La visita di Leopoldo II a Montecatini Val di Cecina nel 1843

L’arrivo del granduca il 23 novembre 1843

Si sa, le attenzioni solitamente sono rivolte a ciò (o a colui) che ne ha meno bisogno o, per meglio dire, a ciò (o a colui) che potrebbe assicurarci dei vantaggi. E la ricchezza del giacimento cuprifero di Caporciano costituiva indubbiamente motivo di attenzione: una buona ragione per avventurarsi nelle impervie zone della Val di Cecina, su fino ai gabbri rossi dei poggi montecatinesi.

Era il 23 novembre del 1843, circa 170 anni fa, quando Leopoldo II si recò – ed era la seconda volta – al “paese del rame”. La miniera era stata riattivata il 1° settembre 1827 da Luigi Porte, sostenuto nell’impresa dai finanziatori Sebastiano Kleiber e Giacomo Luigi Leblanc con i quali costituì poi la Società d’Industria Minerale. Ma nonostante l’euforia dovuta ad un inizio di esercizio più che promettente, varie circostanze indussero la Società ad interrompere più volte l’attività: prima nel 1832 poi nel settembre 1836.

E quando il 7 dicembre del medesimo anno Leopoldo II salì per la prima volta a Montecatini, i lavori in miniera erano fermi: sarebbero ripresi provvisoriamente nel gennaio 1837. Il 1° ottobre, alla Società d’Industria Minerale subentrò la Società Hall composta dai fratelli Orazio e Alfredo Hall, eredi dello zio Kleiber, cui si affiancò poi Giuseppe Francesco Sloane, che rilevò le quote Leblanc, e Pietro Igino Coppi in qualità di amministratore.

Fu proprio il granduca, salito a Montecatini anche per rendersi conto di persona dello stato del giacimento di Caporciano e dei provvedimenti utili alla sua riattivazione resasi necessaria dalla crescente domanda di rame come materia prima, a favorire la nascita della nuova Società. Una Società che avrebbe dovuto far pernio su Sloane, personaggio particolarmente apprezzato da Leopoldo sia per le doti umane che per la passione per la geologia.

E il Lorena non si sbagliò. Sotto la guida di Sloane, lo straordinario impulso dato ai lavori produsse risultati eccellenti, che andavano ben oltre ogni più rosea previsione. Tanto da indurre Repetti ad accennare, già nel 1839, che «in mezzo a coteste rocce [di Caporciano] si aprirono le antiche e moderne escavazioni della miniera di rame solforato, le meglio conosciute, e forse le più ricche in questa specie di metallo di quante altre miniere furono tentate, o che si vanno escavando in Toscana».

Ecco perché Leopoldo – il cui “intuito” si era dimostrato provvidenziale – volle tornare a Montecatini per riscontrare il progresso dei lavori, sia nel sotterraneo che nella realizzazione del villaggio minerario, e complimentarsi personalmente con gli artefici di tale successo.

I dettagli della visita granducale li possiamo rilevare dalla lettera che il giorno successivo Augusto Schneider, direttore dello stabilimento, inviò a Firenze ai fratelli Hall (Alberto Riparbelli, Storia di Montecatini Val di Cecina e delle sue miniere, Firenze, Tip. Giuntina, 1980 [che ne segnalava la fonte in ASMMVC, Copia lettere 1840-1846, oggi non rintracciabile]):

«[…] ieri mattina a ore 10 circa questo Stabilimento ebbe l’alto onore di essere visitato da LL.AA.I. e R. il Granduca e la Granduchessa di Toscana, la Sig.ra Contessa Adele Palazzi, il Sig. Cav. Sproni, il Professore Luigi Dal Panta Protomedico e Matteo Bittheuser Segretario intimo di S.A.I. e R. con più altri e diversi domestici».

Dopo una piccola colazione che presero nel quartiere del Sig. Sloane, essi si compiacquero di visitare esternamente tutto ciò che offre di interessante la nostra Miniera, quindi si ritirarono in Casa ed i ridetti Personaggi s’indossarono ciascuno un Abito da Minatori, dopo di che entrarono in Miniera scendendo tutte le scale fino al Piano 2° percorrendo la Galleria Costanza con le due escavazioni del Minerale scesero al 3° Piano e dalla galleria Isabella da ponente a levante risalendo nelle escavazioni della congiunzione mezzana ove di nuovo ritornarono nella stanza degli scarichi del 2° Piano, e si riposarono ammirando la grandezza degli scarichi stessa, e della ricchezza di Minerale che gli si disse aver trovato nella medesima, dopo si risalì e giungemmo felicemente al giorno.

La Miniera per tutto ove eravamo passati era decentemente illuminata con candele, e fu cosa piacevolissima il sentire dalle LL.AA.I. e R. pronunziare parole di una somma soddisfazione che avevano provato a vedere tante cose in quella estrazione che da loro stessi non si eran creduti.

[…] Dopo la visita sotterranea l’Augusta comitiva si compiacque di pranzare nella Casa dell’Amministrazione. Alle ore 3 circa fecero ripartenza andando dalla Miniera fino alla Macinaja a piedi, ove riuscì non meno piacevole la visita della Galleria già illuminata che produsse un bellissimo colpo d’occhio; così finì e vi ebbe luogo la separazione rilasciandoci tutti col desiderio che a suo tempo una simil visita venga ripetuta […]».

In quella occasione, proprio in onore della granduchessa fu imposto il nome Maria Antonia alla nuova galleria di scolo della Macinaja. La “Gran Galleria” che, iniziata nel gennaio 1838 e ultimata diciotto anni dopo, con i suoi 1.313 metri di lunghezza avrebbe congiunto il botro della Macinaja, sul fianco est del Poggio dell’Appietto, con il centro della miniera.

Alcuni anni più tardi, nel luglio 1847, Gräberg de Hemsö, compilando i suoi «cenni storici sulla miniera», poté tratteggiare con maggior dettaglio tale evento:

«[…] Il quinto piano [della miniera], previo il benigno assentimento di S.A.I. e R. la Granduchessa regnante di Toscana, ricevette dal mese di novembre 1844, l’augusto nome di Galleria Maria Antonia, la quale sarà a suo tempo la vena principale della miniera, come quella che darà lo scolo a tutti i lavori, e servirà pure ad estrarre le materie.

E fu veramente singolare ventura la mia di essermi a quell’epoca, per la prima volta, trovato presente alla cava del mio caro e prezioso amico sig. Sloane, il quale avendomi esternato il desiderio di conservare la memoria della visita di cui l’onoravano gli amati nostri Sovrani, pensai di proporgli di chiedere a S.A.I. e R. la Granduchessa il favore che il di Lei venerato nome venisse imposto alla suddetta galleria, la quale si chiamava infino allora della Macinaja. Infatti il sig. Sloane, approvando il mio suggerimento, m’incaricò di supplicare la detta S.A.I. e R. che si degnasse concedere il suo beneplacito per questo nuovo battesimo, e ad accogliere il primo pezzo di minerale poc’anzi scavato alla profondità maggiore dei lavori nel punto dove sotto la perpendicolare del pozzo Luigi deve arrivare la galleria.

A far paghe le nostre brame l’adorabile Sovrana, con quell’angelica bontà che tanto la contraddistingue, non solo con lieta fronte accolse la da me fatta umile domanda, ma sì ancora l’omaggio presentatole di quella metallurgica primizia. Oltre allo scolo delle acque, come già ho detto, questa galleria deve servire di più ad investigare e scoprire nuovi filoni, che la costituzione metallurgica di quei monti dà ragione di sperare esservi rinchiusi, soprattutto in vista della profondità grande nella quale andranno a ferirsi […]».

Sopra l’ingresso della galleria realizzato con pietre abbozzate, situato nelle immediate vicinanze del botro della Macinaja, fu apposta una targa con la seguente iscrizione:

LE LORO ALTEZZE II. E RR. / IL GRANDUCA E LA GRANDUCHESSA / VISITANDO QUESTI LAVORI NEL 23 NOVEMBRE 1843 / SI DEGNARONO PERMETTERE CHE A QUESTA / GALLERIA FOSSE IMPOSTO IL NOME / VIVE MARIA ANTONIA

Presso il Pozzo Luigi, al terzo piano della miniera, un’altra targa ricordava la visita sotterranea della famiglia granducale con queste parole:

FINO A QUESTA PROFONDITÀ / LA MAGGIORE DEL 23 NOVEMBRE 1843 / SCESERO LE LORO ALTEZZE II. E RR. / IL GRANDUCA E LA GRANDUCHESSA / DI TOSCANA

Dei due marmi sopra citati oggi non rimane traccia, mentre «l’altra iscrizione pure relativa alla visita delle Loro Altezze II. e RR. che sta[va] impressa sopra la gran Galleria Maria Antonia», attualmente si trova nell’atrio di accesso alla miniera. Vi si legge:

LE LORO ALTEZZE II. E RR. / IL GRANDUCA E LA GRANDUCHESSA DI TOSCANA / ONORARONO DI LORO VISITA QUESTA MINIERA / NEL DÌ 23 NOVEMBRE 1843

Ma dell’escursione sotterranea di “Canapone” e della consorte (la seconda) Maria Antonietta – sorella del sovrano del Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, il “Re Bomba” – rimane anche un aneddoto che non posso fare a meno di citare:

«[…] Durante la visita alla miniera da parte del granduca di Toscana accadde un fatterello divertente, che ben esprime la semplicità patriarcale dei costumi dell’allora corte di Toscana. Quando la granduchessa, che accompagnava il marito, espresse il desiderio di essere calata su una poltrona, tramite funi, nel pozzo della miniera, le fu fatto osservare che, per la forte corrente d’aria che soffiava dal basso, senza mutandoni caldi, ella rischiava di prendere un’infreddatura ed ammalarsi; purtroppo nel guardaroba al seguito della principessa non si trovavano tali cose innominabili. Per non privarsi tuttavia del divertimento di scendere nella miniera, non disdegnò i mutandoni in flanella o i pantaloni veri e propri del cameriere del sig. Sloane, Giacinto (la scelta cadde su di lui per la sua bassa statura)».

Il granduca, con la corte ed altri illustri visitatori al seguito, tornerà a Montecatini ancora una volta, il 10 dicembre 1851. Ma di quest’ultima gita tratteremo eventualmente in una prossima occasione: non vorrei dar troppo peso alle attenzioni di cui allora godeva Montecatini, attestate, d’altra parte, dalle tre visite effettuate da Leopoldo II in quindici anni. Attenzioni che vennero meno solo dopo le crisi di inizio Novecento che determinarono poi la chiusura definitiva della miniera di Caporciano. Era l’ottobre del 1907.

Da allora, credo che la comunità dell’ex “paese del rame” sia ancora in attesa – si fa per dire – di qualche ‘granduca dei nostri tempi’ che, meno bramoso di visibilità, opti per una gita in questa nostra località, non più fonte di ricchezza, sempre meno popolata, remota e marginale quanto vogliamo, ma pur sempre degna di considerazione.

O, se non altro, di quell’attenzione che un’amministrazione virtuosa dovrebbe riservare sia ai territori più svantaggiati come pure ai contesti più sfavorevoli.

Fabrizio Rosticci

Fabrizio Rosticci

Nato a Montecatini Val di Cecina (Pisa) nel 1950, dal 1974 al 2009 ha svolto la sua attività lavorativa presso lo stabilimento Solvay di Rosignano, in qualità di responsabile tecnico di impianto.
Profondamente legato al paese d’origine dove, dopo oltre quarant’anni, è tornato ad abitare e a fare ricerca, realizzando una serie di pubblicazioni di storia locale.

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