Gli ammalati che guarivano potevano uscire dal lazzaretto per far ritorno nelle loro case, dove rimanevano in quarantena. Prima di lasciare il lazzaretto dovevano però cambiarsi completamente, indossando abiti nuovi, mentre i vecchi vestiti venivano bruciati.

Il Campigli dette piena autorità ai deputati di punire chi non rispettava gli ordini e per questo lasciò loro un caporale, con alcuni uomini al suo servizio, per vigilare costantemente e scoraggiare gli eventuali trasgressori. Poi, prima di partire, emanò nuovi ordini.

Stabilì che le donne, per poter andare “a opra” nei campi, dovessero essere dichiarate sane dal medico e che non potessero uscire da Campiglia senza il certificato da lui rilasciato. Volle che i cadaveri degli appestati, sepolti nel cimitero di San Giovanni, fossero ben coperti con uno spesso strato di terra. Si preoccupò che, alle persone chiuse in casa per sospetta malattia o a quelle in quarantena, fosse dato tutto quello di cui avevano bisogno, prendendo nota delle somme prestate, in modo che, in futuro, chi poteva restituisse il denaro ricevuto. Fece in modo che la vendita del pane, del vino e dell’olio fosse garantita in qualunque momento della giornata, assicurandosi che il macello non vendesse carne che non fosse stata prima vista e approvata dal medico. Ribadì l’ordine che dovesse essere condannato e castigato chiunque non dichiarava subito di aver contratto la malattia, dando piena autorità al dottor Pro di bruciare tutti gli oggetti infetti, punendo severamente chi glielo avesse impedito, anche solo a parole. Il commissario dispose poi che nessuno potesse uscire dal lazzaretto senza il permesso scritto del medico e che si tenesse costantemente conto di quelli che vi entravano e vi uscivano, vivi o morti.

L’impegno del cavalier Campigli proseguì anche dopo la sua partenza, mantenendosi in continuo contatto epistolare con il capitano di giustizia e i deputati di sanità, che stimolava a non mollare e a sopportare le tante fatiche e i dispiaceri infiniti di quella situazione.

All’inizio di agosto il peggio era ormai passato e la situazione generale decisamente migliorata. Quando si capì che il pericolo era cessato, si fecero molte preghiere pubbliche di ringraziamento, portando in processione per le vie del paese le reliquie campigliesi, in particolare quelle del patrono San Fiorenzo, e il veneratissimo Crocifisso della Compagnia del Santissimo Sacramento. Alle processioni presenziavano soltanto i sacerdoti, i chierici, qualche membro delle confraternite e i deputati di sanità, mantenendosi però sempre lontani l’uno dall’altro. I campigliesi partecipavano stando affacciati alle finestre e alle porte, ognuno nella sua casa. Chi poteva faceva dei fuochi, bruciando legna odorosa e chiedendo ad alta voce misericordia dei propri peccati, tra infiniti pianti e lamenti. I sacerdoti non mancavano di celebrare continuamente messe in chiesa, in particolare in onore della Madonna, di San Rocco, di San Nicola da Tolentino e di Sant’Antonio da Padova, al quale, in quella felice occasione, i campigliesi fecero voto di far costruire un altare in suo onore nella chiesa dedicata a S. Sebastiano – che era servita da primo lazzaretto – e di ingrandire l’annesso convento dei frati francescani. La Comunità fece anche voto di celebrare a sue spese, ogni anno, la festa di Sant’Antonio.

I sacerdoti andavano nelle case a confessare, potendo finalmente condurre in chiesa le persone sane, una alla volta, per farle comunicare. Il parroco, don Corinzio Fazzini, che per mesi era stato quotidianamente a stretto contatto con i malati, per confessarli e per assicurarsi che nessuno morisse senza aver ricevuto i sacramenti, miracolosamente fu preservato dal contagio. Delle oltre venticinque persone che servirono alla sanità, ne morirono soltanto tre: don Iacopo Guerrucci, il capitano Pietro Spigliati e il cerusico mastro Gregorio Ricci.

Per purificare le case e gli oggetti che erano stati a contatto con i malati fu utilizzato il fumo. Nelle stanze si stendevano legnami profumati e poi gli si dava fuoco, cospargendoli di zolfo, incenso, ragia e pece. Le finestre e le porte dovevano rimanere chiuse fino a quando durava il fumo. Tutti i panni, anche quelli contenuti nelle cassapanche, venivano stesi per la casa per farli impregnare completamente di fumo. Il fuoco era lasciato bruciare per almeno tre giorni, dopodiché si aprivano le finestre e si lasciavano spalancate per diversi giorni, per arieggiare la casa. Chi ne aveva la possibilità imbiancava nuovamente i muri, chi invece non poteva li lavava col ranno. Anche tutte le parti in legno della casa erano lavate col ranno, l’aceto o il vino. I soppalchi erano spazzolati, sopra e sotto, e i panni di lana tenuti al sole per almeno quindici giorni, mentre con i panni di lino si facevano almeno tre bucati di fila, purché non fossero stati indossati dagli ammalati perché, in quel caso, venivano direttamente distrutti col fuoco. Furono bruciate tutte le coperte e i materassi che si trovavano nei letti dove avevano dormito gli appestati. Il fuoco fu utilizzato anche per purificare gli stagni, i rami, gli ottoni e tutti gli altri oggetti metallici che si trovavano nelle case.

Fu il cavalier Campigli ad ordinare al dottor Pro di scrivere la memoria dalla quale abbiamo attinto gran parte dei fatti raccontati in questa cronaca, perché rimanesse vivo il ricordo di quella tragedia e dei provvedimenti che erano stati presi per uscirne, per beneficio dei posteri, nel caso in cui, in futuro, Campiglia fosse stata nuovamente colpita da una simile calamità.

Dopo terribili e inimmaginabili sofferenze, i campigliesi «furono miracolosamente, il dì 16 di agosto, giorno della festività del glorioso S. Rocco, del tutto liberati, senza mai più il minimo sospetto di contagio in questa terra, cosa veramente degna di memoria, per tutti i secoli».

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 5 (marzo-aprile 2015)

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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