Come fu costruita la chiesa di San Giovanni a Campiglia

Aveva ragione Isidoro Falchi quando diceva che la «chiesa di architettura gotico-italiana, che tuttora esiste nel bel mezzo del camposanto di Campiglia, è senza dubbio il più bello e il più antico monumento che ci rimane di questo castello».

Antica lo è davvero, ha 844 anni la chiesa di San Giovanni, e, in quanto a bellezza, non ha davvero eguali.

Ma San Giovanni non è importante soltanto per Campiglia, è un gioiello architettonico il cui valore è apprezzato ben oltre i confini paesani.

La straordinarietà della nostra chiesa consiste nel fatto che, in quasi nove secoli di storia, si è mantenuta praticamente inalterata. Così era al momento della sua costruzione nel medioevo e così è rimasta. Qualche leggera modifica l’ha subita; niente però in confronto a ciò che è successo ad altre chiese romaniche che, durante la loro storia, sono state trasformate tanto da renderle quasi del tutto irriconoscibili.

La costruzione della chiesa di San Giovanni fu terminata nel 1173, periodo in cui Campiglia, da dominio quasi esclusivo dei conti Gherardeschi, era entrata a far parte del contado della Repubblica di Pisa.

Come luogo fu scelto un terreno situato a 195 metri sul livello del mare, su una collinetta proprio di fronte al poggio dove sorgeva il castello di Campiglia, posto 75 metri più in alto.

Il nuovo edificio religioso doveva essere fuori dalle mura del castello, perché fosse chiaro a tutti che il clero non era assoggettato alle autorità politiche che governavano Campiglia.

I canonici della pieve erano del tutto indipendenti e la posizione della loro chiesa serviva a ribadire questo concetto.

Prima o poi tutti sarebbero passati di lì, almeno una volta nella vita, perché quella era “la pieve”, ovvero l’unica chiesa del circondario dotata di un fonte battesimale.

La vita dei Campigliesi del medioevo iniziava a San Giovanni e, per molti, quella era anche l’ultima dimora. Proprio come oggi infatti, il prato che circondava la chiesa era un vasto cimitero disseminato di croci.

I più ricchi del paese avevano il privilegio di farsi seppellire dentro la pieve, sotto al pavimento. Due antiche lapidi sepolcrali, che un tempo si trovavano all’interno, in corrispondenza della tomba di due importanti personaggi, sono sopravvissute e sono state recentemente ricollocate fuori dal portone della chiesa.

Se, fino a pochi decenni fa, aveste chiesto agli anziani del paese notizie storiche su San Giovanni, la risposta sarebbe stata una sola: quella è la novantanovesima chiesa fatta costruire dalla contessa Matilde di Canossa.

La “leggenda delle cento chiese”

racconta infatti che la potente Matilde signora di Toscana dal 1076 al 1115 e grande sostenitrice di papa Gregorio VII come ricompensa per aver aiutato il pontefice nella dura lotta combattuta contro l’imperatore Enrico IV, avesse chiesto di diventare sacerdotessa e celebrare la messa.

Il papa, comprensibilmente imbarazzato da quella richiesta impossibile da soddisfare, avrebbe acconsentito, ponendo però una condizione altrettanto impossibile: la “Grancontessa” avrebbe dovuto far costruire a sue spese cento chiese!

Il destino tolse il papato dall’impiccio, perché la donna morì quando ormai le mancava soltanto una chiesa.

Questa storiella doveva essere molto diffusa in passato, soprattutto in Toscana. La nostra infatti non è l’unica sedicente “novantanovesima”, ce ne sono altre, anche molto vicine a noi, come la piccola e graziosa chiesa della Santissima Annunziata di Suvereto.

In realtà, per spiegare la nascita di San Giovanni, non c’è bisogno  di scomodare la ricca Matilde di Canossa. Il clero locale era tranquillamente in grado di pagare di tasca propria le spese per la costruzione dell’edificio.

Prima del Mille, quando la gente viveva ancora in gran parte nelle campagne, anche le chiese erano giù al piano. Uno dei centri abitati più importanti era quello che si trovava in prossimità dell’attuale frazione di Cafaggio. Lì sorgeva una pieve, che possedeva molti terreni, donati a quella chiesa dai fedeli più ferventi, nella convinzione che tanta generosità avrebbe garantito la salvezza delle loro anime.

Quando, dopo l’anno Mille, il castello di Campiglia cominciò ad ingrandirsi e ad attirare sempre più abitanti dal circondario, la vecchia pieve del Cafaggio divenne troppo decentrata e scomoda. Fu per questo che il clero dell’epoca probabilmente lo stesso pievano decise di investire una parte del patrimonio ecclesiastico per costruire una nuova chiesa, più grande e più vicina al castello.

Forse il parroco si chiamava Ilderico, nome che compare in una delle iscrizioni presenti sul portale d’ingresso; probabilmente però non lo sapremo mai.

Il centro della vita religiosa locale fu trasferito a Campiglia e la vecchia pieve divenne così una chiesa secondaria.

Il lavoro fu affidato ad un valente architetto, del quale conosciamo il nome perché lui stesso fece in modo di non essere dimenticato.

Si chiamava Matteo e, quando ebbe terminato il proprio lavoro, fece incidere una frase in latino su una delle pietre della facciata esterna della chiesa: «questo edificio lo costruì Matteo il peccatore, fratelli pregate Dio affinché gli perdoni i peccati commessi».

Matteo volle lasciare la sua firma anche su un’altra famosissima iscrizione, quella del Sator. Si tratta di una frase leggibile sia da destra che da sinistra, ritenuta da alcuni un vero e proprio enigma: SATOR-AREPO-TENET-OPERA-ROTAS.

Compare in altre chiese medievali e in tanti si sono scervellati per cercare di risolvere il “mistero”. Anni fa, sul Sator di Campiglia, fu scritto addirittura un libro, pieno di teorie fantasiose e interpretazioni palesemente errate, che tirava in ballo, tanto per cambiare, i soliti poveri cavalieri templari.

In realtà il Sator non è altro che un gioco di parole il cui significato − ammesso che davvero ne esista uno − si perde nella notte dei tempi. Frasi palindrome, anagrammi e trovate linguistiche divertenti come questa erano molto di moda tra gli antichi Romani. Forse nel mondo pagano al Sator fu attribuita, per qualche ragione, una valenza scaramantica, quella di allontanare gli influssi malefici da un luogo, e in particolare da un edificio, o forse furono gli uomini del medioevo ad utilizzarlo con questo scopo.

lavori di costruzione della nuova pieve andarono avanti all’incirca per una decina d’anni. Il cantiere era modesto, dato che le dimensioni dell’edificio erano contenute, se paragonate a quelle delle imponenti cattedrali che si andavano costruendo in quel periodo.

Matteo, il capomastro e direttore dei lavori, poteva contare comunque su una squadra di tutto rispetto: cavatori e trasportatori per il reperimento e la fornitura dei materiali da costruzione; scalpellini per lavorare i “conci” (le pietre squadrate) e le lastre; ornatisti e scultori per realizzare modanature, cornici e decorazioni; calcinai per fare la malta; carpentieri per le impalcature e le travature; fabbri per produrre le zeppe, i perni metallici e per la manutenzione degli arnesi; e infine i muratori, per la posa in opera delle pietre e degli altri elementi architettonici.

Alcuni degli operai impiegati erano campigliesi, la maggior parte delle maestranze però veniva da fuori, in particolare gli scalpellini che, nello stesso periodo, lavoravano anche in un altro cantiere, quello allestito alla Rocca di Campiglia, dove erano in corso lavori di ampliamento.

Il pievano voleva sì una bella chiesa ma, possibilmente, senza spendere più del necessario.

Per limitare i costi quindi furono scelti materiali che fossero disponibili nelle vicinanze, perché farli arrivare da fuori avrebbe comportato spese molto maggiori.

Da un’altura che si trovava proprio di fronte al cantiere, in una località chiamata Tuttiventi, fu cavato il “palombino”, ovvero il calcare siliceo con venature di calcite; a Campo alle Buche il calcare a grana fine bianco e il marmo bardiglio, cavato anche dal Monte Spinosa; a Monte Calvi il marmo “grechetto”; a Palmentello il travertino e in Caldana il calcare rosso ammonitico.

La porta d’ingresso, alta oltre tre metri e larga quasi due, fu decorata con due capitelli corinzi a sostegno dell’architrave: un blocco unico di travertino. Sopra di esso fu inserito un listello, composto da tre parti, con scolpito un motivo vegetale. Lungo il bordo superiore del listello fu incisa un’iscrizione con il nome di colui che aveva commissionato la costruzione della nuova pieve: quell’Ilderico di cui abbiamo parlato prima. Subito sopra, furono inserite due piccole mensole, anch’esse con motivi floreali, per sostenere l’archivolto formato da pietre di due colori diversi, disposte in modo alternato: le otto più scure di calcare siliceo e sette di calcare bianco. In alto, come rifinitura, una cornice a foglie d’acanto; al centro, una lunetta tagliata in un unico blocco di calcare bianco, nella quale fu ricavata una ruota a sei raggi dentro ad un cerchio, per dare luce all’interno della chiesa.

Un’altro punto luce più grande fu realizzato in corrispondenza del cornicione del timpano: un “oculo quadrilobo”, ovvero un cerchio con al centro cinque piccole aperture circolari, sovrapposte a formare una specie di quadrifoglio.

Ma la parte artisticamente più raffinata di tutto l’edificio fu inserita nella facciata nord, quella che guarda Campiglia. La porticina laterale, larga poco più di un metro, fu decorata con grande maestria. Sopra a due capitelli corinzi, del tutto simili a quelli della facciata principale, fu posato un architrave, ricavato in un unico blocco di marmo bianco, sul quale era stata scolpita una caccia al cinghiale.

A guardar bene, le scene di caccia sono tre e raccontano altrettanti momenti diversi della stessa storia: prima il gruppo di cacciatori circonda la preda una scrofa di cinghiale, come si intuisce dalle mammelle mentre il loro cane salta in groppa all’animale per immobilizzarlo, poi la bestia viene trafitta con una lancia da uno degli uomini e, infine, il corpo della cinghialessa viene trasportato, legato per i piedi, appeso alla lancia.

Non sappiamo se il soggetto sia stato suggerito dal direttore dei lavori, mastro Matteo, o se invece sia stata un’idea del clero campigliese. La cosa certa è che questa scelta non fu casuale. Se da un lato è riscontrabile la volontà di riprodurre una scena di vita quotidiana, così comune nelle macchie campigliesi del XII secolo, dall’altro appare evidente il significato simbolico della caccia al cinghiale come eterna lotta tra il bene e il male che, alla fine, viene sconfitto dal Cristo, in questo caso nelle vesti del cacciatore.

E per non correre il rischio che il concetto potesse non risultare chiaro ai fedeli, lo si ribadì nelle altre sculture presenti poste sopra all’architrave con la caccia.

Una coppia di leoni in calcare bianco, finemente lavorati a tutto tondo, furono posti ai lati dell’archivolto, realizzato − analogamente a quanto fatto per il portale principale − alternando sei pietre più scure a cinque pietre bianche. Il leone di sinistra lotta con un drago, simbolo del male, quello di destra invece con un uomo, personificazione dei vizi umani.

A sottolineare ulteriormente il monito rivolto ai Campigliesi, al centro della lunetta, fu scolpita un’aquila, simbolo di potenza e quindi del Cristo, che tiene saldamente tra gli artigli una preda, oggi poco riconoscibile ma che ha tutta l’aria di essere un altro cinghiale.

Il messaggio non poteva essere più chiaro di così: comportatevi bene perché per i peccatori l’unico destino possibile è quello della dannazione eterna.

Dopo alcuni anni, durante i quali i lavori furono più volte sospesi e poi ripresi, la nuova pieve dei Campigliesi fu finalmente terminata.

L’altare venne consacrato solennemente dal vescovo e i fedeli, sfilando diligentemente in processione, preceduti dai loro sacerdoti, poterono finalmente entrare per ascoltare devotamente la prima messa.

Poco dopo, anche i Suveretani decisero di abbandonare la loro vecchia pieve per costruirne una nuova vicina al castello e, come modello per il loro San Giusto, scelsero proprio il nostro bel San Giovanni.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 20

Gianluca Camerini

Gianluca Camerini

Nato a Campiglia Marittima nel 1973, si è laureato con lode in Storia Moderna all'Università di Pisa. Autore di numerose pubblicazioni, si è occupato soprattutto di archivistica ecclesiastica, genealogia e onomastica familiare. Dal 2014 è direttore editoriale della rivista di storia locale "Venturina Terme". È l'ideatore e il curatore di questo portale.

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