La storia di Oberdan Chiesa

La vita dell’antifascista ucciso nel 1944

Sulla spiaggia del Lillatro a Rosignano Solvay si erge solitario un cippo di pietra, ignorato dai bagnanti estivi e spesso anche dai residenti a passeggio sul mare nelle limpide giornate invernali. Quasi nessuno si sofferma a leggere le poche righe che vi sono scritte e molti ignorano dunque che quella spiaggia è stata teatro di una barbara esecuzione fascista all’alba del 29 gennaio 1944. La vittima fu un giovane uomo: Oberdan Chiesa. La data dell’esecuzione è diventata emblematica per la storia di Rosignano: con essa infatti si fa risalire l’inizio del movimento di Resistenza in questa zona della Toscana.

Livornese, Oberdan Chiesa era nato nel 1911 in una famiglia umile ma nella quale i valori del patriottismo e della libertà erano profondamente radicati. Se è vero che spesso “il destino è nel nome” quello di Oberdan e degli altri componenti della sua famiglia era più che chiaro: il padre si chiamava Garibaldo ed il fratello Mazzino. Quanto a lui, Oberdan, portava un nome molto pesante: Guglielmo Oberdan era infatti un patriota triestino giustiziato dall’esercito austriaco alla fine dell’Ottocento e artefice di numerose azioni che miravano a riportare l’attenzione sulle “terre irredente” cioè quelle regioni italiane all’epoca comprese nell’impero austro-ungarico e che i patrioti miravano a riunire al Regno d’Italia. Quel nome può dunque essere letto anche come una sorta di filo rosso che lega il Risorgimento alla Resistenza.

Oberdan Chiesa appena adolescente si affacciò al mondo del lavoro come manovale nella Livorno dei primi decenni del Novecento: una città densa di stimoli culturali e di fermenti di ideologie nuove. Il giovane dunque entrò subito in contatto con gli operai più sfruttati, sottopagati ed esposti agli infortuni ed alle angherie dei padroni. Ciò non poté non alimentare in lui la fiamma della coscienza di classe, della lotta per il raggiungimento della dignità e dell’equità sociale.

Appena ventenne dunque aderì al Partito Comunista fondato proprio a Livorno alcuni anni prima e che divenne clandestino dall’ottobre 1926, quando Mussolini sciolse tutti i partiti italiani ad eccezione, ovviamente, di quello fascista. L’attività politica del giovane Oberdan e dei suoi compagni livornesi non rimase a lungo sconosciuta all’OVRA, la temutissima polizia segreta fascista che lo schedò quale pericoloso antifascista. Il pesante verbale del Tribunale Speciale spinse Oberdan ad espatriare clandestinamente nel settembre 1933 e giungere, attraverso l’Algeria, in Francia dove si erano rifugiati molti altri antifascisti italiani.

Proprio dalla Francia il Chiesa partì con altri connazionali alla volta della Spagna al momento dello scatenarsi della guerra civile che vide i patrioti tentare di opporsi colpo di stato dei generali Mola, de Llano e Franco. Alla fine di marzo 1939, quando la guerra si concluse con la sconfitta del fronte repubblicano spagnolo, Oberdan Chiesa fu trasferito nei campi di prigionia francesi dove venivano radunati i prigionieri politici e tutti i fuoriusciti che scappavano dalla Spagna: prima ad Angeles su Mer e poi nel campo d’internamento di Vernet, sui Pirenei, tristemente noto per le pessime condizioni igieniche e sanitarie in cui vivevano i prigionieri. Da qui, in seguito ad un accordo politico tra il governo francese e quello italiano, fu rimpatriato. Appena rientrato in Italia Oberdan Chiesa finì al confino di polizia a Ventotene: era il novembre 1941.

Al Tribunale Speciale che lo accusava di innumerevoli crimini politici, Oberdan non si oppose ribadendo anzi la fondatezza delle sue convinzioni e la coerenza del suo operato in favore dei repubblicani comunisti spagnoli. Il nostro patriota tuttavia non dovette scontare i cinque anni di condanna: arrivò infatti il luglio 1943 e la ben nota seduta del Gran Consiglio della notte tra il 24 e 25 luglio che determinò la conclusione del governo Mussolini e l’arresto del duce.

Con la disgregazione del regime fascista i prigionieri politici furono liberati e Oberdan poté lasciare Ventotene. Appena rientrato a Livorno, egli riprese la sua attività politica clandestina ma la libertà dall’oppressione del regime fu una parentesi di breve durata perché intanto Mussolini, aiutato dai tedeschi, riuscì a fuggire dalla sua prigionia sul Gran Sasso e a tornare alla ribalta politica con l’istituzione della Repubblica Sociale Italiana, una sorta di stato fantoccio con capitale a Salò. Proprio a causa delle disposizioni impartite dal comando di Salò volte a “fermare i sovversivi” che il governo Badoglio aveva liberato dal carcere e dal confino, Oberdan Chiesa fu arrestato il 22 dicembre 1943. Le autorità fasciste labroniche, infatti, da tempo tenevano d’occhio alcuni “sovversivi” che apparivano particolarmente attivi all’Ardenza. Proprio qui, infatti la Squadra Politica individuò Chiesa mentre stava parlando con i suoi compagni Vasco Jacoponi (che come lui aveva combattuto in Spagna) e Lanciotto Biagini. I tre furono accompagnati in caserma per i consueti controlli, ma Oberdan, ben consapevole dei suoi trascorsi e di quanto riportato sulla sua scheda segnaletica, dopo pochi metri cercò a darsi alla fuga in bicicletta. Le grida delle guardie richiamarono l’attenzione di alcuni carabinieri in servizio di pattugliamento: nella confusione furono sparati anche dei colpi in aria ed il Biagini riuscì a sfuggire all’arresto, mentre Chiesa e Jacoponi furono condotti in caserma. Qui si presentò poco dopo il cognato di Jacoponi, Faini per protestare dell’ingiustificato arresto del familiare, ma anch’egli fu arrestato in quanto anarchico segnalato. Tutti e tre furono poi trasferiti al carcere Don Bosco di Pisa e lì rimasero per i mesi successivi.

Lasciato Oberdan in prigione, portiamo l’attenzione sul paese di Rosignano Solvay: centro abitato sorto, com’è noto, intorno alla fabbrica di produzione di soda voluta parte della Società Solvay che nel 1914 installò qui i suoi primi impianti. L’influenza del polo industriale determinò un notevole calo della popolazione nei paesi delle colline rosignanesi a favore di una rapida espansione del nuovo centro che già nel 1921 raggiungeva i 1.500 abitanti e superava i 2000 nel 1926.

Il forte legame tra lo stabilimento Solvay ed il territorio circostante condizionò anche le vicende politico-sociali dei primi decenni del Novecento, in particolare l’affermazione del fascismo nella zona di Rosignano. La politica di offrire notevoli servizi ai dipendenti aveva legato alla Solvay molti lavoratori per cui si verificarono poche lotte contrarie all’affermazione del regime a differenza di quanto avvenne in altre zone d’Italia. Ciò non significa che non vi siano stati scontri talvolta anche sanguinosi, come quello che avvenne presso il bar-alimentari di una località vicino a Rosignano, i Polveroni. Nel novembre 1926 qui si verificò uno scontro tra un gruppo di fascisti ed il gestore del negozio in cui occasionalmente venivano organizzate anche feste da ballo. Poiché il negoziante aveva sfrattato un inquilino, appartenente alle Camicie Nere e soprattutto perché nel suo locale spesso si suonava Bandiera Rossa, una sera un gruppo di camerati fece irruzione nel bar; nella rissa, accidentalmente partì un colpo che uccise un camerata. Seguì una convulsa sparatoria nella quale un altro giovane fascista rimase ferito gravemente e ci furono alcuni contusi. Il negoziante e il figlio furono arrestati e solo alcuni anni dopo, in un clima di ritrovata democrazia e giustizia certa, si scoprì che il colpo mortale era partito accidentalmente proprio dalla pistola di uno dei camerati.

Dal 1940, dopo l’ingresso dell’Italia in guerra la fabbrica divenne elemento di protezione per i suoi abitanti poiché essendo stata dichiarata “industria ausiliaria allo sforzo bellico” era al riparo dei bombardamenti tanto che nei primi anni del conflitto, nonostante i numerosi attacchi arei che interessarono le città vicine e in parte anche il litorale di Castiglioncello, fu colpita da un solo ordigno caduto per sbaglio su una delle ciminiere della Solvay. D’altro canto però il quadro sociale e politico affermatosi negli anni rallentò la formazione a Rosignano di gruppi antifascisti e partigiani.

Si arrivò poi al gennaio 1944, un inverno freddo e difficile per l’Italia intera. Un inverno di rappresaglie, stragi, attentati, eccidi, resistenza, di famiglie sfollate, di uomini sui monti o nelle prigioni. Alla fine di quel mese, la sera del 27, un gruppo di partigiani livornesi appartenenti alla III Brigata Garibaldi, compì un attentato a Rosignano: armi alla mano attaccarono il maggiore Cesare Nannipieri, ritenuto dai ribelli antifascisti colpevole di collaborazionismo, e l’appuntato che lo accompagnava durante il consueto giro di controllo del rispetto del coprifuoco. I due rimasero feriti gravemente e dopo alcuni giorni di agonia l’appuntato morì.

Alla notizia dell’assalto scattò immediatamente la rappresaglia da parte fascista: la sera del 28 gennaio 1944, il Capo Provincia di Livorno, Edoardo Facdouelle improvvisò un Tribunale Straordinario al quale presero parte altri dirigenti fascisti livornesi, tra cui il questore ed il federale. La vendetta fascista fu in breve decisa: due tra i sovversivi livornesi detenuti a Pisa, dovevano essere giustiziati a Rosignano per rappresaglia e come monito contro eventuali futuri attentati. Nelle ore seguenti fu poi deciso di limitare la ritorsione ad una sola persona e la scelta cadde su Chiesa, un nome tra i più noti negli ambienti dell’antifascismo livornese. Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio fu dunque prelevato dal carcere di Pisa e, dopo essergli stata comunicata la sentenza di morte fu condotto in auto a Livorno. In città, all’auto si aggiunse un camion con a bordo una cassa mortuaria e sul quale salirono poi sei camicie nere della VIIIª legione della milizia; chiudeva il lugubre convoglio una seconda auto con a bordo il capo della Provincia, il federale ed il comandante della milizia cittadina.

I tre mezzi arrivarono a Rosignano percorrendo l’Aurelia e si fermarono in un luogo isolato, circondato da arbusti di lillatro, a poche decine di metri dal mare e vicino ai Canottieri, lo stabilimento balneare che la Società Solvay aveva da poco realizzato per i propri dipendenti. Erano le sei e mezzo del mattino; appena giunti sulla spiaggia fu composto il plotone di esecuzione ed il Chiesa fu fatto sedere venti metri più avanti, su una sedia con la faccia rivolta al plotone. Incapace, forse, di sostenere lo sguardo del condannato uno dei dodici cecchini chiese ed ottenne che Chiesa fosse fatto sedere a cavalcioni della sedia, in modo da poterlo colpire alle spalle. Alla fine il plotone sparò ed Oberdan si accasciò al suolo, ucciso. Aveva 33 anni. Dopo averne accertata la morte e sparato un ulteriore colpo alla tempia, come da prassi il gruppo si sciolse ed il camion, dopo avere trasportato la salma al cimitero di Rosignano, riprese la strada per Livorno. In quelle stesse ore le locandine del Telegrafo che era già stato stampato nella nottata, annunciarono la rappresaglia fascista compiuta a Rosignano.

L’uccisione di Oberdan Chiesa, tuttavia, lungi dal divenire monito per futuri attentati, fu invece il motore che determinò la formazione di gruppi partigiani nel territorio di Rosignano. La sezione più importante si formò a Castellina Marittima nella zona boscosa che congiunge questo paese a quelli di Rosignano e Riparbella. Il più importante di essi, la Formazione Sante, dal nome del suo capo politico Sante Danesin era composto in maggioranza da rosignanesi ai quali si aggiunsero uomini di Castellina e Riparbella. Il Danesin era stato costretto a fuggire da Rosignano ed a nascondersi nei boschi di Castellina proprio all’indomani dell’attentato al maresciallo Nannipieri, poiché era stato accusato di esserne l’autore. Vero o no che fosse, una volta passato all’azione partigiana il Danesin fu in grado di dare vita non ad una semplice brigata ma ad un vero e proprio comando in grado di decidere strategie di combattimento da portare avanti e di guidare l’azione partigiana in tutta la zona litoranea e costiera a sud di Livorno.

Se Sante Danesin rivestì il ruolo di commissario partigiano della Formazione, il castellinese Giordano (detto Vasco) Giaconi ne era responsabile militare nonché esecutore materiale di assalti ed azioni di guerriglia ai danni dei tedeschi presenti in zona. Pagò carissimo il suo impegno partigiano: il 13 maggio 1944 proprio sulla piazza di Castellina i nazisti trucidarono il fratello Fulvio, panettiere del paese, legandolo ad un cavallo e trascinandolo per le strade del paese come ennesimo monito della sorte che spettava ai ribelli.

La barbara ed ingiusta esecuzione di Oberdan Chiesa, dunque, fu il primo nucleo di un movimento che si sviluppò negli anni successivi e che conobbe, purtroppo, altre vittime. Il loro sacrificio ha contribuito all’affermazione della libertà di idee e di fede, mai scontata e ancor oggi fragile. Al sacerdote che gli si era avvicinato per impartirgli l’ultima benedizione, Oberdan Chiesa rispose “rispetto la sua fede e quella di tutti, ma desidero che siano rispettate le mie idee e la mia fede” dimostrando fino alla fine la sua lucida e determinata convinzione negli alti valori della libertà e della democrazia.

Alessandra Potenti

Alessandra Potenti

Alessandra Potenti, Dottore di ricerca in Storia Medievale, ha al suo attivo monografie ed articoli incentrati principalmente su temi di storia economica e sociale in età tardo medievale. Allieva di Michele Luzzati e Marco Della Pina, ha ricoperto per alcuni anni il ruolo di assistente alla cattedra di Storia Economica Medievale presso l’Università di Pisa. Attualmente impiegata presso l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale con l’incarico specifico di gestione della Fortezza Vecchia di Livorno, continua a svolgere ricerca storica per interesse personale.

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