La scoperta del grande mosaico tardoantico

Nascosto sotto al pavimento di un capannone agricolo costruito sui resti di un edificio romano

Che nel campo di Vignale ci sia un importante mosaico lo sanno tutti e più o meno da sempre. Tanto che il campo in questione è convenzionalmente noto come “campo del mosaico” e quel nome, a un certo punto, è passato anche al vino che in quel campo si produceva.

Nessuno sapeva però perché il campo si chiamasse così e dove questo benedetto mosaico si trovasse o si fosse trovato in passato, nel caso fosse andato distrutto nel corso delle pesanti arature della fine degli anni Sessanta.

La storia del mosaico misterioso ci era stata raccontata – intendo, a noi che avevamo cominciato a scavare a Vignale nel 2004 – molte volte e in versioni diverse, fin quasi dai primi giorni della nostra presenza su quel campo.

Un testimone oculare ricordava di aver visto, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, i resti di un mosaico pavimentale, seminascosto in un canneto, che pensava di poter ubicare con esattezza all’incrocio tra la strada statale Aurelia – ora provinciale – e la strada, in parte asfaltata e in parte sterrata, che sale alla fattoria di Vignale. Il ricordo era preciso, ma qualche dubbio rimaneva perché, proprio nel 1960, venne realizzato l’allargamento della sede stradale, che inevitabilmente comportò un cambiamento della percezione degli spazi. Percezione che poi era mutata davvero radicalmente a seguito della costruzione della nuova sede direzionale della cooperativa “La Proletaria” (poi Coop Italia, e dopo Unicoop Tirreno), che aveva costituito una nuova “quinta scenografica” in un paesaggio fino ad allora libero da punti di riferimento precisi.

Un secondo testimone non ricordava il mosaico visibile, ma qualcosa di molto più complesso e interessante. Da bambino, negli anni Trenta, andava spesso a giocare in un capannone per il ricovero delle macchine agricole, il cui pavimento e le cui pareti erano ricoperte di uno spesso strato di nerofumo originato dalle macchine, probabilmente delle trebbiatrici. Tra questo nerofumo, ricordava con molta decisione la presenza di lacerti di decorazione a mosaico, con tessere di vari colori e di una grandezza media, diciamo tra uno e due centimetri di lato. Anche a lui pareva di ricordare che il capannone fosse collocato più o meno all’incrocio delle strade e le due testimonianze quindi coincidevano: il capannone fu infatti demolito intorno al 1960, al momento in cui la statale Aurelia venne allargata sensibilmente verso monte, fino a raggiungere la sua carreggiata attuale.

Il secondo testimone ricordava perfettamente la situazione precedente la demolizione del capannone e, meno bene, quella successiva (ma la memoria del canneto coincideva), mentre il secondo testimone poteva riferire solo su quest’ultima fase. Ma la concatenazione era chiara e si trattava quindi di esplorare il famoso angolo di terreno su cui una volta si sviluppava il canneto.

Sembrava un gioco da ragazzi, ma si è rivelato una specie di incubo che ci ha perseguitato per quasi dieci anni. Perché facendo alcuni sondaggi in quell’angolo – resi peraltro complicati dal fatto che proprio lì passa una delle linee del gasdotto – ci siamo presto resi conto che in quell’angolo non c’era nulla e che, per di più, il terreno è in quel punto molto più basso che nel resto del campo e quindi le arature più recenti avrebbero fatto scempio di eventuali resti sopravvissuti.

Dov’era quindi il famoso mosaico che da tempo immemore dava il nome al campo e che qualcuno aveva visto, ma che non era più dove si pensava di averlo visto?

La risposta ci è arrivata solo nel 2014, quando, a seguito di un riordino di alcune fotografie aeree nelle raccolte dell’Aerofototeca Nazionale, una collega che è attualmente direttrice di quell’istituto ci ha segnalato una nuova fotografia aerea del nostro campo: uno scatto fatto da un ricognitore dell’aeronautica militare inglese, la mitica Royal Air Force, nel 1944, quando per l’appunto il fronte di guerra passò anche da Vignale. A proposito, ne abbiamo trovato anche le tracce archeologiche, ma questa è un’altra storia che vi racconteremo più avanti.

Nella nuova foto aerea non si vedeva quello che in realtà speravamo di vedere – ovvero il tracciato dell’antica strada romana, la via Aurelia / Aemilia Scauri – ma si vedeva invece perfettamente il capannone, che era stato demolito nel 1960, ma che nel 1944 esisteva ancora.

A questo punto, almeno una parte del mistero sembrava risolta: posizionato il capannone sul terreno grazie alla foto aerea, è stato facile nella successiva campagna di scavi andare a vedere di che cosa realmente si trattasse.

I muri perimetrali del capannone sono venuti fuori sotto pochi centimetri di terra, perfettamente conservati perché erano muri moderni e molto solidi, solo in parte intaccati dalle arature. Quello che non tornava, però, è che una volta puliti i muri abbiamo proseguito lo scavo e abbiamo incontrato il pavimento: un pavimento di scheggioni di pietra come ricordava il secondo testimone, ma nessuna traccia del mosaico che ricordava lo stesso testimone e, soprattutto, nessun grande mosaico come ricordava il primo testimone.

Avevamo già deciso di rassegnarci, quando ci siamo accorti che c’era anche un’altra cosa che non tornava: i muri del capannone erano certamente moderni, ma avevano un orientamento bizzarro, giacché non erano paralleli e ortogonali alla strada statale (attraverso la quale si accedeva al capannone), ma “ruotati” di circa 40° in senso orario. Questa volta, però, la cosa che non tornava era positiva, perché l’orientamento “bizzarro” era in realtà del tutto identico all’orientamento dei muri degli edifici antichi che nei dieci anni precedenti avevamo scavato nel nostro campo.

Insomma, avevamo un capannone moderno costruito su orientamenti “antichi”: nulla di più facile, quindi, che chi lo aveva costruito si fosse “appoggiato” su qualcosa di preesistente e che questo qualcosa fosse per l’appunto un pezzo di edificio antico.

Allora ci è venuto lo scrupolo di provare a sollevare un pezzo del pavimento rustico in scheggioni di pietra, che erano allettati in un robusto strato di sabbia gialla. Tutto normale, per un pavimento di un capannone agricolo di metà Ottocento o di primi del Novecento. Solo che, sotto il robusto strato di sabbia gialla, c’era lui: il grande mosaico che aveva probabilmente dato il nome al campo.

Mosaico trovato, missione compiuta. Ovviamente no, perché, appena passati lo stupore e l’entusiasmo iniziali, ci siamo resi conto che, tanto per cambiare, qualcosa non tornava. Molte cose, per la verità, non tornavano: ci aspettavamo un mosaico di I secolo a.C. o di I-II sec. d.C. (i periodi che fino ad allora ci sembravano quelli più “floridi” della villa) e il nostro mosaico era chiaramente più tardo, del IV secolo d.C.; ci aspettavamo un mosaico analogo agli altri che sono attestati nella zona di Populonia e invece avevamo un meraviglioso mosaico di produzione africana; ci aspettavamo un mosaico di qualche metro quadrato e ci trovavamo di fronte a un pavimento di una stanza che, sia pure con grandi lacune e molti rifacimenti, si sviluppava per circa cento metri quadri.

Insomma, avevamo una nuova scoperta, molti problemi (la sicurezza, la conservazione, la valorizzazione) e moltissime nuove domande. Legate alla vita del mosaico, che fu lunga e molto complicata, e legate alla sua scoperta e poi al suo occultamento.

Molte storie e molto interessanti. Per raccontarle ci vorranno molte puntate.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 17 (marzo-aprile 2017)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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