La risaia di Roberto di Sanseverino nel podere di Asciano

Un esperimento agrario nelle campagne pisane del Quattrocento

Nell’immaginario collettivo il paesaggio toscano è territorio di coltivazione di vigne, cereali e olivi, non certo di riso! Quindi probabilmente stupirà scoprire che alla fine del XV secolo è stato fatto un tentativo in tal senso nella zona di Asciano, a nord-est di Pisa. Siamo nella pianura dove il fiume Arno compie un’ampia ansa e dove, quindi, i terreni erano spesso interessati da inondazioni e problemi di dissesto idrologico.

La Toscana occidentale e costiera del pieno Medioevo ha conosciuto un lungo periodo di degrado del paesaggio agrario e di conseguente trasformazione dei coltivi in pascoli e paludi: il peggioramento delle condizioni ambientali, unito alla diminuzione dei livelli demografici dovuti alle epidemie hanno fatto sì che dalla metà del Trecento in avanti alcune zone abbiano conosciuto un abbandono dei coltivi e conseguente degrado ambientale. Difficoltà tecniche nella regolamentazione delle acque nelle aree pianeggianti e depresse, ma soprattutto la schizzofrenica direzione politica della classe dirigente, incerta sul difendere gli interessi dei coltivatori o dei grandi allevatori, generò un paesaggio agrario di particolare natura, specie nelle aree pianeggianti intorno a Pisa e lungo la costa tirrenica.

Aree caratterizzate dalla presenza di fitte macchie e zone palustri permettevano la diffusione di attività quali l’allevamento e lo sfruttamento delle risorse silvo-pastorali. Ci fu, tuttavia anche un singolare tentativo di introdurre, proprio in questo paesaggio palustre, la coltivazione del riso.

L’sperimento fu condotto sui possedimenti di Roberto da Sanserverino, un capitano di ventura assai noto nell’Italia rinascimentale. Egli si distinse più volte per il suo valore militare, tanto da essere conteso dalle potenze italiche che in quei decenni si combattevano per il predominio sulla penisola. Il Sanserverino fu a servizio di Napoli, dei veneziani e soprattutto del Ducato di Milano, al quale era legato anche da vincoli di parentela, essendo figlio di Elisa Sforza, nipote di Francesco e quindi consanguineo dei duchi di quella dinastia.

Nel 1468 era stato investito del titolo di Capitano Generale delle milizie fiorentine e per i successi ottenuti aveva ricevuto dalla Signoria beni in proprietà presso Pisa, dove visse per alcuni anni. Il possedimento donato al condottiero nei documenti è descritto come il “Podere di Asciano” ma non è specificata la sua estensione; esso era presumibilmente composto da terreni di varia natura, tra i quali fondi interessati da fenomeni di allagamento. Alcuni documenti milanesi dei primi anni ’70 del XV secolo evidenziano infatti come il condottiero avesse tentato di prosciugare i terreni paludosi della sua concessione, investendo in questa impresa una notevole somma di denaro (circa 10.000 ducati).

Allo scadere dell’impegno con la Signoria, nuovi incarichi militari portarono il Sanseverino lontano dalla Toscana e i suoi possedimenti ascianesi furono affidati ad un procuratore, il fiorentino Giovanfrancesco Fantoni: quest’ultimo apparteneva ad una famiglia di imprenditori piuttosto nota, con notevoli interessi nel settore agricolo. Come procuratore per conto del Sanserverino, il Fantoni aveva dunque affidato in locazione i terreni del podere di Asciano a vari contadini e lavoratori.

Proprio due di questi, Jacopo di Piero detto Papa e Piero di Lorenzo del Pispola, nel 1482 chiesero ed ottennero dall’Ufficio dei Fossi di Pisa, competente in materia di controllo idrologico del territorio, l’autorizzazione ad allagare con l’acqua del Fosso della Croce un appezzamento di terreno di circa un ettaro posto nelle vicinanze del corso d’acqua ed individuato appunto con il medesimo toponimo.

Dopo il tentativo, evidentemente fallito, di bonificare il terreno lungo il Fosso della Croce, dunque, pare che il Sanseverino abbia deciso di intraprendere un’altra strada per mettere a frutto i possedimenti. Forte dell’esperienza di conduzione di beni immobili in Pianura Padana, il condottiero si orientò verso uno sfruttamento agricolo che tenesse conto delle caratteristiche dei possedimenti toscani e tentò di esportare in terra Toscana una coltura che al di là degli Appennini era già ampiamente diffusa.

Possiamo supporre che, una volta piantato il riso nel terreno allagato, fosse necessario per i coltivatori mantenere il campo sufficientemente umido: da qui la necessità di deviare l’acqua del vicino fosso “pro faciendum duas recollectas risi predicti”.

È presumibile che l’esperimento non sia stato particolarmente fruttuoso e redditizio poiché nei documenti afferenti la gestione del podere del Sanseverino non si fa più accenno alla risaia sperimentale. La storia, inoltre, illustra come in Toscana la coltivazione di questo cereale si sia diffusa su larga scala ben oltre un secolo dopo.

Possiamo quindi affermare che il Sanserverino impiegò il suo proverbiale coraggio di uomo d’armi e d’azione per esplorare un settore all’epoca del tutto sconosciuto in Toscana. Purtroppo per lui non ebbe con la risaia di Asciano la medesima fortuna che gli arrise più e più volte, sul campo di battaglia.

Alessandra Potenti

Alessandra Potenti

Alessandra Potenti, Dottore di ricerca in Storia Medievale, ha al suo attivo monografie ed articoli incentrati principalmente su temi di storia economica e sociale in età tardo medievale. Allieva di Michele Luzzati e Marco Della Pina, ha ricoperto per alcuni anni il ruolo di assistente alla cattedra di Storia Economica Medievale presso l’Università di Pisa. Attualmente impiegata presso l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale con l’incarico specifico di gestione della Fortezza Vecchia di Livorno, continua a svolgere ricerca storica per interesse personale.

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