La “stazione” di Vignale

Un’area di servizio stradale di duemila anni fa

Ci eravamo lasciati nella scorsa puntata con il piccolo mistero che ruota intorno alla figura di M. Fulvius Antiochus, colui che, più o meno intorno alla metà del I secolo d.C., imprime il suo sigillo di qualità sulle tegole prodotte nelle fornaci di Vignale.

Sia che Antiochus fosse il proprietario dell’intero complesso di Vignale in epoca romana, oppure che fosse solo un gestore per conto del suo ex padrone Marco Fulvio, sta di fatto che era a capo di un’attività economica complessa.

Oltre a produrre tegole, anfore e altra ceramica, il proprietario della villa di Vignale aveva diverse altre fonti di reddito. Probabilmente produceva olio e vino – per questo gli servivano le anfore della fornace – e sicuramente gestiva anche un’attività di pesca o di allevamento dei pesci nella laguna, che in quel tempo si stendeva su quasi tutta la pianura del Cornia a sud-est di Piombino.

Lo sappiamo perché proprio nell’area delle fornaci, nel corso del tempo, sono stati ritrovati diversi ami da pesca e alcuni pesi per le reti: gli ami sono piuttosto grandi, segno che la laguna era un habitat molto favorevole, dove si potevano pescare grossi esemplari, particolarmente apprezzati sulle tavole dei Romani, per i quali il pesce rappresentava una parte fondamentale dell’alimentazione.

Un’altro settore importante del business di Antioco o del suo ignoto padrone era poi connessa con la famosa Via Aurelia o Aemilia Scauri, l’importante arteria stradale romana che collegava l’Urbe a Pisa e Luni e il cui tracciato doveva certamente passare molto vicino al sito di Vignale, anche se in dieci anni di scavi non siamo stati ancora capaci di trovarlo.

Una grande strada è una ricchezza in sé per chi ci abita vicino, perché le merci e le derrate alimentari che vengono prodotte in questo punto del territorio possono essere avviate con maggiore facilità ai mercati più lontani, producendo guadagni migliori.

Ma una strada crea reddito anche da un altro punto di vista, perché sulle strade si muovono dei viaggiatori e i viaggiatori hanno bisogno di servizi, che sono disposti a pagare, spesso anche a caro prezzo. Il servizio principale di cui tutti i viaggiatori avevano bisogno in quell’epoca era la sicurezza, ovvero un luogo dove potersi fermare per passare la notte al riparo dalle intemperie e dai tanti rischi che rendevano ogni viaggio una vera avventura: animali selvatici, briganti, truffatori, rotture accidentali dei mezzi di trasporto e altre cose del genere. Ma oltre alla sicurezza, c’era bisogno anche di altro: terme per lavarsi e riscaldarsi, “tabernae” per mangiare e bere, camere per riposarsi.

Accanto alle strade sorgeva dunque una rete, spesso molto fitta, di insediamenti diversi, destinati ad offrire ai viaggiatori tutti questi servizi. Questi insediamenti sorsero probabilmente in maniera spontanea man mano che le grandi strade consolari romane venivano costruite ed è assai plausibile che a Vignale ci fosse qualche servizio di assistenza ai viaggiatori già a partire dall’epoca di costruzione dell’Aurelia, nel III secolo a.C.

Tutto cambiò però al tempo di Augusto, quando le esigenze dei viaggiatori privati si saldarono con quelle del nuovo stato imperiale che stava nascendo. Un impero che si espandeva a vista d’occhio richiedeva collegamenti rapidi: soprattutto erano le notizie a dover viaggiare veloci, per far conoscere a Roma quello che avveniva nelle provincie e per trasmettere alle provincie stesse gli ordini conseguenti dell’amministrazione centrale.

Per questo motivo, Augusto decise di costruire un sistema molto ben organizzato di stazioni di sosta lungo tutte le strade dell’impero: ogni 12 miglia circa (più o meno 18 chilometri), i messi dell’imperatore potevano contare su una stalla attrezzata e custodita dove cambiare velocemente i cavalli stanchi con altri freschi (le chiamavano “mutationes”) e a distanze più grandi sorgevano complessi più articolati, dove si trovavano tutti i servizi necessari per una sosta confortevole (le chiamavano “mansiones” – da manere, rimanere, fermarsi – oppure “stationes”).

I servizi offerti nelle stazioni di sosta erano gratuiti per chi viaggiava per conto dello Stato, ma anche i comuni cittadini potevano usufruirne, ovviamente a pagamento, anche se la pratica del viaggio era immensamente meno frequente di quanto accada oggi. Quelli che si muovevano non erano tanto gli uomini, quanto le cose, le merci, trasportate su carri o convogli di muli, che avevano per l’appunto bisogno di punti di sosta e di servizi.

A Vignale, con ogni probabilità, sorgeva proprio uno di questi punti di sosta, costruito crediamo proprio all’epoca di Antioco, immediatamente a sud della villa principale. Della datazione di questa stazione di sosta siamo abbastanza sicuri, perché proprio da quell’area vengono gran parte delle tegole bollate con il nome di Antioco: esse erano state quindi usate per la copertura degli ambienti e forse anche per costruire i muri, giacché era pratica comune nel mondo romano di quest’epoca riutilizzare come materiale da costruzione le tegole rotte o quelle deformatesi durante la cottura.

Pensiamo di aver individuato una stazione di sosta – più precisamente una “mansio”, quindi un impianto di grandi dimensioni – perché in una parte del nostro scavo è tornato alla luce un ampio cortile pavimentato con grandi blocchi di pietra, del tutto simili a quelli che venivano normalmente usati per pavimentare le strade romane.

Il cortile era davvero grande (oltre 220 mq), probabilmente per permettere le manovre dei carri carichi di merci, ed era circondato sui quattro lati da corridoi coperti da tetti che poggiavano su colonne, anch’esse costruite con tegole tagliate a spicchi, poi stondate e infine coperte di stucco lungo il profilo esterno.

Verso sud, il cortile comunicava con una strada, in parte selciata con i soliti grandi blocchi e in parte pavimentata con piccole pietre (i Romani le chiamavano strade “glareatae”), che probabilmente si collegava al percorso principale dell’Aurelia-Aemilia Scauri. Il sistema di ingresso alla “mansio” era particolarmente interessante: il cortile era separato dalla strada da un grande portone (ne abbiamo trovato la robusta soglia con ancora i fori per i cardini), subito al lato del quale si collocavano due servizi fondamentali, una fontana per abbeverare i cavalli e una piccola terma riscaldata, per offrire un primo ristoro ai viaggiatori sporchi e infreddoliti.

Sui due lati del cortile, al di là dei corridoi porticati, si trovavano probabilmente le stalle e i magazzini, mentre sul lato nord, dove il grande cortile si congiungeva alle strutture delle villa principale, si trovavano gli ambienti destinati al riposo notturno dei viaggiatori.

Non è difficile immaginare che, dopo essere rimasta relativamente deserta e tranquilla per tutto il giorno, la “mansio” di Vignale si animasse alla sera, quando arrivavano i viaggiatori, i mercanti e i messi imperiali che avevano bisogno di un posto per passare la sera e la notte. Allora la terma si riempiva, e si riempiva anche la taverna. Ci raccontano gli scrittori antichi che le stazioni di sosta erano posti affollati, rumorosi e non privi di pericoli, popolate com’erano da giocatori d’azzardo, ladri, truffatori e donne (e uomini) non propriamente virtuosi.

Entrarci per passarvi la notte poteva comportare più di qualche rischio, ma rimanerne fuori, in un mondo sconosciuto e completamente buio, costituiva un rischio ancora peggiore. A quel tempo, viaggiare era una vera e propria scommessa con il destino, tanto è vero che si sono conservate numerose iscrizioni di persone che ringraziavano gli dei per aver loro consentito un ritorno tranquillo alla propria casa.

A proposito di casa: ma Antioco – o il suo ex padrone – dove abitavano? Anche questa è una bella storia, ma per conoscerla dovrete pazientare fino al prossimo numero.

Fonte: rivista “Venturina Terme”, n. 12 (maggio-giugno 2016)

Enrico Zanini

Enrico Zanini

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Bizantina all’Università di Siena. Autore o curatore di sette volumi e di oltre 130 articoli scientifici, dirige attualmente progetti di ricerca sul campo a Creta e in Sicilia. In Toscana dirige il progetto di archeologia pubblica e condivisa Uomini e Cose a Vignale.

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